{"id":2125,"date":"2026-02-17T17:52:46","date_gmt":"2026-02-17T17:52:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.adranoantica.it\/?p=2125"},"modified":"2026-03-06T17:41:39","modified_gmt":"2026-03-06T17:41:39","slug":"i-racconti-del-focolare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.adranoantica.it\/?p=2125","title":{"rendered":"I RACCONTI DEL FOCOLARE"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong>RACCONTI BREVI DELL&#8217;ADRANO CHE FU<br \/>\nPREFAZIONE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l\u2019attenzione di un pubblico pi\u00f9 vasto, si propongono di dare visibilit\u00e0 a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. A partire dal lontano 480 a.C., quando l\u2019esercito, al contempo militare e religioso, noto come anfizionia e posto a guardia del tempio del dio Adrano, determin\u00f2 con il suo apporto la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Imera (Diodoro Siculo). Tale vittoria<br \/>\nimpose ai vinti non risarcimenti di guerra, come era costume, bens\u00ec regole etiche volte a impedire i sacrifici umani che quel popolo praticava in onore delle loro divinit\u00e0 infere. Alla luce di ci\u00f2, riteniamo nostro dovere fungere da ponte tra le generazioni passate e quelle<br \/>\nfuture, affinch\u00e9 queste ultime possano raccogliere l\u2019eredit\u00e0 etica delle prime.<br \/>\n<strong>LE EPICHE GESTA<\/strong><br \/>\nI racconti qui proposti ai cittadini adraniti, sono stati a propria volta, a noi raccontati da alcuni di loro, o perch\u00e9 li vissero in prima persona o perch\u00e9 li appresero dai propri cari e dagli anziani del quartiere durante la loro fanciullezza. Noi, non volendo perdere l\u2019occasione di celebrare gli Avi adraniti, aggiungiamo del nostro, secondo ci\u00f2 che ci \u00e8 pervenuto da fonti ormai cos\u00ec lontane dai tempi nostri, tanto da non<br \/>\npoter essere confermate tramite un approccio scientifico, erroneamente da taluni cos\u00ec inteso ( infatti le tradizioni orali, il folclore locale, la toponomastica ecc. per quanto esulino dall\u2019approccio cos\u00ec detto scientifico, non applicabile ad un ordine di natura extra fisica, della<br \/>\ncultura dei popoli, delle credenze che hanno sempre condizionato lo svolgersi della storia, entrano con diritto nel metodo multidisciplinare che il ricercatore deve tenere in alta considerazione) poich\u00e9 nessuno, prima di noi, ebbe cura di vergare sulle nobili pagine della storia o della cronaca locale. Ma poich\u00e9 ci vantiamo di aver avuto nobili maestri narratori quali Omero, Erodoto, Tucidide, Polibio e altri ancora, diremo di volta in volta ci\u00f2 che \u00e8 narrazione popolare, ci\u00f2 che pu\u00f2 essere riscontrato su fonti certe e ci\u00f2 che \u00e8 esperienza diretta del narratore.<br \/>\nCi auguriamo che il cittadino adranita, quello cio\u00e8 che noi riteniamo aborigeno di sicana schiatta, possa trarre beneficio del nostro lavoro, e che, prima d&#8217;ogni altra cosa, possa prendere coscienza di quale corredo cromosomico egli sia portatore, rimembrando che egli ha la fortuna di calpestare il sacro suolo che un primordiale Antenato, appellato Adrano, onorato in tutta l\u2019isola, scelse come propria dimora, e del quale egli, dico l\u2019Adranita, debba ritenersi consustanziale.<\/p>\n<p>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>I RACCONTI DEL FOCOLARE<\/strong><\/p>\n<p><strong>RACCONTI BREVI DELL&#8217;ADRANO CHE FU<\/strong><\/p>\n<p>PREFAZIONE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l\u2019attenzione di un pubblico pi\u00f9 vasto, si propongono di dare visibilit\u00e0 a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. A partire dal lontano 480 a.C., quando l\u2019esercito, al contempo militare e religioso, noto come anfizionia e posto a guardia del tempio del dio Adrano, determin\u00f2 con il suo apporto la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Imera (Diodoro Siculo). Tale vittoria impose ai vinti non risarcimenti di guerra, come era costume, bens\u00ec regole etiche volte a impedire i sacrifici umani che quel popolo praticava in onore delle loro divinit\u00e0 infere. Alla luce di ci\u00f2, riteniamo nostro dovere fungere da ponte tra le generazioni passate e quelle future, affinch\u00e9 queste ultime possano raccogliere l\u2019eredit\u00e0 etica delle prime.<\/p>\n<p><strong>LE EPICHE GESTA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I racconti qui proposti ai cittadini adraniti, sono stati a propria volta, a noi raccontati da alcuni di loro, o perch\u00e9 li vissero in prima persona o perch\u00e9 li appresero\u00a0dai propri cari e dagli anziani del quartiere durante la loro fanciullezza.\u00a0 Noi, non volendo perdere l\u2019occasione di celebrare gli Avi adraniti, aggiungiamo del nostro, secondo ci\u00f2 che ci \u00e8 pervenuto da fonti ormai cos\u00ec lontane dai tempi nostri, tanto da non poter essere confermate tramite un approccio scientifico, erroneamente da taluni cos\u00ec inteso ( infatti le tradizioni orali, il folclore locale, la toponomastica ecc. per quanto esulino dall\u2019approccio cos\u00ec detto scientifico, non applicabile ad un ordine di natura extra fisica, della cultura dei popoli, delle credenze che hanno sempre condizionato lo svolgersi della storia, entrano con diritto nel metodo multidisciplinare che il ricercatore deve tenere in alta considerazione) poich\u00e9 nessuno, prima di noi, ebbe cura di vergare sulle nobili pagine della storia o della cronaca locale. Ma poich\u00e9 ci vantiamo di aver avuto nobili maestri narratori quali Omero, Erodoto, Tucidide, Polibio e altri ancora, diremo di volta in volta ci\u00f2 che \u00e8 narrazione popolare, ci\u00f2 che pu\u00f2 essere riscontrato su fonti certe e ci\u00f2 che \u00e8 esperienza diretta del narratore.\u00a0Ci auguriamo che il cittadino adranita, quello cio\u00e8 che noi riteniamo aborigeno di sicana schiatta, possa trarre beneficio del\u00a0 nostro lavoro, e che, prima d&#8217;ogni altra cosa, possa prendere coscienza di quale corredo cromosomico egli sia portatore, rimembrando che egli ha la fortuna di calpestare il sacro suolo che un primordiale Antenato, appellato Adrano, onorato in tutta l\u2019isola, scelse come propria dimora, e del quale egli, dico l\u2019Adranita, debba ritenersi consustanziale.<\/p>\n<p><strong>TEMI L\u2019IRA DEL GIUSTO<\/strong><\/p>\n<p><em>Turi Barbera, soprannominato \u2018u pacchittu, era un bonario e anonimo ortolano.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intorno agli anni 60 del \u2018900, in occasione di una festa di paese, faceva parte del comitato di ordine pubblico. Alcuni buontemponi, creavano disordine con scherzi di discutibile gusto; vengono pertanto invitati alla moderazione dal nostro Turiddu Barbera. Erano quelli, tempi dal facile coltello. Colui che appariva essere il capo degli scalmanati, all&#8217;invito di comportarsi civilmente rispondeva con tono di sfida: \u201c Ma tu sei malandrinu?\u201d. Il Barbera rispose: \u201c Io non sono nessuno, ma con la prima coltellata ti taglio le bretelle e con la seconda le budella\u201d. E subito gli caddero a terra i pantaloni. Turi Barbera, pass\u00f2 il coltello ad un amico il quale come se nulla fosse, con passo lento si allontan\u00f2 dal luogo. La polizia, sentendo gridare lo sprovveduto si avvicin\u00f2 per accertare i fatti. Il Barbera protest\u00f2 la sua estraneit\u00e0 svuotando le tasche dei pantaloni, invitando la sua vittima a cercare altrove l\u2019autore del misfatto.<\/p>\n<p><strong>I PATUTI.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I Patuti, ovvero i sette fratelli dell\u2019Erba, erano famosi e malvisti soprattutto dai meno abbienti. La loro triste fama era dovuta all\u2019abitudine di sottopagare i loro dipendenti e non mantenere gli accordi economici stabiliti. Possedevano un orto e una cava ed erano altres\u00ec in odore di malandrineria, o, meglio, per malandrini amavano farsi passare: al momento di pagare i lavoratori dipendenti, seduti attorno a un tavolo, con aria stanca posavano in bella vista chi il coltello, chi la rivoltella, pagando poi, meno del dovuto. Alle lamentele dei lavoratori giornalieri, con fare bonario mettevano loro i pochi soldi nelle mani, obbligandoli ad accettarli. In una occasione per\u00f2, nonostante tale ostentazione, non riuscirono nel loro intento e fu quando dovettero pagare lo spaccapietre Don Nicol\u00f2 Milazzo. Don Nicol\u00f2 era reduce da un lungo periodo di carcerazione fatto nella Toscana. Molti anni prima il padre era stato condannato per furto, ma dopo il processo si seppe che era falsa la testimonianza a suo carico. Una sera Don Nicol\u00f2 entr\u00f2 in una macelleria, oggi sede di un circolo privato, adiacente alla chiesa di S. Lucia, e incontr\u00f2 il falso testimone. I due vennero alle mani e ad un certo momento Don Nicol\u00f2 prese dall&#8217; apposito cippo la mannaia che serviva a tagliare gli ossi e decapit\u00f2 il malcapitato. Scontata la condanna, riprese il suo lavoro.\u00a0Lavor\u00f2 pure per i \u201cpatuti\u201d e a fine settimana si present\u00f2 come tutti gli altri per ricevere la sua paga. Ma non come tutti gli altri accett\u00f2 di essere sottopagato. Pertanto in una delle numerose piazze della popolosa Adrano, ove con ostentazione i \u201cpatuti\u201d\u00a0 pagavano i loro dipendenti, il Milazzo pubblicamente schiaffeggiava i suoi datori di lavoro che non intendevano rispettare gli accordi pattuiti. Alcuni giorni dopo la pubblica umiliazione, la famiglia dell&#8217;Erba al completo: padre e sette fratelli, coltello alla mano, circondarono il Milazzo mentre si recava al nuovo luogo di lavoro. Il risultato di quella impari scaramuccia fu che i sette fratelli dell\u2019Erba se ne tornarono a casa con il sedere ricucito.<\/p>\n<p><strong>UN ADRANITA A SAN CRISTOFORO.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giovanni Messina, un modesto ortolano che viveva del proprio lavoro, si rec\u00f2 a Catania, nel quartiere di San Cristoforo, per vendere la sua mercanzia. Qui fu fermato da una decina di individui malintenzionati che, deridendolo e apostrofandolo sprezzantemente come &#8220;paesano&#8221;, tentarono di intimorirlo brandendo coltelli. Risoluto, Giovanni rispose con fermezza, invitandoli a lasciarlo in pace, altrimenti, disse, avrebbero fatto meglio a nascondersi sotto le gonne delle loro madri, perch\u00e9 li avrebbe &#8220;lazzariati&#8221; senza piet\u00e0, tutti e dieci e chiunque altro si fosse aggiunto.\u00a0 Il gruppo reag\u00ec con risate sguaiate e scherni di ogni tipo, agitando i coltelli e tracciando nell\u2019aria bizzarri disegni. Ma, detto fatto, in un batter d\u2019occhio, Giovanni fer\u00ec tutti e dieci i malviventi. Questi, colti di sorpresa, si diedero alla fuga e raggiunsero l\u2019ospedale di Santa Marta per farsi medicare le ferite da coltello. Giorni dopo, i malandrini catanesi, ancora con le ferite fasciate, si recarono ad Adrano portando vivande in dono all\u2019eroico Messina complimentandosi per il coraggio dimostrato e per la maestria nell\u2019uso del coltello.<\/p>\n<p><strong> I\u00a0 FRATELLI CHIAVARO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I fratelli Chiavaro avevano fatto fortuna in America. Ritornati nel loro paese prima dell&#8217;inizio del secondo conflitto mondiale, uno dei due, a cui dedicheremo un capitolo a parte, era riuscito a farsi eleggere podest\u00e0. L\u2019altro era rimasto un privato cittadino, anonimo ma molto rispettato; di entrambi si diceva che fossero \u201c<em>uomini di rispetto\u201d<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un giorno, l\u2019anonimo fratello si trovava nello scompartimento del trenino che collegava i paesi etnei, diretto da Adrano a Catania. Nello scompartimento c\u2019erano una signora con il figlio appena nato e un uomo che fumava una sigaretta arrotolata con quel tabacco puzzolente, tipico di quel tempo. La signora, preoccupata per il figlio che stava allattando, chiese gentilmente all\u2019uomo di smettere di fumare, almeno per il momento. L\u2019uomo, con una risposta sgarbata, continu\u00f2 a fumare come se la donna non avesse parlato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pochi metri dopo, approfittando del buio creato dall\u2019attraversamento di una galleria, che oscurava lo scompartimento, il nostro concittadino Chiavaro, dotato di una forza oggi non comune ma che a quei tempi \u2013 non si sa come mai \u2013 si riscontrava frequentemente tra gli adraniti, abbass\u00f2 il finestrino dello scompartimento, afferr\u00f2 l\u2019arrogante individuo per il bavero e, sollevandolo di peso, lo espose con la testa fuori dal finestrino, facendogli respirare l\u2019acre odore del catrame, tipico delle ferrovie di allora. Con tono deciso, gli intim\u00f2 di non azzardarsi mai pi\u00f9 a mancare di rispetto a una donna, specialmente se madre.<\/p>\n<p><strong>CHIAVARO, IL PODEST\u00c0.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I due fratelli Chiavaro, alla fine del diciannovesimo secolo, partirono per l\u2019America con l\u2019intenzione di costruirsi una vita migliore rispetto a quella che la Sicilia offriva loro. Di carattere austero e a tratti spregiudicato, con un passato intriso di ombre, vi riuscirono. Ritenendosi in sintonia con gli ideali del nascente partito fascista, tornarono in Italia, nel paese natio di Adrano: una comunit\u00e0 temprata da una plurimillenaria storia e particolarmente sensibile in campo politico, capace di esprimere figure di spicco come Agatino Milazzo, che in tempi pi\u00f9 recenti ricopr\u00ec il ruolo di Segretario Generale dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al giovane ma intraprendente Chiavaro non fu difficile porsi alla guida del nascente movimento fascista adranita, denominato \u201cLa Disperata\u201d. Questo nome riprendeva quello della celebre squadra d\u2019azione di volontari accorsi da ogni parte d\u2019Italia per partecipare all\u2019eroica impresa di Fiume guidata dal Vate Gabriele D\u2019Annunzio. \u201cLa Disperata\u201d \u2013 fondata da Guido Keller e dall\u2019avventuroso conte Gino Augusti (che quindici anni dopo sarebbe diventato a sua volta podest\u00e0 di Corinaldo, cos\u00ec come Chiavaro lo fu di Adrano) \u2013 potrebbe aver ispirato direttamente la scelta del nome per il gruppo di fascisti adraniti della prima ora.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 da escludere che, considerando ci\u00f2 che il podest\u00e0 adranita (in carica dal 1923 al 1927) realizz\u00f2 per la propria citt\u00e0 e il suo carattere decisionista, il nome \u201cLa Disperata\u201d sia stato scelto proprio per cavalcare un sentire diffuso tra gli audaci adraniti dell\u2019epoca: un monito per chiunque avesse voluto ostacolare il programma che Chiavaro intendeva attuare. Tale programma consisteva nel ripristinare gli antichi splendori della vetusta citt\u00e0 sicana di Adrano, sede del prestigioso tempio del dio eponimo celebrato da Plutarco nella &#8220;Vita di Timoleonte&#8221;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che Chiavaro avesse esercitato una notevole influenza anche in America \u2013 al punto da attirarsi addosso una luce sinistra \u2013 si deduce dal fatto che, per finanziare l\u2019ambizioso progetto di costruzione del campanile della Chiesa Madre e della relativa facciata, fece arrivare cospicui capitali dagli Stati Uniti. Gran parte del suo programma di ammodernamento della citt\u00e0 natia fu effettivamente realizzata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fece costruire numerosi servizi pubblici, tra cui i bagni pubblici, la biblioteca comunale e un palco musicale; introdusse l\u2019illuminazione pubblica; impose l\u2019installazione di grondaie e caditoie; realizz\u00f2 tre importanti arterie stradali, pavimentandole con lastroni di pietra lavica spessa e praticamente indistruttibile (di cui una rimane ancora intatta, mentre le altre sono state rifatte in epoca moderna con pietra lavica a mo\u2019 di piastrelle, soluzione dal gusto discutibile); fece erigere il macello comunale, generando un indotto economico per l\u2019intera comunit\u00e0 e favorendo una rapida ripresa; distribu\u00ec gratuitamente ai poveri il sanguinaccio, allora considerato un prezioso rimedio contro l\u2019anemia; realizz\u00f2 la splendida Villa della Vittoria \u2013 ancora oggi il fiore all\u2019occhiello della citt\u00e0 \u2013 intitolata ai caduti della Prima Guerra Mondiale, piantando un albero per ogni adranita morto al fronte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Purtroppo, alcuni lustri fa un\u2019amministrazione con scarso senso patrio \u2013 per usare un eufemismo \u2013 decise inopinatamente di spostare in un\u2019altra piazza lo splendido monumento in bronzo che campeggiava al centro della villa, su cui una pesante lastra bronzea reca incisi i nomi dei caduti, profanando in tal modo la memoria collettiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di quest\u2019ultima imponente realizzazione abbiamo buoni motivi \u2013 seppur non pienamente documentabili \u2013 per ritenere che sia in relazione con la formazione militare della Prima Guerra Mondiale chiamata \u201cLa Disperata\u201d, gi\u00e0 menzionata. Supponiamo infatti che tra i suoi membri vi fossero anche alcuni adraniti e che, come nella decisiva battaglia di Imera del 480 a.C. contro i Cartaginesi o nell\u2019assedio romano del 211 a.C., gli adraniti avessero dato prova di un indomabile coraggio \u2013 tanto da far credere ai Romani che la citt\u00e0 fosse protetta dal dio Adrano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Crediamo pertanto che, nella coltissima Adrano dei secoli XIX e XX, non mancassero circoli esoterici e culturali \u2013 come quello Democratico, a cui aderiva l\u2019intellighenzia locale \u2013 che coltivassero ambizioni di rinascita per la vetusta sede del dio nazionale Adrano. \u00c8 plausibile che Chiavaro rappresentasse il campione di questa illustre categoria di adraniti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sua morte prematura, avvenuta nel 1938 a causa di un incidente d\u2019auto, non compromise l\u2019humus su cui era cresciuto quel \u201cbosco di querce\u201d di cui faceva parte anche Luigi Perdicaro. Questi, seguendo la strada gi\u00e0 tracciata dal gruppo de \u201cLa Disperata\u201d, nel 1929 \u2013 appena due anni dopo la rimozione di Chiavaro dalla carica di podest\u00e0 (a cui furono mosse accuse di concussione e abuso di potere, anche se l\u2019opinione popolare ritiene che si fosse soprattutto inimicato le famiglie nobili adranite intaccandone gli interessi) \u2013 propose al consiglio comunale di riappropriarsi del divino nome originario di Adrano. Tale nome, per deformazione linguistica introdotta dai popoli stranieri succedutisi al governo dell\u2019isola a partire dal periodo arabo, era stato storpiato in <em>Adern\u00f2<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di questo fondatore della patria diremo altrove. Intanto Chiavaro, con la sua scomparsa, lasciava il corpo ma anche la memoria di una stirpe di adraniti risoluti, capaci e intraprendenti, nonostante i chiari e scuri che li caratterizzavano.<\/p>\n<p><strong>CODICE D\u2019ONORE: IL CAVALLERESCO\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 RISPETTO PER LA DONNA NELL\u2019ADRANO DEL \u2018900<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il seguente racconto mi fu narrato da mio padre e viene qui riportato con orgoglio, rivendicando l\u2019appartenenza a una stirpe di adraniti ormai in via di estinzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giunto il periodo della raccolta degli agrumi, don Peppe Branchina si recava con i suoi quattro figli maschi, le due nuore, la figlia femmina e la moglie nelle sue propriet\u00e0, nella contrada Canalotto, in territorio di Centuripe. La squadra dei raccoglitori dormiva in una casetta non distante, mentre l\u2019intera famiglia si riuniva in un casolare poco pi\u00f9 avanti. In tarda serata, don Peppe ud\u00ec lo scalpitio di cavalli; ordin\u00f2 allora ai due figli maggiori di uscire per vedere chi fosse sopraggiunto. Era quello un tempo in cui, ad Adrano, i cittadini erano rassegnati a convivere con il fenomeno del banditismo. I due giovani, usciti dall\u2019alloggio, si trovarono di fronte quattro uomini a cavallo. Questi salutarono rispettosamente e chiesero se in casa vi fossero altre persone. I fratelli risposero che, oltre al loro padre, don Peppe Branchina, erano presenti le loro due mogli, altri due fratelli, una sorella e la loro madre, ossia la moglie di don Peppe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non era la prima volta che i quattro si fermavano in quel luogo per rifocillarsi e salutare l\u2019ospite, il quale accoglieva i \u201csupplici\u201d, come l\u2019atavica cultura, rintracciabile soprattutto nei testi omerici, aveva insegnato ai siciliani ben cresciuti. Seguendo le istruzioni di don Peppe, i figli invitarono i quattro a entrare per ristorarsi, come gi\u00e0 era accaduto in precedenza. Ma un codice d\u2019onore non scritto, rispettato dagli uomini d\u2019onore \u2013 quali allora tutti i siciliani erano, prima che questa infausta era li trasformasse in persone dalla schiena curva \u2013 imped\u00ec ai quattro di accettare l\u2019ospitalit\u00e0. Dissero ai due giovani di riferire a don Peppe che non era loro costume spaventare \u201cle femmine\u201d, specialmente se appartenenti a famiglie rispettabili, come sarebbe accaduto se si fossero presentati con gli archibugi. Aggiunsero che sarebbero andati oltre, che la zona abbondava di masserie, raccomandando ai giovani di porgere i loro saluti a don Peppe e di esprimergli il rispetto che nutrivano per lui. Cos\u00ec, svanirono nelle ombre della notte.<\/p>\n<p><strong>ANCHE IL MALE ASSOLUTO PU\u00d2 GENERARE L&#8217;HUMUS VITALIZZANTE.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La storia che qui esporremo, raccontataci dal figlio del protagonista, Luigi Leanza, si inserisce in un periodo storico a noi troppo vicino per essere giudicato con serenit\u00e0: ancora oggi dibattuto dagli storici e oggetto di rivisitazione da parte degli analisti. Pertanto ci asterremo da ogni giudizio in merito. Del resto, non \u00e8 scopo di questo scritto esprimere giudizi o opinioni, n\u00e9 sulla storia in s\u00e9 n\u00e9 tantomeno sull\u2019operato dei protagonisti che la determinarono. Questo compito lo affidiamo ai lettori, se lo desiderano, ognuno secondo la propria sensibilit\u00e0 e la propria formazione culturale; noi, imitando il maestro per eccellenza, l\u2019aedo Omero, intendiamo rimanere imparziali, limitandoci a raccontare i fatti.<\/p>\n<p><strong>\u00a0\u00a0 IL GERARCA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come la propaganda del tempo imponeva, il dittatore Benito Mussolini intendeva visitare personalmente ogni paese e ogni citt\u00e0 italiana, compresa Adrano. Un imprevisto dell\u2019ultima ora glielo imped\u00ec e fu perci\u00f2 sostituito da uno dei gerarchi pi\u00f9 importanti del suo entourage. La fascistizzata citt\u00e0 accolse il gerarca in pompa magna, con striscioni e gigantografie del Duce. Fra i numerosi ritratti del Dittatore, uno colp\u00ec particolarmente l\u2019attenzione dell\u2019inviato, che si sofferm\u00f2 a contemplarlo. Il ritratto era ammirevolmente perfetto, tanto che il gerarca volle avere informazioni su chi lo avesse realizzato e infine decise di portarlo con s\u00e9 per mostrarlo al Duce. Gli fu detto \u2013 cos\u00ec come il gerarca aveva udito \u2013 che l\u2019autore era un adolescente che frequentava la scuola media, ma che non avrebbe potuto affinare quel talento perch\u00e9 i suoi genitori non potevano permettersi di mantenerlo agli studi accademici. Ebbene, il Duce stabil\u00ec che al giovane Leanza venisse assegnata una borsa di studio fino al compimento dei suoi studi. Fu cos\u00ec che in molti potemmo avere la fortuna di averlo come maestro di disegno alle scuole medie.<\/p>\n<p><strong>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 IL PATRIOTA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il racconto fornitoci dal signor Luigi Leanza ci offre l\u2019occasione di proporre a nostra volta un\u2019altra storia, che riguarda s\u00ec un singolo uomo, ma con ripercussioni sull\u2019intera cittadina di Adrano. Colui che scrive, ritenendosi particolarmente sensibile al risultato ottenuto grazie alla proposta avanzata dal protagonista in sede consiliare, non pu\u00f2 che esprimere profonda gratitudine nei confronti di Luigi Perdicaro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Uomo colto \u2013 fu lui a creare il primo museo archeologico in un\u2019aula del Liceo Classico di Adrano \u2013 il consigliere comunale Luigi Perdicaro, insegnante di latino e greco nello stesso liceo fino al 1943 e insigne umanista, era un politico che, pur militando in un partito, anteponeva l\u2019etica, l\u2019amore per la patria e il bene comune a qualsiasi ideologia. Fascista della prima ora, il nostro Luigi Perdicaro nel 1929, approfittando dell\u2019ondata ideologica che trovava nel classicismo e nell\u2019umanesimo il proprio fulcro propagandistico, propose con astuta lungimiranza la restituzione del nome originario Adrano alla cittadina etnea, che a causa delle numerose dominazioni straniere era stato storpiato in <em>Adern\u00f2<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ottenuto all\u2019unanimit\u00e0 dal consiglio comunale il voto favorevole a tale proposta, il nostro Furio Camillo redivivo fu sottoposto a un\u2019ulteriore prova di coraggio e fervore patriottico quando una delegazione di gerarchi fascisti si rec\u00f2 nella \u2013 ormai \u2013 Adrano (evidentemente la cittadina, gi\u00e0 dai tempi di Caio Verre, per il suo importante passato non passava inosservata a Roma) per imporre l\u2019eliminazione dell\u2019aquila dallo stendardo comunale: l\u2019Italia, secondo loro, doveva avere una sola padrona dei cieli, l\u2019aquila romana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ci \u00e8 pervenuto il discorso che Perdicaro tenne davanti ai gerarchi, ma, da grande conoscitore della storia patria quale era, possiamo facilmente immaginare che egli abbia ricordato agli ospiti che l\u2019aquila adranita era molto pi\u00f9 antica di quella romana, che solcava i cieli italici prima ancora che Roma nascesse e che, se Roma esisteva e tornava a essere l\u2019ombelico del Mediterraneo, lo si doveva anche alle genti sicule le quali avevano fornito a Enea l\u2019aiuto necessario affinch\u00e9 l\u2019eroe troiano potesse giungere nel Lazio. In ultimo, stando al nono libro dell\u2019Eneide, proprio da Adrano era stato inviato nel Lazio Capi, figlio di Arcente, in soccorso di Enea, cosicch\u00e9 questi potesse dare origine alla stirpe romana. Dunque la schiatta adranita era anteriore a quella romana. Enea stesso, pertanto, non avrebbe mai osato abbattere l\u2019aquila che poi avrebbe adottato come insegna; non lo facessero neppure loro, che per autorit\u00e0 erano certamente al di sotto di Enea.<\/p>\n<p>Con questo discorso Perdicaro salv\u00f2 l\u2019aquila adranita, che ancora oggi campeggia sullo stemma del comune.<\/p>\n<p><strong>\u00a0 SANTIT\u00c0 E BILOCAZIONE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come \u00e8 stato affermato altrove, nella citt\u00e0 in cui sorgeva il tempio del dio Adrano il sacro \u00e8 stato di casa fin dalla sua edificazione. Molti dei vetusti templi della religione precristiana, grazie all\u2019editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380, furono convertiti in chiese. Adrano, nell\u2019Ottocento, stando allo storico adranita Salvatore Petronio Russo, ne contava un numero straordinariamente elevato, difficilmente giustificabile dalla consistenza della popolazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec come avvenne in modo indolore la trasformazione del tempio pagano in chiesa cristiana, anche il passaggio dal sacerdozio pagano a quello cristiano segu\u00ec modalit\u00e0 che non mutarono in sostanza l\u2019approccio al sacro. Eremiti come l\u2019adranita San Nicol\u00f2 Politi e semplici sacerdoti come Francesco Musco furono caratterizzati da un alone di santit\u00e0 che risplende ancora ai nostri giorni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il barone Spitaleri dedic\u00f2 una biografia al sacerdote Francesco Musco, nato nel secolo precedente rispetto allo Spitaleri, ossia nel Settecento. Il barone, fra le molte gesta degne di ricordo, racconta di don Francesco un aneddoto che ci ha particolarmente colpiti e che qui desideriamo riportare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era un giorno in cui sembrava che le cateratte del cielo si fossero aperte per allagare la terra; persino il dio pagano Giove pareva essere intervenuto con le sue saette per impedire che alcuno si salvasse. Don Francesco ebbe notizia che un viandante, inzuppato come una spugna e febbricitante, si era riparato in una grotta presso la cosiddetta Scala dei Bianchi, una stradella che si arrampicava sulla rocca Giambruno superando lo strapiombo che rese inespugnabile l\u2019antica Adrano, di cui parlano Diodoro Siculo, Plutarco e altri storici antichi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si dice che i confratelli di don Francesco lo videro tornare in convento con il viandante sulle spalle, senza che una sola goccia avesse bagnato il saio del prete. Altri concittadini raccontavano di averlo visto in un luogo mentre, contemporaneamente, i confratelli erano con lui in chiesa a pregare.<\/p>\n<p><strong>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 CONTEMPORANEIT\u00c0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ci soffermeremo a contemplare solo il passato come vecchi nostalgici, ignorando il presente e convinti che il futuro non conceder\u00e0 degni eredi di cos\u00ec grandi antenati. La lista di concittadini che attualmente occupano nel mondo posizioni di prestigio, contribuendo a far progredire l\u2019umanit\u00e0 in avanti e verso l\u2019alto, \u00e8 molto numerosa: lo spazio dedicato a questo lavoro non basterebbe a contenerne tutti i nomi. Ci limiteremo perci\u00f2 a citarne qualcuno.<\/p>\n<p><strong>UN ADRANITA SULL&#8217;HIMALAYA.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dobbiamo essere grati a Giuseppe Leanza per quanto abbiamo appreso riguardo allo\u00a0 zio, da noi successivamente contattato. Il signor Aldo Furnari, gi\u00e0 docente universitario, oggi in pensione ma ancora fortemente impegnato su pi\u00f9 fronti, ottantaquattrenne, possiamo definirlo l\u2019uomo dal multiforme ingegno: fu il<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">promotore dell\u2019agricoltura biologica in Italia e il primo nel 1978 a fare sorgere la prima Cooperativa Biologica, un Centro Biologico nella citt\u00e0 di Noto nel 1984, cinque punti vendita a Catania. Port\u00f2 innovazioni nei Paesi della costa africana, in Palestina, in India, Bolivia, Per\u00f9 e altri paesi del Centro America dove si rec\u00f2 col beneplacito dell\u2019Universit\u00e0 di Catania per impiantare laboratori sperimentali e studiare l\u2019agricoltura locale. Il fine ultimo del nostro professore era, per\u00f2, fare tornare la Sicilia agli antichi splendori, a quel lontano periodo in cui le ninfe educavano gli eroi nei rigogliosi boschi di querce, che crescevano, come ricorda Virgilio nel cap. IX dell\u2019Eneide, sulle rive del fiume Simeto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu spinto dalla sua inarrestabile sete di conoscenza a spingersi fino alle alte vette dell\u2019Himalaya, con l\u2019obiettivo di consolidare la sua visione del mondo e metterla al servizio degli ultimi. Accadde per\u00f2 che la belligerante Cina comunista conquistasse l\u2019innocuo e pacifico Tibet, sede della massima autorit\u00e0 religiosa buddhista, il Dalai Lama.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nostro Professore, attraverso una petizione, non ci pens\u00f2 due volte a condannare l\u2019arroganza cinese, superando ogni condizionamento ideologico. Dopo aver pubblicato articoli di denuncia dei crimini commessi dai cinesi ai danni del mite popolo tibetano, si vide recapitare dall\u2019ambasciatore italiano in Cina una diffida a recarsi in Cina o nei territori da essa occupati. Nel caso in cui il Professore avesse osato farlo, sarebbe stato immediatamente arrestato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Avendo appreso dal nipote che l\u2019irrequieto nostro concittadino avrebbe poco dopo convolato a nozze con un\u2019irlandese, cogliamo l\u2019occasione per richiamare alla\u00a0memoria del lettore una nostra ricerca intitolata \u201cSikani e Celti irlandesi\u201d, pubblicata sul sito miti3000.eu, in cui si rintracciano comuni origini tra le due etnie. Consigliamo pertanto la lettura a chi desideri ampliare gli orizzonti della propria conoscenze.<\/p>\n<p><strong> LE VIE DEL SACRO<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0\u00a0\u00a0 L\u2019ASINO IN CHIESA. 1971<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non c\u2019\u00e8 da meravigliarsi se la citt\u00e0 di Adrano ha espresso in ogni epoca un senso del sacro che, di volta in volta, si \u00e8 manifestato sotto molteplici forme.<\/p>\n<p>Il nostro Giuseppe Leanza, con il quale entrammo immediatamente in empatia, appartiene a una famiglia la cui genetica \u00e8 un coagulo di elementi propri dei creatori di civilt\u00e0: intraprendenza, audacia, capacit\u00e0 di vedere lontano, umilt\u00e0 e una profondissima spiritualit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1971, a otto anni, il giovane Giuseppe, rimasto orfano della madre -soprannominata \u201ca tumazzara\u201d, secondo l\u2019uso di mettere dei soprannomi alle persone che si distinguevano-\u00a0 e di padre a quattordici, ricevette in dono, alla precoce et\u00e0 di nove anni, l\u2019asino del nonno passato a miglior vita sei mesi dopo la morte della figlia, a causa dell\u2019insanabile dolore. Con quell\u2019asino il nostro Giuseppe visse un rapporto di quasi consustanzialit\u00e0 e divenne la mascotte del folto gruppo di ragazzi del quartiere. Come era allora d\u2019uso, il giovane proveniente da religiosissima famiglia, voleva fare benedire l\u2019asino. Giunto davanti alla chiesa con il lungo corteo di ragazzini che lo seguivano, osservati i languidi occhi del somaro che sprizzavano amore incondizionato, il ragazzino non se la sent\u00ec di legarlo al pilastro fuori dalla chiesa, temendo anche di non ritrovarlo all\u2019uscita, considerato lo stato di bisogno in cui versavano molti concittadini. Cos\u00ec Giuseppe lo port\u00f2 con s\u00e9 dentro il tempio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019amorevole padre Dell\u2019Erba, uscito di corsa dalla canonica a causa dell\u2019inconsueto rumore di zoccoli che si propagava con un sordo eco fra le sante mura, vide il giovane Giuseppe che conduceva il docile asinello, nutrendo un affetto profondo per il fanciullo che da breve tempo aveva perso l\u2019amore pi\u00f9 preziso e di cui apprezzava la particolare sensibilit\u00e0; non accenn\u00f2 pertanto ad alcuna espressione di dissenso e indossando i sacri paramenti, celebr\u00f2 il rito della benedizione come se nulla fosse accaduto, o, meglio, considerando l\u2019asinello una creatura altrettanto gradita al divino che accoglie tutti gli esseri in un amorevole abbraccio.<\/p>\n<p><strong>AD ADRANO IL PRIMO COMPROMESSO STORICO.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Abbiamo spesso messo in evidenza che il luogo in cui sorse il tempio del dio siciliano Adrano \u2013 l\u2019avo primordiale della stirpe sicana \u2013 non venne scelto dall\u2019ecista sorteggiandolo tra mille altri siti della Sicilia, ma perch\u00e9 in quel punto si sprigionavano forze tanto antiche quanto positive, capaci di incidere sull\u2019intera isola se ben governate. E cos\u00ec \u00e8 stato anche in ambito politico, dove Adrano e diventato il laboratorio alchemico per innovazioni che il governo centrale avrebbe presto preso a modello. Stiamo parlando del \u201cprimo compromesso storico\u201d avvenuto nella citt\u00e0 di Adrano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era il 1960 quando il fermento politico adranita spinse i membri dei partiti a tentare ogni espediente, purch\u00e9 fosse funzionale al bene della cittadina etnea<\/p>\n<p><em class=\"eujQNb\" data-sfc-cb=\"\" data-processed=\"true\">Ad maiora semper<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>RACCONTI BREVI DELL&#8217;ADRANO CHE FU PREFAZIONE I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l\u2019attenzione di un pubblico pi\u00f9 vasto, si propongono di dare visibilit\u00e0 a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. 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