I RACCONTI DEL FOCOLARE

RACCONTI BREVI DELL’ADRANO CHE FU
PREFAZIONE

I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l’attenzione di un pubblico più vasto, si propongono di dare visibilità a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. A partire dal lontano 480 a.C., quando l’esercito, al contempo militare e religioso, noto come anfizionia e posto a guardia del tempio del dio Adrano, determinò con il suo apporto la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Imera (Diodoro Siculo). Tale vittoria
impose ai vinti non risarcimenti di guerra, come era costume, bensì regole etiche volte a impedire i sacrifici umani che quel popolo praticava in onore delle loro divinità infere. Alla luce di ciò, riteniamo nostro dovere fungere da ponte tra le generazioni passate e quelle
future, affinché queste ultime possano raccogliere l’eredità etica delle prime.
LE EPICHE GESTA
I racconti qui proposti ai cittadini adraniti, sono stati a propria volta, a noi raccontati da alcuni di loro, o perché li vissero in prima persona o perché li appresero dai propri cari e dagli anziani del quartiere durante la loro fanciullezza. Noi, non volendo perdere l’occasione di celebrare gli Avi adraniti, aggiungiamo del nostro, secondo ciò che ci è pervenuto da fonti ormai così lontane dai tempi nostri, tanto da non
poter essere confermate tramite un approccio scientifico, erroneamente da taluni così inteso ( infatti le tradizioni orali, il folclore locale, la toponomastica ecc. per quanto esulino dall’approccio così detto scientifico, non applicabile ad un ordine di natura extra fisica, della
cultura dei popoli, delle credenze che hanno sempre condizionato lo svolgersi della storia, entrano con diritto nel metodo multidisciplinare che il ricercatore deve tenere in alta considerazione) poiché nessuno, prima di noi, ebbe cura di vergare sulle nobili pagine della storia o della cronaca locale. Ma poiché ci vantiamo di aver avuto nobili maestri narratori quali Omero, Erodoto, Tucidide, Polibio e altri ancora, diremo di volta in volta ciò che è narrazione popolare, ciò che può essere riscontrato su fonti certe e ciò che è esperienza diretta del narratore.
Ci auguriamo che il cittadino adranita, quello cioè che noi riteniamo aborigeno di sicana schiatta, possa trarre beneficio del nostro lavoro, e che, prima d’ogni altra cosa, possa prendere coscienza di quale corredo cromosomico egli sia portatore, rimembrando che egli ha la fortuna di calpestare il sacro suolo che un primordiale Antenato, appellato Adrano, onorato in tutta l’isola, scelse come propria dimora, e del quale egli, dico l’Adranita, debba ritenersi consustanziale.

      I RACCONTI DEL FOCOLARE

RACCONTI BREVI DELL’ADRANO CHE FU

PREFAZIONE

I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l’attenzione di un pubblico più vasto, si propongono di dare visibilità a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. A partire dal lontano 480 a.C., quando l’esercito, al contempo militare e religioso, noto come anfizionia e posto a guardia del tempio del dio Adrano, determinò con il suo apporto la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Imera (Diodoro Siculo). Tale vittoria impose ai vinti non risarcimenti di guerra, come era costume, bensì regole etiche volte a impedire i sacrifici umani che quel popolo praticava in onore delle loro divinità infere. Alla luce di ciò, riteniamo nostro dovere fungere da ponte tra le generazioni passate e quelle future, affinché queste ultime possano raccogliere l’eredità etica delle prime.

LE EPICHE GESTA

I racconti qui proposti ai cittadini adraniti, sono stati a propria volta, a noi raccontati da alcuni di loro, o perché li vissero in prima persona o perché li appresero dai propri cari e dagli anziani del quartiere durante la loro fanciullezza.  Noi, non volendo perdere l’occasione di celebrare gli Avi adraniti, aggiungiamo del nostro, secondo ciò che ci è pervenuto da fonti ormai così lontane dai tempi nostri, tanto da non poter essere confermate tramite un approccio scientifico, erroneamente da taluni così inteso ( infatti le tradizioni orali, il folclore locale, la toponomastica ecc. per quanto esulino dall’approccio così detto scientifico, non applicabile ad un ordine di natura extra fisica, della cultura dei popoli, delle credenze che hanno sempre condizionato lo svolgersi della storia, entrano con diritto nel metodo multidisciplinare che il ricercatore deve tenere in alta considerazione) poiché nessuno, prima di noi, ebbe cura di vergare sulle nobili pagine della storia o della cronaca locale. Ma poiché ci vantiamo di aver avuto nobili maestri narratori quali Omero, Erodoto, Tucidide, Polibio e altri ancora, diremo di volta in volta ciò che è narrazione popolare, ciò che può essere riscontrato su fonti certe e ciò che è esperienza diretta del narratore. Ci auguriamo che il cittadino adranita, quello cioè che noi riteniamo aborigeno di sicana schiatta, possa trarre beneficio del  nostro lavoro, e che, prima d’ogni altra cosa, possa prendere coscienza di quale corredo cromosomico egli sia portatore, rimembrando che egli ha la fortuna di calpestare il sacro suolo che un primordiale Antenato, appellato Adrano, onorato in tutta l’isola, scelse come propria dimora, e del quale egli, dico l’Adranita, debba ritenersi consustanziale.

TEMI L’IRA DEL GIUSTO

Turi Barbera, soprannominato ‘u pacchittu, era un bonario e anonimo ortolano.

Intorno agli anni 60 del ‘900, in occasione di una festa di paese, faceva parte del comitato di ordine pubblico. Alcuni buontemponi, creavano disordine con scherzi di discutibile gusto; vengono pertanto invitati alla moderazione dal nostro Turiddu Barbera. Erano quelli, tempi dal facile coltello. Colui che appariva essere il capo degli scalmanati, all’invito di comportarsi civilmente rispondeva con tono di sfida: “ Ma tu sei malandrinu?”. Il Barbera rispose: “ Io non sono nessuno, ma con la prima coltellata ti taglio le bretelle e con la seconda le budella”. E subito gli caddero a terra i pantaloni. Turi Barbera, passò il coltello ad un amico il quale come se nulla fosse, con passo lento si allontanò dal luogo. La polizia, sentendo gridare lo sprovveduto si avvicinò per accertare i fatti. Il Barbera protestò la sua estraneità svuotando le tasche dei pantaloni, invitando la sua vittima a cercare altrove l’autore del misfatto.

I PATUTI.

I Patuti, ovvero i sette fratelli dell’Erba, erano famosi e malvisti soprattutto dai meno abbienti. La loro triste fama era dovuta all’abitudine di sottopagare i loro dipendenti e non mantenere gli accordi economici stabiliti. Possedevano un orto e una cava ed erano altresì in odore di malandrineria, o, meglio, per malandrini amavano farsi passare: al momento di pagare i lavoratori dipendenti, seduti attorno a un tavolo, con aria stanca posavano in bella vista chi il coltello, chi la rivoltella, pagando poi, meno del dovuto. Alle lamentele dei lavoratori giornalieri, con fare bonario mettevano loro i pochi soldi nelle mani, obbligandoli ad accettarli. In una occasione però, nonostante tale ostentazione, non riuscirono nel loro intento e fu quando dovettero pagare lo spaccapietre Don Nicolò Milazzo. Don Nicolò era reduce da un lungo periodo di carcerazione fatto nella Toscana. Molti anni prima il padre era stato condannato per furto, ma dopo il processo si seppe che era falsa la testimonianza a suo carico. Una sera Don Nicolò entrò in una macelleria, oggi sede di un circolo privato, adiacente alla chiesa di S. Lucia, e incontrò il falso testimone. I due vennero alle mani e ad un certo momento Don Nicolò prese dall’ apposito cippo la mannaia che serviva a tagliare gli ossi e decapitò il malcapitato. Scontata la condanna, riprese il suo lavoro. Lavorò pure per i “patuti” e a fine settimana si presentò come tutti gli altri per ricevere la sua paga. Ma non come tutti gli altri accettò di essere sottopagato. Pertanto in una delle numerose piazze della popolosa Adrano, ove con ostentazione i “patuti”  pagavano i loro dipendenti, il Milazzo pubblicamente schiaffeggiava i suoi datori di lavoro che non intendevano rispettare gli accordi pattuiti. Alcuni giorni dopo la pubblica umiliazione, la famiglia dell’Erba al completo: padre e sette fratelli, coltello alla mano, circondarono il Milazzo mentre si recava al nuovo luogo di lavoro. Il risultato di quella impari scaramuccia fu che i sette fratelli dell’Erba se ne tornarono a casa con il sedere ricucito.

UN ADRANITA A SAN CRISTOFORO.

Giovanni Messina, un modesto ortolano che viveva del proprio lavoro, si recò a Catania, nel quartiere di San Cristoforo, per vendere la sua mercanzia. Qui fu fermato da una decina di individui malintenzionati che, deridendolo e apostrofandolo sprezzantemente come “paesano”, tentarono di intimorirlo brandendo coltelli. Risoluto, Giovanni rispose con fermezza, invitandoli a lasciarlo in pace, altrimenti, disse, avrebbero fatto meglio a nascondersi sotto le gonne delle loro madri, perché li avrebbe “lazzariati” senza pietà, tutti e dieci e chiunque altro si fosse aggiunto.  Il gruppo reagì con risate sguaiate e scherni di ogni tipo, agitando i coltelli e tracciando nell’aria bizzarri disegni. Ma, detto fatto, in un batter d’occhio, Giovanni ferì tutti e dieci i malviventi. Questi, colti di sorpresa, si diedero alla fuga e raggiunsero l’ospedale di Santa Marta per farsi medicare le ferite da coltello. Giorni dopo, i malandrini catanesi, ancora con le ferite fasciate, si recarono ad Adrano portando vivande in dono all’eroico Messina complimentandosi per il coraggio dimostrato e per la maestria nell’uso del coltello.

I  FRATELLI CHIAVARO

I fratelli Chiavaro avevano fatto fortuna in America. Ritornati nel loro paese prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, uno dei due, a cui dedicheremo un capitolo a parte, era riuscito a farsi eleggere podestà. L’altro era rimasto un privato cittadino, anonimo ma molto rispettato; di entrambi si diceva che fossero “uomini di rispetto”.

Un giorno, l’anonimo fratello si trovava nello scompartimento del trenino che collegava i paesi etnei, diretto da Adrano a Catania. Nello scompartimento c’erano una signora con il figlio appena nato e un uomo che fumava una sigaretta arrotolata con quel tabacco puzzolente, tipico di quel tempo. La signora, preoccupata per il figlio che stava allattando, chiese gentilmente all’uomo di smettere di fumare, almeno per il momento. L’uomo, con una risposta sgarbata, continuò a fumare come se la donna non avesse parlato.

Pochi metri dopo, approfittando del buio creato dall’attraversamento di una galleria, che oscurava lo scompartimento, il nostro concittadino Chiavaro, dotato di una forza oggi non comune ma che a quei tempi – non si sa come mai – si riscontrava frequentemente tra gli adraniti, abbassò il finestrino dello scompartimento, afferrò l’arrogante individuo per il bavero e, sollevandolo di peso, lo espose con la testa fuori dal finestrino, facendogli respirare l’acre odore del catrame, tipico delle ferrovie di allora. Con tono deciso, gli intimò di non azzardarsi mai più a mancare di rispetto a una donna, specialmente se madre.

CHIAVARO, IL PODESTÀ.

I due fratelli Chiavaro, alla fine del diciannovesimo secolo, partirono per l’America con l’intenzione di costruirsi una vita migliore rispetto a quella che la Sicilia offriva loro. Di carattere austero e a tratti spregiudicato, con un passato intriso di ombre, vi riuscirono. Ritenendosi in sintonia con gli ideali del nascente partito fascista, tornarono in Italia, nel paese natio di Adrano: una comunità temprata da una plurimillenaria storia e particolarmente sensibile in campo politico, capace di esprimere figure di spicco come Agatino Milazzo, che in tempi più recenti ricoprì il ruolo di Segretario Generale dello Stato.

Al giovane ma intraprendente Chiavaro non fu difficile porsi alla guida del nascente movimento fascista adranita, denominato “La Disperata”. Questo nome riprendeva quello della celebre squadra d’azione di volontari accorsi da ogni parte d’Italia per partecipare all’eroica impresa di Fiume guidata dal Vate Gabriele D’Annunzio. “La Disperata” – fondata da Guido Keller e dall’avventuroso conte Gino Augusti (che quindici anni dopo sarebbe diventato a sua volta podestà di Corinaldo, così come Chiavaro lo fu di Adrano) – potrebbe aver ispirato direttamente la scelta del nome per il gruppo di fascisti adraniti della prima ora.

Non è da escludere che, considerando ciò che il podestà adranita (in carica dal 1923 al 1927) realizzò per la propria città e il suo carattere decisionista, il nome “La Disperata” sia stato scelto proprio per cavalcare un sentire diffuso tra gli audaci adraniti dell’epoca: un monito per chiunque avesse voluto ostacolare il programma che Chiavaro intendeva attuare. Tale programma consisteva nel ripristinare gli antichi splendori della vetusta città sicana di Adrano, sede del prestigioso tempio del dio eponimo celebrato da Plutarco nella “Vita di Timoleonte”.

Che Chiavaro avesse esercitato una notevole influenza anche in America – al punto da attirarsi addosso una luce sinistra – si deduce dal fatto che, per finanziare l’ambizioso progetto di costruzione del campanile della Chiesa Madre e della relativa facciata, fece arrivare cospicui capitali dagli Stati Uniti. Gran parte del suo programma di ammodernamento della città natia fu effettivamente realizzata.

Fece costruire numerosi servizi pubblici, tra cui i bagni pubblici, la biblioteca comunale e un palco musicale; introdusse l’illuminazione pubblica; impose l’installazione di grondaie e caditoie; realizzò tre importanti arterie stradali, pavimentandole con lastroni di pietra lavica spessa e praticamente indistruttibile (di cui una rimane ancora intatta, mentre le altre sono state rifatte in epoca moderna con pietra lavica a mo’ di piastrelle, soluzione dal gusto discutibile); fece erigere il macello comunale, generando un indotto economico per l’intera comunità e favorendo una rapida ripresa; distribuì gratuitamente ai poveri il sanguinaccio, allora considerato un prezioso rimedio contro l’anemia; realizzò la splendida Villa della Vittoria – ancora oggi il fiore all’occhiello della città – intitolata ai caduti della Prima Guerra Mondiale, piantando un albero per ogni adranita morto al fronte.

Purtroppo, alcuni lustri fa un’amministrazione con scarso senso patrio – per usare un eufemismo – decise inopinatamente di spostare in un’altra piazza lo splendido monumento in bronzo che campeggiava al centro della villa, su cui una pesante lastra bronzea reca incisi i nomi dei caduti, profanando in tal modo la memoria collettiva.

Di quest’ultima imponente realizzazione abbiamo buoni motivi – seppur non pienamente documentabili – per ritenere che sia in relazione con la formazione militare della Prima Guerra Mondiale chiamata “La Disperata”, già menzionata. Supponiamo infatti che tra i suoi membri vi fossero anche alcuni adraniti e che, come nella decisiva battaglia di Imera del 480 a.C. contro i Cartaginesi o nell’assedio romano del 211 a.C., gli adraniti avessero dato prova di un indomabile coraggio – tanto da far credere ai Romani che la città fosse protetta dal dio Adrano.

Crediamo pertanto che, nella coltissima Adrano dei secoli XIX e XX, non mancassero circoli esoterici e culturali – come quello Democratico, a cui aderiva l’intellighenzia locale – che coltivassero ambizioni di rinascita per la vetusta sede del dio nazionale Adrano. È plausibile che Chiavaro rappresentasse il campione di questa illustre categoria di adraniti.

La sua morte prematura, avvenuta nel 1938 a causa di un incidente d’auto, non compromise l’humus su cui era cresciuto quel “bosco di querce” di cui faceva parte anche Luigi Perdicaro. Questi, seguendo la strada già tracciata dal gruppo de “La Disperata”, nel 1929 – appena due anni dopo la rimozione di Chiavaro dalla carica di podestà (a cui furono mosse accuse di concussione e abuso di potere, anche se l’opinione popolare ritiene che si fosse soprattutto inimicato le famiglie nobili adranite intaccandone gli interessi) – propose al consiglio comunale di riappropriarsi del divino nome originario di Adrano. Tale nome, per deformazione linguistica introdotta dai popoli stranieri succedutisi al governo dell’isola a partire dal periodo arabo, era stato storpiato in Adernò.

Di questo fondatore della patria diremo altrove. Intanto Chiavaro, con la sua scomparsa, lasciava il corpo ma anche la memoria di una stirpe di adraniti risoluti, capaci e intraprendenti, nonostante i chiari e scuri che li caratterizzavano.

CODICE D’ONORE: IL CAVALLERESCO     RISPETTO PER LA DONNA NELL’ADRANO DEL ‘900

Il seguente racconto mi fu narrato da mio padre e viene qui riportato con orgoglio, rivendicando l’appartenenza a una stirpe di adraniti ormai in via di estinzione.

Giunto il periodo della raccolta degli agrumi, don Peppe Branchina si recava con i suoi quattro figli maschi, le due nuore, la figlia femmina e la moglie nelle sue proprietà, nella contrada Canalotto, in territorio di Centuripe. La squadra dei raccoglitori dormiva in una casetta non distante, mentre l’intera famiglia si riuniva in un casolare poco più avanti. In tarda serata, don Peppe udì lo scalpitio di cavalli; ordinò allora ai due figli maggiori di uscire per vedere chi fosse sopraggiunto. Era quello un tempo in cui, ad Adrano, i cittadini erano rassegnati a convivere con il fenomeno del banditismo. I due giovani, usciti dall’alloggio, si trovarono di fronte quattro uomini a cavallo. Questi salutarono rispettosamente e chiesero se in casa vi fossero altre persone. I fratelli risposero che, oltre al loro padre, don Peppe Branchina, erano presenti le loro due mogli, altri due fratelli, una sorella e la loro madre, ossia la moglie di don Peppe.

Non era la prima volta che i quattro si fermavano in quel luogo per rifocillarsi e salutare l’ospite, il quale accoglieva i “supplici”, come l’atavica cultura, rintracciabile soprattutto nei testi omerici, aveva insegnato ai siciliani ben cresciuti. Seguendo le istruzioni di don Peppe, i figli invitarono i quattro a entrare per ristorarsi, come già era accaduto in precedenza. Ma un codice d’onore non scritto, rispettato dagli uomini d’onore – quali allora tutti i siciliani erano, prima che questa infausta era li trasformasse in persone dalla schiena curva – impedì ai quattro di accettare l’ospitalità. Dissero ai due giovani di riferire a don Peppe che non era loro costume spaventare “le femmine”, specialmente se appartenenti a famiglie rispettabili, come sarebbe accaduto se si fossero presentati con gli archibugi. Aggiunsero che sarebbero andati oltre, che la zona abbondava di masserie, raccomandando ai giovani di porgere i loro saluti a don Peppe e di esprimergli il rispetto che nutrivano per lui. Così, svanirono nelle ombre della notte.

ANCHE IL MALE ASSOLUTO PUÒ GENERARE L’HUMUS VITALIZZANTE.

La storia che qui esporremo, raccontataci dal figlio del protagonista, Luigi Leanza, si inserisce in un periodo storico a noi troppo vicino per essere giudicato con serenità: ancora oggi dibattuto dagli storici e oggetto di rivisitazione da parte degli analisti. Pertanto ci asterremo da ogni giudizio in merito. Del resto, non è scopo di questo scritto esprimere giudizi o opinioni, né sulla storia in sé né tantomeno sull’operato dei protagonisti che la determinarono. Questo compito lo affidiamo ai lettori, se lo desiderano, ognuno secondo la propria sensibilità e la propria formazione culturale; noi, imitando il maestro per eccellenza, l’aedo Omero, intendiamo rimanere imparziali, limitandoci a raccontare i fatti.

   IL GERARCA

Come la propaganda del tempo imponeva, il dittatore Benito Mussolini intendeva visitare personalmente ogni paese e ogni città italiana, compresa Adrano. Un imprevisto dell’ultima ora glielo impedì e fu perciò sostituito da uno dei gerarchi più importanti del suo entourage. La fascistizzata città accolse il gerarca in pompa magna, con striscioni e gigantografie del Duce. Fra i numerosi ritratti del Dittatore, uno colpì particolarmente l’attenzione dell’inviato, che si soffermò a contemplarlo. Il ritratto era ammirevolmente perfetto, tanto che il gerarca volle avere informazioni su chi lo avesse realizzato e infine decise di portarlo con sé per mostrarlo al Duce. Gli fu detto – così come il gerarca aveva udito – che l’autore era un adolescente che frequentava la scuola media, ma che non avrebbe potuto affinare quel talento perché i suoi genitori non potevano permettersi di mantenerlo agli studi accademici. Ebbene, il Duce stabilì che al giovane Leanza venisse assegnata una borsa di studio fino al compimento dei suoi studi. Fu così che in molti potemmo avere la fortuna di averlo come maestro di disegno alle scuole medie.

                IL PATRIOTA

Il racconto fornitoci dal signor Luigi Leanza ci offre l’occasione di proporre a nostra volta un’altra storia, che riguarda sì un singolo uomo, ma con ripercussioni sull’intera cittadina di Adrano. Colui che scrive, ritenendosi particolarmente sensibile al risultato ottenuto grazie alla proposta avanzata dal protagonista in sede consiliare, non può che esprimere profonda gratitudine nei confronti di Luigi Perdicaro.

Uomo colto – fu lui a creare il primo museo archeologico in un’aula del Liceo Classico di Adrano – il consigliere comunale Luigi Perdicaro, insegnante di latino e greco nello stesso liceo fino al 1943 e insigne umanista, era un politico che, pur militando in un partito, anteponeva l’etica, l’amore per la patria e il bene comune a qualsiasi ideologia. Fascista della prima ora, il nostro Luigi Perdicaro nel 1929, approfittando dell’ondata ideologica che trovava nel classicismo e nell’umanesimo il proprio fulcro propagandistico, propose con astuta lungimiranza la restituzione del nome originario Adrano alla cittadina etnea, che a causa delle numerose dominazioni straniere era stato storpiato in Adernò.

Ottenuto all’unanimità dal consiglio comunale il voto favorevole a tale proposta, il nostro Furio Camillo redivivo fu sottoposto a un’ulteriore prova di coraggio e fervore patriottico quando una delegazione di gerarchi fascisti si recò nella – ormai – Adrano (evidentemente la cittadina, già dai tempi di Caio Verre, per il suo importante passato non passava inosservata a Roma) per imporre l’eliminazione dell’aquila dallo stendardo comunale: l’Italia, secondo loro, doveva avere una sola padrona dei cieli, l’aquila romana.

Non ci è pervenuto il discorso che Perdicaro tenne davanti ai gerarchi, ma, da grande conoscitore della storia patria quale era, possiamo facilmente immaginare che egli abbia ricordato agli ospiti che l’aquila adranita era molto più antica di quella romana, che solcava i cieli italici prima ancora che Roma nascesse e che, se Roma esisteva e tornava a essere l’ombelico del Mediterraneo, lo si doveva anche alle genti sicule le quali avevano fornito a Enea l’aiuto necessario affinché l’eroe troiano potesse giungere nel Lazio. In ultimo, stando al nono libro dell’Eneide, proprio da Adrano era stato inviato nel Lazio Capi, figlio di Arcente, in soccorso di Enea, cosicché questi potesse dare origine alla stirpe romana. Dunque la schiatta adranita era anteriore a quella romana. Enea stesso, pertanto, non avrebbe mai osato abbattere l’aquila che poi avrebbe adottato come insegna; non lo facessero neppure loro, che per autorità erano certamente al di sotto di Enea.

Con questo discorso Perdicaro salvò l’aquila adranita, che ancora oggi campeggia sullo stemma del comune.

  SANTITÀ E BILOCAZIONE

Come è stato affermato altrove, nella città in cui sorgeva il tempio del dio Adrano il sacro è stato di casa fin dalla sua edificazione. Molti dei vetusti templi della religione precristiana, grazie all’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380, furono convertiti in chiese. Adrano, nell’Ottocento, stando allo storico adranita Salvatore Petronio Russo, ne contava un numero straordinariamente elevato, difficilmente giustificabile dalla consistenza della popolazione.

Così come avvenne in modo indolore la trasformazione del tempio pagano in chiesa cristiana, anche il passaggio dal sacerdozio pagano a quello cristiano seguì modalità che non mutarono in sostanza l’approccio al sacro. Eremiti come l’adranita San Nicolò Politi e semplici sacerdoti come Francesco Musco furono caratterizzati da un alone di santità che risplende ancora ai nostri giorni.

Il barone Spitaleri dedicò una biografia al sacerdote Francesco Musco, nato nel secolo precedente rispetto allo Spitaleri, ossia nel Settecento. Il barone, fra le molte gesta degne di ricordo, racconta di don Francesco un aneddoto che ci ha particolarmente colpiti e che qui desideriamo riportare.

Era un giorno in cui sembrava che le cateratte del cielo si fossero aperte per allagare la terra; persino il dio pagano Giove pareva essere intervenuto con le sue saette per impedire che alcuno si salvasse. Don Francesco ebbe notizia che un viandante, inzuppato come una spugna e febbricitante, si era riparato in una grotta presso la cosiddetta Scala dei Bianchi, una stradella che si arrampicava sulla rocca Giambruno superando lo strapiombo che rese inespugnabile l’antica Adrano, di cui parlano Diodoro Siculo, Plutarco e altri storici antichi.

Si dice che i confratelli di don Francesco lo videro tornare in convento con il viandante sulle spalle, senza che una sola goccia avesse bagnato il saio del prete. Altri concittadini raccontavano di averlo visto in un luogo mentre, contemporaneamente, i confratelli erano con lui in chiesa a pregare.

          CONTEMPORANEITÀ

Non ci soffermeremo a contemplare solo il passato come vecchi nostalgici, ignorando il presente e convinti che il futuro non concederà degni eredi di così grandi antenati. La lista di concittadini che attualmente occupano nel mondo posizioni di prestigio, contribuendo a far progredire l’umanità in avanti e verso l’alto, è molto numerosa: lo spazio dedicato a questo lavoro non basterebbe a contenerne tutti i nomi. Ci limiteremo perciò a citarne qualcuno.

UN ADRANITA SULL’HIMALAYA.

Dobbiamo essere grati a Giuseppe Leanza per quanto abbiamo appreso riguardo allo  zio, da noi successivamente contattato. Il signor Aldo Furnari, già docente universitario, oggi in pensione ma ancora fortemente impegnato su più fronti, ottantaquattrenne, possiamo definirlo l’uomo dal multiforme ingegno: fu il

promotore dell’agricoltura biologica in Italia e il primo nel 1978 a fare sorgere la prima Cooperativa Biologica, un Centro Biologico nella città di Noto nel 1984, cinque punti vendita a Catania. Portò innovazioni nei Paesi della costa africana, in Palestina, in India, Bolivia, Perù e altri paesi del Centro America dove si recò col beneplacito dell’Università di Catania per impiantare laboratori sperimentali e studiare l’agricoltura locale. Il fine ultimo del nostro professore era, però, fare tornare la Sicilia agli antichi splendori, a quel lontano periodo in cui le ninfe educavano gli eroi nei rigogliosi boschi di querce, che crescevano, come ricorda Virgilio nel cap. IX dell’Eneide, sulle rive del fiume Simeto.

Fu spinto dalla sua inarrestabile sete di conoscenza a spingersi fino alle alte vette dell’Himalaya, con l’obiettivo di consolidare la sua visione del mondo e metterla al servizio degli ultimi. Accadde però che la belligerante Cina comunista conquistasse l’innocuo e pacifico Tibet, sede della massima autorità religiosa buddhista, il Dalai Lama.

Il nostro Professore, attraverso una petizione, non ci pensò due volte a condannare l’arroganza cinese, superando ogni condizionamento ideologico. Dopo aver pubblicato articoli di denuncia dei crimini commessi dai cinesi ai danni del mite popolo tibetano, si vide recapitare dall’ambasciatore italiano in Cina una diffida a recarsi in Cina o nei territori da essa occupati. Nel caso in cui il Professore avesse osato farlo, sarebbe stato immediatamente arrestato.

Avendo appreso dal nipote che l’irrequieto nostro concittadino avrebbe poco dopo convolato a nozze con un’irlandese, cogliamo l’occasione per richiamare alla memoria del lettore una nostra ricerca intitolata “Sikani e Celti irlandesi”, pubblicata sul sito miti3000.eu, in cui si rintracciano comuni origini tra le due etnie. Consigliamo pertanto la lettura a chi desideri ampliare gli orizzonti della propria conoscenze.

LE VIE DEL SACRO

    L’ASINO IN CHIESA. 1971

Non c’è da meravigliarsi se la città di Adrano ha espresso in ogni epoca un senso del sacro che, di volta in volta, si è manifestato sotto molteplici forme.

Il nostro Giuseppe Leanza, con il quale entrammo immediatamente in empatia, appartiene a una famiglia la cui genetica è un coagulo di elementi propri dei creatori di civiltà: intraprendenza, audacia, capacità di vedere lontano, umiltà e una profondissima spiritualità.

Nel 1971, a otto anni, il giovane Giuseppe, rimasto orfano della madre -soprannominata “a tumazzara”, secondo l’uso di mettere dei soprannomi alle persone che si distinguevano-  e di padre a quattordici, ricevette in dono, alla precoce età di nove anni, l’asino del nonno passato a miglior vita sei mesi dopo la morte della figlia, a causa dell’insanabile dolore. Con quell’asino il nostro Giuseppe visse un rapporto di quasi consustanzialità e divenne la mascotte del folto gruppo di ragazzi del quartiere. Come era allora d’uso, il giovane proveniente da religiosissima famiglia, voleva fare benedire l’asino. Giunto davanti alla chiesa con il lungo corteo di ragazzini che lo seguivano, osservati i languidi occhi del somaro che sprizzavano amore incondizionato, il ragazzino non se la sentì di legarlo al pilastro fuori dalla chiesa, temendo anche di non ritrovarlo all’uscita, considerato lo stato di bisogno in cui versavano molti concittadini. Così Giuseppe lo portò con sé dentro il tempio.

L’amorevole padre Dell’Erba, uscito di corsa dalla canonica a causa dell’inconsueto rumore di zoccoli che si propagava con un sordo eco fra le sante mura, vide il giovane Giuseppe che conduceva il docile asinello, nutrendo un affetto profondo per il fanciullo che da breve tempo aveva perso l’amore più preziso e di cui apprezzava la particolare sensibilità; non accennò pertanto ad alcuna espressione di dissenso e indossando i sacri paramenti, celebrò il rito della benedizione come se nulla fosse accaduto, o, meglio, considerando l’asinello una creatura altrettanto gradita al divino che accoglie tutti gli esseri in un amorevole abbraccio.

AD ADRANO IL PRIMO COMPROMESSO STORICO.

Abbiamo spesso messo in evidenza che il luogo in cui sorse il tempio del dio siciliano Adrano – l’avo primordiale della stirpe sicana – non venne scelto dall’ecista sorteggiandolo tra mille altri siti della Sicilia, ma perché in quel punto si sprigionavano forze tanto antiche quanto positive, capaci di incidere sull’intera isola se ben governate. E così è stato anche in ambito politico, dove Adrano e diventato il laboratorio alchemico per innovazioni che il governo centrale avrebbe presto preso a modello. Stiamo parlando del “primo compromesso storico” avvenuto nella città di Adrano.

Era il 1960 quando il fermento politico adranita spinse i membri dei partiti a tentare ogni espediente, purché fosse funzionale al bene della cittadina etnea

Ad maiora semper

Adrano: ipogei, acque e mk ultra.

Adrano: ipogei, acque e mk ultra.

Nel settembre del 2024 pubblicavamo lo studio riguardo agli ipogei e agli acquedotti del sottosuolo adranita, paragonandoli, a motivo della descrizione fatta nelle Tavole di Smeraldo attribuite a Thoth, alle Sale di Amenti. Ora, grazie alla disponibilità di Don Salvatore Stimoli che senza pregiudizi ha aperte alla ricerca le porte dell’antico tempio del dio Adrano, oggi adibito a chiesa, e grazie alla professionalità del mai sufficientemente apprezzato geologo dott. Francesco Messina che per la sua inestinguibile sete di conoscenza, stimolato dal presidente del CAI di Belpasso Orazio Marchese a cui gli Adraniti debbono molto per l’opera di divulgazione che conduce, ha prestato gratuitamente la sua opera e i suoi costosi macchinari che permettono di sondare le viscere della terra, torniamo sull’argomento, con l’ ipotesi secondo cui la chiesa possa essere stata costruita sulle rovine di una struttura templare antecedente, ipotesi già espressa ma rafforzata oggi dall’ispezione del dottor Messina, che con il suo georadar ha rilevato l’esistenza di una antica pavimentazione a un metro sottostante a quella odierna. La pavimentazione potrebbe essere appartenuta alla chiesa edificata nell’XI secolo dalla contessa Adelicia, ma anche al tempio del dio Adrano, ricostruito dai Romani nel 263 a.C. dopo che gli stessi lo avevano abbattuto, ma ciò sarà argomento di un prossimo articolo. Per il momento non ci rimane che augurarci un intervento della sovrintendenza ai beni culturali, affinché realizzi nella su citata chiesa dei sondaggi la cui esposizione al pubblico, sulla scia di quello che è stato fatto all’interno della Cattedrale di Catania, impreziosirebbe il contesto e potrebbe essere utilizzata dagli studiosi di tutto il mondo.

Purtroppo la preziosa opera di lettura del sottosuolo adranita che doveva essere effettuata dal dott. Messina per le vie di Adrano, non è stata possibile poiché la pavimentazione delle vie cittadine, realizzata con mattoni di duro e spesso basalto, non si lasciava attraversare dalle onde emesse dal macchinario. Speriamo di poter rimandare a tempi migliori tale esplorazione, quando la migliorata futura tecnologia ci porrà nelle condizioni adeguate, sebbene le nostre ricerche continueranno esplorando gli ubertosi terreni dei nostri ortolani all’interno delle millenarie mura. Tale impedimento, tuttavia, non ci fermerà dall’ esporre le tesi che abbiamo maturato per altre vie, facendo ricorso alla multidisciplinarietà e all’esperienza diretta di chi scrive, invitando il lettore a ben meditare sulle tesi esposte, poiché esse potrebbero essere viziate dalla formazione culturale di chi le espone.

Il sondaggio effettuato nella Chiesa Madre, oltre a rilevare gli ipogei oggi convertiti in luoghi frequentati dai fedeli, ha rilevato l’esistenza di altri sotterranei, chiusi al pubblico, sigillati da botole inamovibili. Si tratta verosimilmente del cimitero sotterraneo istituito prima che l’editto napoleonico ne impedisse l’uso. L’ispezione della chiesa, dunque, non solo ci consente di riaffermare quanto sostenuto nell’articolo da noi pubblicato col titolo Le Sale di Amenti e i meandri di Etna, fruibile nel sito adranoantica.it, ma ci permette di osare oltre, spingendoci a ipotizzare, supportati dalla narrazione di storici antichi e dal contenuto di miti locali, che l’ipogeo adranita fosse una sorta di laboratorio preistorico in cui la divinità adranita Adrano, appellata con quaranta nomi tra cui il dio delle acque, utilizzasse la vasta rete di canali sotterranei in cui scorrevano le acque, manipolandone le proprietà fisiche, come sotto esporremo.

Il mito e la storia

Prima di elencare le qualità fisiche dell’acqua, è bene che il lettore venga a conoscenza di alcuni episodi raccontati da Diodoro Siculo, poiché a nostro avviso tornano a sostegno della tesi che di seguito esporremo.

Lo storico di Agira afferma che a Gerone II di Siracusa, morto ultranovantenne nel 217 a.C., successe il quindicenne nipote Geronimo, il quale a motivo della giovanissima età era sotto la tutela di quindici tutori, tra i quali Adranodoro suo zio che riuscì a concentrare il potere nelle sue mani. Come il nome di Adranodoro tradisce, è probabile che questi fosse, oltre che genero del tiranno Gerone II, un sacerdote del culto del dio nazionale Adrano, culto che dopo i fatti di Stimolante (Plutarco, Vita di Timoleonte) il quale, avendo goduto dei favori della sicana divinità, il cui culto era il più importante della Sicilia se mai fosse diminuito, lo valorizzò ancora più nella città di Siracusa che divenne la sua residenza. I Siracusani nel 211 a.C. ebbero la malaugurata idea di interrompere l’alleanza con i Romani alleandosi con i Cartaginesi. La guerra divenne allora inevitabile. Morto Geronimo in uno scontro con i Romani, il potere passa pienamente nelle mani di Adranodoro. I Romani, afferma Diodoro, attribuendo al dio Adrano l’invincibilità degli eserciti siculi, pensarono bene di circondare il tempio del dio Adrano con una cerchia di solide mura, onde impedire che le energie profuse dal dio e provenienti dal tempio, raggiungessero le schiere sicule. Ora, come avvenne nel caso Schliemann per ciò che riguarda la guerra di Troia, ritenuta una leggenda dagli accademici di allora, invece avvalorata dagli scavi condotti dall’intraprendente archeologo tedesco, ecco che anche ad Adrano si trovano a nostro avviso, le prove dell’attendibilità del racconto diodoreo. Infatti nel piano terra del Castello Normanno, a pochi passi dalla Chiesa Madre, che come abbiamo detto sorge sulle rovine del tempio del dio Adrano, coperto da una teca di vetro è visibile un muro romano della larghezza di un metro e mezzo.

Continuando con la leggenda riguardo ai cani posti a guardia del tempio del dio Adrano, essa riporta che questi molossi, o forse cirnechi, erano in grado di distinguere i visitatori animati da buone intenzioni da quelli malintenzionati – il lettore ricorderà che il tempio fungeva anche da erario, tanto da indurre il tiranno di Agrigento Falaride a tentare una sortita per predarlo, come afferma Polieno nel suo Stratagemmi-. Ebbene, i due episodi sopra citati devono servire a ricordarci l’argomento altrove esposto circa le frequenze emesse dall’acqua corrente, in grado di provocare stati estatici e mistici o stati alterati di coscienza.

Da recenti studi è emerso che l’acqua è portatrice di una coscienza cosmica e che conserva memoria di questa coscienza. Studi sulle qualità e i comportamenti dell’acqua si devono al pioniere Masaru Emoto. I risultati a cui lo scienziato giapponese è pervenuto sono oggi confermati da molti ricercatori, motivo per cui non riprenderemo l’argomento in questa sede, rimandando coloro che hanno subito il morso del serpente agli studi pertinenti. Ricordiamo invece ai nostri lettori, a conferma della tesi che stiamo per esporre riguardo alla conoscenza scientifica dei sacerdoti del tempio adranita, che le frequenze sono state utilizzate di recente in scenari di guerra, per esempio la prima Guerra del Golfo, come arma nella battaglia di Falluja ed il Profesore Paolo De Bertolis, studioso di archeoacustica, ne ha parlato in alcune sue conferenze. In quella occasione gli assedianti americani dirigevano verso la città araba la frequenza di 18 hz, con lo scopo di disturbare la mente degli avversari privandoli del sonno. Questo episodio dovrebbe fare riflettere lo studioso indagatore, mostrando la possibilità che si possa riscrivere la storia partendo da nuovi e inediti paradigmi, abbandonando quelli che vedevano l’uomo al centro dell’universo e misura d’ogni cosa, per cui, stando all’arroganza di cui era figlio, veniva appellata scienza soltanto ciò che era riproducibile in laboratorio, escludendo altresì la possibilità dell’esistenza nel passato di civiltà tecnologicamente più avanzate della presente. Ritrovamenti di oggetti fuori dal tempo come il meccanismo di Antikitera e molti altri, il racconto della storica difesa di Siracusa da parte di un solo uomo, grazie a meccanismi fuori dall’ordinario, certamente creati nell’ambito di una scuola di scienziati isolani che operavano sotto la guida di Archimede, corroborano la tesi su esposta.

Il dio delle acque profonde.

È così che viene appellato Ea, la divinità che aveva edificato la propria reggia a Eridu nell’Abzu. A propria volta, la tradizione sicana a cui fa riferimento Macrobio, definiva Adrano il dio delle acque dolci. La sede dell’avo primordiale, Adrano, era, ma sarebbe meglio dire è, presso l’Etna, nella omonima città di i Adrano, da sempre additata per l’abbondanza delle sue numerose sorgenti (nell’ ‘800 esistevano mille e cento sorgenti -La Battaglia di Adrano, di Pietro Maccarrone, Catania 1988) al punto che sulle monete coniate durante i secoli V e IV a.C. erano effigiati l’anguilla e il granchio. Lo storico locale Salvatore Petronio Russo, nel suo libro Storia di Adernò, elenca ben nove copiose sorgenti che scorrevano dentro le mura e sei nei pressi. Le abbondanti sorgenti erano in numero così elevato e convergenti da formare fragorose cascate, il cui frastuono il principe Biscari poteva udire a notevole distanza, come affermò durante una sua visita alla storica cittadina. È possibile che l’appellativo di Adrano apposto all’Avo, formato dall’unione dell’aggettivo odr furioso e del sostantivo Ano che significa Avo, antenato, si debba proprio allo scroscio prodotto dalla violenza delle acque che precipitavano dalla rocca. Chi scrive ricorda come ancora da fanciullo, le sorgenti a cielo aperto fossero tanto numerose da poter soddisfare certamente le necessità agricole e umane del luogo. Pertanto, oggi percorrendo i numerosi canali sotterranei che convogliano ancora una copiosa quantità d’acqua, riflettendo sulla dispendiosa opera di canalizzazione sotterranea (ricordi il lettore che gli scavi sono stati eseguiti sul duro basalto in epoca in cui non esistevano mezzi meccanici di scavo) non si spiega la ‘ necessità di tali costose opere, constatando altresì che gran parte di quelle sorgenti affioravano spontaneamente in superficie, e che se non inutilizzate precipitavano dalla rocca per fondersi nel fiume Simeto, il quale scorre a valle, distante un paio di chilometri dal centro urbano. Perché mai, con enorme dispendio di risorse umane ed economiche si sarebbero dovuti creare canali sotterranei scavati nel duro basalto e rivestirli con muri laterali di pietra lavorata, proteggerli con tetti a ogiva se lo scopo era solo quello di convogliare le acque irrigue? Queste non potevano forse egualmente scorrere sul nudo suolo, a cielo aperto? Molti canali erano erano stati costruiti con una modalità molto più semplice e fin da epoca greca e romana. I canali presenti nel sottosuolo adranita, tra l’altro, si intersecano a formare una fitta maglia, una rete labirintica.

Il simbolo della lira di Adrano e le frequenze.

All’osservazione di una moneta coniata intorno al V secolo a.C. che porta la legenda Adranitan sul fronte e il simbolo della lira sul retro, dobbiamo l’interrogativo che ci siamo posto: il simbolo del noto strumento musicale, voleva forse essere un criptico messaggio ai posteri? Se così fosse ecco la nostra interpretazione: la casta sacerdotale adranita, individuata nella scritta Adranitan (in riferimento ai cittadini, sulle monete greche, veniva utilizzato il termine Adranoi) come le caste religiose di ogni civiltà, era la detentrice della conoscenza, nel caso specifico, di come combinare le frequenze provocate dallo scorrere delle acque dentro i canali del sottosuolo, i quali potevano essere raggiunti attraverso l’ipogeo templare trasformato in epoca cristiana in catacomba. La lira effigiata sulle monete, potrebbe indicare che il suo armonioso e benefico suono (oggi molti terapeuti utilizzano il rumore dell’acqua che scorre o che cade dal cielo, per curare disturbi del sonno e altre patologie) poteva essere riprodotto con l’altrettanto benefico suono emesso dalle frequenze dello scorrere delle acque, con la differenza che quest’ ultimo poteva essere percepito anche dai sordi. A corroborare quanto sopra detto, ricorderà il lettore che nel racconto biblico Davide suonava la lira per calmare le emicranie del re Saul. La lira effigiata sulla moneta adranita, dunque, indicherebbe i benefici effetti che la casta sacerdotale era in grado di provocare sull’intero popolo, grazie alla sapiente manipolazione della rete di canali sotterranei, facendo scorrere le acque nelle direzioni volute a seconda degli effetti desiderati. Questa procedura avrebbe prodotto frequenze, come quelle emesse dalle corde di una lira e poiché ha una linea diretta con la coscienza, il suono agisce su ogni singola cellula del corpo, influendo sui comportamenti.

Non sarebbe dunque un’eresia se sorgesse il sospetto che già allora i sacerdoti adraniti conoscessero queste pratiche. Il prof. De Bertolis è giunto a queste conclusioni studiando i siti sacri dell’età del bronzo, in particolare le Domus de Janas in Sardegna, ed è qui d’uopo ricordare al lettore, che Diodoro Siculo afferma che lo scienziato Dedalo in Sicilia stava realizzando per conto del re Cocalo, che lo ospitava, alcuni suoi non meglio descritti progetti negli ipogei, e che successivamente si sia spostato in Sardegna per fare analoghe strutture o per provocare analoghi effetti.

I sacerdoti, ancora grazie alla sapiente gestione delle acque nei canali sotterranei, sarebbero stati capaci di produrre frequenze in grado di ingenerare stati di coscienza alterata nei militari di stanza presso il tempio/erario. Si tenga in conto che l’organismo umano, con il suo sessantacinque per cento d’acqua, diventa un campo magnetico e vibrazionale che risponde al suono, anche quello non udito dall’orecchio, e ciò potrebbe spiegare il motivo dell’invincibilità degli eserciti adraniti e perché i Romani abbiano circoscritto il tempio con mura di contenimento (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica).

La chiusura e apertura delle porte del tempio di Giano Bifronte sul Campidoglio, a seconda che si fosse in pace o in guerra, induce a sospettare che i Romani conoscessero le influenze delle vibrazioni sul cervello umano, per cui seppero come intervenire sul tempio adranita, inibendo la propagazione delle frequenze da questo emesse. Del resto abbiamo sostenuto altrove che il dio Jah-Ano e il dio A-dr-Ano altro non sono che la manifestazione in aree geografiche diverse della stessa divinità e Roma, come ipotizzato in precedenti nostri studi, altro non fu che una creazione del popolo sicano, allora guidato dal re dei Feaci Antinoo, per attuare sul mondo allora conosciuto un programma di ampio respiro. Non si spiegherebbe, infatti, l’ascesa repentina dei Romani in tutte le arti, se non con l’apprendimento della scienza sicana, già iniziata durante l’età del bronzo tanto è vero che Virgilio nella sua Eneide colloca i Sicani nel Lazio. Sospetta è altresì la scomparsa di Archimede da Siracusa quando i Romani la conquistano e la conseguente esplosione tecnologica dell’Urbe. Pur ammettendo che Archimede fosse morto in quella circostanza come racconta la leggenda, non si può dubitare della esistenza di una scuola di scienziati che operavano nella polis siciliana e che dopo la vittoria romana siano stati deportati a Roma, o altrimenti saremmo costretti ad affermare che la bomba atomica l’abbia creata soltanto Enrico Fermi e non fosse nata dalla collaborazione di un’equipe di scienziati, che interagivano nei laboratori di via Panisperna. I risultati di tali studi portarono ai nefasti effetti nonostante la sparizione di Majorana, l’Archimede del Secolo Breve, con il trasferimento del laboratorio da Roma in America. Da quel momento gli States, come Roma all’epoca di Archimede, divennero la prima potenza mondiale.

Purtroppo non sarà mai possibile esplorare l’intera rete di canali e ipogei adraniti, poiché questi, si trovano sotto le moderne abitazioni, sono adibiti a cantine, palestre e altre attività p riempiti di detriti, non sono più interamente percorribili, come quello di Via Roma esplorato da chi scrive. Pertanto non potremo verificare quanto da noi supposto circa l’esistenza di paratoie che opportunamente attivate avrebbero messo in comunicazione i canali attivando le frequenze desiderate.

Significato del nome Adrano.

Quanto qui affermato viene corroborato dal nome dato al dio dei Sicani, Adrano. Secondo il metodo interpretativo da noi adottato e che i lettori ormai conoscono bene, il nome sarebbe formato dall’unione dei lessemi A-dr-ano. Il prefisso A, nelle lingue che noi riteniamo comparabili a quella sicana, indica l’acqua, quella corrente però, dunque di fiumi e sorgenti. Infatti tale prefisso forma i nomi del laziale fiume Aniene, presso il quale Virgilio pone i Sicani a custodia dei possedimenti del re Latino; lo ritroviamo ancora nel siracusano fiume Anapo, nel catanese fiume Amenano, nel germanico fiume Adrana citato dallo storico Tacito, nello spagnolo Adrano e per finire nel sicano Adrano quale appellativo della divinità. Non escludiamo l’esistenza di altri idronimi che abbiamo tale prefisso e che a noi sfuggono. Il nesso consonantico dr, nella lingua germanica indica, se dobbiamo dare credito ad Adamo da Brema, furore, tanto che il dio scandinavo Odino, veniva appellato Odr, il furioso. ll prefisso A potrebbe perciò essere un semplificativo del termine ea, che era uno dei numerosi appellativi del dio meglio conosciuto come Enki, la cui sede era nell’Abzu superiore, identificato da noi con la Sicilia. E infatti è più che mai calzante il fatto di porre presso l’Etna, ad Adrano, la residenza del dio più antico del Mediterraneo, in quanto Empedocle di Agrigento affermava nel V sec.a.C., che i miti più antichi provenivano dalla Sicilia orientale e colà erano nati i riti di iniziazione. Non è un caso che nei riti di iniziazione sia quasi sempre presente l’acqua (attraversamento di fiumi, abluzioni ecc.) e il rito che si svolgeva nella Valle delle Muse presso Adrano (vedi cortometraggio pubblicato nel sito Adrano antica.it) a cui accenna Eschilo nelle Etnee, ne rappresenta l’esempio più pregnante. Che con il termine ea venga indicata l’acqua, oltre che esplicitato dal nome Enki, ovvero il primo, il numero uno della chiglia, parte che per metonimia indica tutta la nave, viene meglio espresso dall’ulteriore appellativo di Ea. L’appellativo sta infatti a indicare se non proprio la consustanzialità di questo dio- qualsiasi sia il concetto che abbia voluto esprimere colui che ha coniato il termine dio- con l’elemento acqua o perlomeno la dimestichezza ch’egli aveva con l’elemento. Il nome Ea appartenuto al dio delle acque dolci che abitava l’Abzu superiore ovvero la Sicilia, riteniamo che possa essere stato successivamente utilizzato come titolo o grado di comando nelle flotte navali: En-ea era un titolo che probabilmente indicava l’ammiraglio (en= primo, come il tedesco ein), il comandante in capo. Nell’Iliade vi è, infatti, un celato riferimento alla flotta troiana, verosimilmente comandata dal mitologico Enea, sconfitta dai Greci per “viltà del consiglio degli anziani”.

Ad Adrano i simboli delle acque dolci primordiali.

La zecca adranita ci viene in aiuto nella formulazione di si ardite tesi. Infatti, diversi conii adraniti prodotti nel corso del V, IV se. a.C. e oltre, riproducono il granchio d” acqua dolce che ha tra le chele un’anguilla. Si sa che l’uno e l’altro animale hanno il loro habitat presso le acque dolci e nessun luogo della Sicilia, ma oseremmo dire dell’intero bacino del Mediterraneo, è così ricco di acque dolci come quello in cui venne edificato il tempio sicano del dio delle acque dolci Adrano. Poiché abbiamo altrove trattato l’argomento circa la sovrapponibilità della mitologia sumerica con quella sicana, non affronteremo in questa sede la sovrapponibilità del dio mesopotamico Anu con il sicano A-dr-Ano se non per ricordare che Macrobio raccontando il mito dei Palici, afferma che questi furono concepiti dalla ninfa Etna di cui Adrano si era invaghito osservandola fare il bagno nel fiume Simeto.

Ad maiora.

Prof. Francesco Branchina

Amenti

Le sale di amenti e i meandri di Etna

Richiamare le Tavole Smeraldine in questo studio col fine di seguire le profonde orme della antichissima civiltà sicana, che precede, è bene ricordarlo in questa sede, di molti millenni quella sumera e quella egizia, potrebbe apparire al lettore che si accosta per la prima volta alle nostre ricerche, se non una provocazione per lo meno una esagerazione. Non sarà così per gli assidui lettori che alla nuova ricerca andranno a sommare quanto è stato da noi affermato negli articoli precedenti circa la presenza, nel territorio presso le falde dell’Etna, di una simbologia, di una teonomia, di una toponomastica e di una ininterrotta frequentazione a partire dall’Età del Bronzo di personalità di spicco (vedi l’articolo Perché tutti si recavano in Sicilia).
Ma per non ripeterci in questa sede su tali argomenti, rimandiamo il lettore agli articoli pubblicati in precedenza in questo stesso luogo e in particolare all’articolo che porta il titolo di “Quando gli dei Siciliani emigravano”.

Dirigendo le nostre attenzioni al lettore libero da condizionamenti, desideriamo ribattere a coloro che, nel tentativo di sminuire i nostri studi affermano che le nostre ricerche siano carenti di fonti, come ciò sia falso. Infatti, le citazioni degli storici antichi, da Erodoto a Tucidide, si trovano a iosa nelle nostre ricerche. Per i periodi antichissimi, invece, non ci si può avvalere che delle fonti mitiche. Inoltre, si sa che il ricercatore può fare uso delle fonti là dove esse siano presenti, in assenza di queste deve applicare il metodo scientifico, e fare uso della multidisciplinarietà. Inoltre, noi per primi abbiamo sempre affermato della possibilità non remota che il ricercatore possa innamorarsi delle proprie tesi e forzare la ricerca verso una univoca direzione. Per tal motivo resteremo vigili osservatori del nostro operato e laddove dovessimo fallire nell’intento di rimanere in un rapporto di terzietà nello studio, preghiamo il lettore, lo studioso, il ricercatore di venirci in soccorso e insieme, col contributo della Musa che non abbandona chi la evoca, rientreremo nel diritto percorso imboccato dall’onesto ricercatore.

Ma torniamo ora alle contestate Tavole Smeraldine, al cui contenuto bisogna, a parer nostro, dare pari dignità di quella che è stata attribuita ai testi religiosi di altre civiltà. Il testo delle Tavole viene infatti già citato in epoca antica da autorevoli storici quali sono Clemente Alessandrino e il sacerdote babilonese Beroso, quest’ultimo vissuto ai tempi di Alessandro Magno. Nello studio di ampio respiro che stiamo per proporre al lettore, desideriamo soffermarci sul rapporto che questo testo potrebbe avere avuto con la vetustissima città etnea in cui venne costituito il culto dell’avo primordiale sicano, Adrano. Per potere procedere nello studio, la condizione sine qua non per chi si approccia a fatti storici svoltisi in epoche così distanti dalle nostre, consiste nel non ignorare che la città oggi nominata Adrano, è sede del primo tempio costruito nella sicana isola, dedicato all’Avo primordiale, al padre della stirpe sicana, e che dunque questa città debba considerarsi la più antica fra quelle edificate nell’isola. In quanto tale, è inevitabile che in essa, nelle sale sotterranee del tempio, custodita dai Domini Cani, si tenessero le tavole in cui era stata vergata la storia ancestrale. È plausibile che la prima fondazione, (vedi il testo sumerico Enki l’ordinatore del mondo) venisse allora indicata attraverso mille appellativi, sebbene quelli inconfutabilmente identificati grazie alle nostre ricerche siano quelli di Innessa- Etna e Adrano. È pur vero che gli appellativi, a motivo della genericità del loro significato etimologico, rendono difficile la certa identificazione del sito, in quanto sarebbe possibile applicare i toponimi a più luoghi, purché questi abbiano caratteristiche simili. Gli appellativi sono: la terra promessa ovvero Eridu; Dilmun ovvero il luogo in cui il sapere è celato; la terra dell’abbondanza ovvero Innessa; l’Evocata ovvero Etna e in fine Adrano, ovvero il luogo in cui si manifesta il furore dell’Avo, dove con l’aggettivo furore deve intendersi quel sacro furore il cui significato lo storico delle religioni Mircea Eliade rese accessibile ad ognuno. Nella città oggi chiamata Adrano, dunque, come sopra affermato, sorgeva il tempio della divinità nazionale, la più antica del pantheon siciliano, come sostiene Diodoro Siculo nella sua Biblioteca. In effetti, i reperti archeologici rinvenuti in situ, esposti solo in minima parte nelle possenti sale del dongione normanno fatto costruire dal Gran Conte Ruggero su una fortezza preesistente, che si trova al centro della città di Adrano, danno ragione a questa tesi, dal momento che sono da ritenersi i reperti più antichi finora ritrovati nell’isola. Ad Adrano venne dunque edificata la dimora o reggia dell’Avo primordiale An, aggettivato odhr, il furioso (il significato dell’aggettivo è attestato da Adamo da Brema, ed è riferito al nordico dio Odino e, dunque, può essere adattabile, a nostro avviso, al sicano Adrano, dal momento che è nostra convinzione, altrove esaustivamente argomentata, che la lingua parlata dagli avi Sicani era una lingua nordica, affine all’antico germanico. Inoltre, nelle Tavole di Smeraldo anche Toth fa riferimento alla collera del dio che sovrintende nelle segrete camere di Amenti).

Amenti

Poiché in più occasioni abbiamo svelato le mistificazioni di cui gli storici greci antichi si sono macchiati, seguendo l’invito dello storico Dionigi di Alicarnasso, colui che invitava i suoi colleghi ad omettere nel raccontare i fatti storici, tutto ciò che non tornava utile al prestigio della Grecia, e che anzi si permetteva di redarguire Tucidide per la sua onestà intellettuale nel ricordare la guerra fratricida, conosciuta come Guerra del Peloponneso, noi prenderemo con il beneficio del dubbio ogni interpretazione del testo che proviene da questa categoria di narratori invisi alla Musa, e tenteremo una interpretazione alternativa tutte le volte che qualcosa sembri non tornare, utilizzando il metodo interdisciplinare che ormai i lettori conoscono. Iniziamo col fare risalire l’etimologia dell’appellativo Amenti all’unione dei lessemi am, che si riferisce a qualcosa che sta sopra di un’altra, e men che significa mente nella sua accezione più ampia di conoscenza, sapienza e scienza. E infatti, Toth, la divinità a cui viene attribuito il contenuto delle Tavole Smeraldine da considerarsi una sorta di testamento spirituale lasciato agli uomini, esordisce affermando che si sarebbe recato in queste sale, ricavate appositamente nel sottosuolo per essere celate a chi deve essere negata la conoscenza. C’è di più: da quanto si legge nelle Tavole sembra che le divinità si recassero in quei luoghi per rigenerare il loro corpo e allungare la loro vita. Toth afferma che in seguito vi si recherà lui stesso per non fare più ritorno se non in un futuro lontanissimo.

Ma ciò a cui il lettore deve dedicare la propria attenzione, consiste nel fatto che questo atlantideo si pone nei confronti del suo istruttore come un neofita che apprende cose a lui sconosciute. Si sfata così la tradizione che attribuisce ad Atlantide e ai suoi abitanti il primato della civilizzazione. Emerge, invece, che nella terra che rimane non identificata e in cui Toth viene a trovarsi per averne conosciuta la rotta, risiedesse un Demiurgo, un Ordinatore che richiama quanto affermato nella tavola sumerica intitolata Enki l’ordinatore del mondo. La tavoletta sumerica testé richiamata fa il paio con quella di Smeraldo in quanto l’una e l’altra fanno riferimento a una civiltà antidiluviana molto emancipata che non si trovava né in Mesopotamia né nell’Oceano Atlantico.

Collocazione geografica della patria di Toth

Nella lingua greca, in quella germanica, in quella sicana e in quella egizia, il nome di Toth rimane pressoché invariato ed è stato utilizzato ancora in epoca storica dai popoli germanici, basti ricordare quello di Teutomato re dei Galli ambrogini; Teuta regina degli Illiri nel II sec. a.C. o del toponimo Teutoburgo, nome dato alla foresta germanica in cui furono decimate le legioni di Varo al tempo di Augusto; Tuatha de Dana, era il popolo della divinità celtica Dana ecc. e, naturalmente, non poteva mancare la presenza di un Toth nel vetusto popolo sicano. In Sicilia lo troviamo infatti citato in un episodio accaduto nel VI sec. a. C., raccontato dallo storico Polieno otto secoli dopo i fatti citati. Polieno colloca il principe portatore del nome Teuto presso la città di Innessa, successivamente rinominata in Etna, come afferma Diodoro Siculo, e poi nel 400 a. C. definitivamente rinominata in Adrano come emerge dai nostri studi. Poiché il ruolo di Primus Interpares assunto dai reggitori dell’ordine sociale nelle città sicane
comprendeva amministrare le cose sacre, si deduce che il principe Teuto, nel sesto secolo avanti l’era volgare, avesse assunto il ruolo di Pontefice. A motivo del nome di Pontefice assunto, è plausibile supporre che la religiosità di Teuto si collegasse alle conoscenze trasmesse da Toth, e che, quindi, le Tavole Smeraldine o copie di esse fossero depositate negli ipogei del sicano tempio.

Affinché non si cada nell’errore di personalizzare la visione del mondo di un singolo, appartenuta ad una intera stirpe, ricordiamo al lettore che nelle Tavole Smeraldine, Toth si definisce figlio di Thotmen. Bisogna perciò supporre che il nome Toth era diventato un patronimico attraverso il quale veniva espresso il ruolo di figlio spirituale o discepolo del Demiurgo. Infatti, il Toth che proveniva da Atlantide e che era considerato l’uomo più eminente di quell’isola, afferma che approdato nella nuova terra viene condotto in un luogo definito mondo sotterraneo, presieduto dal dio supremo. In questo mondo sotterraneo Toth trascorse molto tempo, quindici anni, per acquisire la saggezza, senza la quale l’acquisizione della conoscenza sarebbe potuta diventare un’arma a doppio taglio. A chi ha l’ardire di saper accostare gli eventi che si susseguono, a prescindere della umana convenzione del tempo in cui si svolgono, vedrà nel racconto di Toth quello che potrebbe accadere a un neofita iniziato ai giorni nostri in una delle ormai abusate logge massoniche. Ora, leggendo tra le righe della prima tavola, ci si accorge che Toth descrive due momenti diversi: uno antidiluviano in cui l’atlantideo non si trovava nell’Amenti ma nella Patria atlantidea, e un altro post diluviano, in cui egli viene condotto in un luogo ad oggi non identificato, appellato appunto Amenti, per apprendere. Il fatto che Toth nella nuova terra d’approdo deve apprendere, va a sfatare il mito secondo il quale gli Atlantidei sarebbero stati il popolo più evoluto della terra e che avrebbero comunicato la loro scienza agli Egiziani. Soprattutto si evince che Toth non è stato l’unico sopravvissuto al diluvio a provenire da Atlantide, al suo seguito c’erano altri compatrioti. Introdotto nella nuova realtà, Toth si è lasciato andare in una superficiale descrizione del luogo in cui si svolse la sua iniziazione alla conoscenza. È in questa fase che emerge come Toth successivamente trasmetterà all’Egitto le conoscenze apprese nell’Amenti e non quelle portata da lui portate da Atlantide.

Il passaggio di Toth dalla Sicania all’Egitto

Prima di passare in Egitto per fondare una nuova civiltà, come a lui comandato da Tothmen, Toth viene dunque istruito dal Demiurgo in seno ad una civiltà superiore a quella atlantidea. Questo maestro viene appellato da Toth Tothmen, da intendersi come una sorta di padre spirituale. Ma dove collocare geograficamente la evoluta civiltà di cui Tothmen ne è l’eminenza grigia? Ebbene ci si può avvalere di indizi che abbiamo più volte sottolineato: Toth afferma che al di sopra del luogo sotterraneo di Amenti sovrastava la Montagna e che anche dopo il diluvio questa continuava a rimanere quasi del tutto emersa ( A’ Muntagna dei Siciliani?) tanto che d’intorno vivevano coloro che erano scampati al diluvio. Dal prosieguo del contenuto della tavola I, si apprende che le sale di Amenti, forse come conseguenza delle modifiche geologiche avvenute dopo lo sconvolgimento provocato dal diluvio, venissero inondate e perciò diventate impraticabili furono abbandonate. Dalla descrizione pare che Tothmen – è impossibile stabilire cronologicamente l’evento narrato- dopo aver istruito Toth , si ponesse in una fase di “letargo” o di ibernazione, ordinando a Toth, come detto, di recarsi nella terra di Kem, identificata dagli studiosi con l’Egitto. Qui avrebbe dovuto creare un nuovo portale, cioè un ponte che mettesse in comunicazione il Cielo con la Terra (la piana di Giza?). Avventurandoci nella decriptazione cronologica onde poter ottenere dei punti di riferimento storici, azzardiamo quale data di inizio dell’avventura di Toth, quella del 3100 a.C., data in cui si ha l’instaurazione della prima dinastia dei faraoni. Questa fase coincide a nostro avviso con l’apparizione in Egitto del simbolismo dell’occhio di Toth e le implicazioni esoteriche che esso porta seco. Ricordiamo al lettore che questo occhio appare in Sicilia fin dal settimo millennio a.C. impresso su ceramica. Lo studio del simbolismo dell’occhio potrebbe aiutarci ad identificare il luogo appellato Amenti.

Esoterismo Sicano

Il lettore ha certamente compreso dove si vuole andare a parare e perciò si sarà fatta la domanda: dove sono i resti delle tecnologie sicane se l’autore della presente ricerca sostiene che questa civiltà le ha addirittura trasmesse ad altre civiltà? La risposta, come avviene di solito, è contenuta all’interno dei testi. Nelle Tavole Smeraldine si afferma, infatti, che il Signore non permetteva a nessuno di possedere armi. Emerge perciò, che il Demiurgo sicano, come quello più conosciuto dell’Eden di biblica memoria, avesse fatto del proprio regno un’oasi di tranquillità, in cui passeggiare e contemplare il frutto armonico del suo operato. A ciò bisogna aggiungere che noi abbiamo un concetto di tecnologia basato sulle leggi fisiche, di cui le armi atomiche sono un esempio plastico, mentre potrebbero esistere altre leggi, extra fisiche, conoscendo le quali si potrebbero ottenere effetti ben più potenti. Se questa tipologia di scienza naturale esistesse e il nostro demiurgo sicano l’avesse padroneggiata, ecco che la sua applicazione non avrebbe lasciato nulla di tangibile. Infatti quali residui archeologici potrebbero essere trovati delle capacità radiestesiche o telepatiche? Trascuriamo per il momento questo argomento che ci porterebbe lontano dal tema che ci siamo imposto, per tornare sull’occhio di Teuto apparso in Sicilia intorno al VII milllennio a.C., impresso su ceramica. L’occhio sicano è inscritto in un tetragramma, in un rombo formato dall’unione di due triangoli contigui, uno con il vertice rivolto verso l’alto e uno col vertice rivolto verso il basso. Nelle prime righe della prima tavola di smeraldo, con il famoso aforisma così in alto come in basso, si intende affermare che l’alto, sede divina, e il basso, sede umana, altro non sono se non le due facce della stessa medaglia. Era questo, dunque, il tempo in cui non vi era soluzione di continuità tra il basso e l’altro, tra il Cielo e la terra a cui fanno riferimento i poeti antichi. Riteniamo plausibile che il simbolismo dell’occhio inscritto nel rombo faceva riferimento al fatto che c’era una comunicazione tra gli dèi e gli uomini.
Toth avrebbe forse dovuto riprodurre in Egitto, stando alle istruzioni ricevute dal suo maestro, quello che
Tothmen aveva creato in Amenti?
Con l’apparizione in Egitto dell’occhio inscritto nel triangolo col vertice rivolto verso l’alto, potrebbe essere stata sancita l’avvenuta separazione tra i due piani: gli dei tornavano in Cielo? Questo episodio potrebbe essere quello a cui si riferisce anche Alcinoo re dei Feaci, allorché nella sua reggia trapanese confidava allo sbalordito Ulisse che ancora al tempo di suo padre Antinoo, in Sicilia gli uomini camminano a fianco agli dei. Che gli dei abbandonino in certe circostanze la terra, viene anche affermato dallo storico Giuseppe Flavio, allorché durante la conquista di Gerusalemme da parte di Tito nel settanta dopo Cristo, si udì una voce provenire dal Tempio dire che gli dèi se ne andavano.

Qui è il caso di ricordare al lettore, che rapporti mai emersi tra la Sicania e la terra d’Egitto, pur tuttavia esistevano, e dovevano essere importanti dal momento che nel territorio di Adrano, città in cui Polieno colloca il principato di Teuto, in alcuni toloi dell’età del bronzo, tra gli oggetti che formavano il corredo funebre, vi erano cinque scarabei. Inoltre, in Sicilia, il culto di Iside era importante fino al terzo secolo quanto quello di Mitra e di Gesù.

La mitologia del territorio etneo è la più antica del mondo

Il carattere esoterico che bisogna attribuire al luogo appellato Amenti, lo si evince ancora grazie alla descrizione che Toth fa delle sue sale. Le sale di Amenti apparentemente vuote e buie, erano in realtà caricate di indefinibili energie. Guidato dal dio, Toth attraversava una sala che egli definiva più buia della notte, in cui si distingueva però, una nera figura la cui presenza sembra stupire perfino il dio sua guida. Tuttavia, con voce autorevole la divina guida comandò alla nera figura di non stendere mai la sua mano sul neofita, che da allora godette della sua protezione. Dopo aver accennato alla maggior vetustà del carattere esoterico del simbolismo dell’occhio di Toth, già presente in Sicilia quattro millenni prima che apparisse in Egitto, come ignorare adesso quanto affermava Empedocle di Agrigento circa la maggiore antichità della mitologia siciliana rispetto a tutte le altre e la nascita presso il territorio etneo dei riti di iniziazione? Quella di Toth non ha forse i crismi di una iniziazione? L’occhio non ci rimanda all’acquisizione dell’onniscienza? Alla luce di questi indizi diventa lecito sospettare che il recarsi nella città di Innessa-Etna, rinominata Adrano, di filosofi e imperatori non era tanto dovuto al fascino che esercitava il vulcano Etna, quanto piuttosto acquisire la conoscenza celata nelle sale di Amenti, presso la città di Etna, sede del famoso tempio di Adrano.

Le acque. il loro effetto nel corpo umano e l’elettromagnetismo terrestre

Nel ringraziare il presidente del Consorzio Acque di S. Lucia, Nicola Toscano e la sua equipe, per averci fatto da guida nella intricata rete di acquedotti sotterranei che per chilometri si estende nel circuito cittadino di Adrano, non possiamo fare passare inosservate due cose: Adrano, la Derinkuyu della Sicilia, consta di una ignorata città sotterranea la cui ampiezza non è mai stata sospettata, e attorno ad essa vi è una intricatissima rete di cunicoli che convogliano le acque sotterranee e la ridistribuiscono. Abbiamo osservato che la rete idrica aggira la parte centrale della città sotterranea, sulla quale noi supponiamo motivatamente, che vi sia il Tempio del dio Adrano.

A motivo del percorso della rete di acquedotti, sospettiamo che le onde elettromagnetiche provocare dallo scorrere delle acque, vengano convogliate nell’epicentro della città sotterranea e cioè nell’ipogeo del tempio. Qui, se le nostre intuizioni hanno colto nel segno, la griglia magnetica delle vibrazione provocata dallo scorrere delle acque, avrebbe dato vita alla emissione degli otto hz.
Come altrove affermato, il sottosuolo della Chiesa Madre ( le cui colonne appartengono al Tempio del dio Adrano), da noi in parte esplorato grazie alla collaborazione del parroco Don Salvatore Stimoli, avrebbe delle affinità con quello di Amenti descritto da Toth nella Tavola V. Aggiungiamo che il simbolismo del numero otto è molto diffuso sui reperti archeologici adraniti. Sarebbe pertanto auspicabile che i capaci docenti del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Catania, dedicassero le loro attenzioni allo studio del tempio del dio nazionale sicano Adrano.

Quanto da noi esplorato in questi giorni nel sottosuolo adranita lascia sgomenti se lo si confronta con la descrizione che Toth fa delle Sale di Amenti, chiunque costui sia stato, ma che al pari di un Gilgamesh, di un Empedocle, di Platone e molti altri, mostra di aver esplorato un luogo sovrastato da una montagna. Su questa montagna e dintorni, dal contenuto delle tavole si evince che durante il diluvio avrebbero trovato scampo gli abitanti del luogo, e da esse apprendiamo da Toth che vi trovarono rifugio perfino gli abitanti di Atlantide, segno che questi conoscevano la rotta, ed infatti supponiamo che questo Toth altri non sia stato se non il fratello di Marduk, andato in esilio in seguito a loro contrasti . Se così fosse, Toth trascorse i suoi natali nell’Abzu superiore (la Sicilia?). Successivamente, come abbiamo raccontato negli studi precedenti, prese il posto di Marduk quale faraone d’Egitto quando Marduk fu costretto ad andare in esilio. Quando l’esiliato per grazia ricevuta fece ritorno in Egitto, Toth, per i sopravvenuti contrasti col fratello, emigrò in Atlantide. In seguito alla catastrofe del diluvio Toth faceva ritorno nell’Abzu e istruito dal padre ritornava in Egitto. Quanto in questo studio è stato ipotizzato, potrebbe essere inserito perciò a completamento dell’articolo pubblicato tempo fa in questo stesso luogo, intitolato “Toth l’Etneo”. In quello studio veniva ipotizzato, tra l’altro, che Platone nei dialoghi il Timeo e il Crizia, avrebbe volontariamente scambiato la città di Atene con quella di Etna, attribuendo alla prima anziché alla seconda un rapporto con l’isola di Atlantide. Se infine si mette a confronto il contenuto delle tavole smeraldine con il contenuto di quelle sumeriche, come non vedere nel personaggio di Tothmen, l’iniziatore e il padre spirituale -o carnale- di Toth il sumero Enki? universalmente definito il dio delle acque dolci. Noi in diverse occasioni, apportando incontestabili parallelismi mitologici, ci siamo spinti a identificare Enki con il sicano dio Adrano. Bisogna qui ancora ricordare che nel diritto di una moneta babilonese, viene raffigurato il dio Enki dal cui corpo scaturiscono sorgenti a non finire, sorgenti che erano rare in Mesopotamia, tanto che si dovette costruire un sofisticato sistema di canali per trasportare l’acqua dei fiumi; in un’altra moneta viene raffigurato il tempio di Enki circondato da sorgenti che schizzano come giochi di acqua nelle cittadine fontane.

Quest’ultima caratteristica coincide con quanto accade sia nel sottosuolo che nella superficie della Chiesa Madre adranita, edificio, è sempre bene ricordarlo, costruito su strutture antichissime da noi identificate con l’antico tempio del dio nazionale Adrano. Lo storico patrio Petronio Russo, elencando il gran numero di fonti, aggiungeva che il secondo piano del Castello Normanno, che è attiguo alla Chiesa Madre, ne beneficiava ancora ai suoi tempi. Non può passare inosservato che fino a metà del novecento, la città di Adrano annoverava un numero incredibile di sorgenti dalle quali il popolo attingeva per mille usi. Atteso che gli attributi di Enki e di Adrano siano soltanto due dei quaranta appositi allo stesso personaggio, la descrizione nei testi sumerici in cui si menziona un Enki che va a passeggio per le amene terre di Eridu, la si può attribuire anche ad un Adrano che percorre con la sua canoa di canne la Valle del Simeto ove, secondo il Macrobio, il dio dalle passioni molto umane avrebbe incontrato la ninfa Etna che gli avrebbe concepito dopo il veloce incontro i Palici. Il ricordo di una Valle del Simeto percorribile con canoe, oggi andato smarrito, può essere ancora immaginato attraverso le struggenti parole del principe Paternò Castello, affidate durante una sua visita nella città di Adrano -nome al suo tempo storpiato in Adernò- alle stampe e al cui testo il lettore può attingere direttamente. Tentare di sintetizzare in questa sede le virtù contenute nell’acqua è impresa impossibile e si correrebbe il rischio di sminuire la portata del tema. Motivo per cui invitiamo il lettore a condurre una ricerca sul tema, iniziando con l’attingere notizie dagli sconvolgenti risultati ricavati dallo scienziato giapponese Masaru Emoto. Chi, abbandonati gli obsoleti schemi di ricerca, saprà aprire la propria mente ai nuovi paradigmi che stanno sintonizzando il mondo con le antiche conoscenze, riuscirà a collegare il sito di Adrano e le sue caratteristiche a quei luoghi descritti nei testi citati, si chiederà
se la cittadella di Adrano, tempio del dio o laboratorio dello scienziato, riproduca il cervello umano e che la rete idrica sotterranea sia da collegare alla funzione che esercitano i neuroni del cervello. Avremo di conseguenza che, come come l’encefalo viene vascolarizzato dalle quattro arterie principali, la rete idrica sotterranea della cittadina etnea, ossa formare la rete sinaptica che collega i neuroni del cervello tra loro. I neuroni, essendo costituiti da acqua, verrebbero colpiti dalle vibrazioni emanate dal sottosuolo che, se le nostre intuizioni non risulteranno fallaci, corrispondono agli otto hz e suoi multipli. Poiché non vogliamo rischiare di inficiare quel poco di attendibile che abbiamo fornito al lettore con questo studio, per comprendere il legame che intercorre tra i siti preistorici e lo scorrere delle acque nei loro pressi, invitiamo il lettore a seguire le lezioni del professore Paolo De Bertolis dell’Università di Trieste. Il Professore De Bertolis ha studiato altresì l’Etna e quello che è stato definito il suo respiro, l’emissione degli otto hz, ricordando al lettore che questo numero trova forti collegamenti simbolici col dio Adrano e la città etnea a Lui dedicata.
Ad maiora
Francesco Branchina

ETNA: L’HANGAR DEGLI DEI.

QUANDO I SUMERI ABITAVANO ALLE FALDE D’ ‘A MUNTAGNA.

L’ABZU SUPERIORE
Premesso che l’aggettivo dio non è semanticamente penetrabile e che non è possibile sapere quando e da chi questo sia stato adottato per indicare qualcuno o qualcosa, ci sentiamo di dare
per probabile che colui il quale intese utilizzare per primo l’appellativo, intendesse manifestare che lo riferiva a qualcuno o qualcosa dotato di poteri infinitamente maggiori rispetto ai propri. Comunque sia, accadde con probabilità, che in un tempo non misurabile attraverso gli strumenti umani, un essere, stando a quanto viene raccontato nei testi sumerici, convenzionalmente definito dio, decise di stabilirsi nell’Abzu superiore, che i sumerologi concordemente identificano con il nord dell’Africa. Bisogna qui ricordare al lettore che la Sicilia fa parte della placca tettonica africana e che al tempo in cui i testi si riferiscono, cioè in epoca antidiluviana, con l’Africa era unita, in quanto in quel periodo il Mar Mediterraneo non era che una pozzanghera. Dunque, la divinità in questione aveva scelto come dimora l’Abzu superiore. Ora, i testi sumeri affermano che la divinità che loro indicavano con l’appellativo di Enki o Ea, ma che possedeva altri trentotto nomi, scelse di costruire la propria dimora nel luogo dell’Abzu superior, che ritenne più ameno e che da lui venne appellato, come si afferma nel testo intitolato dai sumerologi Il viaggio di Enki a Nippur, Eridu ovvero, secondo la nostra interpretazione, la terra promessa. Il toponimo risulta infatti formato dall’unione del lessema Er che significa Signore nella lingua germanica, affine alla sicana, o erde terra, ed eid che significa giuramento, promessa.

ERIDU, LA TERRA PROMESSA.
Dal significato del toponimo, dunque, si evince che le aspettative del dio rispetto a quel luogo assai ameno, in cui la biodiversità e la ricchezza di acque dolci non avevano pari, erano grandi per i progetti che intendeva realizzare. Ed infatti, tra i progetti poi realizzati, vi era quello di creare l’uomo. Nel poema in cui si parla della creazione, intitolato dai sumerologi che lo hanno tradotto “Enki e Ninmah”, e del quale riportiamo qui sotto il link: https://youtu.be/BwwcSu7dmd4?si=ALc2N-I1r5YuHncC, viene affermata una cosa per noi che andiamo a caccia di indizi, molto importante, che ritorna utile alle nostre ricerche e cioè che a Eridu Enki aveva installato il proprio laboratorio, e che l’argilla occorrente per l’esperimento della creazione era stata prelevata dall’Abzu superiore.
La divinità, come riportano i testi, nell’Abzu superiore operava intervenendo su tutti gli ambiti e migliorandolo in tutti i suoi aspetti, tanto che nel testo sopra menzionato, Eridu viene definito dagli dèi che partecipano al convivio che si svolge a Nippur, in Mesopotamia, un luogo paradisiaco si, ma che nasconde arcane e temibili forze appellate dai Sumeri con l’intradotto termine di “me”.
Ora bisogna concentrare le ricerche sulla identificazione della città di Eridu, presso l’Abzu superiore, e a tal fine non può passare inosservato che nei testi sumerici viene spesso citata La Montagna, che tramite l’articolo determinativo denota una familiarità di questa presso i Sumeri. Si rifletta sulla anomalia dettata dal fatto che in Mesopotamia non vi sono montagne, essendo una grande pianura, dunque questa doveva trovarsi altrove, Il lettore che ci ha seguito fin qui nelle indagini, avrà ormai notato il collegamento che esiste tra La Montagna e l’Abzu superiore e tra questo e la Sicilia. Di ciò è stato abbondantemente detto nel saggio Sicania: il futuro scritto nel mito, gratuitamente fruibile sui siti miti3000.eu e Adranoantica.it, pertanto rimandiamo il lettore in quella sede per maggiori approfondimenti.

TUCIDIDE E I TESTI SUMERI.

Ora, per procedere nelle ricerche, è necessario fare un salto in avanti di molte migliaia di anni rispetto al tempo dell’insediamento della divinità sumera nell’Abzu superiore, soffermandoci brevemente su quanto viene riportato nel V sec. a.C. dallo storico greco Tucidide. Sebbene egli sia interessato a raccontare gli eventi che portarono alla famosa guerra fratricida tra i Greci a cui diede il titolo di Guerra del Peloponneso, piuttosto che soffermarsi nell’ indagine delle etnie che popolavano la Sicilia al suo tempo e prima ancora, risulta comunque utile al fine della nostra indagine proporre al lettore quanto egli sbrigativamente afferma, in quanto col suo racconto lo storico indirettamente contraddice quanto sostenuto da
Diodoro Siculo tre secoli dopo, sebbene questi ben avrebbe dovuto conoscere le caratteristiche della Muntagna, che dal paese suo, Agira, è visibile allo stupefatto visitatore in tutta la sua gagliardezza e imponenza. Tucidide, nel libro IV della Guerra del Peloponneso, afferma che i Siculi, vinti i Sicani in guerra, ne abitarono le parti migliori, quelle della Sicilia orientale. Diodoro afferma, invece, che i Siculi si insediarono nella parte orientale dell’isola che trovarono vuota, essendo stata abbandonata dai Sicani in seguito alle eruzioni del vulcano Etna, ‘A Muntagna per i Siciliani.

L’EQUIVOCO DIODOREO.

Poiché nella storia tramandata oralmente dai Sicani, storia che Diodoro ben conosceva, non si era mai fatto accenno a guerre condotte tra il sedicente popolo dei Siculi e quello autoctono dei Sicani, Diodoro, che era Siciliano, per giustificare la presenza dei Siculi nella parte orientale della Sicilia, ipotizzò una occupazione del territorio da parte dei Siculi in seguito ad una presunta fuga dei Sicani, dovuta, a suo dire, alle devastanti eruzioni dell’Etna. Tralasciando il fatto che per quanto spettacolari e temibili le eruzioni del vulcano potessero essere state, non potevano comunque essere così devastanti da indurre un intero popolo ad abbandonare un territorio ampio come è quello della Sicilia orientale – si tenga conto che
l’eruzione più distruttiva mai registrata a memoria d’uomo, quella del 1669, aveva un campo lavico esteso 40 km e non avanzò oltre i 17 km, sebbene sia riuscita a lambire la città di Catania- a rendere poco credibile il racconto di Diodoro, è la constatazione che dopo un’eruzione vulcanica, prima che la lava si trasformi in fertile humus occorre che trascorrano secoli se non millenni. Comunque sia la inverosimile tesi di Diodoro divenne tuttavia la più accreditata.
A questo punto della ricostruzione storica di quel lontano periodo, prima di proseguire, affinché il lettore possa meglio comprendere i passaggi che ci condurranno alla tesi che stiamo per esporre, è necessario che egli legga l’articolo: “Etna, ‘A Muntagna dei Sumeri”, pubblicato poco tempo fa in questo stesso luogo, in cui si ipotizza che la formazione della Valle del Bove possa essere dovuta ad una guerra nucleare combattuta in illo tempore tra fazioni in contrasto di una civiltà tecnologicamente avanzata, che abitava la Terra, e di cui rimane traccia nei racconti di molti popoli. Uno dei testi, il cui antichissimo contenuto non desta stupore agli eredi del popolo che lo ha redatto, quello indiano, è il testo che ha titolo i Veda. In
questo testo vengono descritte guerre combattute migliaia di anni fa con l’ausilio di armi tecnologicamente avanzate, come il bramastra o raggio infuocato (laser?) utilizzato soltanto dal dio Krsna. Se si accetta l’ipotesi supportata dalle numerose prove che derivano dai reperti archeologici giunti fino a noi, che nel passato cioè siano esistite sul nostro pianeta civiltà evolute tecnologicamente, si può allora immaginare che lo storico siciliano abbia potuto fondere due tradizioni in una. Infatti, egli, rendendosi conto che i suoi lettori mai avrebbero potuto accogliere come veritiero il racconto di una catastrofe indotta da armi tecnologiche capaci di spazzare via una montagna e ripiegando su una versione più credibile, attribuì a una catastrofe naturale, provocata dalle eruzioni dell’Etna, l’abbandono del territorio da parte degli abitanti sicani. Diodoro afferma però il vero quando sostiene che furono i Siculi a ripopolare successivamente il luogo, a patto che all’aggettivo siculo si dia il suo vero significato etimologico, cioè quello di mandriano. Infatti l’aggettivo siculo, utilizzando il metodo interpretativo da noi messo in atto e che trova nella lingua protogermanica il riferimento di comparazione per tradurre la lingua sicana, risulta formato dall’unione dei lessemi sich e Ku, dove col pronome riflessivo sich, sé, se stesso, si suole intendere un rapporto quasi consustanziale tra la vacca (Ku) e il mandriano. Ma tornando alla nostra ipotesi di lavoro, risulta plausibile supporre che per un tempo, – come accadde per Moenjo Daro, Sodoma, Gomorra e altre località coinvolte nella guerra atomica globale – non sappiamo quanto a lungo l’area etnea, in seguito al cataclisma nucleare, sia rimasta disabitata. L’assenza di antropizzazione e il cessato effetto delle radiazioni, favorirono la crescita di una vegetazione rigogliosa. Le mucche, che nel periodo della transumanza si erano spinte fin là, attratte dalla tenera erba che ormai vi cresceva, avevano fornito ai siculi, cioè ai mandriani, la certezza che il luogo era tornato ad essere abitabile. L’esempio di un caso moderno comparabile a quello qui supposto, ci viene fornito dalla bomba atomica sperimentale fatta esplodere dagli Americani sull’atollo di Bikini dopo aver allontanato i suoi abitanti. Questi vi fecero ritorno soltanto dopo trent’anni, avendo appurato che vi era cresciuta l’erba.

RAMESSES E I SICULI.

Quanto affermato su Diodoro a proposito dell’errore in cui egli sarebbe incorso, si potrebbe applicare anche agli Egiziani circa la battaglia che vede Ramesses II respingere i Popoli del Mare di cui facevano parte i Siculi. Il faraone, del resto, è stato colto in flagrante dagli archeologi che hanno trovato la stele ittita in cui si racconta la battaglia conclusa inpareggio, mentre il faraone si era addossata la vittoria – mai avvenuta – nella famosa battaglia di Cadesh. La coalizione dei Popoli del Mare, citati dagli Egiziani, riconducono, invece,alle coalizioni che si formarono tra le due fazioni in guerra presso ‘A Muntagna e di cui viene fatto l’ elenco nel poema intitolato Ninurta il prode.

INDIZI DI UNA GUERRA GLOBALE COMBATTUTA PRESSO L’ETNA.

Un titolo del genere potrebbe fare desistere il lettore dal continuare la lettura, ritenendolo eccessivo, ma faccia egli lo sforzo di giungere fino alla fine, seguendo l’enunciato nietzschiano che anche un pazzo talvolta dice la verità – e in termini di follia sappiamo che egli diventò maestro-. Per comprendere tale studio è dunque necessario analizzare attentamente i particolari del racconto sumerico, di cui riportiamo il link che l’ottimo youtuber mette a disposizione di coloro che sono animati di buona volontà e che va sotto il nome di “Ninurta il Prode e le pietre di Lugal E”: https://youtu.be/s6JHYwUpRd0?si=V2AhM9NmSm7WMxVH. Nel succitato racconto il protagonista assoluto è La Montagna, quasi personificata, come appare dal racconto e dall’articolo determinativo utilizzato per indicarla. L’allusione all’Etna, nome non ancora coniato nel periodo in cui fu steso il racconto, appare evidente. La Montagna, viene nominata con l’ausilio dell’articolo determinativo a testimonianza che essa era l’unica a possedere inequivocabili ed esclusive caratteristiche tali da non potere perciò essere confusa con altre. Che la montagna in questione possa essere identificata con il vulcano Etna, si evince da un passo del racconto che di seguito esporremo brevemente. Ninurta, il vincitore che si vanta di aver “spaccato” la Montagna, paragona questa ad un Cedro (albero che oggi cresce per lo più nell’area libanese) con le radici ben piantate nell’Abzu. Ricorderà il lettore che questo è il nome che i Sumeri avevano dato all’Africa, o sarebbe meglio dire alla placca tettonica africana della quale fa parte la Sicilia (al tempo in cui venne redatto il poema La Sicilia era attaccata all’Africa e veniva indicata come Abzu superiore). La conferma della identificazione della Montagna con l’Etna si trova in un altro passo dello stesso poema, in cui si afferma che Ninurta, rivolgendosi allegoricamente alla “lava e al basalto”, cioè ad uno dei popoli della coalizione che lo aveva combattuto, gli somministra la pena da scontare. Il riferimento alla lava e al basalto non può non essere attribuito a coloro che si erano posti dalla parte di Anzu, il ribelle che della caverne della “inaccessibile” Montagna
aveva fatto il suo quartier generale. Il poema, nell’allegorico catalogo dei popoli che si erano schierati a favore dell’una e dell’altra parte e che Ninurta paragona alle pietre con le loro diverse caratteristiche, indicherebbe la Sicilia come “la contrada ribelle”, sebbene nella guerra in corso tutti i popoli abitanti della Sicilia fossero schierati a macchia di leopardo. Che la catastrofica guerra citata nel testo sumerico sia stata combattuta presso l’Etna e che anzi in questo vulcano sia stato realizzato una sorta di hangar con annessa la sala di comando, di cui con tradimento si era impossessato Anzu, si deduce anche dal poema intitolato Ninurta il Prode, di cui riportiamo il link: https://youtu.be/wGIRhg7j-HU?si=EAKH8Q-2YnXLtT93
Nel contenuto del poema, nonostante l’apparente vaghezza della descrizione dei luoghi, si evince che la Montagna in cui Anzu è acquartierato, si trova nell’Abzu superiore, poiché Ninurta, indicato da Enki a motivo del suo valore nell’arte militare per assumere il comando dell’operazione, viene dotato dei poteri che Enki custodisce a Eridu, cioè nella sua reggia laboratorio dell’Abzu superiore.

CONCLUSIONE
Concludiamo il breve excursus ricordando al lettore che attraverso i miti sopravvive la storia di una civiltà e che, pertanto, nel mito greco sicano che vede i Ciclopi al? lavoro nei meandri del Vulcano e al comando di Efesto, per creare le armi – gli strali, ovvero i raggi infuocati (laser?) a Zeus per sconfiggere i Titani – si possa celare l’allegorico racconto vergato nella tavola sumerica qui preso in considerazione. A questa si aggiunga che poiché soltanto in Sicilia sopravvive una toponomastica che trova un riferimento ai testi citati e di cui si è detto spesso, qui ricordiamo soltanto il nome dei monti Erei, i quali potrebbero fare riferimento all’antica Eridu. Ma di questo verrà detto ampiamente nella prossima pubblicazione, dove verrà presa in considerazione la moltitudine di indizi presenti nei racconti sumerici che fanno riferimento a un gemellaggio avvenuto tra le città della Mesopotamia e quelle della Sicania
Ad maiora.

Francesco Branchina

L’ETNA E ‘A MUNTAGNA DEI SUMERI

L’ETNA E ‘A MUNTAGNA DEI SUMERI.

Dobbiamo ringraziare uno youtuber se le nostre ricerche stanno sempre più affondando la vanga nel cuore della storia siciliana. Ci è sembrato pertanto doveroso da parte nostra compiere nei confronti di questo giovane ispirato youtuber, e cosa utile per i lettori che guardandolo potranno meglio comprendere di che cosa ci si stia occupando in questo studio e nel contempo trarre proprie conclusioni, pubblicare il link assieme alle deduzioni da noi tratte: https://youtu.be/fIq-dbD-1JA?si=3aTl3ml81Qsg_wMX
Il racconto immortalato in caratteri cuneiformi su questa tavoletta del XVI sec. a.C., come si afferma nel video, narra una delle tante guerre combattute su scala planetaria dagli dèi, chiunque costoro fossero e qualsiasi sia il valore semantico da attribuire all’aggettivo dio. Dal racconto emerge, secondo quanto verrà qui da noi ricostruito, che la sede, o quartier generale come sarebbe più appropriato definire, di Anzu, un individuo che ha dichiarato guerra alla dinastia di Anu volendola sostituire con la propria, si trovava presso una non meglio identificata montagna.

L’ETNA.
Il lettore sa bene che nelle vaste pianure della Mesopotamia non esistono montagne, dunque la montagna su cui Anzu installo’ la propria sede di comando andrebbe cercata fuori da quell’area geografica. I riferimenti al vulcano siciliano nella mitologia sumera, sono numerosi e li troviamo già in un’altra opera babilonese intitolata L’epopea di Gilgamesh di cui abbiamo abbondantemente disquisito nel saggio “Sicania, il futuro scritto nel mito”, gratuitamente fruibile nei siti di miti3000.eu e Adranoantica.it, di conseguenza non vi torneremo in questa sede; sappia però il lettore, che i miti sumerici riguardo al vulcano Etna, ‘A Muntagna, continuarono ad essere divulgati presso i Greci. Ricordiamo infatti al lettore, che i Greci mutuarono la loro mitologia dalle civiltà con cui vennero a contatto, tra queste quella sumera. In questo mito si limitarono a sostituire i nomi delle divinità protagoniste dei miti sumerici, sebbene Erodoto nella sua gigantesca opera, “Storia”, ricordi che i nomi delle divinità greche derivano da quelli egizi-. Siamo dell’avviso che il dio sumero Enki, molto coinvolto nelle azioni narrate dal mito qui preso in esame e che porta il titolo di Il Mito di Anzu, venisse appellato Efesto dai Greci essendo numerose le affinità fra i due. Il Dio fabbro, come ci si ricorderà, viene sempre presentato dai greci intento a batter ferro. Egli utilizza la incandescente lava del vulcano per costruire armi degli dèi e dei semidei: ora le saette per Zeus, poi lo scudo per Achille come afferma Omero nell’Iliade e infine quello per Ercole come racconta Esiodo nel poema Lo scudo di Eracle. Nel mito di Anzu, è Enki, l’Efesto greco, a fornire a Ningirsu l’ arma che sconfiggerà Anzu, il nemico degli dèi.
Noi supponiamo che la mitologia greca sia nata da una esigenza di propaganda per la nuova potenza mondiale, la Grecia, che cominciava ad affermarsi nei cambiati equilibri geopolitici del pianeta, equilibri sempre precari a motivo della continua lotta per il potere che le “divinità” volevano ognuna per sé.
Di conseguenza non appare inopportuno supporre che il mito greco della Titanomachia, in cui si racconta di una guerra globale combattuta tra Zeus e la sua parte da un lato e i Titani che intendono spodestarlo dall’altro lato, non sia che una versione greca del Mito di Anzu, mito che, a nostro avviso, non avrebbe avuto origine in Mesopotamia, rappresentando questa terra soltanto una delle tante aree geografiche in cui le storie vennero raccolte e conservate di solito presso la reggia. Di tale abitudine si ha testimonianza all’epoca dell’ illuminato re Assurbanipal, che si vantava di aver raccolto nella sua biblioteca testi del periodo antidiluviano. I testi erano stati raccolti dai numerosi luoghi conquistati dal colto re assiro, la cui complessa scrittura egli si vantava di aver imparato a leggere, ed era ancora motivo di vanto per Tolomeo, che in Egitto costituì la famosa biblioteca di Alessandria.

Nel Mito di Anzu, dunque, e nella Titanomachia, la guerra viene combattuta tra dèi in un territorio che coinvolge un’area geografica enorme e imprecisata, con il risultato finale in entrambi i miti, che la ribellione viene domata e ripristinato lo status quo. Nel mito sumero, come si è detto, Anzu è il nome del condottiero che mina il potere del dio del cielo Anu. Il nome Anzu, secondo il metodo interpretativo da noi messo in essere e che il lettore ormai conosce, significa colui che viaggia per il cielo, essendo il nome formato dall’unione dei lessemi an che significa cielo e zu, che indica moto per luogo, direzione; pertanto giunge significativo che Anzu, nel mito, venga appellato aquila, metafora giunta fino ai nostri giorni riferita all’aviazione militare. Nel racconto sumerico è lo scienziato Enki, la divinità sumera che abitava l’Abzu, cioè la placca tettonica africana di cui fa parte la Sicilia, che, come farà Archimede in seguito per combattere i Romani, inventa e fornisce le armi innovative, come diremmo oggi al condottiero della casata di Anu, Ninurta, o Ningirsu che appellare si voglia, per abbattere il potere smisurato che Anzu aveva acquisito con l’inganno, derubando il dio Enlil di non meglio specificate carte astronomiche e segreti di vario genere (la valigetta con cui vengono raffigurate le divinità sumere?), quando questi, che era uno dei suoi generali, aveva libero accesso nella stanza dei bottoni – ancora oggi nei momenti di crisi internazionale i presidenti delle nazioni viaggiano con una valigetta in cui pare che siano contenuti “i destini” del mondo, potendo provocare guerre catastrofiche per il pianeta. Non passi inosservato che nella terminologia sumerica si utilizza spesso il termine destini come equivalente di poteri.

Ora, nei precedenti studi avevamo dimostrato che Enki aveva la sua sede in Sicilia, nell’Abzu, nella parte sud occidentale del vulcano Etna, dove avrebbe costruito un laboratorio, essendo uno scienziato a tutto tondo. Pertanto, come abbiamo ipotizzato nell’articolo “Perché tutti si recavano in Sicilia”, i principi della terra erano costretti a recarsi presso lo scienziato se desideravano ottenerne i favori. Chi vi si recava con prepotenza, come nel caso di Minosse, rischiava di non fare più ritorno in patria. La morte di questo potente re cretese avvenuta fra le segrete stanze del re sicano Kokalo – sulla quale non si è indagato sufficientemente– perché avventuratosi con una potentissima flotta alla volta della conquista dell’isola divina, dovrebbe indurre gli studiosi a interrogarsi di quali forze si disponesse nell’isola.

LA VALLE DEL BOVE, IMPLOSIONE NATURALE O DISASTRO MISSILISTICO?

Dal racconto mitologico dell’evento disastroso – che consigliamo al lettore di ascoltare dal link sopra pubblicato prima di proseguire nella lettura della tesi qui proposta – evento non collocabile cronologicamente ed esposto in chiave allegoria, come era consuetudine fare in quella antica cultura, tecnica forse utile al fine di edulcorare eventi disastrosi che spesso hanno minato la stessa sopravvivenza della civiltà del pianeta Terra, appaiono chiari i riferimenti ad una guerra nucleare combattuta tra due fazioni opposte. È altrettanto evidente che l’obiettivo da colpire è il quartier generale (etneo?) di Anzu, il quale nel testo viene affermato trovarsi presso la inaccessibile Montagna. Emerge che, secondo i piani, l’obbiettivo una volta colpito e reso inoffensivo avrebbe condotto alla sconfitta del nemico e alla cessazione delle ostilità – una sorta di bomba di Hiroshima ante litteram? – . Si soffermi il lettore siciliano sul termine ‘A Muntagna’, che noi utilizziamo ancora oggi per indicare l’Etna. Per il siciliano l’Etna è ‘A Muntagna” per eccellenza e così chiamandolo non si incorre certo nell’ equivoco di scambiarlo per una montagna qualsiasi. Si noti ancora che nel testo sumerico, l’articolo determinativo utilizzato presuppone che i Sumeri facessero uso del nome nella stessa accezione. Del resto, osservando la Terra da qualsiasi satellite oggi in orbita, l’unica montagna ad essere individuata senza tema di creare confusione con le altre presenti nel pianeta, è ‘A Muntagna, l’ Etna. Ritenendo molto probabile che la montagna di cui parla il mito sumero si riferisca all’Etna, e che la devastazione che Enki provoca con la sua arma letale sia stata apportata ad essa, ci chiediamo se possa essere giustificata, utilizzando una buona dose d’immaginazione che al ricercatore è necessaria per costruire le sue ipotesi di lavoro, la tesi secondo la quale l’enorme depressione denominata Valle del Bove – la cui genesi è tutt’oggi oggetto di studi da parte dei geologi, ma che questi comunque ipotizzano che possa attribuirsi ad un periodo intorno ai sessantaquattro mila anni fa – possa essere la conseguenza dell’esplosione dell’arma costruita da Enki, forse appellato odhr (odranu/adrano) in Sicilia, ovvero il furioso, proprio nell’occasione di questo catastrofico evento. Una osservazione che sottoponiamo all’attenzione del lettore, sebbene di primo acchito possa apparire puerile, consiste nel fargli notare che la Valle del Bove si trova sul versante orientale dell’Etna e si presenta come un enorme cratere dai margini però non simmetrici. I margini del recinto craterico, infatti, si presentano inclinati, come se la montagna fosse stata colpita da un proiettile che proveniva da est e lanciato con inclinazione a quarantacinque gradi. Il proiettile non avrebbe perciò colpito la montagna in “caduta” libera, ma, “lanciato” da un mezzo in volo che proveniva da est (Medio Oriente?). Adottando un approccio laico all’analisi degli eventi che si sono verificati sul pianeta Terra nei millenni precedenti, con particolare attenzione alk’ area etnea, ecco che anche il famoso passo di Diodoro Siculo, in cui lo storico afferma che il popolo dei Siculi si insedió pacificamente nella zona orientale della Sicilia, trovata vuota di genti, si presta ad una nuova interpretazione: i Sicani avrebbero abbandonato l’enorme area etnea in seguito ai rumori di guerra che in quel tempo si susseguirono minacciosi. Se poi volessimo tracciare un parallelismo tra la compassione dimostrata da Enki verso una parte della popolazione mesopotamica mettendone in salvo una parte prima che il disastro del diluvio sopra giungesse, e quella del dio siciliano Adrano, a cui secondo il mito era stato dedicato un tempio alle falde dell’Etna, presso la città che porta il suo nome, dovremmo supporre che i Sicani avrebbero abbandonato l’area etnea avvertiti dal dio. Nonostante l’incredulità della ricostruzione qui tentata, ipotesi che farà storcere il naso a molti studiosi che comodamente dai loro pulpiti preferiscono aggiungersi alla cordata della tesi canonizzata, riteniamo che non possa più mettersi in discussione l’esistenza di civiltà antidiluviane che si sono avvicendate nel corso dei quattro miliardi e cinquecento milioni di anni da che la Terra si è formata. Queste civiltà del resto hanno lasciato strutture oggi non facilmente riproducibili, nonostante le avanzate tecnologie di cui gli scienziati dispongono. Come ignorare ancora il rinvenimento di quegli oggetti definiti fuori dal tempo ? Questi, secondo la canonizzata cronologia della frequentazione dell’uomo sul pianeta, non dovrebbero esistere. Basti qui far accenno alle impronte fossilizzate di piedi umani datate a milioni di anni fa ritrovate in più aree geografiche del pianeta. Pertanto concludiamo il nostro excursus con la ovvia deduzione che la Sicilia orientale possa essere stata sede di una civiltà avanzatissima, di cui un Archimede e un Majorana non rappresentano che gli eredi più conosciuti. A noi Siciliani che dopo e prima i due illustri scienziati sopra citati la divina isola abbia dato ospitalità a esoteristi, astronomi, alchimisti della portata di un Fibonacci e di un Michele Scoto, non desta meraviglia alcuna.
Ad majora.

Francesco Branchina

Valle delle Muse: gli dei abitano ancora qui!

Il fiume Simeto, nascosto dalla flora, scorre tra la roccia lavica di destra e quella calcarea di sinistra. Nella roccia di sinistra sono visibili, scavate nel sasso, le due vasche e la scanalatura incisa nella vasca sottostante, dalla quale si versava nel fiume il sangue della vittima. Non sono visibili i gradini intagliati nella roccia che, procedendo dalla destra delle vasche, conducono all’estremità della roccia che fungeva da altare o pulpito, dal quale il sacerdote, braccia rivolte al cielo, evocava gli dèi e offriva loro il sacrificio appena compiuto.

A tre chilometri dal centro abitato di Adrano, sorge la Valle delle Muse. Lì vi è la dimenticata “Ara degli dei Palici”, realizzata su un gran masso di calcare, posto dalla Natura sul letto del fiume Simeto. In questo gran masso sono scavate due modeste vasche, poco profonde, poste l’una sopra l’altra e comunicanti tra loro tramite un foro. Ai lati della vasca soprastante, sulla roccia calcarea, si notano due fori rotondi, nei quali venivano calati i pali che sorreggevano una tettoia. Sotto questa tettoia, al riparo dal sole cocente, il sacerdote sacrificava la vittima prescelta, un toro o un agnello, al fiume Simeto, così come nella greca Ftia i giovani Mirmidoni sacrificavano al fiume Spercheo le loro bionde e fluenti chiome, secondo il loro uso. Il sangue della vittima, raccolto nella prima vasca, veniva convogliato nella seconda e da qui, tramite un foro da cui si allungava un canale che scendeva fino al fiume, scavato nella pietra, il sangue, colando lungo il grande sasso, alimentava le schiumose acque del fiume che, poco più sotto, a valle, avrebbero raggiunto, irrorandole, le fertili terre della valle del Simeto, accrescendo così le ricche messi degli Inessei (futuri Adraniti), abitatori  del regno dell’illuminato principe Teuto.

Come si può notare, il sasso posto al centro del fiume, su cui venne realizzata l’ara, è levigato dal flusso delle acque nella parte più bassa. A sinistra si può notare il materiale di riporto addossato sul sasso, che è servito per realizzare una stradina interpoderale. L’altezza del materiale di riporto coincide con l’inizio della levigatura del sasso avvenuta per mezzo delle acque fluviali. Pertanto, il sasso, come l’isola tiberina sul Tevere, doveva trovarsi al centro del laghetto. I cilliri, a bordo di zattere, avrebbero dovuto trasportare il sacerdote e la vittima sacrificale dalla riva del laghetto all’ara.
Si noti dai segni lasciati sulla pietra, come il livello dell’acqua fosse, in tempi antichi, più alto; motivo che ci induce a pensare che le due fonti formassero un laghetto e che questo si gettasse a sua volta nel fiume sottostante.

L’epigrafe, incisa su nero basalto, sotto il quale sgorga acqua limpida, è distante qualchecentinaio di metri dall’aradei Palici, accanto alla quale scorre l’acqua di un’altra fonte; le due sorgenti erano anticamente chiamate “Fonti dei Palici”. Secondo il mito,queste due fonti altro non erano che i Palici stessi, trasformati da Zeus in acque sotterranee che ritornavano alla luce, onde sottrarli all’ira di Era, moglie di Zeus, la quale non aveva accettato e perdonato al dio la relazione con la ninfa Etna-Talia, dalla quale sarebbero nati i gemelli Palici. Questo mito siè protratto nel tempo, conservando tracce di sé anche nel nome dato alla contrada in cui sgorgano le due fonti, che si chiama appunto contrada Polichello. A sopravvivere, da oltre tre millenni, credo non sia solo il mito, ma ilricordo ancestrale di un rito di purificazione legato alle acque che sgorgano dalle due fonti, visto che, a distanza di così lungo tempo, molti Adraniti, vi si recano per attingere le fresche acque che dalì si originano, acque da preferire a quelle che, più comodamente, potrebbero essereprelevate dai rubinetti di casa propria.

Epigrafe incisa su basalto
Epigrafe

 

 

 

 

 

Il fiume Simeto, tratto poco al di sopra dell’ara dei Palici. Sul ciglio destro, non visibile, poco distante, a scarpata sul fiume, vi è la chiesetta semidistrutta di S. Domenica, eretta in epoca cristiana sulle fondamenta del tempio della dea Venere. Sullo sfondo è visibile l’Etna.

Ma non sono soltanto le fresche acque – che, se non proprio risanatrici, sono di certo ristoratrici – a costituire unrichiamo per gli Adraniti. Infatti, gli spiriti più sensibili avvertono di certo la presenza delle antiche ed immortali Muse che, avendo rinunciato da tempo ai loro nove scranni scolpiti sul grande sasso di calcare (Petronio Russo, Storia di Adernò), si accontentano ormai della sporadica visita di pochi individui e delle loro meditazioni. Sono, questi individui, gli spiriti non ancora macchiati dal fascino che esercita l’effimero progresso; sono i bovari, eredi degli antichi siculi (sich khu vaccaro); sono i coloni, che hanno il privilegio di avere lì i loro campi da arare; sono i poeti, che si lasciano prendere per mano e condurre dalle Muse ovunque esse vogliano, fra le ondeggianti cime degli alti frassini e le fresche sorgenti che, riversandosi nell’arteria principale, ingrossano l’ampio letto del fiume un tempo navigabile; sono i sacerdoti che non sanno di esserlo, i quali realizzano lì, inconsciamente, sull’altare del loro irruento spirito, i sacrifici graditi agli dèi, divorati dalle fiamme dell’innato proprio ardore; sono ancora gli instancabili ricercatori di tutto ciò che serve a riempire, seppur parzialmente, il loro senso di incolmabile vuoto: conoscenza, saggezza, virtù, pietas.

Si avvertono Muse e Ninfe svolazzare fra le cime dei frassini e i rivoli d’acqua che precipitano dall’alta roccia lavica; fra tutte si avverte, imponente da ogni dove, la presenza di Lei, della ninfa Etna, sotto forma dell’immobile gigante pietrificato il quale, dopo aver irrorato e riempito la valle nei passati millenni col suo rosso, caldo sangue, sotto forma di antica lava ardente, ora come nero sangue raggrumato, si rivela a tratti sotto forma di nera roccia che,  sfaldata ormai in gran parte dall’inesorabile trascorrere dei millenni, si è trasformata in fertile terra. La  ninfa accudisce ancora la valle, la preserva dai dissacratori figli della tecnologia che, come antichi barbari, tutto distruggono. La prima volta che vi andai, mi sentii un iniziato introdotto ai divini misteri e coloro che, a mia volta, vi conduco, debbono essere certo degli affini.

La Valle delle Muse sorge a poche centinaia di metri dall’ingresso della porta sud del sito del Mendolito, porta ove, su uno dei due torrioni eretti a sua protezione, era collocata la stele che portava incisa la preziosissima epigrafe sicano-sicula, di cui abbiamo tentato la traduzione già  proposta ai nostri lettori in uno dei nostri precedenti articoli. Dal preziosissimo libro storico del Sac. Petronio Russo, compilato alla fine del XIX secolo, apprendiamo che, fra la Valle delle Muse e l’ingresso dell’insediamento del Mendolito, sono state ritrovate numerose epigrafi, purtroppo non ancora decifrate.

Nella foto Francesco Branchina, a sinistra, con il prof. Valerio Furneri, docente di linguistica presso le Università di Milano e Pavia, intenti a ricostruire l’epigrafe parzialmente cancellata dal tempo, ripromettendosi di tentarne la traduzione.

Il famoso cippo S. Filippo, dal nome del proprietario del terreno ove il cippo fu rinvenuto, porta incise nelle sue quattro facciate epigrafi rimaste a tutt’oggi intradotte, anche a motivo della corruzione dei caratteri ivi incisi, dovuta al trascorrere del tempo. Se il nostro intuito non ci smentisse, potremmo ipotizzare di trovarci di fronte ad un’iscrizione quadrilingue, magari cartaginese, greca, siculo\sicana e infine latina. Del resto Virgilio e Plinio, nei loro racconti, hanno fatto riferimento a luoghi identificabili con la valle delle Muse (Virgilio, nel libro IX, v. 845, dell’Eneide fa riferimento all’Ara dei Palici, sulle rive del Simeto). Se così fosse avremmo la certezza che la Valle delle Muse potrebbe essere stato un luogo di culto in cui convergeva un credo comune a varie etnie. Tale convergenza di popoli diversi potrebbe essere stato causato dal fatto che il Mendolito rappresentava un importante crocevia per gli scambi commerciali. Noi crediamo che il periodo in cui tale luogo assurse all’importanza strategica che gli attribuiamo coincidesse con l’epoca del principato del sicano Teuto (cfr. Polieno, Stratagemmi), tra la fine del VII e inizio del VI sec. a.C.  L’epigrafe posta sulle mura dell’insediamento del  Mendolito, caratterizzata da scrittura sinistrorsa e da un insieme di caratteri nei quali si legge con chiarezza il nome Teuto, lo confermerebbe. Del resto, che il culto del dio Adrano –  il tempio del quale si trovava a soli tre km a monte dalla Valle delle Muse (venti minuti a piedi, dieci a cavallo) – fosse già frequentato da molte genti provenienti dai paesi limitrofi, si evince chiaramente dal racconto che Plutarco ne fa nella Vita di Timoleonte.

Se si considera inoltre che in questo luogo è stata ritrovata un’iscrizione in caratteri greci su un capitello di colonna, tradotta dal Sac. Petronio Russo con il nome “Ercole”, e che nei dintorni, come attestato dalla tradizione orale, della quale il nostro sacerdote si fa portavoce, sorgeva sia il tempio di Marte collocato geograficamente nei pressi della Fonte dei Palici che l’attuale chiesa di S. Domenica, ricostruita sulle fondamenta del tempio di Venere, si avvalora l’ipotesi da noi sostenuta e precedentemente formulata intorno alla collocazione geografica e simbolica dei templi rispetto alla città. Infatti si noti che in questa valle, cioè fuori dalle mura cittadine della vetusta città di Adrano, trovano collocazione templi dedicati a dèi esclusivamente stranieri, in massima parte greci e, nel caso dei Palici, probabilmente cartaginesi; quanto alla presenza delle Ninfe, il cui culto è di chiara matrice indigena, appare ovvia in un sito  agreste. Il tempio per eccellenza, quello del padre della gente Sicana, dell’Avo primordiale, non poteva trovarsi invece che nell’acropoli, dentro la città, nel punto più elevato, dentro la cinta delle mura che, oltre a servire da baluardo da opporre ai nemici, costituiva un cerchio magico invalicabile.

Considerata la concentrazione di culti nell’area del Mendolito, nei pressi del fiume Simeto, non sarebbe peregrino sospettare che questo luogo fosse pure un emporio commerciale, nel quale avvenivano gli scambi commerciali fra città circostanti e popoli provenienti da altre aree geografiche del Mediterraneo, come già sostenuto in un nostro precedente articolo su “I Cilliri del Simeto”. Non perdiamo di vista infatti il punto geografico altamente strategico ove sorge il sito del Mendolito. Da qui si accedeva ai territori siculi che dal Mendolito si protraevano fino alla costa tirrenica della Sicilia, dove vi erano centri importanti quali Tindari, Alesa (fondata solo nel 403 a.C.), Cefalù, Himera, unica città greca, ma anche un’infinità di villaggi siculi citati da Tucidide e Cicerone. Ancora oggi questa via dell’entroterra che taglia i monti Nebrodi rappresenta un’importante arteria di comunicazione per accedere alla costa tirrenica, che consente di accorciare considerevolmente i tempi di percorrenza rispetto alla più comoda strada costiera. Si noti ancora che, a partire dalla valle delle Muse, il fiume Simeto, nel periodo di cui ci stiamo occupando, era certamente navigabile fino al porto di Catania, lo si deduce dalla distanza tra le due opposte rive del Simeto, le quali si rivelano all’osservatore corrose alla base dalle acque impetuose del fiume in piena.

Con la collaborazione di qualche geologo, si potrebbero ricercare i segni della presenza di un possibile piccolo porto fluviale sul Simeto, dai quali trarrebbe ulteriore conferma la nostra tesi relativa alla presenza di una consorteria di portuali o barcaioli ( i Cilliri), tesi fondata su considerazioni di carattere linguistico visto che il nome Cilliri, di cui rimane traccia nella città di Adrano, riconduce, in lingua nord-europea, ad un’area semantica che allude ad ambienti portuali (per approfondire l’argomento vedasi l’articolo: “I Cilliri del Simeto” ).

Crediamo altresì che il motivo per cui il sito del Mendolito non si sviluppò mai dal punto di vista architettonico, debba ricercarsi nel fatto che questo luogo rimase, come diremmo oggi, un’area di servizi per gli utenti e non divenne mai un vero e proprio insediamento. Qui si stoccavano le merci in arrivo ed in partenza, qui si potevano acquistare le vittime sacrificali, pecore, buoi, tori, colombi necessari per i sacrifici e che certo i supplici non potevano portarsi dietro dalle città di provenienza. Qui c’erano le fabbriche, i forni, i negozi dove si producevano e si vendevano gli ex voto per i pellegrini. Si spiegherebbe così anche il carattere piuttosto rustico dei manufatti che si ritrovano nell’enorme area del Mendolito, con le  imperfezioni dei disegni sui vasi, con le colature di colore. Gli oggetti, del resto, rimanevano solo qualche giorno nella cella della dea, dopodiché, per motivi di spazio, i sacerdoti addetti al culto, erano costretti a rimuoverli per fare posto alle nuove offerte.

Formazione lavica in una costa irlandese. La figlia del re irlandese Balor si chiamava Eitniu (nome simile a quello della ninfa siciliana). Eitniu aveva sposato Cian, il cui nome è identico a quello della ninfa siracusana Ciane, trasformata da Ade nell’omonimo fiume, al quale Eracle, durante il suo passaggio in Sicilia, secondo Diodoro, sacrificò un toro. Pale è il nome dato ad una contrada nei pressi di Dublino. Cù Cuhlainn è il nome di un mitico principe irlandese, molto simile al nome del principe sikano Cocalo. Nel sito del Mendolito sono state ritrovate due capitelli di colonne, nei quali sono incise le spirali, simboli che si ritrovano nell’Irlanda neolitica.

Quanto detto fin qui sulle Ninfe e sulle Muse – il cui culto veniva esercitato in quest’area del fiume Simeto che Virgilio, nel libro IX dell’Eneide, descrive boscosa (“Capi … l’aveva mandato di Sicilia il padre da lui nutrito nel materno bosco in riva del Simeto, ov’è la mite, ricca di doni, ara di Palico”) – ci impone l’obbligo di indagare ulteriormente su queste divinità agresti, molte delle quali sembrano affini a quelle del mondo celtico, l’Irlanda in particolare. Terremo informati i lettori sui risultati delle prossime ricerche.

Ad majora.

COPIONE COMMEDIA DE “IL MATRIMONIO DI ETNA”

 

 

Poiché lo scopo di questo sito è quello della divulgazione gratuita

 sappia il regista che intendesse fornire l’opera sua,

  per RIEVOCARE l’illuminata reggenza del principe Sicano, Teuto, nella città di Innessa,

che l’autore è disposto a rinunciare ai diritti d’autore per la messa in scena dell’opera.

Ad Majora.

 

 

 

 

 

 

IL MATRIMONIO DI ETNA

 

ATTO I

 

SCENA I

Una ragazza alla toilette, aiutata  da due ancelle.  Destra della scena

 

VOCE FUORI CAMPO: Etna è il nome della giovane donna che vedete. Eccola mentre si prepara, in occasione del suo matrimonio.  È  figlia del principe Teuto, principe giusto, amato dal popolo.

Voce chiama da fuori Etna. Entra Teuto. I due parlano.

VCF: Teuto col proprio ingegno ha reso prospera la sua città, Innessa, e grazie all’amore profuso ai cittadini l’ha resa felice. Ora Innessa è tra le sette città più potenti dell’Isola.

Quando i Siculi, popolo di emigranti, si presentarono agli antenati Sikani di Teuto, questi li accolsero come fratelli e di fatto si integrarono formando un solo popolo con i Sikani.

 

Buio su Etna. Esce.

 

VCF: Il principe illuminato a lungo aveva aspettato la nascita di un erede. Gli dèi, che in tutto lo avevano beneficiato, lo avrebbero fatto attendere a lungo prima di concedergli questo dono.

La luce si sposta su un uomo alla sinistra della scena, siede su uno scranno con fare pensieroso.

VCF:  Trascorsero così lunghi anni senza che il nostro eroe e sua moglie potessero godere della compagnia di un figlio.

Un giorno, Teuto salì sul monte più alto e si ritrovò a osservare l’immenso cielo azzurro, sede dei suoi Avi.  Unico compagno quel gigante di pietra che si ergeva immenso e faceva da guardia all’isola.

Alzò le braccia verso il cielo, invocò gli Avi con parole sacre e piene di forza. Parlò come mai aveva parlato prima.

Invocò Odhr Ano,  che in lingua sikana significa “potenza dell’Avo”. A questo dio era stato dedicato un luogo sacro nella città di Innessa.

Teuto, certo che gli dèi non avrebbero mai concesso che una stirpe di tale valore si estinguesse, con queste parole si rivolse al dio.

 

Teuto: “Odhr Ano, concedimi un’erede. Tu conosci quali mali potrebbero sopraggiungere al popolo e alla stirpe in mancanza di questi: sarebbe un lutto per i padri che mi hanno preceduto, i quali non potrebbero continuare a  vivere attraverso la loro discendenza e di conseguenza ne verrebbe un male anche per te, Antenato, poiché il tuo culto si spegnerebbe assieme al fuoco della nostra stirpe. Concedimi dunque un figlio. Fallo non solo per me,  ma per noi.”

 

 VCF: Non aggiunse altro Teuto, conscio che ogni altra parola sarebbe stata superflua per un dio che sa vedere nel cuore di chi lo evoca. Quella stessa notte Teuto e la moglie avrebbero concepito una bambina, il cui nome sarebbe stato presto associato ad una grande città. Quel nome nella lingua dei padri significava “Colei che è stata invocata”.

 

Moglie (seduta o stesa su di un letto) con bambina in fasce e Teuto.

 

Moglie: Guarda, Teuto, com’è bella la nostra bambina!

Teuto: È bella, molto bella. E molte altre saranno le virtù di cui sarà dotata. Avrà la migliore delle educazioni, sarà una regina giusta e amata dal popolo. Gli dèi devono averla destinata a grandi cose. Non può essere altrimenti per un dono del cielo. Lei è colei che è stata invocata, e così sarà conosciuta tra le genti. Il suo nome è Etna.

 

 

SCENA II. L’ANNUNCIO DEL MATRIMONIO

 

Luce su Etna; buio su Teuto e moglie.

Etna è in compagnia della Balia e intenta in qualche lavoro domestico.

Entra il padre Teuto

 

Etna:  (posa il lavoro e guarda fuori dalla finestra) Non senti gli uccellini cantare?

Balia: Sì, e vorrei strozzarli. Mi hanno svegliata all’alba. In particolare ve n’è uno che odio più di tutti. Dev’essere la nota stonata del gruppo, perché stride come un’arpa male accordata.

Etna: Io li trovo molto graziosi. Sembrano preannunciare qualche lieto evento.

Balia: Non vedo cosa possa accadere di bello. Viviamo già una vita invidiabile.

Etna: Non so … Balia, non hai mai sentito l’esigenza di avere qualcuno accanto.

Balia: Gli dèi mi hanno fatto il dono di diventare la nutrice di una bellissima bambina. Da allora starle accanto mi ha sempre soddisfatta.

Etna: Credo che incontrerò qualcuno.

Balia: Si incontrano persone tutti i giorni.

 

Etna sospira e riprende il lavoro.

 

Etna: Balia, credo di avere sbagliato qualche nodo. (le porge un tessuto, con atteggiamento svogliato)

Balia: Fa vedere. Ah, ecco. Lo sistemo io.

Etna: Mi si sono stancati gli occhi. Vorrei smettere per oggi.

Balia:  Beh … d’accordo. Tra non molto ti attendono i precettori. Approfittane per prendere un po’ d’aria.

 

Etna si alza .Nello stesso momento entra Teuto accompagnato dalla moglie.

 

Teuto:  È permesso?

Balia: Re Teuto, Regina!

Teuto: Cara figliola, ho bisogno di parlarti.

(La balia fa per uscire)

Regina: No, Balia, non andare. Ascolta anche tu. Sei stata tanto cara e leale nei confronti di Etna, è giusto che tu sappia.

Balia: L’ho amata come fosse figlia mia. Gli dèi lo sanno.

Teuto: Non indugiamo ancora. Ebbene, figlia mia … Ormai sei  una donna ed è giunto il momento che tu prenda marito. Non spaventarti. So che è un passo grande e che andrai incontro ad una nuova vita, dovrai aver cura di te stessa. Tu che sei sempre stata protetta e al sicuro. Ma non temere. Sei la cosa più preziosa per tua madre e tuo padre e opereremo affinché tu sposi un uomo degno del tuo rango e del tuo valore. Tutti i principi, i re e gli aristocratici dell’isola stanno per essere informati. Poi organizzeremo una festa di matrimonio che tutti ricorderanno per sempre e consacreremo la vostra unione davanti agli dèi!

I messaggeri sono già in viaggio. Presto gli uomini più grandi dell’isola verranno in visita per vedere te portando con sé doni meravigliosi. Sceglieremo assieme tra i più valorosi.

Etna: Padre, se potessi rimarrei in casa vostra per molti anni ancora, ma se voi lo considerate opportuno, sarò pronta a prendere marito. So che terrete in considerazione il bene di vostra figlia e che saprete consigliarmi nella scelta.

Teuto: ( abbraccia la figlia) Non temere, gli dèi ci proteggono. Avanti! C’è molto da organizzare ancora!

 

 Teuto esce

 

Regina: (accarezzando la figlia). Sii felice Etna, non sono in molti i padri che concedono tanta libertà. Faremo in modo che tu possa essere soddisfatta del tuo futuro marito. Io ti sarò accanto.

Etna: Grazie madre. Ho molta fiducia in entrambi.

 

Regina esce

 

SCENA III

Etna si siede, mentre la Nutrice si volta dando le spalle al pubblico e inizia a singhiozzare via via sempe più forte.

Etna : Balia, perché piangi? Cos’hai?

Balia: Scuote la testa.

Etna: Parla Balia!

Balia: La mia bambina sta per sposarsi!

Etna: E ti dispiace tanto?

Balia annuisce.

Etna: Perché?

Balia: Non sarà più la stessa cosa.

Etna: Ma tu potrai continuare a starmi accanto. Lo chiederò io a mio padre.

Balia: E se fosse un uomo cattivo?

Etna: Mio padre?

Balia: No! Il vostro sposo! Potrebbe farvi del male, trattarvi con cattiveria.

Etna: Farmi del male? Mio padre non lo permetterebbe!

Balia: Bambina, bambina. Non sapete ancora molto del mondo.

Etna. È vero.

Balia piange.

Etna: Balia … e se invece non mi amasse e mi trattasse con indifferenza?

Balia: Sarebbe un pazzo! E proprio questo temo: i pazzi! Sarebbe più facile il contrario.

Etna: Che io non lo amassi? Non ci avevo pensato. Che dovrei fare allora?

Balia: Dovrete imparare ad amarlo.

Etna: Balia, i miei genitori si amano e rispettano. Non dovrebbe essere così difficile sposare qualcuno.

Balia: Il re Teuto ha scelto personalmente vostra madre. Quando la vide se  ne innamorò. Loro sono stati fortunati. Gli dèi li hanno assistiti.

Etna: Perché gli dèi non dovrebbero assistere anche me?

Balia: Prego sempre gli dèi per questo!

Etna: Ero già preparata a questo giorno, anche io li prego da molto tempo. Balia, è molto triste dovere sposare un uomo prima di poterlo conoscere.

Balia: Lo è.

Etna: Eppure, non so perché, ho come un buon presentimento. Sento che potrei incontrare un uomo generoso e bello e innamorarmene.

Balia: Ma chissà se potrete sposarlo!

Etna: Perché parlate così? Adesso non so più se piangere o essere felice.

Balia: Io voglio piangere.

Etna: Ed io essere felice.  E lo sarò. Gli dèi mi infondono fiducia.

 

 

SCENA IV :  FALARIDE

 

VCF : Ad Agrigento intanto un  temibile tiranno stava concentrando tutto il suo ingegno allo scopo  di risolvere una grave questione. Dopo avere dilapidato le grandi ricchezze della sua città, si arrabattava ora allo scopo di trovare un modo per rimpinguare le casse dello stato.  Il suo nome era Falaride e sarebbe passato  alla storia come il più crudele fra i tiranni dell’isola.

 

Falaride: Che gli dèi se li portino! Tutti: dal primo dei miei consiglieri, all’ultimo dei cittadini! Tutti loro con le loro esigenze, fabbisogni,  desideri, sciocche richieste.

E io ad accontentarli tutti. I principi viziati e la gente. Tutti vogliono qualcosa in cambio del loro consenso!

È facile governare indisturbati quando si comprendono i più intimi desideri degli uomini. L’avarizia e l’ambizione muovono i grandi, la sazietà e i divertimenti interessano al popolo. E io questo ho dato loro. La guerra nutriva l’esercito, gli aristocratici e il popolo; la corruzione alimenta il silenzio; la costruzione di templi magnifici,  la proclamazione di giochi annuali, la distribuzione di frumento e grano ha accontentato il popolo e reso la figura di un tiranno tanto amabile! E Agrigento! Ah, Agrigento! Quanto ha tratto vantaggio da tutto questo? Mai ci fu una città tanto bella e temuta! La migliore! E il popolo mi ama per questo.

Ma quanto ancora durerà questa apparente gioia? Per quanto ancora il popolo e i consiglieri gradiranno la mia presenza?

 

Pausa di riflessione. Andirivieni per la stanza, si alza, siede, gioca con dei fogli sul tavolo  (a preferenza dell’attore)

Quel re, Teuto, una volta mi disse che i tiranni non vivono a lungo una vita felice … Ma allora ero troppo giovane e orgoglioso per crederlo …

Ora so che la corruzione si alimenta con la corruzione e che il consenso comprato una volta lo si compra per sempre!

Per quanto ancora il popolo accetterà di essere tassato? Le casse dello Stato non reggeranno ancora a lungo. Le tasse sono state aumentate di recente e i miei uomini sconsigliano di tassare ancora i cittadini.

Eppure è necessario trovare altro denaro che alimenti la mia magnifica e costosa politica! Una volta finiti i divertimenti e i premi, sarà finita anche per me!

 

 

SCENA IV

 

Giunge un araldo recante una pergamena  contenente l’ annuncio del matrimonio.

 

Araldo: Mio signore!

Falaride: Sciocco! Chi ti ha fatto entrare?  Mi interrompi in un momento tanto importante!

Araldo: Vogliate scusarmi. Vado via!

Falaride: Dove vai, stupido , impertinente araldo? Già che sei qua, leggi.

Araldo:  Mio signore, giungo da Innessa e  porto un annuncio a nome del Re  Teuto.

Falaride: Ah! Ma guarda un po’, si parlava giusto di lui.

Araldo: Non vedo nessuno qui. Con chi ne parlava?

Falaride: Limitati a compiere il tuo dovere o ti farò giustiziare per la tua insolenza.

Araldo: Ambasciator non porta pena!

Falaride (urlando) : Leggi!!

Araldo (intimorito): A tutti i Re, Principi, Signori della Sicilia, patria abitata da giusti Dèi, si annuncia che la figlia del Re Teuto ha raggiunto l’età adatta al matrimonio e si invitano costoro a farsi avanti. A coloro che faranno visita alla futura sovrana, verrà concessa la migliore ospitalità e a colui che si dimostrerà il più degno tra i pretendenti, sarà offerta  una città, un territorio e l’affetto di un’ottima moglie e di una famiglia.

Falaride (tra sé e sé) : Questa potrebbe essere una buona idea. Un matrimonio! Sono ancora un bell’uomo, malgrado l’età! Pieno di fascino e carisma!

(Si accorge dell’araldo che in quel momento fa una smorfia di dissenso.)  E tu sei ancora qui? Che aspetti ad andartene?

Araldo: Cosa devo mandare a dire al Re Teuto?

Falaride: Avrai la risposta al più presto. Per ora va. Le ancelle ti serviranno al meglio.

 

Araldo fa un lieve inchino ed esce

 

Falaride: Che dicevo? Ah già, il matrimonio! … Eppure il padre non acconsentirà mai. I tiranni sono invisi ai principi sikuli. Loro non amano affatto la destrezza e l’abilità con le quali noi, tiranni, arriviamo a guadagnarci il potere. Intrighi, tradimenti li chiamano loro! Astuzia la chiamo io! A che serve aspettare, come fanno loro, di ascendere al potere per acclamazione del popolo? Oh, ma loro credono di essere una stirpe eletta dagli dèi, uomini virtuosi, si credono loro!  …

Ebbene, in qualche modo avrò tra le mani quegli ori. Non so ancora come farò, ma ci riuscirò. Quando mi ripropongo qualcosa, la ottengo.

 

 

SCENA VI   L’ARRIVO IN CITTÀ DEI CATANESI.

 

Esterno, la città.

Leonida, Etna, nutrice.

 

Primo catanese: Amici carissimi, siamo giunti  nella città del re Teuto. Qui ci attende la sua bella figlia. Forza, prendiamo i doni e rechiamoci a far visita alla famiglia del re.

Secondo Catanese:  Amici miei, vi ricordo che da questo momento siamo anche rivali!

Terzo catanese: Rivali, ma non nemici. Le famiglie aristocratiche della democratica Catania hanno scelto noi, i migliori giovani uomini della città, in rappresentanza della nostra città. Basterà che uno di noi conquisti  Etna affinché tutta la città ne goda.

Primo catanese: Mettiamo da parte ogni tipo di odio fra di noi, dunque.

Secondo Catanese: Nessun odio per il vincitore. Spero che manteniate la promessa quando vincerò io.

Terzo catanese: E tu perché sei così silenzioso, caro Leonida?

Leonida:  Non c’è niente che mi renderebbe più felice che il portare onore alla nostra amata Catania, alle nostre famiglie e al nostro popolo. Tuttavia, l’onore che ci è stato concesso mi pare davvero gravoso. Se avrò la fortuna di essere scelto quale sposo della figlia Etna dal re Teuto, spero di trovare nella principessa una creatura amabile e bella. Se così non fosse, non me ne vogliate, ma preferisco lasciare a voi questo grande onore.

Primo c: Saresti pronto a tirarti indietro davanti alla decisione di un re? Condanneresti tutti a morte!

Leonida:  Allora sarò io ad essere condannato! Condannato  ad una vita infelice!

Secondo c: Infelice?  Innessa è una città ricca e pacifica, che infelicità potrebbe derivarne? Non temete amici, se Leonida si dimostrerà tanto sciocco da rifiutare un tale dono, io mi dimostrerò pronto ad accoglierlo.

 

Etna è poco distante, con la balia si aggira tra i mercati in cerca di tessuti. Per caso ha ascoltato la conversazione dei giovani catanesi. 

 

Etna: Dunque loro sono pretendenti provenienti da Catania. Mi sono già fatta un’idea su  di loro.

Balia: Lo sapevo io, questi matrimoni attraggono sempre uomini in cerca di ricchezze! Povera cara, quale triste destino il tuo!

Etna: Eppure, non è detta l’ultima parola. Hai ascoltato quel giovane, Leonida?

Balia: Sì, mia cara, ho sentito. E ho visto. È proprio un bel giovane. Forse non è come tutti gli altri. Potresti essere fortunata se sposassi lui.

Etna: Ma come fare ad essere certa della sua buona fede?

Balia: Mia bella Etna, la dea è bendata, per cui qualche volta occorre prenderla per mano. Guarda, il giovane Leonida  prende congedo dalla sua compagnia. Ascoltami bene ti dirò io cosa fare.

 

 

 

SCENA VI – CONFRONTO DI LEONIDA ED ETNA

 

Terzo C: Bene Leonida, noi ci avviamo verso la reggia di Teuto. Non fare tardi.

 

I compagni si allontanano accompagnati dai servi che trasportano i doni. Leonida fa un cenno con la mano per salutare i compagni e inizia a passeggiare. La piazza brulica di persone e rivenditori. Si avvicina Etna.

 

Etna: Il signore ha un’aria abbattuta, gradite dei fiori da portare alla vostra bella moglie?

Leonida: No grazie … (la guarda meglio, pare ripensarci) e sia, datemi questi fiori. (le porge delle monete).

Etna: Considerateli un dono, riponete le vostre monete.

Leonida:  Siete una bella e gentile fioraia. Vi ringrazio.

Etna: Sarei felice se solo voleste dirmi cosa vi turba. Forse potrei esservi d’aiuto.

Leonida: Visto che siete tanto cortese con me, ne approfitterò. Vedete, vengo dalla democratica Catania, la mia famiglia desidera che io incontri la principessa e spera che lei possa diventare la mia sposa.

Etna: Sarebbe davvero un grande onore.

Leonida: Sì, è così… ma vedete, prender moglie senza conoscerla è un gran bel rischio!

Etna: Parlate proprio da uomo. Credete che  per la principessa sia tanto più piacevole? Una donna sogna solo di trovare un uomo adatto a lei. Ma in quanto principessa ha da  valutare tante altre cose, il bene del popolo per fare un esempio, deve valutare con attenzione le aspirazioni dei pretendenti e assicurarsi che non siano uomini venali.  Infine deve rimettersi al parere del re e sperare che il suo giudizio coincida con il proprio.

Leonida: Avete ragione, la difficoltà sta da entrambi i lati.

Etna: Ad ogni modo, parlate come se foste già promessi sposi. Siete voi il fortunato?

Leonida: No, non sono io. Sono ancora libero.

Etna: Libero? Se è una tale costrizione per voi, siete ancora in tempo a tornare indietro e lasciare il posto ad altri. Con permesso (fa per andare).

Leonida: Bella fioraia, dove andate? Perché ve la prendete tanto per delle parole che non vi toccano?

Etna: Mi toccano, invece. È della mia futura regina che parlate! E ne parlate pur senza conoscerla.

Leonida: Le siete fedele, dunque deve essere una buona principessa.

Etna: Il padre le ha dato degli ottimi precettori.

Leonida: Ditemi …  (le fa cenno di accomodarsi su di una panchina o muretto)… Che uomo è il re?

Etna: Oh! È un re giusto, autorevole, severo eppure buono. Vi assicuro che non ha mai operato contro il suo stesso popolo. È pio e devoto al dio Adrano

Leonida: Nella mia città non esistono più i re. È il popolo a regnare, guidato dalle famiglie migliori.

Etna: Sono a conoscenza dell’esistenza delle città democratiche. Il Re Teuto ha concesso ad alcune di loro di reggersi secondo questo istituto. Ma parlatemene meglio, un’umile fioraia non conosce queste cose. Vi sono delle famiglie che di fatto reggono il potere?

Leonida: No, le famiglie sono delle guide, esecutori del potere, ma è il popolo a detenere il vero potere.

Etna: In che modo?

Leonida: facendo sentire la propria voce durante le assemblee. Ma ditemi invece, la figlia del re è bella?

Etna: Dicono che sia piuttosto  bella …. e anche virtuosa. È  istruita e forse anche intelligente.

Leonida: Di solito questo è quel che si dice di una ragazza per nulla graziosa ma di buona famiglia e forse di buon cuore.

Etna: E il buon cuore non è già una grande virtù? Cercate solo la bellezza in una donna? Ebbene … giudicherete voi stesso.

Leonida: Vi prenderò in parola se risponderete a questa domanda: è bella quanto lo siete voi?

Etna: Non so se sono bella, ma dicono che le somigli un po’.

Leonida: Un po’ sarebbe già più che sufficiente. Se solo vi somigliasse quel po’ di cui dite, potrei sposarla.

Etna: Dunque è così. Preferite la bellezza al buon cuore e una donna ricca ad una forse più bella ma povera?

Leonida: Allora è vero che voi siete più bella?

Etna: Siete abile a sviare i discorsi. Ma ditemi, voi che requisiti avete per pretendere di chiedere in sposa la figlia di Teuto?

Leonida: Sono catanese e provengo da una famiglia aristocratica.

Etna:  Sono tutti nobili. E tra questi ve ne sono alcuni che possiedono ricchezze immense.

Leonida: Forse. Ma ve ne sono altri belli quanto me?

Etna: Forse no. Di certo mai tanto superbi.

Leonida: Superbo? Sono solo sicuro di me e delle mie buone qualità. Sono stato cresciuto secondo buoni principi, sono stato istruito dai migliori precettori, dando peso egualmente al corpo e allo spirito. Non sono uno scansafatiche.

Etna: I rampolli delle più nobili famiglie sono sempre un po’ scansafatiche.

Leonida: L’arte della guerra nel mio paese è praticata indistintamente da tutti gli uomini.

Etna: E dunque amate la guerra! Siete bellicoso, forse scontroso e  propenso alle risse.

Leonida: Quali pregiudizi vi portate dietro, mia cara fioraia! Conoscere la guerra non vuol dire amarla, ma impararne i segreti  è utile e vuol dire anche prevenirla.

Etna: Non posso negarlo … parlate con saggezza.

Leonida: Allora sono anche saggio! Me ne ricorderò quando parlerò in presenza del re Teuto.

Etna: Siete ora convinto  di sposare la principessa?

Leonida: Prima lo ero poco e ora lo sono anche di meno. Due stelle hanno rapito il mio cuore.

Etna: Mio signore è ancora giorno, non si vede alcuna stella in cielo.

Leonida: Io le vedo. Sono qui davanti a me e posso scorgere il mio viso  riflettersi in esse.

Etna: (sposta lo sguardo imbarazzata) Parlate così ad ogni donna che incontrate?

Leonida: Tra le poche donne alle quali ho dedicato qualche parola dolce solo due donne hanno avuto l’onore di ricevere parole tanto piene d’amore.

Etna: Chi, se posso chiedere?

Leonida: Una era mia madre, ma vi assicuro che non è lo stesso sentimento …

Etna: questo vostro atteggiamento mi fa dubitare del vostro buon cuore.

Leonida: Non sia mai! Credetemi, rinuncio alla principessa se voi lo vorrete. Confessatemi il vostro nome e donatemi il vostro cuore!

Etna: Non avevate dei doveri nei confronti del vostro paese e della vostra famiglia? Non è per loro che vi recate in visita dalla principessa?

Leonida: Non lo nego..

Etna: Eccoci in presenza di un terribile difetto! Siete un uomo di poco valore se non rispettate i vostri doveri.

Leonida: Così mi confondete.  Io sento già di amarvi. Ditemi chiaramente se corrispondete i miei sentimenti o no.

Etna: Mio caro amico, sono una povera fioraia, cosa volete che ne sappia io di queste cose?

Leonida: Non conosce una fioraia l’amore?

Etna: Andate, mio buon signore, è stato bello conoscervi e parlare con voi. Spero di rivedervi presto e mi auguro che per quell’occasione voi abbiate sposato la principessa.

 

Etna si allontana lasciando Leonida stupito e affranto. Raggiunge la balia che l’aspetta poco distante.

 

Etna: Oh, Balia! La mia prima impressione si è rivelata esatta! So già chi sposerò! Spero solo che si presenti al cospetto di mio padre e che i miei modi di fare non lo abbiano ferito troppo. Ma se è vero ciò che mi ha detto, capirà e non mi disprezzerà per la prova che l’ho costretto ad affrontare!

 

Etna e la balia escono.

 

Leonida: Che triste sorte! Gli dèi devono proprio essere invidiosi di noi mortali se mi hanno fatto incontrare una donna tanto bella e intelligente e nello stesso giorno mi hanno costretto ad abbandonarla! Aveva uno sguardo così dolce, degli occhi tanto luminosi ed un sorriso splendido! Eppure era anche tanto sagace e possedeva un guizzo che la rendeva davvero particolare! Era solo un’umile fioraia eppure aveva un contegno fiero, degno di una regina! Quale educazione avrà avuto per parlare così e tenermi testa? Ha ragione in fondo, sono qui per compiere dei doveri nei confronti della mia famiglia e delle città che mi ha scelto fra tanti aspiranti.

Era lei la donna adatta a me, sebbene appartenente ad una classe sociale più bassa! Ma la nobiltà non deriva forse dalle virtù? Lei era una nobile, ne sono certo. Ora dovrò accontentarmi  di quel che verrà.

Suvvia, dalla principessa. A confronto con la bella fioraia, quell’altra mi sembrerà una popolana!

 

 

SCENA VI:  FALARIDE. IL PIANO

Falaride, Eunuco, Consigliere.

 

Falaride: (come continuando un discorso già iniziato) Per cui come agire? So l’opinione che hanno di me i principi siculi, so quanto gli siano invisi  i tiranni. Mai accetteranno di imparentarsi con me, un tiranno. Ma poi, è proprio vero quanto si dice sul suo regno? che la sua città sì, quella Innessa, sia la più ricca tra le città etnee?  Se è vero quanto si favoleggia, a noi quegli ori stanno a cuore. È certo che mai Teuto lascerà che io sposi sua figlia. È certo anche che dell’oro ho bisogno! Devo completare ancora il Tempio della Concordia che è il simbolo che sancisce l’idillio tra me e il popolo. Degli aristocratici posso pure curarmene poco se ho il popolo dalla mia. Sono dei democratici quegli aristocratici, cocciuti e caparbi. Non accetteranno mai la tirannide. Il popolo, quello devo ingraziarmi.

Eunuco: Mio signore Innessa è protetta da mura di fortificazione tali che nessun tiranno greco ha mai osato attaccarla frontalmente. Le sue mura sono inespugnabili come quelle di Troia e se quelle furono costruite dagli dèi queste furono costruite dai loro figli, i Ciclopi. Le nostre macchine da guerra, gli arieti, le torri, nulla potrebbero contro quelle inamovibili pietre. Nessun assedio potrebbe metterla in ginocchio poiché hanno acque sorgive al loro interno e granai ripieni. Non ci fu mai un nome più adatto di  Innessa, se è vero che in lingua sicula significa “il cibo dentro le viscere della terra”, poiché i frutti e il grano crescono spontaneamente senza grandi sforzi. Ancor di più è vero dopo le recenti  opere di bonifica nei pressi del fiume Simeto, che Teuto ha appena completato. È dunque ben fortificata e rifornita di tutto punto. Una guerra nelle nostre condizioni? Sarebbe una rovina! Per raggiungerla dovremmo attraversare i territori siculi a noi ostili, per mantenere l’esercito avete bisogno di denaro, la distanza che ci separa è notevole. Provate a tassare il popolo  ancora un po’ e avrete una sommossa popolare!

Consigliere: Mmm … mmm (rimugina fra sé e sé, si gratta la testa, va avanti e indietro. Infine con uno scatto improvviso si gira verso il tiranno). Mio signore, il cavallo di Troia …

Falaride:  Ma è un trucco troppo vecchio! Sii un po’ più originale.

Consigliere:  No mio Signore …. Intendo dire che potremmo risolvere la questione facendo ricorso ad un imbroglio, un inganno, come fecero gli Achei con il cavallo di Troia!

Falaride: Ora ti spieghi bene! Non è una cattiva idea. Hai già qualcosa in mente?

Consigliere:  Certo mio signore! E l’occasione  la fornisce Teuto in un piatto d’argento.

Falaride: Tu dici?

Consigliere: Teuto non sta forse preparando un faraonico matrimonio per la sua unica figlia? Ebbene …

Eunuco: (lo interrompe) Abbiamo detto che a noi le donne non piacciono.

Falaride rivolge un’ occhiataccia all’ Eunuco.

Eunuco: (intimorito) Ovviamente volevo dire che … non siamo interessati al matrimonio.

Consigliere: Infatti non dobbiamo sposare nessuno. Né possiamo presentarci di persona.  La presenza del nostro signore non sarebbe ben accetta – sua eccellenza mi perdoni (fa un inchino a Falaride) – nelle libere città sicule. Ma i siculi sono gente ben educata e non rifiuterebbero dei doni diretti alla sposa, anche qualora provenissero – (fa un inchino diretto a Falaride)  il mio signore mi perdoni – da un Tiranno. (pronuncia la parola “tiranno” evidenziandola bene, con una lievissima sfumatura di sarcasmo. )

Falaride: (Smorfie al sentire pronunciare la parola “tiranno”)  Emh … Beh …. Vai al sodo. Parlaci di questo inganno.

Consigliere: La vita del mio signore è troppo preziosa per barcamenarci in una guerra aperta, pertanto sarà sufficiente una retata, veloce, sicura, indolore. Una retata mirata all’erario della città. Caricato il forziere su una veloce biga si rientra subito ad Agrigento.

Falaride: Tu ti prendi gioco di me. Cominci dalla fine, sembra che il tesoro sia già nei miei forzieri, ma non dici come sia possibile introdursi in una città così ben fortificata, come abbattere le ciclopiche mura o sfondare le grandi porte di bronzo, come eliminare le sentinelle vigili sulle torri che dominano la valle del Simeto … da quella rocca si vede  muoversi una pulce già fin da Siracusa. Non vorrai renderti invisibile?

Consigliere: Esatto mio signore.

Falaride ed Eunuco (scambiano sguardi stupiti  e ripetono ad una voce) Invisibili?

Consigliere: Di più! Ci renderemo amici, ospiti. Mi spiego meglio. Un araldo annuncerà che dieci bighe provenienti da Agrigento, intendono introdurre i numerosissimi doni che Falaride, signore di quella città, invia quale dono di nozze alla più bella principessa sicula, rammaricandosi che egli, già anziano, non possa gareggiare con i giovani pretendenti alla sua mano né proporre suo figlio, troppo giovane. Non avendo che invidiare il giovane fortunato che sarà degno marito di Etna si contenta di farle recapitare i doni, simbolo dell’amicizia che le offre. I doni saranno consegnati certamente dalle matrone, ben più rassicuranti dei soldati.

Eunuco: Delle matrone dovrebbero compiere un furto nell’erario cittadino? Delle donne? Ma che piano è mai questo?! Vi conviene rivederlo da capo.

Falaride: (che ha già compreso) Tu sottovaluti le donne d’oggi! Ma dagli il tempo di spiegare.

Consigliere: (infastidito dalle continue interruzioni dell’Eunuco) Grazie mio signore. Le matrone non saranno altro che giovanissimi ed imberbi guerrieri, scelti tra i migliori. Sotto le vesti porteranno le armi. Faremo in modo che arrivino in città verso il tramonto. La penombra nasconderà meglio il travestimento. Una volta entrati, consegneranno le casse e dopo avranno tutto il tempo per studiare la città. In mezzo alla folla nessuno si accorgerà di loro. In piena notte forzeranno l’erario e prese le casse con i tesori faranno veloce ritorno in patria.

Falaride: Mi piace. Qualcosa mi dice che passeremo alla storia.

 

 

ATTO II

 

SCENA I  SFILATA DEI PRINCIPI.

 

Teuto, Moglie, Etna, Nutrice,principi, Leonida

Teuto è seduto su di un trono, a fianco la moglie e la figlia. I principi sfilano ad uno ad uno portando dei doni.

 

Pretendente 1: Sono Arcade di Creta. Re Teuto, per omaggiare voi e la principessa vi faccio dono degli ori e delle  ceramiche del mio  ricco regno,  animato da mille commerci,  sicuro punto  di approdo per ogni nave che giunga dai luoghi più lontani. Non abbiamo costruito mura per difenderci. Infatti siamo amanti della pace e il nostro buon nome non ci procura nemici, ma solo alleati e amici. Non in guerra ma in pace abbiamo costruito le  nostre fortune.

 

Teuto: Conosco vostro padre, è un uomo saggio e un fedele alleato di Innessa. La Sicilia offrì una dimora sicura ai reduci di Troia che smarrirono la via del ritorno, pertanto conosciamo la vostra civiltà e vincoli di ospitalità ci uniscono. Sarei felice se mia figlia si unisse a un giovane come voi. Ma ci sono ancora molti uomini, di nobili natali, che vorrebbero presentarsi ed è bene dare a tutti la possibilità di farlo, affinché la scelta sia più sicura.

Teuto fa un cenno. Il principe si congeda.

 

Balia: (Ad Etna, sottovoce.)  Pare proprio un bel giovanotto! Che ne dite? Ma guardate questo che si avvicina! Quanto è brutto! Guardatelo mentre si pavoneggia!

 

Pretendente 2: Ottimo Re Teuto! Ricorderete di certo anche il mio venerando padre! Ormai da tempo ha raggiunto gli dèi, seguito subito dopo dal mio unico fratello, e io sono rimasto il solo a reggere le sorti del mio regno! Non è molto vasto, è vero, ma sapete bene quanto sia ricco di ogni bene! Distese di grano del colore dell’oro  e frutti dolci e dissetanti.  Per darvene una prova ho voluto portarvene in gran      quantità. (Prende qualche frutto e li  porge alla Regina, a Teuto e ad Etna).

 

Teuto: Ricordo sia il vostro nobile padre sia il vostro eroico fratello. Uomini valorosi, nostri alleati in più d’una guerra contro gli irriducibili Cartaginesi. Mi auguro che voi abbiate ereditato da loro il coraggio e l’onore oltre che il regno. Il tempo ce ne darà una prova. (Gesto di congedo.)

 

Balia: Non credo voi vogliate sposare un uomo tanto egocentrico e pomposo! Stiate serena, non pare piacere nemmeno a vostro padre. Vediamo un po’ chi si presenta ora… Che prestanza fisica!! Veste alla maniera dei soldati, e una cicatrice taglia un sopracciglio. Ha un’aria dura, ma non è affatto male. Un uomo di carattere, vigoroso! È così che dev’essere un uomo, fossi giovane e bella come voi non me lo farei scappare.

 

Pretendente 3: (con fare arrogante e bellicoso) Re Teuto, i nostri due regni a lungo sono stati nemici. Io stesso, quando mio padre non ebbe più la forza per reggere le armi in campo, ho condotto l’esercito di Siracusa contro il vostro.  Ma ora sono qui in una nuova veste. Oggi non ho intenzione di dichiarare guerra, ma solo di ricomporre la pace e renderla più duratura per mezzo del vincolo del  matrimonio. Sapete quanto sia potente il mio regno, quanto forte il mio esercito. Le nostre navi salpano per i mari più lontani, sono veloci, sicure e mai tornano vuote. Se mi concederete vostra figlia avrete in me un valido alleato, nel mio esercito  mille braccia pronte a difendervi da ogni pericolo. I nostri regni saranno infine unificati sotto la vostra benedizione.

Teuto: So bene quanto sia potente il vostro esercito, la vostra flotta è ineguagliabile nei commerci così come nelle pratiche belliche. Mi auguro che un eventuale rifiuto non si trasformi nella causa che potrebbe spingerci a nuove ostilità. Vi ricordo, mio caro Re Kratos, i termini del trattato di pace che siamo entrambi tenuti a rispettare.

 

Pretendente 3 : Non potrei dimenticarmene, temo ancora molto gli dèi per divenire uno spergiuro.   (Gesto di congedo rivolto alla Regina ed Etna. Più intenso nei confronti di quest’ultima. La considera già sua moglie).

 

Balia: Che insolenza! Ha posato il suo sguardo su di voi troppo a lungo e con un’ intensità che non si addice al luogo o alla vostra persona! Questo è un uomo abituato a prendere senza fare troppi complimenti. C’è da stare in allarme. E vostro padre lo ha ben capito. Gli è piaciuto ancor meno del precedente. E quello chi è? Pare una donna, guardatelo, i suoi abiti e il suo aspetto sono più curati del vostro. Se vi vedessi assieme non saprei dire quale dei due sia l’uomo.

 

Pretendente 4 (consegna i doni, tra questi stoffe lussuose e pregiate.)

 

Entra Leonida un po’ titubante ma deciso a compiere il suo dovere. È raggiunto dagli altri catanesi i quali indicano Etna.

 

Leonida: Com’è triste la mia sorte! Eppure devo rassegnarmi e svolgere il mio dovere di uomo, figlio e cittadino.

 

Catanese 1:  Eccoti infine! è davvero la bellezza che si dice essere. Guardatela, è proprio lì.

 

Leonida:  Questo mi consola poco … non vedrò più occhi come quelli …

 

Catanese 1: Sei davvero strano oggi! Ma che ti prende? Solleva lo sguardo. È lei la nostra principessa.

 

Leonida:  Che gli dèi mi assistano!  Non posso proprio crederci! È o non è lei? La bella fioraia! Mi ha ingannato? Mi avrà messo alla prova?

 

Pretendente 4 : … Per la Regina e per la Principessa ho dunque portato queste stoffe ricamate in oro. Si   addicono alla loro bellezza. In più mia madre si riserva di portare i suoi personali saluti alla Regina, la cara cugina, e spera di rivederla presto, magari durante un lieto evento.

 

Regina: La ricordo sempre con affetto. Ditele pure che non serve aspettare grandi cerimonie per rivedersi. La incontrerei con molto piacere in qualsiasi momento. Vorrei inoltre che le faceste avere dei doni che mi occuperò di scegliere personalmente, affinché siano il simbolo della profonda amicizia che ci lega.

 

 

SCENA  II: RICONOSCIMENTO

 

I Catanesi avanzano in gruppo. La balia sussurra qualcosa all’orecchio di Etna, quest’ultima la guarda significativamente.

 

Primo Catanese:  Ottimo Re Teuto, veniamo dalla vicina Catania, la Democratica. Non possiamo vantarci del titolo di principi o di re, perché ormai da tempo non esistono  più nella nostra città. Dunque, siamo giunti in gruppo quali rappresentanti delle migliori famiglie della città, affinché nessuno primeggiasse sull’altro ingiustamente.

Leonida:  In gruppo dunque vi consegniamo i doni non a nome dei singoli, ma a nome della nostra città, la quale, come una madre che non vede differenze tra i figli quando questi sono tutti pieni di virtù, ci invia qui tutti assieme e affida alla principessa il compito di giudicare quale sia il più degno dei mariti.

Terzo Catanese: Non siamo principi, ma non temiamo la concorrenza poiché i meriti delle nostre famiglie e le nostre virtù bastano a renderci simili a dei principi.

Secondo Catanese:  Siamo certi  che la principessa troverà fra di noi il marito che cerca.

Teuto:  Cari figlioli, ammiro il modo in cui vi siete presentati, privi di qualsiasi timore, consapevoli del vostro valore. Sappiate che l’opinione di mia figlia avrà grande valore e influenzerà di certo il mio giudizio. Un padre vuole solo il meglio per i figli, tanto più se è del loro futuro che si parla. Per mia figlia desidero un futuro pieno di prosperità e di felicità. L’uomo che sposerà dovrà portare onore alla famiglia ed essere egli stesso virtuoso e giusto. A loro assegnerò terre e alla mia morte il regno, che dovrà essere gestito con saggezza, coraggio e valore militare, affinché nessun abitante di queste terre debba mai soffrire la fame o patire le umiliazioni derivanti da una gestione dello stato inefficiente, infruttuosa e condotta senza la benedizione degli dèi.  Tutto ciò deve essere considerato e in base a ciò verrà scelto l’uomo che sposerà Etna. Vi parlo così  poiché sono convinto che tutto debba essere condotto con trasparenza.

Adesso lasciateci il tempo di scegliere con calma. Comportatevi come se questa fosse la vostra dimora.

Etna: Padre, hai detto che tutto deve essere condotto con trasparenza, dunque permettimi di parlare adesso e liberamente, davanti a tutti. Devo confessare che ho già fatto la mia scelta. Ho avuto la possibilità di parlare con un pretendente questa mattina in città. Sebbene tutti si siano dimostrati dei degni pretendenti, è a lui che va la mia preferenza e poiché un breve incontro è bastato a farmene innamorare, vi chiedo di acconsentire, padre, sempre che, il giovane Leonida sia d’accordo.

Teuto: Leonida, fatti avanti. È vero ciò che dice mia figlia.

Leonida:  Sì, è vero. Mio re, potrebbe sembrare un modo per accattivarmi le vostre simpatie, ma devo confessare la mia felicità nel ritrovarla a corte e scoprire in lei la donna che ho incontrato questa mattina. Ciò mi rende felice e infelice, perché, ora che l’ho ritrovata, non potrei sopportare di perderla.

Teuto: Terrò in considerazione le tue parole, ma non voglio ancora pronunciarmi.  Ora ritiriamoci nei nostri appartamenti e lasciamo che i nostri ospiti si intrattengano nei modi che più preferiscono. Conferirò con loro singolarmente.

 

SCENA III: ARRIVO DELLE MATRONE IN CITTÀ

3 Matrone con numerosi carri pieni d’oro e schiavi,  2 soldati di fronte alle porte della città.

Matrona I: (sistemandosi l’abito) Insomma!! Che fastidio questo travestimento!!

Matrona 2: Eppure ti dona molto, ah ah ah…….

Matrona I colpisce Matrona 2

Matrona 1: Forse non hai avuto il tempo di guardarti allo specchio!

Matrona 3: Silenzio! Arrivano le guardie. Comportatevi (con lieve imbarazzo) … da donne.

Soldato 1 serio: Cosa ci fanno delle matrone alle porte della città al tramonto e senza scorta?

Matrona 3: (Fa la vezzosa) Uh, mio buon amico, veniamo da Agrigento e portiamo dei doni da parte del nostro signore Falaride alla principessa Etna, in occasione del suo matrimonio.

Matrone assieme (facendo un inchino e ripetendo come se avessero imparato la formula a memoria, magari accompagnando con dei gesti e con dei grossi sorrisi.) Il nostro ottimo Signore Falaride di Agrigento, Tiranno di nome ma non di fatto. Ha risvegliato la città e l’ha resa ricca, ha concesso felicità al popolo e combattuto contro  i nobili egoisti.

Soldato 1. Bene, la vostra presenza era stata annunciata. Dov’è la vostra scorta? Signora, mantenete le distanze.

Matrona 3: Uh uh, scusatemi … avete proprio un grazioso visetto però.

Matrona 1: Il nostro Signore non voleva indisporre il Re Teuto inviando assieme a noi uomini in armi. Ha espressamente vietato loro di entrare nella città. Si accamperanno fuori e passeranno la notte distanti da qui.

Soldato 1 e 2 si guardano indecisi sul da farsi

Matrona 2: Ma noi siamo solo delle povere donne, sono certa che il Re Teuto vorrà offrirci riparo! Conosciamo la sua fama di buon ospite! Fa le moine ai soldati

Soldato 2: Certo, ovviamente riceverete la migliore delle ospitalità. Adesso seguiteci. Com’è uso condurremo i doni presso l’erario della città e dopo vi scorteremo fino a palazzo dove troverete qualcuno pronto ad accogliervi.

 

I soldati fanno strada. Le matrone seguono.  Gli schiavi dietro guidano le bighe.

 

Matrona 1 (diretta a Matrona 3 sotto voce): Tua madre sarebbe lieta di vedere che bella figliola ha partorito. “Avete proprio un grazioso visetto!”

Matrona 3: Sto cercando di recitare al meglio il mio ruolo!

Matrona 2: Ti riesce davvero naturale!

Matrona 3 colpisce entrambi gli amici. I soldati si voltano a guardarle e le matrone si ricompongono e sorridono con fare vezzoso

 

 

SCENA IV.

Teuto, Regina, Etna, Leonida passeggiano presso un giardino.

Teuto : Ho già conferito con tutti i pretendenti. Non  rimani che tu Leonida di Catania. A te voglio dedicare più tempo dato che mia figlia ha  manifestato per te una particolare attrazione. Ho intenzione di parlarti liberamente come si parla ad un figlio. Non voglio ingannarti, chi ti ha preceduto è certamente più ricco e più potente di te.

 Leonida: Ne sono consapevole.

Teuto: Sono fattori che influenzano molto la scelta di chi vuole apportare benessere e ricchezza al proprio regno. Eppure questo non è che un aspetto. Non è la ricchezza a fare di un uomo un re. Un re è tale quando ha le virtù necessarie per guidare un popolo. Il benessere personale non è un punto di partenza ma di arrivo. Se il re è abile nelle azioni di governo, se conduce la sua vita con sobrietà e non sperpera ma invece incrementa le risorse del regno per mezzo di una buona politica, il regno prospera, il popolo non vive nella miseria ed è sereno. Se il re è giusto in tempi di pace e di guerra, il popolo è felice. La ricchezza di un re non si misura solo in oro. Certo è vero che l’oro rende tutto più facile, ma non bisogna mai considerarlo essenziale. Conosco re che hanno sconvolto la serenità del proprio popolo per condurre una politica di munificenza volta ad ingraziarsi il consenso generale. Ma è una strada pericolosa questa che hanno intrapreso. Da un momento all’altro tutto potrebbe cambiare.

Leonida: Catania non ha re, ma le vostre parole sono vere e può ben comprenderle anche chi proviene da una realtà come la mia. Le famiglie aristocratiche che  guidano la città con il consenso del popolo collaborano affinché la giustizia e la pace siano preservate.

Teuto: Mia figlia mi ha confessato il piccolo inganno di cui si è resa arbitro. Perdonatela se potete.

Leonida: È così mio Re. Tanto mi aveva incantato quella fioraia che sono stato vicino a non presentarmi a corte, ma il dovere nei confronti della mia città e della mia famiglia mi ha riportato sulla giusta strada. Non ho nulla da perdonare, non la biasimo per come ha agito.

Teuto: Mi ha anche detto che avete esperienza militare.

Leonida: Sì. L’educazione di ogni catanese, specialmente se di famiglia aristocratica, prevede l’addestramento militare, ma non trascura gli studi. La pratica bellica è necessaria per rafforzare corpo e spirito. Sudore e fatica creano l’uomo, lo forgiano sano e forte. Le scienze attribuiscono rigore di legge alla conoscenza che di per sé è infinita e mai completamente alla portata dell’uomo. Allo stesso modo l’uomo deve darsi delle leggi là dove l’incerto regna sovrano. La filosofia  rende l’uomo saggio.  E il rispetto degli dèi e degli antenati lo rendono perfetto. Tutto questo prevede l’educazione di un catanese. E credo, per quel che so di voi, che non sia dissimile dalla vostra.

Teuto: Mi sembrate un giovane sano e valoroso. Purtroppo però, il tempo a nostra disposizione non è sufficiente per darne una prova. Ancora una volta voglio essere sincero: la mia preferenza ricade su di  voi quanto su Arcade di Creta.

(alla Regina) Mia cara, è bene rientrare. Andiamo. Etna, intrattieniti pure se preferisci, ma non tardare.

(Si allontana con la Regina)

Teuto: E tu, che sai essere la più saggia tra i  miei consiglieri, mia cara Regina, non mi hai ancora reso partecipe della tua opinione.

Regina: Mio Re, e amore mio, due anime simili condividono spesso le stesse opinioni, e per questo che so essere la più saggia tra i tuoi consiglieri. Il più delle volte il nostro pensiero risuona all’unisono e tu sai che ciò che suggerisco è giusto perché tu stesso lo consideri tale. Come te io credo che Arcade e Leonida siano i migliori tra i pretendenti. Qualcosa me li rende simili. La buona educazione, il rispetto verso l’autorità umana e divina. Entrambi saprebbero governare con giustizia e vigore. Sennonché Arcade è un principe ed erediterà un ricco regno, mentre Leonida è solo un aristocratico. Figlio di un’ottima famiglia di una città potente ma democratica. Adesso devi solo capire quale sia la cosa migliore per il regno e per tua figlia. Unire due regni o preservare la forza del nostro senza correre il rischio di decentrare il governo? E ancora più importante, almeno per una madre, arricchire il regno con una buona alleanza o compiere la felicità di una figlia che ha già scelto il suo futuro marito? Ad ogni modo, ognuna delle due alleanze riserva ottime possibilità.

Teuto: È vero, i nostri pensieri risuonano all’unisono. (escono)

 

SCENA V

Etna e Leonida si prendono per mano

Leonida: Oh Etna! Quanto mi ha sorpreso rivedere in voi quella bella fioraia! Credevo di sognare!

Etna: Perdonatemi, Leonida, per quel brutto inganno! Avevo notato voi ed i vostri amici e ho voluto scoprire quali fossero le vostre reali intenzioni. Tra i pretendenti ve ne sono molti che aspirano al regno. Innessa è ricca di ogni bene e sicura,  ben fortificata ed inespugnabile. In molti ambiscono a diventarne Re. Certo, anche una volta sposati nulla assicura loro il regno. Ma tu sai che un genero ambizioso è certamente fonte di pericolo. La storia racconta anche di familiari che hanno complottato per ottenere il potere incuranti di ogni sorta di legame.

Leonida: Non temete, comprendo le vostre motivazioni: dovevate tutelare il popolo, vostro padre e certamente  voi stessa. Tutto questo vi rende ancora più cara ai miei occhi.

Etna: Leonida, se anche voi mirate ai beni di mio padre, a Innessa o anche solo ad un piccolo arricchimento che di certo percepirete sposando me, confessatelo subito. Dopo il mio cuore non reggerebbe al dispiacere di scoprire in un uomo tanto amato un marito freddo e insensibile.

Leonida: Etna! Non vi ho forse dimostrato già quanto poco io mi curi delle ricchezze? Non lo avete compreso quando mi dimostrai pronto ad abbandonare i propositi di sposare una ricca, bella ma sconosciuta principessa per una bella, virtuosa e intelligente fioraia? E non comprendeste che solo l’onore e il dovere nei confronti della mia famiglia e della mia città, accompagnato dal rifiuto della fioraia, che così si dimostrava virtuosa, mi portò ad avviarmi verso quello che sentivo come un sacrificio?

Etna: È vero … perdonatemi. Sono solo spaventata.

Leonida: Da cosa?

Etna: Dal cambiamento e … dalla possibilità di perdere voi. Nulla è certo. Io ho espresso il mio giudizio, ma temo che non sia sufficiente. Avete sentito? Avete un degno rivale.

Leonida: Cosa posso fare per conquistare la fiducia e la stima di vostro padre?

Etna:  Il poco  tempo e la pace che regna su Innessa non lascia molte possibilità. Oh, se solo poteste dimostrare il vostro valore!!

(si abbracciano)       

 

SCENA VI

Matrone, guardie, tesoriere e segretario presso l’Erario della città.

Tesoriere: Il re e la principessa ringraziano caldamente il vostro signore Falaride  per questi ricchissimi doni! Mai nessuno fu tanto liberale nei confronti di un alleato.

Schiavo 1 : E non sapete quanto pesano queste bighe!!

Matrona 2: (a parte) Quasi fossero piene di pietre! (riceve una gomitata dalla Matrona vicina la quale riduce la precedente al silenzio)

Tesoriere: Mio buon segretario, aprite la cella dell’edificio in cui sono custodite i tesori di Innessa.

Segretario: (Apre. Poi guarda con sguardo torvo le matrone che fanno per entrare.) Nella cella nessuno può entrare se non gli addetti. Attendete qui fuori.

Guardie e schiavi scaricano i forzieri dalle bighe. Sono molto pesanti.

Matrona 1 : Vi invito a prendere atto del contenuto di almeno una di esse.

Tesoriere: Ma non è nostra abitudine … il Re deve …

Matrona 3: Oh! Ma che sciocchezze! (Lo scosta con poca femminilità, apre l’unico forziere di colore diverso che si dimostra essere piena d’oro.)

Tesoriere: Ohhh!! (Applaude evidentemente soddisfatto, fa per toccare le monete ma si trattiene. Schiarisce la voce e si ricompone.) Su! Non indugiamo oltre! Portiamoli dentro.

Andirivieni di Guardie e schiavi.

Matrona 1: Dunque …   la cella interna, dove custodite l’erario pubblico, è chiuso …

Segretario: (Tono duro e aspro) Chiuso, serrato, sprangato, custodito da guardie ventiquattrore al giorno. Senza considerare la protezione del Dio Adrano che vigila e osserva. Sempre.

Matrona 3: (al tesoriere prendendolo a braccetto) Un poco tirato il vostro amico. Ma ce l’ha una donna?

Matrona 1: E scommetto che voi due le vostre chiavi le proteggete a costo della vostra vita.

Segretario e Tesoriere: Esatto!

Matrona 2: Uhhh! Che uomini! (prende a braccetto il sacerdote) Mi piace il vostro coraggio. La difendete con il vostro stesso corpo? Scommetto che la portate appesa al collo. (lo sfiora)

Sacerdote: (imbarazzato allontana la mano)Potete scommetterci. A costo della vita!

Matrona 2: Uhhhh!! Che coraggio!!

Matrona 3  (al tesoriere) E ditemi … Voi ce l’avete una moglie?

Entra Leonida e scorge la scena.

Leonida: Ma cosa succede? Non è l’erario della città? E quelle donne che si stringono al segretario e al Tesoriere? È meglio dare un’occhiata. (Si avvicina) Buonasera Signori. Cosa succede qui?

Tesoriere: Siete Leonida di Catania? Queste donne giungono da Agrigento e portano i doni per la principessa come omaggio da parte del loro Signore.

Matrone: (facendo un inchino e ripetendo come se avessero imparato la formula a memoria, magari accompagnando con dei gesti e con dei grossi sorrisi.) Il nostro ottimo Signore Falaride di Agrigento, Tiranno di nome ma non di fatto. Ha risvegliato la città e l’ha resa ricca, ha concesso felicità al popolo e combattuto contro  i nobili egoisti.

Leonida:  Falaride … ha la fama di uomo molto astuto. (sospettoso) Avete portato dei doni?

(gira attorno ai forzieri rimasti poi si avvicina alle matrone che abbassano il viso per non farsi riconoscere. Poi si congeda.)

Leonida: Con permesso. (Si allontana. Si ferma prima di uscire dalla quinta. Rivolto al pubblico.) Eppure queste Matrone non mi piacciono affatto. Ho un certo presentimento. È meglio che  rimanga a vigilare. Ma non bisogna essere avventati, se è quello che credo io, le mie sole forze non basteranno. Tornerò qui con i miei compagni.

Intanto escono le guardie e il segretario  chiude i cancelli del tempio.

Tesoriere: (tenendo due matrone a braccetto, l’altra si accompagna al segretario, che però sembra molto restio) Bene, se abbiamo finito, permettete che vi accompagni nei vostri alloggi.

Matrona 2: Perché invece non ci fate l’onore della vostra presenza mentre ci ristoriamo! Siamo affamate!

 

SCENA VII. IL FURTO  PRESSO L’ ERARIO PUBBLICO.

Rientrano le matrone. Sono davanti al tempio, adesso sgombero. Si guardano attorno sospettose. Nascondono le armi sotto un mantello. Schiavi.

Matrona 1: Non c’è nessuno. Via libera.

Matrona 2: Le guardie sono all’interno.

Matrona 3: Faremo presto a stenderli.

Matrona 1: Le chiavi chi le ha?

Matrona 2: Le ho io! Non c’è voluto molto a sfilargliele dal collo. Il vino è sempre un ottimo alleato. Ah ah ah!!

Matrona 3: Ah ah ah!! Quel segretario era irriconoscibile dopo avere tracannato tutto quel vino!

Matrona 1: Ah ah ah! Che ridere! E quel tesoriere? Ah ah ah!! (ridono)

Matrona 3:  Basta ora. Vediamo di pensare alla missione. Avvicinatevi. No, non spogliatevi ancora. Entriamo vestiti da donne per coglierli di sorpresa, dopo di ché li colpiamo. Storditeli, uccideteli, poco importa. Apriamo la cella, svuotiamo i forzieri pieni di pietre, li riempiamo di oro e li carichiamo sulle bighe. Sono ancora qui fuori (le indica). Chiaro?

Matrona 1: Nulla di più semplice.

Matrona 2:  Vediamo di non fare troppo rumore.

Entrano

Voci da dentro:

Matrone: Uhhhh!!! Salve!! Ci hanno mandato a farvi un po’ di compagnia!

Si sentono le matrone colpire le guardie, rumore di armi che cozzano.”Ehi!” ed “Oh!” “Sbrigati!” “Per di qui!”

Intanto giungono i catanesi con le armi in mano.

Leonida: Ne ero certo! Clodio! Corri ad avvertire le guardie e il Re! Vai!

Clodio: Volo!

Escono le matrone mezzo svestite, rivelano le loro sembianze maschili, portano alcuni cassieri fuori.

Leonida: Sapevo che nascondevate qualcosa! Non c’è mai di che fidarsi di un tiranno come Falaride.

Matrona 1: Ci hanno scoperti! Schiavi, presto accorrete! (afferra uno schiavo per la veste) Tu e i tuoi amici, caricate quanto più oro possibile sulle bighe mentre noi li teniamo impegnati, appena ne carichi una, portala fuori dalle mura! Sbrigati!

Inizia lo scontro (tre contro tre). Si feriscono a vicenda ma non si uccidono. Leonida alla fine pare mettere in difficoltà il suo avversario, il quale cade a terra. Si accorge che  gli schiavi hanno caricato quattro o cinque bighe e si sono dati alla fuga. La matrona acceca Leonida con della terra e urla la ritirata.    Fuggono con il bottino.

 

SCENA VIII

Arrivano Clodio, Teuto armato, Etna, Regina, Guardie.

Etna si precipita ad assistere Leonida. Alcune guardie entrano nel tempio.

Etna: Leonida! Stai bene? Sei ferito!

Teuto: Cosa succede! Dove sono?

Leonida: Signore sono fuggiti! Non siamo riusciti ad impedire la fuga, ma abbiamo limitato il danno. Sono riusciti a caricare solo la metà delle dieci bighe che avevano previsto per il colpo.

Una Guardia: (uscita dal tempio) Re Teuto, le guardie messe a custodia del tempio sono state uccise, solo una è gravemente ferita ma è riuscito a parlare. Ha confermato che il furto è stato compiuto da giovani guerrieri travestiti da donne. Li hanno colti di sorpresa e attaccati. Dentro abbiamo trovato alcuni forzieri vuoti, mentre altri contenevano pietre. Uno solo conteneva oro.

Teuto: Falaride ha organizzato tutto questo …

Giungono  il Tesoriere e il segretario che si gettano ai piedi del Re.

Tesoriere: Perdonatemi Signore! Sono stato uno sciocco! Siamo caduti nel loro tranello. Ci hanno derubato delle chiavi!

Segretario: Perdonateci … credevamo fossero solo donne!

Re Teuto: Tesoriere, Segretario, non vi verrà torto un capello per il vostro errore, ma abbandonerete la carica dopo avere stimato con esattezza il danno. Vi verrà assegnato un compito che preveda minori responsabilità. Così sconterete la vostra colpa.

(Si avvicina ai Catanesi che intanto si sono sollevati e messi di fianco l’uno accanto all’altro) Quanto a voi, giovani Catanesi, il vostro coraggio verrà ricompensato, vi verranno attribuite delle terre e, per averla difesa come fosse la vostra patria, vi concederò la cittadinanza ad onore. In questo modo sarete figli di Catania e di Innessa e godrete dei privilegi di entrambe le città.

Leonida, il tuo amico mi ha detto che sei stato il primo a renderti conto dell’imminente pericolo. È vero?

 

Leonida: Sì, mio signore. Ma ad onor del vero si è trattato di un puro caso e, se i miei concittadini non mi avessero prestato aiuto, avrei potuto fare ben poco.

 

Teuto:   Anche il sapere riconoscere quando bisogna accettare o chiedere aiuto è motivo di merito. Chi si ostina a proseguire in solitudine, pur in presenza di validi collaboratori, non potrà andare lontano.

Leonida, oggi mi hai dimostrato il tuo valore nelle armi e nel giudizio. Per ringraziarti voglio concederti la mano di mia figlia. Vi concedo la mia benedizione per il vostro matrimonio.

 

Etna e Leonida si abbracciano

Etna:  Grazie padre! (abbraccia Teuto)

Leonida: Grazie. (si stringono la destra)

 

 

SCENA IX: IL MATRIMONIO 

Giorno del matrimonio. Etna e Leonida seduti tra  Teuto e la Regina. A fianco, in piedi, il sacerdos.

Presente tutto il popolo e  i pretendenti.

 Teuto  Si alza, invita, prendendogli la mano, la principessa ad alzarsi.

Teuto: La principessa Etna, come il suo nome dice, è un dono degli dèi. Io li invocai perché ella riempisse il mio cuore, poiché le numerose ricchezze di questa città da sole non bastavano a farlo. Gli ori non sono  il fine dell’uomo, che questi vanno e vengono, così come ce n’è stata data una prova. Questi sono ricercati dai tiranni ma noi, miei cittadini, miei sudditi, noi no. Figli miei, noi ambiamo a ben altro. Noi con la prossima ricca stagione di raccolta, con gli agrumeti del Mendolito, ora irrorati attraverso le recenti opere di bonifica, con l’abbondanza delle nostre greggi e delle mandrie, con le fabbriche dei laterizi, con le opere dei nostri artigiani, famosi per la loro arte, ben presto li riempieremo di ori ancor più abbondanti. Eppure non curiamoci di ciò, non di ciò che si ossida, che può passare di mano, rompersi, o deperire. Cerchiamo e curiamoci piuttosto del vero bene, ovvero di ciò che è costante e inamovibile. Esso si chiama amore: l’amore di una figlia, l’amore dei propri cittadini, l’amore per gli antenati, per Adrano, per i nostri padri, che resero grande questa città non per le ricchezze che ci tramandarono ma per gli immortali valori di cui essi oggi  sono esempio. Ecco che io annuncio l’amore di mia figlia per il giovane aristocratico catanese Leonida. Essi governeranno dopo di me la città di Innessa, che dal giorno del suo matrimonio sarà ad ella intitolata col nome di Etna. Dopo che io mi sarò ricongiunto ai miei padri, riserverete a lei lo stesso affetto che avete dimostrato nei miei confronti durante tutti questi anni del mio principato. Come le nostre istituzioni vogliono, attuerà le decisioni che saranno prese dal consiglio cittadino, perdurerà la tradizione dei siculi che si reggono in istituto di democrazia giurando ostilità ai tiranni che, da quando accogliemmo pacificamente i Greci, si sono moltiplicati nell’isola. I sacerdoti Adraniti vigileranno affinché i siculi mai perdano l’ardore che alimenta l’amore di Adrano, l’Avo, per la nostra stirpe e per la nostra città.

Il popolo: (grida) Per Adrano, l’Avo, lunga vita ai siculi, lunga vita a Teuto, lunga vita alla principessa Etna.

Teuto: Ed ora, poiché questi due giovani cuori innamorati non possono attendere oltre,  si sospenda ogni attività e che ognuno participi della nostra gioia. Che si proceda con il matrimonio e che Odrh Ano vigli su di noi concedendoci la sua benedizione.

Leonida ed Etna si prendono per mano. Il sacerdote di fronte a loro avvolge  le loro destre in un tessuto rosso.

Balia di lato piange, commossa.

Il popolo acclama.

VCF: Così, seppure a seguito di un grave furto, si conclude, tra la gioia generale, la nostra storia.

Falaride, grande Tiranno, riuscì parzialmente vittorioso da questa impresa. Ottenne molte ricchezze che gli furono utili per completare il tempio della Concordia e per istituire giochi e mantenere i propri soldati e i mercenari. Gli parve di avere risolto parte dei propri problemi, almeno fino a quando quell’oro finì e non ebbe bisogno di procurarsene altro per sedare il popolo e i nobili, suo costante cruccio. Probabilmente la sua vita fu sempre minacciata dal timore di perdere il consenso pubblico.

Coloro che subirono un grave danno invece non ebbero né il tempo né il motivo di abbattersi. Le parole di Teuto a questo proposito sono chiare. Le ricchezze vanno e vengono, ma l’affetto, la giustizia, le virtù possono essere eterne e sono i valori che portano serenità e gioia nella vita degli uomini. Poiché Teuto aveva compreso questa verità, il popolo non lo chiamò mai Tiranno, né egli ebbe bisogno di esercitare un potere tirannico sul popolo. Teuto si curò della concordia e della serenità, ma non ebbe mai bisogno di comperarli a prezzo d’oro, per questo non diede peso alla perdita delle ricchezze più di quanto ce ne fosse bisogno.

La città si riprese presto. Innessa, rinata a nuova vita da questa unione, sarebbe passata alla storia con il nome di Etna e avrebbe continuato a prosperare e a godere del consenso del nume patrono della città, Odhr Ano, l’Antenato.

 

FINE

 

Francesco e Ottavia Branchina

Dal Mar Nero al Mediterraneo: Quattromila anni di ininterrotta attività di spionaggio. Dalla guerra di Troia al conflitto ucraino.

Guerra di Troia: dalla guerra fredda alla guerra dichiarata.

La datazione ritenuta più attendibile per indicare la caduta di Troia, dopo un decennio di assedio da parte dei Greci, è quella del 1184 a.C. Ritenendo che il lettore abbia ormai metabolizzato la tesi secondo la quale il mondo, in tempi pre storici, era caratterizzato da una civiltà globale, per comprendere gli intrecci politici di un periodo cronologicamente così distante dal nostro, bisogna che il lettore si spogli per prima cosa dai condizionamenti esercitati dalle narrazioni poetiche dei fatti di quel periodo giunte fino a noi, in quanto difficilmente il lettore riuscirebbe a leggere nel poema la verità che si cela fra le righe del racconto, specialmente se questi racconti sono stati messi per iscritto dai vincitori quattro secoli dopo gli eventi accaduti. Il ricercatore deve, invece, assumere l’atteggiamento imparziale dell’investigatore privo di pregiudizi, tenere conto che gli schemi mentali appartenuti agli individui fin dall’apparire dell’Homo Sapiens non sono mutati e deve innanzitutto ricercare fonti alternative e possibilmente contemporanee ai fatti accaduti che non mancano quando gli accadimenti assumono posizioni di interesse globale. Infatti, grazie al confronto delle informazioni provenienti dalle parti in conflitto, contenute nei freddi, poco eleganti dal punto di vista poetico, ma realistici resoconti di Ditti Cretese e Darete Frigio, si può apprendere una versione alternativa a quella pedagogica elaborata dalla scuola di Omero. Dalla lettura dei testi provenienti dai sopracitati autori, testimoni oculari del conflitto – Darete viene citato dallo stesso Omero nell’Iliade- emerge che la causa della caduta di Troia verrebbe addossata al tradimento di Enea e a suo cugino Antenore, i quali aprirono nottetempo le porte della città al nemico. Su questo episodio non ci soffermeremo più di tanto avendolo già indagato nell’articolo “Enea alle pendici dell’Etna”, pubblicato anni fa su miti3000.eu. A noi qui interessa piuttosto indagare le correlazioni vigenti, fin da tempi immemorabili, tra l’irrequieta area geografica del Mar Nero e il Mediterraneo, che vide la Sicilia quale tavolo di trattative diplomatiche e manovre di controspionaggio.

Per comprendere il ruolo di Deus ex machina esercitato dai principi siciliani nella geopolitica durante il periodo che intercorre tra il II e il I millennio a. C., bisogna volare alle altezze dell’indomita aquila e, sorvolando la vasta area mesopotamica, anatolica, greca e siciliana, dall’alto scrutare i movimenti invisibili dal basso, che dietro le quinte svolgevano i governanti delle regioni prima nominate. Bisogna non trascurare il fatto che in tempi antichi, come ancora in alcuni casi nei tempi moderni, ogni guerra veniva combattuta sotto il grido di dio lo vuole, come a indicare che “ogni evento svolto quaggiù veniva prima deciso lassù”. Di conseguenza, mettendo sotto la lente d’ingrandimento la teogonia e la mitologia di quel tempo, potremo scoprire, grazie alla tramandata attività degli dèi che interferivano nelle umane attività belliche, le celate opere umane, che di quegli dèi – chiunque essi fossero– erano il prolungamento in terra, mostrando altresì, che poco avendo di divino, quelle divinità nutrivano più interessi in terra che in cielo.

Ora si dà il caso che nel periodo di tempo qui esaminato, e forse ancora oggi, gli dèi che intendevano risolvere ogni problema istigando gli uomini a combattersi erano in realtà due e ognuno di loro poteva contare sull’appoggio, oltre quello ovvio dei propri congiunti, della fazione degli uomini che avevano scelto di schierarsi per l’uno o per l’altro dio. I nomi di queste divinità dicotomiche erano identificabili con quelli di: Enki e Enlil in area mesopotamica; Poseidone e Zeus in area greca; in Sicilia, genericamente appellati Palici o Delli, potrebbero essere identificati con Enki ed Enlil quanto con i figli del primo, Thot e Marduk, venuti tutti in contesa tra loro. Le liti riguardanti i quattro, avvenute in tempi diversi, potrebbero essere state fuse in un unico mito nella tradizione siciliana o nella ricostruzione greca riproposta da Eschilo nelle Etnee. L’ipotesi di un conflitto tra i due fratelli divini su scala globale, con epicentro strategico in Sicilia, matura grazie alla lettura, fatta da una diversa angolazione, dei testi classici greci e dalla esamina della traduzione delle tavolette sumeriche fornite dagli accademici. Attraverso l’incrocio dei fatti descritti dagli autori dei suddetti testi, grazie al significato dei toponimi, dei teonimi e la decriptazione delle metafore contenute nei miti, siamo pervenuti a identificare l’Abzu, la sede occidentale di Enki, con la Sicilia – per l’approfondimento di questo tema rinviamo i lettori agli articoli precedenti-. Il fatto che nella teogonia siciliana pre greca non ci sia una divinità che con la sua presenza controbilanci il peso esercitato dal dio Adrano, potrebbe essere attribuito al fatto che l’isola potesse essere stata eletta a terreno neutrale (vedi il nostro articolo: “Sicania: le divine ambasciate. La Svizzera del Paleolitico”, www.adranoantica.it), e tuttavia posta sotto la giurisdizione del dio affettuosamente chiamato dai Sicani nonno, avo, cioè Ano aggettivato odhr furioso. L’isola sarebbe stata, infatti, il luogo in cui avevano sede le dodici ambasciate divine, oltre che essere il laboratorio sperimentale abitato da quella equipe di genetisti di cui si fa esplicito riferimento nelle tavole sumeriche, diretto da Enki e successivamente da suo figlio Ningishazidda, corrispondente al dio egizio Thoth e al greco Ermete.

Eridu.

Nelle tavolette sumeriche si fa sovente riferimento ad una città edificata da Enki nell’Abzu, il cui nome era Eridu. Se fosse giusta l’interpretazione etimologica da noi azzardata per questo appellativo, cioè luogo in cui si è giurato o promesso (di mantenere la concordia) facendo derivare il toponimo da Ehre onore, reputazione, considerazione e Eid giuramento, promessa, ecco che sarebbe possibile immaginare che l’isola venisse scelta davvero come sede delle ambasciate divine e luogo esente da conflitti di ogni genere. Non solo, ma si comprenderebbe il motivo per cui tutti gli eroi e regnanti del mondo allora conosciuto, da Enea a Ulisse, da Ercole a Minosse, da Giasone a Medea venissero in Sicilia a conferire con la personalità più autorevole del tempo, quel Al Cened o Alcinoo, di cui diremo oltre, e che nulla si compisse nel mondo mediterraneo senza la sua approvazione o quanto meno senza prima relazionarsi con lui. Il fatto, poi, che nessuna tradizione storica e mitologica accenni a ostilità avvenute nel suolo siciliano prima della venuta dei Greci nell’VIII sec. a.C., durante cioè il lungo periodo sicano e che gli abitanti dell’isola venissero universalmente riconosciuti come un popolo pacifico, corrobora la tesi secondo la quale il divino giuramento, “Ehre Eid” , dovette reggere per qualche millennio e chiunque fosse stato tentato dall’infrangerlo, fosse stato pure il figlio di un dio come nel caso di Minosse, avrebbe espiato il sacrilegio con la morte. Naturalmente quel giuramento non impedìva che nelle ambasciate siciliane si intraprendessero azioni di controspionaggio , anzi, proprio il dio Adrano, se è giusta la identificazione di questa divinità col mesopotamico Enki, aveva in qualche modo inaugurato l’arte della contrapposizione occulta quando, aggirando il giuramento relativo alla catastrofe del diluvio, col fine di salvare il genere umano che il fratello Enlil desiderava annientare (Enki fu costretto a giurare che non avrebbe rivelato agli uomini l’imminente arrivò del diluvio), facendo finta di parlare con una parete di canne, rivolgendosi in realtà a Ziusudra, il Noè mesopotamico, rivelava i suoi piani per salvare il genere umano.

Eolo e i venti di guerra.

Siamo dell’avviso che Enlil, detto Eolo in Sicilia, imparata l’arte messa a punto dal dal fratello Adrano/Enki, cioè di poter aggirare i giuramenti senza essere tacciato di spergiuro, arte che i Siciliani ereditarono dal loro Avo divino, tanto da fare affermare a Cicerone nelle verrine che questo popolo era maestro nell’arte di lasciare intendere senza dire, lo emulasse. Nell’ambito della guerra fredda che serpeggiava tra i fratelli divini, uno degli obiettivi che si perseguiva nell’ambasciata siciliana di Enlil, qui chiamato Eolo, era probabilmente quello di portare aiuto al re Eeta, suo alleato nella Colchide, nel Mar Nero, identificata con l’attuale Georgia, senza per questo essere accusato di ingerenza nella politica di uno stato straniero. L’aiuto consisteva nell’inviare un misterioso oggetto nascosto nell’isola che da lui prendeva il nome, Eolia, dove era ubicata verosimilmente la sua ambasciata. Il nome in codice di questo temibile oggetto era quello eufemistico di “vento sacro” ovvero Ve Hel, il famoso vello di cui tratta Apollonio Rodio nel suo Le Argonautiche. Il vento sacro o vello d’oro, doveva certamente rappresentare un’arma non convenzionale, qualcosa di simile a quella posseduta dai Giudei chiamata arca di cui nessun contemporaneo era ma riuscitoi a comprenderne né l’efficacia o la composizione, né gli effetti provocati, salvo il constatare che se qualcuno si a costava all’arca incautamente e senza prendere le dovute precauzioni rimaneva folgorato. Così il vello avrebbe certamente potuto essere determinante per il risultato di un eventuale conflitto militare che si sarebbe potuto verificare nella instabile area mediorientale con epicentro nel Mar Nero.

Integrando quanto qui supposto circa le presunte armi non convenzionali di quel tempo con quanto viene affermato nelle tavolette sumeriche, in cui si apprende che in Medio Oriente, nella città di Aratta, il re era in possesso dei famelici “me”, ritenuti dall’anonimo compilatore delle tavolette potenti mezzi di potere, non ci si allontanerebbe troppo dal verosimile se ipotizzassimo che il vello, parola in codice utilizzata nel linguaggio sicano in ambito militare , dovesse servire al re della Colchide Eeta per contrastare le armi, forse i me, possedute da un ipotetico suo antagonista.

Ma qualcosa era andato storto, forse venne supposto che Eeta non aveva intenzione di fare buon uso di quella pericolosa arma o forse mutati i rapporti di forza mutavano le alleanze, fatto sta che si optava per il recupero dell’arma. A tal fine venivano selezionati i migliori agenti che operavano nell’ambito del Mediterraneo, probabilmente ingaggiati da Enki/Adrano protettore del genere umano. Come si evince dal testo di Apollonio Rodio Le Argonautiche, i componenti dell’equipaggio erano imparentati sia con Eolo/Enlil che con Enki, essendo figli, nipoti e pronipoti dei due fratelli. Lo scopo della missione era quello di indurre, con le buone o con le cattive, Eeta a riconsegnare la micidiale arma. Enlil/Eolo dimostrava in questo episodio, così come lo aveva dimostrato precedentemente in quello relativo al diluvio, di essere insensibile alle umane sofferenze, e che, anzi, auspicava la periodica decimazione degli esseri umani, fornendo agli inconsapevoli gregari di volta in volta le armi di distruzione di massa. Questa strategia Enlil/Eolo l’avrebbe adottata ancora dopo, utilizzando l’astuto Ulisse. Infatti, all’eroe greco, stando al contenuto dell’Odissea e all’inedita interpretazione qui proposta, famoso per le sue doti di astuta mistificazione, Eolo consegnerà, due generazioni dopo la consegna del Vello a Eeta, l’arma chiamata Furore in codice (odhr in lingua sicana), ovvero il famoso otre che conteneva i malefici venti della distruzione, i quali, come è scritto nelle tavolette sumeriche, verranno utilizzate con efficacia sulle città sumeriche di Ur, Uruk, Nippur e tutte le altre tranne Babilonia, risparmiata dal vento contrario che inaspettatamente, soffiando in altra direzione, allontanò le pestifere radiazioni (?). Città distrutte dalle medesime cause saranno ritrovate dagli archeologi in altre aree geografiche: Moenjo Daro in Pakistan; Sodoma e Gomorra in Palestina; in India si trovano citazioni contenute nei testi sacri: i Veda. Ulisse, però, darà picche a Eolo, infatti quando il greco farà ritorno nell’isola del dio, per comunicargli il fallimento dell’operazione Furore, verrà cacciato dal palazzo a male parole oltre che a essere maledetto. Noi sospettiamo che dietro il fallimento dell’operazione Furore, ci sia lo zampino di Adrano/Enki, il garante della pace universale e protettore del genere umano. Infatti, il re dei Feaci Alcinoo, la cui reggia si trovava a Trapani, e che senza ombra di dubbio era un affiliato al clan di Enki, sarà colui che, dopo aver ospitato nella propria reggia il doppiogiochista greco, principe d’inganni e maestro di strategie, lo farà accompagnare incolume a Itaca a bordo delle imbarcazioni siciliane che si muovevano, afferma l’aedo cieco nel suo poema, col solo pensiero, senza l’ausilio di remi.

La Sicilia snodo di intrecci diplomatici e/o di spionaggio.

Sorvolando in questa sede sui numerosi riferimenti alla Sicilia contenuti nel poema di Apollonio Rodio Le Argonautiche, e sulle citazioni di toponimi che si trovano sia in Grecia che in Sicilia, che sommati ad altri indizi ci inducono a sospettare – e la riuscita operazione di sincretismo in chiave grecocentrica effettuata dai Greci in Sicilia a partire dall’VIII sec. a.C. ce ne dà forte motivazione- che il porto da cui partirono gli Argonauti sia stato quello di Ortigia a Siracusa, piuttosto che quello greco della oscura Jolco, rimaniamo comunque dell’avviso che Eolo/Enlil o Enki/Adrano, o entrambi essendo pervenuti ad un accordo di collaborazione, convocati i comuni parenti (la parentela tra Eolo e gli Argonauti è attestata nel lib. I, cap. 1094. Fanno parte dell’equipaggio anche Neleo e Peleo che Poseidone ebbe da donna mortale) li inviarono a recuperare la pericolosa arma che si trovava nel Mar Nero, nelle insicure mani del re Eeta, nelle quali l’avevano consegnata anni prima Frisso ed Elle, nipoti di Eolo, per disposizione dello stesso dio dei venti. Percorrendo la liquida strada che ormai veniva considerata una sorta di via della seta che metteva in comunicazione il Mar Nero con la Sicilia, gli Argonauti raggiungevano la Colchide riuscendo nell’impresa di recupero. Rientrati in possesso del non meglio identificato oggetto chiamato cripticamente ve-hel, vello, stando alla versione greca che voleva Greci i mandanti della missione, avviene un fatto inspiegabile: i cinquanta agenti, invece di recarsi in Grecia e chiudere a Jolco la missione ufficialmente voluta dal re di Jolco, e che avrebbe consegnato il comando della città al capo della missione Giasone, gli Argonauti continuano il periglioso viaggio alla volta della Sicania, lasciandosi alle spalle la Grecia. In Sicilia si recano a Trapani. Qui incontrano Al Cened o Alcinoo, re dei Feaci. Le contraddizioni insite nel racconto, a cui Apollonio non fornisce chiarimenti sufficienti, ci spingono a ipotizzare che l’arma dovesse rimanere nella neutrale Sicilia e per tal motivo doveva essere consegnata al saggio Alcinoo. La saggezza di questo re sicano, viene altresì celebrata sia da Omero che da Apollonio. Che il vello sia stato consegnato in Sicilia durante l’incontro col pio re sicano, emerge agevolmente attraverso la lettura del testo di Apollonio. Infatti, dopo la partenza dall’isola, il lettore si accorgerà che, continuando il racconto, l’autore si soffermera’ soltanto sulle difficoltà nautiche che gli eroi incontreranno sulla via del ritorno, senza fare più cenno al vello, come se un oggetto così prezioso avesse perso ogni interesse per coloro che lo avevano recuperato a rischio della propria vita. Ciò è plausibile soltanto se, ricordiamolo, avendo portato a termine la missione di recupero, il vello venisse consegnato al richiedente, in Sicilia.

Per spiegare la consegna della terribile arma ad Alcinoo, bisogna un attimo soffermarsi sul significato del l’appellativo apposto al mite re siciliano. L’appellativo del re dei feaci lascia infatti presagire il ruolo che questo illuminato principe avrebbe dovuto svolgere nella pacifica isola sicana, confermato tra le righe dal racconto Omerico, dove lo si dice a capo della confederazione di dodici – corrispondente al numero degli dèi del Pantheon sia greco che sumero – principi che governavano le dodici province sicane. Il re svolgeva il ruolo di un giudice di pace antelitteram; infatti il suo appellativo risulta formato dall’unione del lessema alla che in antico alto germanico significa tutti, e cened, vocabolo con cui nella lingua antico irlandese si indicava un gruppo umano legato da vincoli di sangue, come nel caso degli dèi sicani. Dobbiamo dedurre che il ruolo di garante della pace sia stato ancora una volta efficacemente svolto da Alcinoo se il derubato re della Colchide, inseguiti gli agenti sotto copertura fino alle coste siciliane per recuperare il vello, decideva di rimanere a largo della costa, desistendo dal dichiarare guerra, impaurito dalle “innocue” minacce verbali proferite contro di lui da Alcinoo. Ma forse Eeta desisteva dall’aggressione all’isola memore della fine che suo cognato Minosse aveva fatto in Sicilia una generazione prima, caso irrisolto che molto ricorda quello attuale del giornalista saudita Khashoggi. Dopo la breve attesa al largo delle coste siciliane, sperando in una pacifica restituzione del Vello, decisione che spettava ora ad Alcinoo, il re della Colchide rinunciava perfino a riavere il prezioso bottino, nonostante l’imponente flotta al proprio seguito. Anzi, da quello che emerge dal racconto di Apollonio, la flotta di Eeta, deliberava di rimanere a vivere in una delle isolette dell’arcipelago siciliano. La stessa cosa era avvenuta qualche anno prima anche con l’esercito dell’arrogante Minosse. L’esercito, privato del suo comandante, rimasto misteriosamente senza vita durante un colloquio con il principe sicano Cocalo, era rimasto a vivere in Sicilia rinunciando a rientrare nella patria cretese.

Eeta dovette dunque tornarsene da solo nella sua dorata reggia del Mar Nero e a mani vuote. Ma non per questo la guerra fredda tra Est ed Ovest era cessata, anzi era destinata ad inasprirsi a tal punto che, presentatosi il casus belli una generazione dopo, i Greci dichiaravano guerra, chiamiamola così, alla coalizione dei paesi dell’est guidata dai Troiani. Il “caso” voleva, che a partecipare alla guerra nel Mar Nero, con un ruolo da protagonisti, vi fossero i figli di quegli Argonauti che una generazione prima, sottraendo il vello, avevano forse creato i podromi della guerra ora combattuta dai figli. Era avvenuto un passaggio di consegne? L’epicentro della guerra si ebbe nella città di Troia per il motivo che lo spionaggio troiano aveva intessuto relazioni con la città di Trapani sulla quale, ricorderà il lettore, governava Alcinoo. Considerando che, sia Alcinoo che Cocalo, avevano indotto potenti armate straniere a desistere dalla aggressione all’isola di Sicilia utilizzando soltanto minacce verbali, si deduce che le capacità di deterrenza messe in atto nell’isola nei confronti di ogni aggressore, fossero allora notevoli, magari paragonabili alla deterrenza che oggi esercitano gli armamenti missilistici celati nel sottosuolo di Sigonella. A tal proposito, il riferimento fatto senza veli dal poeta cieco, alle navi feace, che si muovevano col pensiero e da Apollonio Rodio ai venti del terrore e/o del furore possedute dai sicani, aprirebbe nuovi scenari sulle reali tecnologie presenti nel mondo antico forse troppo sotto valutato.

Erice: la Cupola.

A Trapani, nel monte Erice, come sopra affermato, una generazione prima dello scoppio della prima guerra mondiale dell’Età del Bronzo, conosciuta come guerra di Troia, avevano posto il loro quartier generale alcuni Troiani transfughi, appartenenti alla famiglia di Enea, con al vertice Capi, fratello di Anchise, espulso da Troia dal cugino e re Laomedonte. Si presenta al nostro giudizio, l’inevitabilita’ dell’insorgenza di una cospirazione da parte dei transfughi, che, maturata a Erice, aveva come obiettivo l’abbattimento del regime troiano. A Troia agiva una fazione ancorata ai transfughi da motivi vari, capeggiata da Enea. La energica opposizione politica praticata dagli anchisiadi a Troia è molto documentata nell’Iliade.

Espugnata la città, Enea si recherà dalla ‘madre’, come viene definita nell’Eneide- intesa modernamente come loggia — Afrodite a Erice.

Accogliendo le indagini del giudice Carlo Palermo a proposito di mafia, politica e Massoneria, che fanno risalire la filiazione delle cosche a tempi antichissimi, riteniamo probabile che proprio in questa occasione si desse vita a quella Massoneria ante litteram, con ubicazione a Erice, che il Giudice nei suoi saggi afferma rappresentare ancora oggi il crocevia di intrighi internazionali, e che fa risalire la sua fondazione a tempi antichissimi, in cui i nomi con i quali veniva designata mutavano a secondo le nuove esigenze. Alle affermazioni del giudice Carlo Palermo, fanno eco quelle dell’avvocato Paolo Rumor, che nel suo sconvolgente saggio l’Altra Europa, avanza la tesi, adducendo l’esistenza di testi documentali e ricordi di confidenze a lui fatte dal padre Giacomo Rumor, componente nel dopoguerra del gruppo di lavoro per la costruzione dell’Europa post bellica, di certi programmi e operazioni di intelligence di gruppi antidiluviani sopravvissuti fino ai giorni nostri, che mischiando politica ed esoterismo, si ponevano l’obiettivo di ordinare e governare il mondo. Tali gruppi, afferma l’avvocato Rumor nel suo saggio, si formarono in un tempo senza tempo nell’area mesopotamica, per poi diramarsi in ogni dove nell’intero pianeta.

Enea e la Massoneria di Erice.

Dopo dieci anni di conflitti tra l’Est e l’Ovest, tra l’Occidente e il Medioriente, presi da stanchezza o da interessi personali, grazie a una operazione di controspionaggio tra i Greci e uno sparuto gruppo di Troiani, a capo dei quali c’erano Enea e il cugino Antenore, la guerra si concludeva con la vittoria dei Greci e l’azzeramento delle risorse umane e militari dei Troiani e dei loro alleati. La caduta di Troia, se ci è lecito il parallelismo, rappresentava per gli alleati dei Troiani, quello che per l’unione Sovietica ha rappresentato la caduta del muro di Berlino. Da lì a poco, infatti, il caos avrebbe regnato sull’intero Medioriente, provocando la dissoluzione dei regni più potenti di tutta l’area mediorientale, stremati e indeboliti dalla guerra troiana avendo ognuno inviato eserciti e ingenti risorse economiche. Lo sfacelo degli imperi iniziava da quello degli Ittiti e giù via via fino a sfiorare l’Egitto. Tra gli alleati dei Troiani, come si evince dal libro nono dell’Eneide, per i motivi sopra addotti, figuravano i Sicani, guidati da un certo Capi che, stando a Virgilio, era stato cresciuto nella attuale città di Adrano, alle falde dell’Etna – non nominata direttamente nell’Eneide- dove si trovava il santuario dedicato al dio Adrano (la reggia di Enki?). Dunque, i venti di guerra che spiravano da est, in qualche modo giungevano a ovest. Che la Sicilia temesse l’apertura delle ostilità nell’ isola, lo conferma l’archeologia. Infatti, come si evince dai reperti archeologici e dalla produzione di ceramica che si interrompe improvvisamente alla fine del II millennio a.C., di cui è cosparsa la periferia della città di Adrano, i numerosissimi villaggi edificati a partire dal settimo millennio a.C. attorno al grandioso tempio, venivano strategicamente abbandonati e gli abitanti confluivano nella cittadella dove era stato edificato il santuario (Eridu?) dedicato all’Avo, protetta dalle enormi mura poligonali di cui si conserva ancora un lungo tratto.

Il Padrino.

Non può in questa sede passare inosservato, che il nome di Enea sarebbe in realtà un appellativo riconducibile al dio mesopotamico Enki che, bisogna qui ricordarlo ai lettori, secondo la nostra ricostruzione aveva edificato la sua reggia, nominata Eridu, una sorta di laboratorio biogenetico posto nel Mediterraneo (Sicilia?), in un luogo che nelle tavolette sumeriche veniva descritto ricco di acque dolci sotterranee (caratteristica perfettamente adattabile alla città di Adrano); per tale motivo Enki veniva appellato Ea cioè acqua in sumerico. Il nome Enea, composto dall’unione dei lessemi En. Ea potrebbe perciò riferirsi al ruolo esercitato dall’eroe troiano in patria: il primo, il numero uno nell’acqua. Quindi, giocando con la polisemia del nome En. Ea, l’eroe troiano potrebbe essere stato un valente ammiraglio in patria, ma, in pari tempo essere considerato come il numero uno fra gli uomini di Ea/Enki che operavano per suo conto nel Mar Nero, quello insomma su cui Ea faceva affidamento per svolgere il suo programma nell’area mediorientale. Con la caduta di Troia le regole d’ingaggio venivano modificate e a En.ea si assegnava una missione nel Mediterraneo. La missione sarebbe durata dieci anni e sarebbe accaduto di tutto. Il suo primo contatto con i suoi parenti transfughi e cospiratori avviene in Sicilia, dove risiedeva la cupola di Erice, nel tempio della loggia madre dove ad attenderlo c’erano i suoi familiari esuli – dagli Scoliasti viene affermato che a Trapani Enea incontra Egeste ed Elimo- che gestivano le operazioni di intelligence. Ci si ricordi che Diodoro nella sua Biblioteca Historica afferma che a Erice esisteva già il culto di Afrodite ancor prima che vi giungesse Enea, e che erano i Sicani a prendersene cura. A Erice, ascoltato Enea, constatato che gli assetti politici nel Mar Nero erano mutati, si decide di inviare un’ambasciata nell’Africa settentrionale, a Cartagine, a capo della quale c’era Enea. Non siamo in grado di immaginare il contenuto del mandato affidato a Enea, fatto è, che a Cartagine la regina Didone perde la giovane vita. Da quel momento i rapporti tra i Cartaginesi e Siciliani si deteriorano al punto da scaturire in delle inestinguibili guerre. Afferma Diodoro che quella del 480 a.C., che si concluse con la pesante sconfitta dei Cartaginesi, viene meticolosamente preparata da questi per dieci anni, e viene condotta di concerto e contemporaneamente con la guerra che il persiano Serse portava in terra greca. In questa occasione i Persiani e i Cartaginesi, da alleati gestivano in comune la tempistica dell’evento bellico e le strategie militari. Alla luce di questo conflitto appare ora chiara la missione che era stata affidata secoli prima a Enea nel suo viaggio a Cartagine: il suo compito era quello di prendere accordi per formare una coalizione internazionale in chiave anti greca.

Con la caduta di Troia, in terra sicana, ricostruendo i fatti successivi, si desume che la cupola di Erice avrebbe optato per un accordo di non belligeranza tra le fazioni facenti capo a Enlil/Eolo e quelle facenti capo a Enki o Adrano che chiamar si voglia. In quella occasione si perveniva alla necessità di realizzare una fusione rituale tra le due fazioni in opposizione: i Sicani e gli Enliti, da cui nacque un nuovo ordine, una mafia antelitteram, a cui Tucidide, raccogliendo la tradizione orale del luogo, diede il nome di Elimi, anche se a noi pare che il nome di questa artificiosa coalizione conduca a una filiazione sotto la protezione di Enlil Eolo. Concluso in Sicilia l’accordo tra Sicani e Enliti, a Enea si affidava una nuova missione, quella di recarsi nel centro Italia per fondare una nuova ” sede” – non sappiamo con quali fini-. Nel centro Italia, come viene tra l’altro affermato nell’Eneide, esisteva già un piedaterre sicano dal momento che i Latini della prima ora, come i Sicani di Sicilia, onoravano Ano, considerato il loro progenitore, appellato dai Sicani del Lazio jah ovvero sensitivo, percettivo, intuitivo, veloce. Tra l’altro, nel luogo denominato Circeo, aveva verosimilmente posto la propria residenza una sorella dei rissosi fratelli, il cui nome sumerico era Ninmah, ma che dai popoli germanici che abitavano il Lazio veniva appellata Circe. Circa l’implicazione dei popoli germanici nella storia antica, nelle Argonautiche, Apollonio fa risalire il Danubio ai nostri eroi, ma poiché affrontare l’argomento in questa sede ci condurre be lontano dall’obiettivo che questa breve indagine si è posto, consigliamo il lettore a leggere il saggio Dalla Scania alla S(i)cania, gratuitamente fruibile nel sito miti3000.eu). Forse l’appellativo Circe faceva riferimento alla maga quale garante della pace familiare, cioè colei che era deputata a mantenere la concordia nella comunità legata da vincoli di consanguineità. Questo potrebbe essere il motivo per cui Medea dopo l’assassinio del proprio fratello ricorre a lei, sua zia. Dal significato del nome Circe deriva forse il vocabolo tedesco kirche che significa chiesa, comunità. Quanto sopra ipotizzato, sembra confermato da Omero che, nel libro decimo dell’Odissea, fa giungere Ulisse nell’isoletta di Eea presso il Circeo. Mettendo assieme i fatti narrati nell’Iliade e quelli narrati nell’Odissea, sembrerebbe che, come in un moderno film di controspionaggio in cui i protagonisti sono due spie rivali, Ulisse venga messo alle calcagna di Enea, poiché là dove si recava Enea, ecco giungere subito dopo anche Ulisse. Per dimostrare quanto intricati e trasversali siano stati gli interessi nel Mediterraneo durante l’Età del Bronzo, si fa riferimento al libro II, 539 delle Argonaute in cui si narra che Eracle aveva contratto matrimonio in Sicilia con Melite, figlia del re dei Feaci Nausitoo. Dal matrimonio era nato Illo, il quale era stato cresciuto presso la reggia del nonno materno. Il giovane era stato inviato successivamente da Nausitoo, per motivi di politica estera, nel Lazio. Il fatto che il nipote del feacio re si chiamasse Illo, nome accostabile a quello primigenio della città di Troia, Ilio, e che venisse inviato nel Lazio precedendo Enea come il Battista aveva preceduto Gesù nella predicazione che si proponeva lo stesso fine, non può che alimentare il sospetto di un collegamento tra la missione di Illo e quella di Enea, se non addirittura una continuità di intenti.

Anche nel Lazio, sul modello siciliano, isola a cui va il primato della sperimentazione politica se oltre duemila anni

Giano bifronte. Musei vaticani.

dopo questi fatti, si vedrà nascere il primo parlamento d’Europa, si ritenne opportuno attuare una fusione tra i due rami familiari, tra i Latini seguaci di Ano (Giano) da un lato e i nuovi arrivati dall’altro, portatori di istanze innovative fuori dalla tradizione dichiarata ormai obsoleta. Così, come narra Tito Livio, le due logge, quella troiano/ericina e quella latina si fusero, col patto però, come si afferma nell’Eneide, che lo statuto a rimanere in vigore fosse quello Latino. È plausibile che

Tavoletta sumerica. Divinità dà udienza a individuo bifronte.

l’accordo sigillato presso il tempio di Giano garantisse un periodo di tranquillità e prosperità, ricordato o associato al mitico periodo dell’età dell’oro, periodo in cui nel Lazio governavano di comune accordo due re dèi: Saturno e Giano Bifronte (una tavoletta sumerica porta l’immagine di una divinità con due facce).

È possibile, dunque, che agli scorci del II millennio a.C., alla iniziale guerra fredda in corso tra i due fratelli (appellati Palici in Sicilia, figli della lupa nel Lazio), seguisse una tappa di arresto e si addivenisse ad un giuramento reciproco di non belligeranza. Il giuramento veniva altresì sancito anche attraverso la fusione delle due famiglie, realizzando matrimoni misti. Infatti, apprendiamo dalle tavole sumeriche, che il figlio di Enki, Dumuzil, convolava a nozze con la nipote di Enlil, Inanna (la Proserpina siciliana?), e che altri figli e figlie dei due fratelli si sposavano tra loro.

Guerra e pace eterna.

Da quanto sopra affermato sembrerebbe che i problemi siano stati risolti, ma i figli sono portatori per i genitori di gioie e dolori e le loro ambizioni superano spesso quelle dei padri. Marduk, figlio di Enki, non si ritiene soddisfatto delle condizioni che conducono alla pace familiare, in quanto il ruolo a lui assegnato viene ad essere marginale rispetto a quello ottenuto dai cugini. Egli desidera di più! Attraverso una guerra non più politica ma distruttiva, il giovane principe riesce a spodestare lo zio. Probabilmente la guerra raccontata nelle tavolette mesopotamiche è la stessa di quella vergata nei papiri egiziani in cui lo scontro avviene tra Set e suo nipote Horus; nel Lazio riportata da T. Livio, dove Romolo depone lo zio e ripristina il trono usurpato, e ancora in India quella descritta nel Mahabharata tra i Kurava e i Pandava; in Persia tra Ciro e il nonno materno ecc. In effetti Marduk non aveva forse tutti i torti a lagnarsi per il suo ruolo di sottordine. Infatti, come si apprende dalle tavolette sumeriche, era stato suo padre Enki ad avere avuto il mandato dal nonno Anu di migliorare le condizioni di vita sulla terra e portare l’ordine fra i rissosi dèi che cominciarono ad abitarla, e infine creare l’uomo, salvandolo poi dall’estinzione che gli avrebbe provocato il diluvio e risolvendo un bel po’ di problemi terrestri. Per complicati meccanismi di ereditarietà, però, ad avere il comando sulla Terra veniva designato il fratello minore di Enki, Enlil. A questi era stato dunque servito su un piatto d’argento un regalo così grande quanto immeritato. La guerra condotta contro lo zio, come confermato dai miti di tutto il mondo ed esplicitamente messo per iscritto nel racconto sumerico denominato Enuma elish, si conclude con la schiacciante vittoria di Marduk.

Ripresa delle ostilità: nuova guerra fredda.

Naturalmente Enlil cede a malincuore a Marduk il posto al vertice del Pantheon. Egli, tra l’altro, nei suoi taciti programmi aveva destinato in cuor suo ai propri eredi il regno terrestre. Pertanto, gli Enliti non rassegnati alla schiacciante vittoria ottenuta da Marduk, cominciano a cospirare contro il nuovo signore. Ancora una volta le ostilità riprendono in modo velato dalla Sicilia, forse decise nella loggia ericina. A metà del principato di Marduk, che aveva spostato la sua corte a Babilonia, facendola diventare capitale del nuovo regno, in quanto la Sicilia tradizionalmente era sede del padre Enki/Adrano ed era considerata neutrale in forza del divino giuramento, gli Enliti brigano con i Greci perché questi si sostituiscano ai prischi Sicani nel governo dell’isola.

Iniziava il gioco sporco! Si erano rotte le regole, violati i giuramenti sacri: l’intoccabile terra, dimora di dèi, non veniva ora risparmiata dalle guerre combattute con le armi. Nell VIII sec. a.C. nasceva in Sicilia la tirannide sotto l’emblema del toro. L’animale facente parte della costellazione dello zodiaco, era il segno che caratterizzava Enlil. I Greci (la Grecia veniva chiamata Hellade forse in omaggio alla stirpe degli Enliti loro patroni) riuscivano a infiltrarsi in alcune coorti sicane. Vantando legami di parentela con i pii re sicani, lentamente e in modo prima indolore, si sostituivano a questi. L’isola si divideva ancora più nettamente in due fazioni. Il prezioso racconto dello storico Polieno, che si sofferma sullo scontro avvenuto nel VI sec. a.C., tra il sicano Teuto e il tiranno di Agrigento Falaride, ci permette di individuare gli schieramenti contrapposti grazie ai vessilli che le parti schierano tra le loro fila: Falaride aveva come emblema il toro di Enlil. Anche grazie a Diodoro è possibile individuare nella sua Biblioteca Historica gli schieramenti che nell’isola si distribuivano a macchia di leopardo. L’epicentro delle forze Enkite rimarrà fino alla venuta dei Romani nel 263 a.C., il luogo in cui era stato edificato il suo santuario nell’attuale città di Adrano, che tutti i tiranni greci da Falaride a Jerone, da Dionigi a Iceta con alterne fortune tentarono di Espugnare, e i Sicani, da Teuto a Ducezio di difendere. Il resto è storia: i Romani, che a buon titolo si dicevano discendere da Enea, riuscivano a realizzare il Nuovo Ordine Mondiale, insediando nei regni di tutto il mondo allora conosciuto, reucci fantoccio ai loro comandi. Non andremo oltre la constatazione che oltreoceano, da tempo si investiga sugli errori commessi dai Romani che causarono la caduta dell’impero, affinché il vertice del nuovo Ordine non abbia a ripeterli oggi.

Gli antichi venti di guerra.

Ci chiediamo se i venti del terrore contenuti nell’otre, consegnati a Ulisse senza che questi riuscisse – o non intendesse– a sortire gli effetti desiderati dal mandante, se quelle armi che Enlil avrebbe voluto criminalmente e cinicamente utilizzare in odio al genere umano, eufemisticamente chiamate “il sacro vento”, Ve. Hel, vello e Furore, si trovano ancora nell’isola, nelle mani scellerate degli eredi dell’odiatore dell’umanita’. Sono forse quelle armi nascoste nel sottosuolo di Sigonella, puntate ancora in direzione dell’antica Colchide, contro il re Eeta oggi Putin? Noi, eredi del dio protettore dell’umanità, Adrano, del compassionevole Enki, vi ammoniamo: che non sia il sacro suolo siciliano a dover pagare il prezzo della vostra scelleratezza. Sappiate voi demoni del male, ovunque vi nascondiate sotto mentite spoglie, che l’ira del giusto trascende ogni potenza di cui il malvagio si avvale, vi riconosceremo, vi scoveremo. Con l’autorevolezza che promana dal giusto, non acconsentiremo che questo nostro paradiso venga sacrificato a Molok per questioni di effimero potere. Perciò terremo saldo il polso del dio Mitra, guideremo il pugnale che bandisce sicuro verso il collo del toro, lo sacrificheremo al dio compassionevole che ha a cuore le sue creature e, come recita il passo biblico, le forze del male non prevarranno. Come riconoscere queste ultime ci si chiederà. La domanda legittimamente posta in un contesto di mistificazione quale è quello odierno, trova la risposta nel simbolismo, che difficilmente può essere mistificato, e quello negativo della furia incontrollabile del toro è oggi più che mai palese. È questo simbolo, il toro scomposto nella furia del suo scalciare, l’emblema del dio che intende decimare l’umanità. Egli, il dio zaratustriano della distruzione, si ripropone oggi con la stessa furia manifestata millenni fa, evidenziando gli atteggiamenti di sempre: uso della violenza, indifferenza alle altrui sofferenze, cinismo, sterminio indiscriminato, invenzione di strumenti segregativi, controllo dispotico del sottoposto, magistrale utilizzo dei doppiogiochisti, gestione della ricchezza e suo utilizzo quale strumento di ricatto e di corruzione. “Dai suoi frutti si riconosce l’albero”.

Ad maiora.

CHIARIMENTI E CHIAVE DI LETTURA.

Chiediamo venia al lettore se in qualche luogo della rilettura degli eventi, sopra azzardata, la farraginosita’ dell’esposizione dei fatti ha creato qualche contraddizione irrisolta. Ma non poche sono state le difficoltà in cui siamo incorsi nel tentativo di comparare le divinità locali che sarebbero scese in lizza nei conflitti tra le nazioni, fornendo il loro sostegno ora all’una ora all’altra fazione. La stessa difficoltà si è avuta nella ricostruzione genealogica dei personaggi chiave e la esatta cronologia dei fatti raccontati. Il tentativo, poi, di separare il loglio dal grano, ce ne rendiamo conto, è rimasto irrisolto in alcuni casi, come quello degli dèi Palici in Sicilia. Forse in questo mito sono confluiti eventi simili svolti in tempi diversi. Il mito siciliano dei Palici, potrebbe aver fuso in un unico evento il conflitto avvenuto tra i fratelli Enki ed Enlil e quello successivo avvenuto tra Marduk e Thoth figli di Enki, cresciuti entrambi in Sicilia, a patto che non si sia incorso in errore nell’identificare l’Abzu con la Sicilia. Una ulteriore complicazione l’ha fornita il termine Anu, che da sostantivo, riferito al genitore di Enki e Enlil, potrebbe essersi trasformato in aggettivo applicato a Enki. Infatti, il termine Ano, che nella lingua tedesca parlata nel medioevo significava nonno, progenitore, avo, antenato (Ahne nel tedesco moderno), potrebbe essere stato applicato a Enki con il significato di creatore dopo che, stando al mito sumerico, egli aveva creato gli esseri umani. L’atto creativo, descritto nei testi sumerici come una serie di tentativi attraverso manipolazioni genetiche, avrebbe conferito una paternità al dio, e gli uomini lo avrebbero ricambiato conferendogli affettuosamente l’appellativo di nonno, avo, antenato, Ano appunto. Questo ha fatto sì, però, che il teonimo Adrano, composto dall’unione dell’aggettivo odhr furioso, con il sostantivo Ano avo, non rendesse chiaro quando, di volta in volta, l’appellativo si riferisse al padre piuttosto che al figlio. Lo stesso vale per il toponimo Adrano, non si riesce a comprendere se la città venisse intitolata al padre o al figlio. Una ulteriore difficoltà consiste nel fatto che le divinità venivano evocate utilizzando molteplici appellativi, alcuni dei quali venivano assunti poi anche dai governanti umani. Così come i Greci per Poseidone utilizzavano appellativi quali l’Ennosigeo piuttosto che Maremoto o dio dalla capigliatura azzurra, non escludiamo che lo stesso avvenisse per Enki detto Ea e forse, come sopra affermato Ano e ancora Al Cened (Alcinoo) e tanti altri fino a quaranta, numero assegnato al suo rango divino. Si tenga infatti presente, che ci è pervenuta la lista dei cinquanta nomi con cui i Sumeri appellavano Marduk.

Tuttavia, riteniamo che qualora qualche quesito sia rimasto irrisolto, tale deficit, nell’economia generale della interpretazione dei fatti storici e mitologici tentata attraverso i nostri articoli, atti a dissipare le tenebre che avvolgono la nobile storia degli antenati, non andrebbe a minare la bontà di quanto fin qui è stato realizzato. .

Una ulteriore difficoltà deriva dalla polisemia di taluni vocaboli. Tuttavia, tale difficoltà si dipana nel momento in cui il vocabolo viene contestualizzato nel senso generale del discorso in cui è inserito.

Per ciò che concerne la longevità delle ostilità qui narrate, presentate una come conseguenza dell’altra, cosa che potrebbe creare qualche remora di credibilità nel lettore, crediamo che essa sia resa possibile nella misura in cui la visione del mondo, basata sulla dicotomia o necessità degli opposti: luce buio, notte giorno, bene male, salute malattia, spirito corpo, faccia parte dell’essere di ogni individuo. Eternamente gli individui, per affinità elettiva, vengono chiamati a schierarsi da una o dall’altra parte, come la notte che eternamente insegue il giorno, alternandosi nella “vittoria”.

Per ciò che concerne l’ipotesi che alcune parole potrebbero presentarsi come parole in codice o metafore – metodo utilizzato da sempre in ambienti di intelligence e negli scenari di guerra fin da quella del Peloponneso raccontata da Tucidide o gallica da Cesare- come vello, otre ecc. il lettore conosce già il nostro metodo interpretativo che utilizza la lingua germanica come lingua di riferimento, ritenendola quella che più ha conservato familiarità, a nostro avviso, con una lingua primordiale parlata dai popoli prima della deriva linguistica. Il linguaggio in codice, rinvenuto nei testi esaminati, è, a nostro avviso, perfettamente compatibile con gli eventi narrati e la loro interpretazione coerente. Il termine otre, per esempio, da noi tradotto come contenitore il cui contenuto se lasciato libero provocava un vento furioso, mortale, trova tale logica interpretazione nel momento in cui si accetta la traduzione del termine fornita da Adamo da Brera. Lo storico tedesco afferma che Odino, quando scatenava la sua ira veniva aggettivato il furioso, odhr. Poiché abbiamo sostenuto l’affinità linguistica tra i Sicani e i popoli germanici, ecco che il termine otre si adatta perfettamente alle caratteristiche del recipiente consegnato da Eolo a Ulisse e ben descritte nell’Odissea. L’otre, ancora oggi utilizzato in Sicilia come contenitore, viene realizzato esattamente secondo le modalità descritte nell’Odissea. Lo stesso ragionamento va applicato al termine vello, anch’esso spiegabile utilizzando la lingua germanica. Si tenga conto che nell’Iliade, Omero faceva già riferimento ad una lingua parlata dagli dèi, di cui il poeta lasciava tracce nel poema, non riportando la traduzione del termine che, probabilmente, non aveva corrispondenza nella lingua greca.

Per ciò che riguarda gli schieramenti che si combattono per affermare la propria visione del mondo, l’adesione all’uno o all’altro dipende da un sincero riconoscersi nel programma portato avanti per governarlo. Crediamo di non essere incorsi in errore se per riconoscere gli schieramenti ci siamo avvalsi del simbolismo a cui, crediamo, i poeti hanno velatamente fatto ricorso. Nel simbolismo si rende altresì manifesto il metodo che si intende adottare per risolvere gli eterni problemi che affliggono l’umanità, e che sono sono sempre i medesimi: disordine, sovrappopolamento ecc. Le due fazioni entrerebbero dunque in contrapposizione sul metodo da adottare per raggiungere il medesimo fine, come farebbero due medici di scuola diversa per guarire un arto malato: optando per l’intervento chirurgico l’uno, per la medicina curativa l’altro. Crediamo di non aver errato e se al simbolo del toro abbiamo associato il metodo violento, traumatico, forse più facile e veloce per risolvere il problema. Chi si contrappone al metodo violento, è altrettanto individuabile per il tipo di lotta che mette in atto per ostacolare la violenza: Gilgamesh, Mitra, Giasone, Teseo, forse Mosè sacrificano il Toro, lo vincono nello scontro o lo aggiogano. Dal sacrificio del toro che arriva puntuale dopo che la furia dell’animale ha sconvolto il mondo per un certo periodo di tempo, si desume il giungere della vittoria finale da parte di chi compassionevolmente intende preservare il genere umano. Se, dunque, il Toro è l’emblema di Enlil, il sacrificio dell’animale non può rappresentare che l’offerta fatta a Enki, che nel mito conserva sempre il ruolo di difensore del genere umano.

Nella versione greca, Enki/Ea dovrebbe corrispondere al dio delle acque Poseidone: a questa divinità greca Nestore, nella spiaggia di Pilo sacrifica un Toro; Teseo è uno dei suoi figli, concepito con una mortale, anche lui sconfigge un toro custodito dal re di Creta Minosse.

Il viaggio compiuto dagli Argonauti appare fin dal suo inizio, attraverso l’invocazione di Apollo e la promessa di Giasone di sacrificagli i tori al suo ritorno, una operazione atta a ristabilire l’ordine compromesso. Argo, il costruttore della invincibile nave che da lui prende il nome, porta sulle spalle un mantello ricavato dalla pelle di un toro scuoiato.

Ad maiora.