Quando gli Arabi erano biondi e parlavano Tedesco.

Alcuni affermano che essi (i Celti)
nei tempi antichi fecero scorrerie
per tutta quanta l’Asia, chiamati
con il nome di Cimbri […] riscossero
tributi su un’ampia parte dell’Europa
e dell’Asia, e che si stabilirono
sulle terre dei popoli sconfitti.
Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 32.

Il titolo del seguente articolo non vuole essere irriverente né provocatorio, ma, come è nel nostro stile letterario, in cui spesso si utilizzano frasi estrapolate dai racconti degli antichi storici, per entrare nel vivo del tema che si desidera affrontare, intende, quale unico fine perseguibile, allargare gli orizzonti della conoscenza attraverso la ricerca. In questo breve articolo vorremmo focalizzare l’attenzione dei nostri lettori sullo studio delle lingue antiche, parlate in aree geografiche considerevolmente distanti le une dalle altre e pur tuttavia riconducibili ad una ipotizzata  proto lingua comune o più semplicemente a prestiti linguistici. La riflessione che segue, ha preso lo spunto da un dibattito occorso tra noi e un gruppo di studiosi circa il significato da attribuire ad alcuni toponimi  siciliani. Il dibattito prendeva in considerazione l’ ipotesi dell’origine araba dei toponimi contrapposta all’ipotesi da noi sostenuta di una loro origine occidentale. Non escludevamo la possibilità che i lessemi componenti i toponimi, potessero essere stati mutuati dagli Arabi da un lessico occidentale portato in terra araba in tempi pre storici da migrazioni europee (Cimbri? Galati?), come si evince dai racconti di alcuni storici antichi che sotto elencheremo, e continuati ininterrottamente fino ai tempi storici. Infatti, ancora nel V secolo dell’era volgare i Vandali, popolo germanico, si insediava nel nord Africa ove creava un regno informandola della propria organizzazione sociale e della propria visione del mondo. Gli Arabi, che vi giunsero poco dopo, mossero per la Sicilia, proprio dal nord Africa. I Vandali, a loro volta, anche se per breve tempo, avevano preceduto gli Arabi in terra sicula. Il termine oggetto del dibattito era quello di “kalat” che in arabo significa castello. L’origine araba del nome era universalmente accettata dai nostri interlocutori, tranne che da noi, memori che dalle pagine dello storico Michele Amari, apprendemmo, quale indizio afferente al nostro ragionamento, che il primo presidio arabo in Africa, nei pressi di Susa, in Tunisia, venne realizzato su un piccolo castello romano che gli Arabi chiamarono “Kamunia” e non Qal’at. Inoltre, affermava lo storico siciliano nel suo dettagliato trattato, che i Bizantini, dopo le prime incursioni arabe nell’isola di Sicilia, innalzarono, a partire dal 753, a difesa del siculo territorio, castelli su ogni monte della Sicilia che si prestasse a tal uopo. Infine, lo storico siciliano, faceva cenno ad un presidio arabo che in lingua araba sarebbe stato chiamato ‘El-Kasr-el-Hedid ovvero “Il Castel di ferro”, che il nostro storico identifica con Gagliano e che, come noterà il lettore, non è presente il termine Qal’at. I nostri interlocutori, portavano a supporto della loro tesi, un modesto elenco di rinominazioni arabe di paesi siciliani quali Caltanissetta, Calatabiano, Calatino ecc. Facemmo notare che il toponimo Calatabiano attribuito agli Arabi, in mancanza di fonti epigrafiche, non era suffragata da certezze storiche, mentre proprio quello di Calatino, attraverso le nostre argomentazioni, avrebbe smentito le loro affermazioni essendo il toponimo, non solo presente anteriormente all’arrivo degli Arabi nella nostra isola, ma era talmente antico da poter essere attribuito alla cultura sicana. Infatti, è tipico dei primi abitatori di un determinato luogo apporre i toponimi  in base alle caratteristiche più evidenti che esso manifesta (il figlio di Erik il rosso, spintosi col suo drakkar dalla Groenlandia fino al centro America, chiamò Vineland il luogo in cui approdò, poiché vi trovò molte viti). Inoltre, tranne che per sporadici casi, si constati che la toponomastica rimane invariata nel corso dei millenni nonostante l’avvicendarsi, negli stessi luoghi, di popoli con culture diverse; è questo il caso degli idronomi Tigri, Eufrate; degli oronomi Caucaso, Peloritani, Alpi; dei toponimi Atene, Siracusa ecc. Facevamo notare, inoltre, che il significato del toponimo Calatino era traducibile, grazie al metodo da noi utilizzato che i lettori ormai ben conoscono e che riprenderemo sotto.

IL CALATINO: FORCHE CAUDINE DELLA SICILIA.

 Durante il dibattito, abbiamo esposto ai nostri interlocutori la consuetudine nell’onomastica romana, di apporre al generale vittorioso il nome del luogo conquistato (cognomen ex virtute), di cui quello di Scipione detto l’Africano è soltanto uno dei tanti esempi.

Il toponimo Calatino, con cui si designa ancor oggi un ampio territorio, del quale fanno parte oltre che alla città di Caltagirone quelle di Mineo e Palagonia, nei cui pressi insiste l’antichissimo culto degli dèi Palici rimasto in vigore certamente  fino al I sec. a. C., venne apposto come soprannome, nel 260 a. C., al console Aulo Atilio durante la prima guerra punica, per onorarlo della vittoria conseguita sui Siculi. Analizzando il racconto di T. Livio su come si svolse la battaglia  tra le legioni di Attilio e gli eserciti dei Siculi, si evince che il console era rimasto imbottigliato in una insenatura del Calatino sormontata da colline. La valle era dunque controllate dai Siculi grazie alle colline sovrastanti sulle quali erano state costruite le fortezze, fortezze che Diodoro Siculo chiama nel suo trattato Biblioteca storica, “castella”.

LA LINGUA DEI SICULI.

Dal momento che il toponimo Calatino è preesistente all’arrivo degli Arabi in Sicilia, documentato in epoca romana, e noi siamo propensi ad attribuirne il conio ai Sicani che, come affermato altrove, parlavano una lingua agglutinante, proprio come nel tedesco attuale, riconducibile al proto germanico, riteniamo che il toponimo sia formato dall’unione dei lessemi Kalla, acht, inna, che tradotto verbum pro verbo significa chiamare, azione, dentro. La libera traduzione da noi effettuata lascerebbe intendere che il luogo fosse stato scelto come il più idoneo per una chiamata a raccolta del prisco popolo siculo per condurre una azione bellica rivolta contro lo straniero invasore, il quale, in questa occasione, indossava la toga  romana, ma, in altra occasione, potrebbe essere stato incarnato dall’elemento greco e,  ancora in precedenza, da quello cretese come, ripercorrendo la storia, si evince dal tentativo perseguito da Minosse di conquistare l’isola, e chissà quanti altri popoli non documentati dalla storiografia antica, provarono con la forza, prima di questi, a mettere radici nell’atavico suolo siciliano.

DUCEZIO E LA LINGUA DEI SICANI.

Quanto affermato fin qui, farebbe emergere che il verbo protogermanico Kalla, chiamare, (si noti che in greco antico καλέω significa chiamare, fare venire, invitare, invocare [GI Loescher-Montanari]) nella sua accezione di chiamata a raccolta, afferente alla sfera semantica bellica, sarebbe diventato nel tempo un sinonimo di fortezza, un luogo in cui avveniva la chiamata alle armi o urlo di guerra, il kalat (il nome arabo khaled potrebbe derivare da Kalla gridare, ed essere stato apposto quale soprannome. Infatti, il condottiero arabo Khaled-ibn-Walid, come afferma lo storico M. Amari, “soleva correre per le file dei musulmani esortandoli” levando il grido di Akbar Allah). La fortezza naturale costituita da colline scoscese, di per sé di difficile accesso, venendo ulteriormente fortificata con opere architettoniche militari, diventava inespugnabile come nel caso di Monte Adranone, per la cui via perfino la potente macchina militare romana dovette arrestarsi. Abbandoneremo, a motivo della farraginosità dell’esposizione della tesi a cui saremmo costretti, il tentativo di spiegare la derivazione dal verbo Kalla del verbo siciliano calare, il quale  indica  un univoco procedere di qualcuno o qualcosa dall’alto verso il basso e che potrebbe essere ricondotto all’azione del discendere degli eserciti siculi dalle loro fortezze collinari, per soffermarci su ciò che riferisce Diodoro sulle operazioni belliche condotte dal grande condottiero Siculo Ducezio. Il Duce, che era nato nel Calatino, a Mene, l’attuale città di Mineo, come afferma Diodoro siculo nella seconda metà del V sec. a. C., rientrato dall’esilio in cui si era recato a causa della disfatta subita  dopo l’abortito tentativo di recuperare i territori siculi erosi dai Greci, fonda sulla costa tirrenica, in un territorio interamente siculo, nel quale la lingua parlata era il siculo, la città, ma sarebbe più esatto definirla fortezza, di kale’ Acte (se il nostro eroe siculo  avesse aggiunto al toponimo  l’aggettivo inna, avremmo avuto calactinna ovvero Calatino). Le caratteristiche del paesaggio dove Ducezio fonda la sua fortezza, sono simili a quelle del Calatino:  numerose colline difficilmente scalabili che si trovano a protezione della costa. Sulla base del toponimo apposto dal Duce alla sua fondazione, potremo spingerci a tentare la traduzione del toponimo Calatabiano, un borgo della provincia messinese, suddividendo lo stesso nei seguenti lessemi: Kale-acte-binden ovvero, avvalendoci della lingua proto germanica che, come già affermato riteniamo simile alla sicana e alla sicula, chiamata-azione-legare o stringere. Non può passare inosservata la descrizione che Diodoro nel libro V, 42 della sua opera, fa dell’Arabia: in essa molti erano i villaggi e le città costruite sulle colline, afferma lo storico di Agira. Kahl, nella lingua tedesca significa pure calvo, parete nuda, privo di foglie, termine che se si potrebbe adattare alle colline arabe, sarebbe inappropriato per quelle siciliane dove sorgevano i villaggi fortificati presi in esame in quanto la flora vi cresceva rigogliosa. Come si può notare, pur con trascurabili varianti lessicali, i toponimi riconducono ad una semantica afferente al concetto di azioni militari atte a liberare i territori atavici dagli invasori stranieri che, al tempo di Ducezio, assumevano le sembianze dei tiranni greci. Cercheremo adesso di comprendere se il termine sicano  kalat, possa essere passato dal vocabolario bellico occidentale a quello Arabo.

QUANDO GLI ARABI ERANO BIONDI

Gli Ittiti potrebbero essere considerati gli antichi progenitori degli attuali Turchi dal momento che li troviamo insediati in Anatolia fin dall’età del bronzo. Lo studioso  Hronzny, nel 1915, imbattutosi in alcune tavolette ittite scritte in cuneiformi, fu in grado di  tradurle avvalendosi dell’antico alto tedesco (ata). Infatti, l’archeologo noto’ che sulle suddette tavolette appariva inciso in caratteri cuneiformi il termine ‘ezzateni’. Non sfuggì al ricercatore la somiglianza del vocabolo ittita con il termine ‘ezzan’ dell’antico alto tedesco, corrispondente al tedesco moderno essen, mangiare. Si aggiunga al singolare ritrovamento di Hronzny che la Galizia, regione turca che deve il suo nome all’insediamento dei Galli nel III sec. a. C., mantenne  il galato quale lingua germanica  fino al IV sec. della nostra era. Non può ancora passare inosservato, che nel nord della Francia, sul punto più stretto del canale della Manica, luogo passato indenne dalla dominazione araba, vi è la cittadina di Calè che già i romani chiamavano Caletum. Lo storico greco Erodoto, V sec. a. C., a sua volta, ci mette a conoscenza che nella Persia assoggettata da Ciro, nel VI sec. a. C. vi era una regione abitata dai Germani. L’imperatore Augusto, sconfitta la regina Cleopatra, come afferma Giuseppe Flavio in ‘Antichità Giudaiche’, fa dono a Erode, della guardia personale appartenuta alla regina egiziana, formata da quattrocento Galli. Per motivi di sintesi rimandiamo i lettori al nostro saggio ‘Il paganesimo di Gesù’ fruibile gratuitamente nel sito miti3000. eu, per dimostrare le origini nord europee dei Filistei. E a proposito della Palestina, Diodoro siculo nel libro III, 42 fa riferimento ad una esplorazione del golfo arabico da parte di Marino Aristone inviato dal macedone Tolomeo generale del grande Alessandro. L’esploratore dopo aver elevato un tempio a Poseidone nei pressi del golfo che chiama Poseidone, incontra in Palestina la tribù dei Gerei cioè dei lancieri, dal germanico ‘ger’ lancia, come dimostrato nel saggio di cui sopra. Questa tribù, dall’evidente nome germanico, citata nell’Antico Testamento, è quella che darà il nome di Gerusalemme (ger-usa-lemm) alla città conquistata da Davide che prima si chiamava Gebusch ovvero cespuglio, boscaglia in tedesco. In Palestina in particolare, rispetto al resto della civiltà araba, la popolazione faceva uso di un lessico, come dimostrato nel nostro saggio, facilmente riconducibile alla lingua germanica, traducibile tenendo conto della funzione sociale svolta dagli individui o per le caratteristiche in loro più evidenti: l’appellativo battista, per esempio, apposto al noto profeta biblico, deriva dal germanico ‘bad’ bagno, con il significato di colui che immerge; Salomone da sal, sale, e mn, mente e infatti il re era noto per i giudizi che, quale giudice saggio, elargiva ai sudditi che si rivolgevano a lui per dirimere le loro controversie; si potrebbe continuare a lungo con gli esempi. Ancora, l’Arabia, fino all’avvento di Maometto era politeista. Quando i Musulmani conquistano l’isola di Rodi nel 650, vi trovano ancora intatta la statua di Apollo e il suo culto, statua che viene distrutta proprio in quella occasione. L’Amari, mette in evidenza che le prime incursioni arabe in Sicilia, arrivavano dal nord Africa in cui erano ancora evidenti i segni etnici e culturali delle genti germaniche che recentemente, sotto il nome di Visigoti, ma che gli Arabi chiamavano Franchi, l’avevano invasa. Si evince, dunque, dalle poche citazioni sopra riportate, che la presenza di popolazioni nord europee era continua ed espansa in Medio Oriente fin da epoche antichissime. Ci perdonino i lettori la tediosa digressione, ma essa è servita per rendere comprensibile quanto affermato dal più autorevole storico siciliano che studiò il periodo musulmano in Sicilia, Michele Amari. Lo storico afferma che nel VII secolo, quando gli Arabi iniziano la loro espansione verso l’ occidente, la penisola arabica era divisa in due “schiatte” parlanti due lingue: “l’una delle quali analoga all’arabo e l’altra no”. Lo storico, che per accedere direttamente alle fonti originali imparò la lingua araba, descrive poi la società beduina le cui norme sono sovrapponibili a quelle in vigore tra i clan del nord Europa che abbiamo imparato a conoscere a partire da Cesare e ancor più in epoca vichinga. Alla luce delle righe tracciate fin qui, crediamo non apparire peregrina la tesi secondo la quale alcuni vocaboli europei, kalat sarebbe uno di questi, possano essere  transitati nel lessico arabo per ritornare, leggermente modificati.

Ad majora.

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