Adrano: il dio che i romani temevano.

Con la morte di Gerone II tiranno di Siracusa, avvenuta nel 216 a. C. alla veneranda età di novant’anni, cessa il lungo periodo di pace fra le città sicule. Pace garantita, fino ad allora, dalla lungimirante politica del tiranno a cui viene successivamente attribuito, per meriti acquisiti sul campo, il nuovo titolo di re. Gerone, dopo un breve braccio di ferro, aveva stipulato un’alleanza con i Romani arrivati nell’isola nel 263 a. C. invitati dai Mamertini di Messina. Con quella alleanza si erano stabiliti fra il Senato romano e Gerone, reciproci rapporti di fedeltà e lealtà. La morte di Gerone, arrivò poco dopo la peggiore sconfitta che i Romani avessero subito ad opera dei Cartaginesi: quella di Canne. Appena un anno prima di Canne, nel 217 a. C., le legioni erano state decimate prima nel Ticino e subito dopo al Trasimeno.

Gelone

Adesso, l’incauto erede di Gelone, Geronimo, non raccogliendo le accalorate raccomandazioni a lui indirizzate sul letto di morte dal nonno, cioè di mantenere la pace con i Romani, stipula una innaturale alleanza con quel popolo che tutti i suoi antenati avevano sempre e fortemente combattuto: i Punici. Il nuovo fronte siciliano si dimostrava oltremodo difficoltoso per i Romani, infatti come afferma lo storico romano T. Livio (XXIV, 35), tutta la Sicilia era passata dalla parte dei Punici. I Romani, avendo una certa dimestichezza con le cose sacre, attribuirono la inarrestabile potenza delle armi sicule, alla protezione che offriva loro la divinità sicula chiamata Adrano. I Decemviri avevano ben compreso, che l’Avo sicano rappresentava l’equivalente dell’Avo latino e con questo condivideva una caratteristica in particolare che metteremo in evidenza più avanti. L’unica differenza nel nome che designava le due divinità, consisteva nell’ aggettivo che, anteposto al sostantivo, indicava le rispettive caratteristiche: furioso (Odhr) quella dell’Avo siciliano, sensitivo, percettivo, rapido (Jah) quella dell’Avo latino. Ma entrambi, attraverso l’utilizzo del sostantivo Ano (Avo) indicavano il comune antenato primordiale. Quanto affermiamo, trova riscontro nel momento in cui i Romani, venuti a contatto con il mondo greco, compresero che nella primordiale divinità greca Ur-Ano, si celava la corrispettiva divinità latina Jah-Ano. Effettuata la dovuta comparazione, i Romani non ebbero difficoltà ad accettare e far propria la teogonia greca.

Messina – Fontana di Poseidone. Giov. Ang. Montorsoli

In Sicilia, gli studiosi di cose sacre romane, i Decemviri, osservarono che il dio siculo Adrano, tra le altre, aveva una caratteristica particolare che lo accomunava al Dio latino Giano e che era proprio quella a rendere invincibili i nemici: il furore del Dio, si materializzava sui campi di battaglia ogni qualvolta venivano aperte le porte del suo tempio. Ciò, come era riportato negli annali dell’isola, raccolti da Plutarco per essere utilizzati nella sua opera che ricostruiva la vita e le imprese di Timoleonte, era avvenuto, con successo, nel 344 a. C., epoca in cui, il furore del Dio si risolse con la cacciata di tutti i tiranni greci dall’isola. Ma i Romani, sapevano trovare la soluzione per ogni problema. Nel 398 a. C., infatti, avevano risolto un caso simile: avevano “convinto”, attraverso un rito di “evocazio“, con lusinghe, la dea Giunone ad abbandonare la protezione accordata agli abitanti di Veio. Il caso siciliano, prevedeva un diverso accorgimento: preso coscienza della incorruttibilita’ dell’Avo sicano, i Romani intendevano mettere in atto uno stratagemma, quello di erigere una muraglia tutt’ attorno al tempio della divinità sicula Adrano ( Diodoro siculo XXIV, 38).

Giano bifronte, da Vulci. II sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

La muraglia, quale ostacolo frapposto, avrebbe dovuto impedire al furore del dio di propagarsi per l’isola e scendere, egli stesso in campo, al fianco dei Siculi. Per mettere in atto lo stratagemma, era necessario conquistare, prima fra tutte le altre, la città che ospitava il tempio e la statua dell’Avo divino: la città di Adrano. Marcello concentra tre legioni sotto le ciclopiche mura che cingevano la città naturalmente fortificata con le sue alte rocche. La città dell’Avo, però, non resistette a lungo alla più potente macchina bellica dell’antichità. Penetrati nella città sacra, i Romani mettono in atto lo stratagemma, forse sarebbe più esatto definirlo rito, impedendo altresì ai sacerdoti Adraniti, a partire da quel momento, di esercitare pubblicamente il culto dell’Avo, i sacerdoti avrebbero, però, potuto continuare ad esercitare il ministero privatamente. Superstizione, magia, rito?

Tucidide

Per dirla con Tucidide, ognuno si faccia una propria opinione, di fatto accade che, poco dopo la presa di Adrano, tutte le città sicule alleate, si arrendono ai Romani e la stessa Siracusa cade, anche se a causa del tradimento di un cittadino della polis, di nome Soside, assieme al suo più temibile difensore, lo scienziato Archimede. É l’anno 211 a. C., potremmo prendere questa data, come punto di riferimento per immaginare l’inizio della decadenza del culto plurimillenario tributato all’Avo Adrano. Infatti, Diodoro che mette per iscritto le sue storie circa un secolo e mezzo dopo i fatti appena esposti, mostra tutta la sua ignoranza riguardo al tempio del Dio Adrano e al culto in esso celebrato. Eliano, che nel II secolo della nostra era, scrive un trattato sui comportamenti degli animali, nel citare la divinità e la città che ospitava il culto, si rifà a Ninfodoro, vissuto intorno al III sec a. C. Da Eliano, interessato soltanto a studiare il comportamento dei cani, in numero di mille, che facevano da guardia al tempio dell’Avo, non si ricavano informazioni utili sulle caratteristiche del culto esercitato, né alcuna descrizione dell’architettura templare o della statua dell’avo divino. É altresì probabile, che non avendo mai messo piede in Sicilia, né tanto meno in Adrano, Eliano non sapesse, se il tempio di Adrano esistesse ancora nel momento in cui, egli metteva per iscritto i risultati delle sue indagini.

DOVE È FINITA LA STATUA DELL’ AVO ADRANO?
Della statua che nel 344 a. C. si sarebbe animata per scendere in battaglia, al fianco dei propri adoratori, non si ha più notizia. Nel 71 a. C., essa non si trovava neppure nel santuario di Adrano, poiché, in caso contrario, non si sarebbe salvata dalle grinfie del famigerato Verre, il qule dal 73 al 71 a. C., anni che lo videro pretore nell’isola, non ebbe riguardo né per i mortali, né per gli immortali. Nessuna opera d’arte, o perché essa, si trovasse fra private pareti domestiche o fra quelle sacre di un tempio, ebbe scampo alla sua ingordigia. È possibile che la statua, non si trovasse più ad Adrano dall’anno dell’assedio, avvenuto ad opera del console Marcello tra il 212 e il 211 a. C. Gli Adraniti, infatti, in quella occasione, maturarono la certezza che le legioni sarebbero riuscite ad abbattere le poderose mura ciclopiche e messo a ferro e fuoco la città dopo aver espoliato il tempio dei suoi ori, e, forse, distrutto la statua. Nel tentativo di scongiurare una tale profanazione, trasferirono la statua, con al seguito i sacerdoti addetti al culto, nella più sicura Siracusa, nell’isolotto della inespugnabile Ortigia. In effetti, come attestato dagli eventi successivi, Siracusa soccomberà soltanto a causa, come già affermato, del tradimento di un cittadino siracusano e non per l’assedio in corso. Nel tentativo di ricostruire quegli eventi, ci viene in soccorso Cicerone, il quale ci mette a conoscenza della presenza a Siracusa, della statua di una divinità, quella sì, predata dal pretore, raffigurante una divinità in atteggiamento guerriero, tanto che l’avvocato la definisce Giove imperatore, titolo che a Roma era inesistente per indicare Giove, in quanto nell’urbe non esisteva nessuna statua così definita, ma il termine utilizzato dall’avvocato, serve a rendere plastica l’immagine di una statua in atteggiamento da guerriero, non solo, ma la statua avrebbe, certamente, brandito una lancia, in quanto, nel campo semantico indoeuropeo, la lancia indicava, per antonomasia, il simbolo dell’ imperio.

Cicerone. Musei Capitolini

La divinità descritta da Cicerone, era fortemente venerata dai siculi, egli la chiama col generico nome di Urio. Per comprendere il significato del termine Urio, dobbiamo fare ricorso alla lingua sicana, che noi, in altri studi, abbiamo dimostrato essere stata una delle lingue indoeuropeo, affine a quelle che, ancora oggi, si parlano nel nord Europa. In antico alto tedesco ur significa antico, primordiale. Dunque, l’ aggettivo ur utilizzato dai siculi che abitavano a Siracusa, stava ad indicare la divinità sicula per eccellenza, l’antico per antonomasia, equiparabile al greco Ur-Ano. Ma quale divinità, in Sicilia, per i Siculi, poteva essere più antica di quella dell’Avo primordiale Adrano? Cicerone, nel corso del processo intentato a Verre, ricorda ai giudici che presiedono al processo, che Verre aveva strappato ai Siciliani, la statua più antica, tra le tre esistenti nelle regioni del Mediterraneo: la Macedonia, il Ponto Eusino e la Sicilia. Ma poiché in Sicilia il culto più antico era quello tributato ad Adrano, ecco che quella statua non poteva che rappresentare l’Avo dei Sicani. Un particolare non indifferente, passato inosservato fin ora, potrebbe rappresentare un’ulteriore tassello per aver chiara la visione dell’intero puzzle: nel 211 a. C. appare tra gli aristocratici imparentati con la casa regnante di Siracusa, un certo Adranodoro. Questi è il cognato del tiranno Geronimo. Alla morte di Geronimo, Adranodoro ne prende il posto. Il prediletto del dio Adrano, questo è il significato del nome Adranodoro, potrebbe essere stato, in realtà, un sacerdote venuto al seguito della statua dell’Avo, trasportata da Adrano a Siracusa, perché il rito celebrato in onore all’Avo, non venisse interrotto. La dignità di pontefice massimo, avrebbe introdotto Adranodoro a corte, e qui, il pontefice avrebbe trovato moglie nella persona della sorella dell’erede al trono, Geronimo. Adranodoro, a corte, dopo la morte di Geronimo, nella sua “elezione” a nuovo tiranno, avrebbe certamente trovato appoggio nella componente autoctona dei Killiroi, che, dopo il colpo di stato effettuato dall’esule greco Archia, accolto amichevolmente da Iblone oltre cinque secoli prima, era rimasta all’opposizione politica, formando il partito dei democratici, partito che sempre si oppose ai tiranni di Siracusa. Anche la definizione di Giove Etneo, fornita da Diodoro siculo, per indicare la divinità sicula che i Romani avrebbero confinata dietro la muraglia, come già esposto in precedenza, rimanda ad un campo semantico del primo livello nel pantheon siciliano.

Plutarco

Anche la definizione fornita da Cicerone, per descrivere la statua della divinità sicula, Giove Imperatore, come affermato sopra, rimanda alla descrizione che fa Plutarco della statua di Adrano, armato, a propria volta, di lancia, la quale, ribadiamolo, nel simbolismo indoeuropeo, rappresentava lo strumento bellico che sancita il possesso del l’imperio. Poiché l’avido pretore, trasferiva a Roma il frutto delle sue ruberie, e rivendeva le statue agli aristocratici, per ornare le proprie ville, non sarebbe da escludere la possibilità, che la prestigiosa statua dell’Avo sicano, sia ancora seppellita in una di quelle prestigiose ville romane. Guidi, il dio, la mano del vangatore, perché egli scelga di tornare, con ciò che lo rappresenta, alla propria dimora, dove è fortemente atteso.

Ad majora.

Dove è finito il tempio dell’avo Adrano?

Chiesa Madre
Chiesa Madre

La tradizione orale giunta fino a noi vuole che le dodici colonne del tempio del Dio, ma sarebbe più corretto tradurre il teonimo con Avo, Adrano, siano inglobate nell’edificio in cui viene officiate il culto cristiano, l’attuale Chiesa Madre. Esse sostengono le navate della prestigiosa chiesa edificata durante il XII sec. per volontà della contessa Adelicia, nipote del gran conte Ruggero di Altavilla.
La Chiesa Madre sorge, rispetto alla antica città circoscritta dalle poderose mura ciclopiche, riprodotta con un grandioso plastico esposto presso i saloni del Circolo Democratico ubicato nella centralissima piazza San Pietro, nel luogo più alto di essa, perfettamente in linea con le abitudini degli antichi, che ponevano i templi degli dei patri nel luogo più alto della città, detto acropoli. Così fecero i Romani con il tempio di Giove capitolino; i Greci con quello di Atena e gli esempi potrebbero continuare. Che il tempio dell’Avo sicano si trovasse dentro, e non fuori le mura dell’antichissima città di Adrano, lo conferma un passo di Eliano che, a sua volta, si rifà a Ninfodoro e, indirettamente, Plutarco che, scrivendo della ‘vita di Timoleonte’ , definisce sacra la città che ospita il tempio, aggettivo che sarebbe stato utilizzato impropriamente dall’attento storico greco se, come ha sostenuto qualcuno, il tempio fosse stato edificato in aperta campagna, fuori le mura. Per i Romani tutto ciò che ricadeva fuori il pomerio, per esempio, perdeva di interesse, non era per loro appetibile.

Adrano – Mura ciclopiche

Che il tempio dell’Avo Adrano possa essere stato inglobato nell’attuale Chiesa Madre lo si deduce, tra l’altro, dalle subentranti abitudini cristiane di riconvertire, secondo l’editto di Efeso, gli antichi edifici in cui si praticavano culti pagani, in chiese. Così avvenne per il prestigioso tempio di Atena ubicato nella piazza centrale di Ortigia a Siracusa; per quello di Apollo su cui fu edificato il monastero di Montecassino; per quello di Dioniso su cui sorse la cattedrale di Catania e gli esempi potrebbero continuare fino a tediare il lettore. Ci chiediamo: farebbe eccezione soltanto il tempio di Adrano? Soltanto esso farebbe eccezione alla pratica attuata con il permesso di S. Agostino prima e la benedizione, successivamente, di Gregorio Magno? Dopo l’affermazione, sancita nel 325 con il concilio di Nicea, del nuovo culto proveniente dalla Palestina, inizia una operazione di riconversione e riutilizzo dei luoghi di culto che giungerà, alla fine del primo millennio della nostra era, a non fare più rimanere inpiedi un solo menhir, un solo dolmen, e a soffocare gli urli paurosi dei popoli germanici che, come afferma Tacito, tanto terrore incutevano alle legioni, quando scendevano in battaglia, per indurli a recitare i sonnolenti canti gregoriani.

FINE DI UN CULTO MILLENARIO.

Del culto esercitato nei confronti dell’Avo Adrano, attraverso le poche righe riportate da Plutarco, ben poco si evince se non il fatto che la caratteristica principale che distingueva la divinità sicana, fosse di natura guerriera in una visione del mondo patriarcale quale era quella posseduta dalla grande famiglia indoeuropea, di cui i Sicani facevano parte. Nel 214 a. C., dopo cinquant’anni di benessere economico e pace sociale, ottenute grazie agli ottimi rapporti instaurati tra il tiranno di Siracusa Gerone II con i Romani che occupavano l’isola fin dal 263 a. C., con la morte del tiranno, la vetusta è sacra città di Adrano, che faceva parte del regno affidato da Roma a Gerone II, inserita come clausola per le condizioni di pace stipulate nel 263 a. C. si ritrova, suo malgrado, dalla parte sbagliata. Era infatti accaduto, che il figlio di Gerone II, preso il potere, aveva dichiarato guerra ai Romani, stipulando una innaturale alleanza con i Cartaginesi. In questa fase la città di Adrano subisce la stesa sorte di Siracusa, verrà distrutta e depredata dalle legioni del console Marcello. Narrando questi eventi, Diodoro siculo fornisce un importante contributo alle nostre ricerche.

Statuetta in bronzo. Museo di Adrano.

Lo storico greco di Agira scrive: “Il Senato (romano) paventando l’ira degli Dei, consultati i libri sibillini, pensò di dover mandare in Sicilia alcuni del collegio dei Decemviri. I quali avendo girato per tutta l’isola, consacrarono con certe cerimonie e sacrifici gli altari dedicati a Giove Etneo (leggi Adrano); e fattovi intorno una muraglia, ne chiusero l’adito a tutti, eccettuato quelli che delle singole città erano soliti ad essere mandati a quegli altari, onde farvi, secondo l’uso dei loro maggiori i sacrifici patrii“. Benché questo frammento appaia oscuro, essendo mancante delle motivazioni che portarono il Senato romano a deliberare un atto tanto grave, esso appare animato di nuova luce se lo si integra a quanto afferma Tito Livio, scrittore molto attento alle questioni religiose. Egli, riferendosi alla strage di innocenti perpetrata a Enna a causa di Pinario un legionario di stanza, con i propri uomini, nella città sacra a Cerere, afferma: “La notizia di quella strage quasi in un sol giorno percorse tutta la Sicilia, poiché essa era stata compiuta in una città situata nel mezzo della Sicilia, famosa per la sua naturale fortificazione: città dove tutto era sacro, poiché là era vivo il ricordo della leggenda di Proserpina. I Siciliani ritenevano infatti che con quella ignobile strage non era stato profanato soltanto un Lugo sacro abitato da uomini, ma anche da dei – T. Livio, storia di Roma LXXIV”. Da questo punto potremmo fare continuare Diodoro: E “Il Senato, paventando l’ira degli dei, consultati i libri (…) fattavi intorno una muraglia (…)”. Se, come affermiamo, il tempio si trovasse nel sito della Chiesa Madre, allora potremmo anche sospettare che la muraglia a cui fa riferimento lo storico di Agira, sia quella che si trova a poche decine di metri dalla chiesa in questione, all’ingresso del castello normanno, sotto il pavimento di questo, visibile e protetta da una teca di vetro, muraglia la cui presenza non è stata giustificata dagli studiosi.

Ad majora.

Rifugio Cassataro

LE PITTURE RUPRESTI DEL RIFUGIO CASSATARO
Pitture su roccia del rifugio Cassataro

Le immagini dipinte in ocra rossa nelle pareti della roccia di arenaria del cosiddetto “Rifugio Cassataro” rappresentano, ancor oggi, un enigma per gli studiosi che non riescono a stabilire né a quale epoca esse risalgano né cosa rappresentino. Figure antropomorfe e reticolari s’imprimono nelle pareti di questa roccia di calcare che sembra poggiata a un’altra roccia in modo da formare un antro con due aperture. Il sito dista circa tre chilometri dalla Valle delle Muse e entrambi si trovano lungo gli argini del fiume Simeto, ubicati in luoghi di grande suggestione. La valle delle Muse si trova sul lato sinistro del fiume mentre il rifugio rupestre sul lato destro. Sacra, tradizionalmente, è definita la valle delle Muse attraversata dalle sorgenti, anch’esse dette “SACRE”, delle FAVARE; sciamanica potrebbe esser stata la pratica esercitata nel Rifugio Cassataro, vista la sua caratteristica apertura a forma di utero materno, simbolo di uno stadio fetale e veicolo di una regressione a un mondo primigenio.

Rifugio Cassataro. veduta dell’interno.

Il “De Divinazione” di Cicerone fornisce altri possibili suggerimenti circa le destinazioni del sito: il luogo, posto fuori dal centro abitato, poteva esser luogo di meditazione per principi, re o sacerdoti che si accingevano a imprese significative; anche le immagini nella roccia potrebbero esser state tracciate nel corso delle fasi estatiche.

THE ROCK PAINTING OF THE “CASSATARO” SHELTER
Altra veduta del rifugio.

  The red painted images in the walls of the sandstone of the so called “Cassataro” shelter represented, even today, an enigma for the scholars. They are not able to know in which period they date back and what they mean. This limestone seems to be sitting on another stone, creating a cave with two gaps. In the walls of the limestone there are anthropomorphic and reticular figures. The place is about 3 kilometers from the valley of the Muses and both stay down the “Simenon” riverbanks, very suggestive places. The valley of the Muses is to the left of the river and to the right of the shelter. Traditionally defined sacred, the valley of the Muses is crossed by sacred “Favre” sources. Probably in the “Cassataro” shelter was practiced a shamanic rite, because it had a gape with the shape of a mother’s womb, symbol of a fetal stage.

Ulteriore veduta del rifugio.

The “De Divinatione” of Cicerone gives other details about the destinations of the location: the place, outside the residential area could be a place of meditation for priests, princes and king, ready for important challenges, also the images of the rock could be painted during the ecstatic stages.

Francesco Branchina

Percorso iniziatico nella Valle delle Muse

LA VALLE DELLE MUSE
PERCORSO SACRO – INIZIATICO
Valle delle Muse.

La Valle delle Muse si trova a 3 KM dal centro abitato di Adrano e ne costituisce l’area sacra fuori le mura. La Toponomastica, le fonti letterarie (Virgilio, Eneide, l. IX), l’epigrafe incisa sul duro basalto di una fonte, di cui sono state effettuate alcune traduzioni, lasciano presumere che l’area fosse stata utilizzata dai sacerdoti come luogo di culto in onore dei due gemelli divini, detti “Palici”, figli del dio Adrano; è anche lecito supporre che fosse sede di un percorso iniziatico per i neofiti. In questo probabile percorso iniziatico, si possono individuare quattro tappe o stazioni con le ipotetiche interpretazioni sotto riportate.

Fonte acqua scura.

La prima stazione, in cui scorreva una fonte d’acqua detta “scura”, consisteva in un luogo di meditazione. La fonte scaturiva dalla base di una roccia lavica alta una decina di metri e si raccoglieva in un laghetto molto profondo, tanto da conferire all’acqua il caratteristico colore scuro. Essa simboleggiava la vita profana che il neofita doveva lasciarsi alle spalle. La seconda stazione riguardava un’altra fonte, detta di “acqua chiara”, dove il neofita doveva meditare ancora, ascoltando il gorgoglio delle acque che scaturivano dalla base di una roccia lavica e cogliendo nel loro “chiaccherio” la voce del divino, così come avveniva nel santuario di Dodona dell’antica Grecia, dove i sacerdoti Salii interpretavano la volontà divina ascoltando il rumore delle foglie di una quercia mosse dal vento. Le medesime caratteristiche si riscontrano nel tempio di Giove presso Terracina (Lazio).

Fonte acqua chiara.

Qui, furono create delle adeguate aperture attraverso cui il vento, sibilando, riproduceva la voce del divino opportunamente interpretata dai sacerdoti. Nella terza tappa, il neofita si recava presso gli scranni delle Muse, nove sedili intagliati in una grande roccia di arenaria, dove nove sacerdoti, ispirandosi a una delle nove Muse, avrebbero atteso e interrogato il futuro discepolo circa il messaggio divino colto nel gorgoglio delle acque. Se le risposte dell’aspirante allievo erano considerate idonee dai nove sacerdoti, il neofita era introdotto presso l’ara degli dei Palici, che rappresentava l’ultima tappa, dov’era celebrato un sacrificio di ringraziamento ai due gemelli divini. L’ara era costituita da due vasche comunicanti, intagliate nella grande roccia di arenaria che, come un’isola, emergeva dal greto del fiume.

THE VALLEY OF THE MUSEs
SACRED INITIATION
Scranni delle Muse.

The valley of the Muses is 3 kilometers from the residential center of Adrano and represents the sacred area outside the walls. The place name, the literary sources (Virgil, Aeneid, l. IX) the epigraph carved into the hard basalt which has been translated, suggest that the area was used by the priests as a place of worship in honor of the divine twins, called “Palici”, children of the god Adrano. It is assumed that it was the initiation place for neophytes.

Ara dei Palici, foto degli anni 60.

In this initiation procedure there were four stages. The first stage, where a spring of water called “dark” flows, was a place of meditation. The water sprang from the base of a lava rock ten meters tall and formed a deep lake. The lava rock gave the water its characteristic color and symbolized the profane life that the neophyte had to leave behind. The second stage concerned another spring of water, called “clear water” , where the neophyte had to meditate again, listening to the gurgling of the water, that came from the base of lava rock, and interpreting it as a divine voice as happened in the “Dodona” sanctuary, in Ancient Greece.

Ara degli dei Palici.

The “Salii” priests interpreted the divine will, listening to the sound of the leaves of an oak tree in the wind. The same features are in the temple of Jupiter in “Terracina” (Lazio). There were some appropriate openings through which the wind reproduced the divine voice. It was properly interpreted by the priests. In the third stage the neophyte went to the Muses benches, nine chairs carved out of a big rock of sandstone. Inspired by one of the nine Muses, nine priests waited for a divine message from the gurgling waters and questioned the future disciple. If the answers that this disciple gave were considered appropriate by the nine priests, the neophyte was taken to the altar of the gods “Palici” which represented the final stage where he was made to thank the divine twins. The altar was made of two connecting vats that cut out of the big sandstone rock which emerged from the riverbed like an island.

Francesco Branchina