Religione, politica e metafisica nell’evo di mezzo. Da S. Francesco ad Al’ Kamil: L’effetto delle Crociate

 

Premessa
Il lettore avrà ormai compreso che, nel tentativo di ricostruire alcuni momenti oscuri della storia vissuta dal genere umano, ci troviamo costretti, talvolta, in mancanza di fonti dirette che vi fanno esplicito riferimento, in presenza di semplici indizi sparsi qua e là, di fare leva sull’intuito, interpellare il buon senso, di entrare in empatia con gli attori principali di quel mondo e con lo spirito del tempo. Ed ancora, il tentativo di individuare i reconditi interessi che potevano avere i personaggi più influenti nell’epoca presa in esame, spesso ci mette in contatto con discipline empiriche per trarre interpretazioni che sono esclusivamente nostre, e che, pertanto, si prestano a correzione. Non avendo la pretesa di essere considerati degli storici, a noi, da ricercatori quali amiamo definirci, ci si perdonerà ogni défaillance scientifica, lasciando agli accademici con i loro ipse dixit le certezze che da essi si pretende ottenere.

Prefazione.
Coloro che scrissero la storia attraverso le loro gesta, non inseguivano soltanto, o non sempre, un appagamento dei propri bisogni, delle proprie ambizioni. Spesso, quegli uomini, erano motivati da forze indefinibili, forze incontrollabili provenienti dal di dentro che, come vedremo, li spingevano anzi a rinnegare la materia e le apparenze per dar spazio a passioni, vocazioni, emozioni. Nel corso delle loro esperienze, alcuni individui, naturalmente predisposti, come un accidente in cui incorsero involontariamente, vennero a contatto con conoscenze dalle quali vennero sconvolti e che mutarono non solo la loro singola vita, ma il corso stesso della storia.

La Terra Santa: Laboratorio alchemico dello Spirito.
Ogni epoca che si conclude, lascia alla successiva, a quella che comincia, una finestra aperta da cui è possibile guardare alla esperienza vissuta, alla storia trascorsa, affinché la seconda possa cogliere dalla precedente alcuni aspetti che ad essa torneranno indispensabili per ricominciare. A questo punto entra in gioco una minoranza di individui, non sempre manifesta e/o consapevole, che, insieme, o separatamente, raccolte le informazioni delle esperienze dell’epoca precedente degne di essere ricordate e tramandate, si propone, adottando un modus operandi comune, ma non concertato, il compito, non imposto da alcuno se non dal proprio rigore morale, di passare il testimone alle successive generazioni. Naturalmente, essendo ogni epoca portatrice di peculiarità uniche e irripetibili, colui che opera, di volta in volta, dovrà adattare il vecchio al nuovo, in modo che, in ciò che ai contemporanei appare come nuovo, il ricercatore, che saprà cogliere le analogie, troverà un continuum di conoscenze mai consegnate all’oblio.
Durante il lungo periodo del Medio Evo, in Terra Santa, alcuni di questi uomini, trovandovi l’humus ideale, coltivarono ciò che nell’ Europa inaridita non era più possibile coltivare, riportando però, in quest’ultima, i frutti lì maturati.

L’uomo quale Athanor del tempo.
Avendo fatto nostro l’antico aforisma che recita: “lo stesso fuoco che scioglie il burro rassoda l’uovo”, abbiamo potuto appurare, attraverso l’indagine, come sia stata possibile la trasformazione di alcuni individui, in seguito al loro passaggio attraverso quell’Athanor che fu la terra di Palestina. In realtà, essi, in quel laboratorio, amplificarono semplicemente le proprie innate attitudini. Ad ogni modo, in quel laboratorio dello spirito che fu la Terra Santa, tornando in patria, o rimanendo in Palestina, quegli alchimisti dello spirito uscirono dall’anonimato dal quale erano stati avvolti, per diventare re, matematici, santi. Alcuni di loro riuscirono a fondere armonicamente quel dicotomico dissidio interiore che aveva da sempre diviso l’uomo da sé stesso. Nacque, crediamo, da questo bisogno interiore di costruire l’armonia tra materia e spirito, la formazione degli ordini monastico cavallereschi. Il caso, concesso che esso esista, ha voluto che noi prestassimo l’attenzione al periodo che fu tutt’altro che buio, come alcuni storici lo definirono, il Medio Evo.

Gli uomini e la storia: lo spirito del tempo.
Come affermato, molti individui espressero il meglio di sé grazie all’esperienza maturata in Terra Santa, e, tutti, in qualche modo, come esporremo, consapevolmente o meno, direttamente o indirettamente, entrarono perfino in relazione tra loro, intrecciando spesso i loro destini. Alcuni di quei giganti che dominarono il palcoscenico della storia, di cui diremo, sono: Fibonacci, Federico II, Al’ Kamil, Michele Scoto, S. Francesco. Di moltissimi altri ancora, invece, per necessità di sintesi, taceremo per il momento.

Malik Al’ Kamil: l’arabo che stava simpatico all’occidente.
La figura di Al’ Kamil, forse in quanto arabo, è stata poco indagata dagli studiosi occidentali del Medioevo. Eppure egli ebbe, come vedremo, un ruolo di cerniera tra Oriente e Occidente, capace di interloquire con saggezza politica con i governanti d’Europa; ebbe pure un intenso rapporto epistolare con Federico di Svevia; ospitò cordialmente S. Francesco col quale non sapremo mai nei particolari cosa si siano detti, deducendo che non si trattò soltanto di argomenti di natura teologica, argomenti sui quali il sultano era tutt’altro che sprovveduto, come si evince da una biografia del sultano redatta dal suo maestro spirituale, il quale aggiunge che l’esperienza vissuta col “saggio” cristiano fu entusiasmante. Ciò che non venne messo in evidenza dalle cronache del tempo, che è sfuggito agli studiosi contemporanei e che a noi piace sottoporre all’attenzione dei nostri lettori, consiste nel risultato politico a cui gli incontri e le relazioni trasversali tra gli Arabi e gli occidentali in Terra Santa condussero, e in particolare alla saggia e lungimirante proposta che Al’ Kamil aveva messo in essere già a partire dall’incontro con Giovanni di Brienne, futuro re di Gerusalemme: una pacifica spartizione del territorio palestinese tra Arabi ed Europei e una proficua convivenza tra Cristiani e Musulmani. La proposta di Al’ Kamil, se da una parte non fu compresa dal mite Giovanni, sarà subito dopo, premurosamente accolta, come vedremo, dal navigato politico che si rivelò il giovanissimo Federico.

Emblema dell’Ordine di S. Lazzaro – foto dal web.

S. Francesco, il crociato che porse la mano all’Islam.
il vero nome di Francesco era Giovanni, ma poiché Bernardone, suo padre, doveva la propria ricchezza al rapporto commerciale sapientemente intessuto con l’aristocrazia francese, al fine di manifestare a questa la propria riconoscenza e, come sarebbe lecito supporre, mettendo in atto una politica costosa per l’ inserimento del proprio figlio negli ambienti nobili francesi da cui proveniva la madre di Francesco, magari col segreto progetto di sposarlo ad una principessa, lo appellò con l’etnico che indicava questi nordici, Francesco appunto. Nel tentativo di raggiungere lo scopo da noi sospettato, Bernardone inviò Francesco alla crociata che Giovanni di Brienne, futuro re di Gerusalemme, stava apparecchiando. Potremo, a questo punto della formulazione di fondate supposizioni, immaginare Francesco nei panni del giovane baldanzoso cavaliere crociato, che per la sontuosità dell’abbigliamento indossato – Bernardone non avrà certamente badato a spese per finanziarlo-, si distingueva tra i compagni d’arme. Tuttavia, il ruolo svolto da Francesco nella spedizione, attingendo dalle discutibili biografie giunte fino a noi, rimane poco chiaro, anzi, secondo la vulgata, il Nostro non vi avrebbe neppure preso parte. Infatti, ricostruendo le vicende ad iniziare dalla partenza di Francesco da Assisi, pare che, raggiunto Giovanni di Brienne ancora accampato nel territorio italiano, ormai prossimo alla partenza per la Terra Santa, Francesco si fosse ammalato, e che, nel mentre il contingente prendeva la via per raggiungere il Santo Sepolcro, Francesco mal fermo in salute, facesse ritorno ad Assisi. Due anni dopo questo apparente infruttuoso episodio, però, Francesco fonda a Gubbio, un ordine monastico dedito alla cura dei lebbrosi.
Ora, si dà il caso che tra i partecipanti alla crociata del 1203 promossa da Giovanni di Brienne, vi fosse l’ordine monastico cavalleresco di S. Lazzaro.

Quest’Ordine era nato in Terra Santa con il fine di curare i lebbrosi di quei luoghi. Il prestigio di cui godeva l’ordine di S. Lazzaro, sia in ambito militare che politico, era pari a quello conquistato nel tempo dall’Ordine dei Templari, che eguagliava anche per le ricchezze possedute provenienti da libere donazioni. La croce che l’ordine di S. Lazzaro portava cucita al petto si differiva da quella utilizzata dall’Ordine degli Ospitalieri come proprio emblema, soltanto per il colore, essendo questa verde, mentre quella degli Ospedalieri, meglio conosciuti come Cavalieri di Malta, come è noto era rossa. Entrambe le croci, cucite sul mantello, avevano alla loro estremità, la forma bicuspide in modo da formare “otto” aculei. Volendoci soffermare sul contenuto del testamento di Francesco, nella parte in cui il santo fa riferimento ai lebbrosi, quella parte ove afferma: “Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo”, si evince che il poverello di Assisi, con il riferimento al periodo in cui era nel peccato, si riferisse alla militanza in qualità di crociato, tuffato ancora in quel mondo che Bernardone aveva prospettato per lui. Ma l’esperienza maturata a contatto dei lebbrosi, aprì una breccia nel suo cuore, trasformandolo nel profondo. Pertanto, è ipotizzabile che a un cambiamento così radicale della visione del mondo del nostro futuro santo, potessero aver contribuito insieme, sia il periodo dei due anni che egli trascorse in Terra Santa al seguito dell’Ordine di S. Lazzaro a curare i lebbrosi, sia i rapporti intrattenuti con esponenti dell’islam, come diremo oltre. È lecito dunque ipotizzare che, durante la militanza tra i ranghi dell’Ordine di S. Lazzaro, Francesco abbia acquisito, oltre che l’immunità al morbo, la trasformazione da Miles Christi armato di spada per la liberazione di un vuoto sepolcro, in Miles Christi armato di fede e passione per la liberazione dello spirito individuale dal sepolcro del corpo fisico. Grazie alle affermazioni del nostro santo, esposte nel testamento: “allontanatomi da essi” cioè dai lebbrosi, e “uscito dal mondo”, si comprende altresì il motivo per cui, dopo due anni di militanza, sia uscito dall’Ordine di S. Lazzaro e abbia affidato ad altri la cura degli ammalati di lebbra per dedicarsi a tempo pieno alle malattie, non meno trascurabili, che affliggevano lo spirito del mondo.
Perché si fosse recato successivamente, tredici anni dopo la prima esperienza, non in Palestina, ove vi era il S. Sepolcro, bensì in Siria e poi in Egitto per incontrare il sultano Al’ Kamil, è cosa che non sapremo mai con certezza, in quanto non si può dare gran peso a ciò che è stato riportato dai biografi di Francesco e dai cronisti dell’epoca: Tommaso da Celano, il vescovo Giacomo di Vitry, contemporaneo di Francesco e compositore di una storia dell’Ordine Gerosolimitano, e in fine frate Bonaventura il quale, nell’intento di mettere ordine ed eliminare le incongruenze, filtrò quanto i biografi del frate d’Assisi avevano precedentemente asserito. Alla luce delle successive azioni di Francesco, che portarono a risultati oggettivi, però, potremmo ipotizzare, con poche probabilità di errore, che il viaggio intrapreso da Francesco non avesse il fine di convertire al cristianesimo il sultano islamico, tra l’altro esperto teologo. La cronaca di parte araba afferma che il sultano preferì rimanere da solo a dialogare con i due frati – con Francesco c’era frate Illuminato-. Il fatto che il sultano preferisse rimanere da solo con Francesco, non soltanto avvalora l’ipotesi di una precedente conoscenza tra i due, e perciò che Al’ Kamil si fidasse di quello strano occidentale, ma non esclude neppure l’ipotesi che il sultano potesse appartenere alla società esoterica dei Sufi, così come non si può escludere che lo strano comportamento, spesso assunto da Francesco, in odor di magia, come afferma uno dei più preparati studiosi del Medio Evo, Franco Cardini (il camminare sulle braci, parlare agli animali, consultare i testi sacri aprendoli a caso e trarre auspici dal passo letto, e altri ancora), affondasse negli apprendimenti acquisiti dal crociato Francesco, in Terra Santa. Alla luce di quanto fin qui esposto, è ancora ipotizzabile che il dialogo intercorso tra il “Sufi” e il monaco, sia avvenuto tra persone che si intendevano benissimo sugli argomenti trattati. Non sarebbe fuor di luogo perciò, dedurre che il santo e il principe fossero entrati in contatto già tempo prima, probabilmente quando Francesco giunse in Palestina al seguito dell’ordine di S. Lazzaro e, pertanto, il santo, in Egitto, in realtà andava a trovare, se non proprio un amico, quanto meno un conoscente e un interlocutore interessato, Al’ Kamil. È infatti altresì risaputo, grazie alle cronache dell’epoca riportate da cronisti appartenuti ad entrambi gli schieramenti e alle differenti culture, che ci fossero stati da sempre, ottimi rapporti tra gli Ordini monastico cavallereschi, i Templari in particolare ( La storica Simonetta Cerini fa cenno ad un episodio che vede nel 1140 l’emiro Osama Ibn Munqidh, ospite di quelli che l’emiro definisce amici Templari. Durante la visita, Osama venne invitato dall’Ordine a pregare Allah nel tempio di Gerusalemme, sede dei Templari, ), e i Musulmani o alcune frange di questi, equiparabili agli ordini monastici occidentali, magari i Sufi, al punto da far nascere leggende sugli atteggiamenti amichevoli tra rivali, come quella in cui si vuole un Saladino conoscitore della medicina, che inviava dei farmaci all’illustre malato Riccardo Cuor di Leone suo rivale. Il re, grazie a questi farmaci, riusciva a guarire. Leggenda o no, l’episodio appena narrato non può non porre l’interrogativo sulla possibilità dell’esistenza di un vaccino di cui gli aderenti all’Ordine di S. Lazzaro potessero usufruire, dal momento che nessuno di loro, Francesco compreso, si ammalò di lebbra. Passeremo sotto silenzio in questa sede, avendovi fatto riferimento in altre occasioni, il fatto che Saladino fosse lo zio di Al’Kamil e che quest’ultimo, una volta ereditato dallo zio lo status politico, il carisma e le conoscenze, intrecciasse a sua volta, ottimi rapporti con Federico di Svevia che era diventato nipote del re Riccardo. Taceremo ancora sull’episodio che vide Giovanni, reggitore del regno d’Inghilterra per conto di Riccardo, suo fratello, partito per la Terra Santa, valutare seriamente la possibilità di convertirsi all’Islam, come affermato dal Monaco suo contemporaneo, Saint Albans, compositore di una cronaca nel 1213.
Abbiamo affermato di non conoscere i motivi che indussero Francesco nel 1219, sedici anni dopo la crociata a cui avrebbe dovuto partecipare, o forse a cui partecipò, al seguito di Giovanni di Brienne, a recarsi da Al’ Kamil, e pertanto non sapremo mai che cosa si siano detti, sappiamo però che ognuno di loro rimase delle proprie vedute politiche e religiose, e, perciò, non crediamo di incorrere in un errore palesando il sospetto che in Francesco vi fosse la semplice volontà di effettuare un pellegrinaggio o, di più, una ricerca, la ricerca dell’uomo avvolto nel lenzuolo di cui aveva sentito parlare negli ambienti monastico cavallereschi durante la sua militanza fra i cavalieri crociati. Per questo riteniamo possibile che il poverello di Assisi si recasse dall’unico uomo che avrebbe potuto fornire le risposte alle sue domande, ancor più che, dopo quell’incontro, e da quell’incontro fino ad oggi, a far da custodi al sepolcro di Gerusalemme, vi siano proprio i frati Francescani. Anche Federico II, venti anni dopo l’incontro del sultano con Francesco, avrebbe posto domande all’erudito amico, anzi, il Sultano avrebbe fatto di più per l’amico Imperatore: avrebbe concretizzata la proposta che pochi anni prima aveva esposta a Giovanni di Brienne senza risultato, e cioè, la pacifica suddivisione geografica della Palestina tra Cristiani e Musulmani.

La Sindone.
Da tempo, tra gli eserciti crociati, girava voce dell’esistenza di un lenzuolo in cui era impressa l’immagine di un uomo che portava i segni tipici delle ferite provocate dal flagello e dalla crocifissione che i Romani infliggevano ai condannati per specifici reati. Se Francesco abbia 9.00 potuto contemplare quell’immagine che sconvolge ancora oggi noi uomini dei lumi, non lo sapremo mai. Tuttavia, sospetta rimane la modalità con cui l’uomo di Assisi condusse la propria vita, fino alla morte, nei sei anni successivi del suo viaggio in oriente. Ogni suo fine sembrava ispirato ad una imitazione dell’uomo della sindone, lenzuolo che, non solo da lui, veniva identificato con il sudario che aveva avvolto il corpo del Gesù dei vangeli. Altresì, va notato che il santo aveva ricevuto le stimmate quattro o cinque anni dopo il colloquio avuto con Al’ Kamil, e che il sultano, a conclusione del privato colloquio avuto col poverello, aveva affidato ai Francescani la custodia del Santo Sepolcro che in quel momento era sotto controllo musulmano. Analizzando la vita del santo, dunque, essa appare come se il frate di Assisi avesse voluto assumere in sé l’esperienza traumatica vissuta dall’uomo avvolto nel lenzuolo, metabolizzata sempre più nei pochi anni successivi che gli rimanevano da vivere, grazie alla visione diretta dell’immagine stessa che gli venne mostrata (da Al’ Kamil? Dall’Ordine Templare?). Ma da tale argomento, a motivo della sua complessità, dei risvolti che nulla avrebbero in comune con la nostra ricostruzione storica, intendiamo uscire in punta di piedi come vi siamo entrati, lasciando agli esperti la disquisizione; a noi sia sufficiente, in questa sede, il tentativo di aver tracciato un parallelismo tra quegli uomini che in Terra Santa subirono una catarsi più o meno evidente, incidendo, col proprio operato, sulla storia.

Fibonacci
Era di una decina di anni più anziano di Francesco e una ventina di Federico – la sua data di nascita è incerta -. È debitore delle sue conoscenze alla divulgazione degli Arabi; frequentò infatti la Sicilia divenendo uno stretto collaboratore di Federico II. La sua notorietà si deve principalmente, alla sua intuizione in riferimento alla sezione aurea e alla progressione dei numeri che da lui prende il nome. Crediamo possibile che abbia contribuito, assieme all’astrologo Michele Scoto, al progetto per la costruzione di Castel del Monte commissionato da Federico II, ritenuto dagli studiosi un “Libro di pietra” proprio per il forte simbolismo di cui il castello è intriso. Ma essendo noti gli studi effettuati su di esso, sorvoleremo sull’argomento

Federico II di Svevia.

Dal Liber figurarum di Gioacchino da Fiore

Sull’Imperatore che forgiò la propria tempra nel crogiolo siciliano ancor più che in Terra Santa, in cui si recò a malincuore, poco diremo che non sia già stato detto. Più votato alla politica che alla metafisica e per nulla sensibile alla mistica, lascia tuttavia trasparire il carattere votato al desiderio di ricerca e di conoscenza in tutti i piani dello scibile umano. Non rimase insensibile neanche al rapporto che, intuitivamente, attribuiva al visibile con l’invisibile se si circondò di persone dello spessore dello studioso Michele Scoto e Fibonacci di cui erano noti gli studi sull’esoterismo. Scoto, astrologo, matematico e scienziato, attribuiva un potere ai numeri. Dovette essere stato lui a suggerire la scelta del motivo architettonico di Castel del Monte basato sul numero otto. Consigliere e amico personale di Federico era anche il gran maestro dell’Ordine Teutonico Ermanno di Salza. Con il sultano Al’ Kamil, l’imperatore divenne così amico da intraprendere un intenso scambio epistolare e dubitiamo che nei loro scritti, il sultano non facesse menzione al re di Francesco di Assisi, così come nutriamo dubbi che tra Francesco e l’imperatore non vi fosse stato alcuno rapporto, neanche per interposta persona, atteso che, frate Elia da Tortona, stretto collaboratore di Francesco, che aveva preparato l’incontro col sultano e che alla precoce morte del santo ereditò il compito di guidare l’ordine, entrato in contrasto con la chiesa si pose al servizio di Federico.

Non abbiamo potuto sorvolare sull’osservazione che la confraternita fondata dal santo poverello, aveva in comune con quello dei Templari più di un elemento: entrambi riconoscevano un ruolo alla donna nel rapporto col sacro, cosa non ovvia per l’epoca; né l’un ordine né l’altro, disdegnavano di ricevere donazioni, al punto che soltanto dopo qualche anno dalla sua fondazione l’ordine dei francescani aveva sedi in tutta Italia e nel 1229, due frati vennero inviati come ambasciatori in Germania e in Inghilterra; la totale fedeltà e obbedienza al papa. L’ordine francescano, dovette altresì talmente imborghesirsi appena qualche decennio dopo la sua fondazione, al punto che la scissione con i nostalgici della prima ora si rese inevitabile. Il nuovo ordine scismatico assunse il nome di Frati Cappuccini. L’appellativo scelto dal nuovo ordine intendeva porre una velata nota di polemica nei confronti dei Frati Francescani ai quali si intendeva così ricordare il voto di povertà, che, evidentemente, quelli avevano disatteso. Il cappuccio a punta, infatti, e il saio che in origine indossavano i francescani, venivano ricavati dai sacchi di juta. Adesso, però, i francescani indossavano il cappuccio arrotondato all’estremità secondo la moda del momento. La nascita del nuovo ordine francescano scismatico dei Cappuccini, venne probabilmente ispirata da un illustre contemporaneo di Francesco, sebbene più anziano di lui di quasi cinquant’anni, Gioacchino da Fiore (Gioacchino muore nel 1202). Anche questo monaco era stato profondamente trasformato dalla permanenza in Palestina, luogo in cui si recò intorno al 1167. Al ritorno della terra santa, il suo carisma si era talmente accresciuto da permettergli di incontrare Filippo re di Francia, Riccardo cuor di leone (e forse il Saladino), il papa.

Croce potenziata su pithos del II mill. a. C. – museo di Adrano

Egli venne a morire in romitaggio in un monastero greco alle falde dell’Etna, dopo aver acquisito doti profetiche ed essere entrato in contrasto con una Chiesa ormai troppo distante dai poveri e dai valori del cristianesimo.

Adrano: dall’Avo sicano al santo cristiano
Ma se in molti sentirono la necessità di dissetare la propria arsura di spiritualità nelle acque stagnanti del lago di Tiberiade, altri trovarono nell’aurea terra di Sicilia, sede primordiale del culto dell’Avo divinizzato Adrano, pari strumenti di conoscenza, dissetandosi alle fresche fonti che copiose alimentano le “ furiose” acque del Simeto, fiume sul cui letto il poeta mantovano collocava la “Pingue ara di Palico” – Virgilio, Eneide, lib. IX– e dove l’iniziato Eschilo, ispirato dalle vergini di Elicona, componeva per i posteri l’esoterico messaggio (Le Etnee). Nella città in cui pose la propria antica dimora l’avo dei Sicani Adrano, vi è una ininterrotta tradizione della presenza di uomini di dio che, agendo segretamente, poiché “Dio vede nel segreto”, operarono in uno stato di quasi anonimato, e tuttavia non sfuggirono all’attento cronista dell’epoca (La vita del Sacerdote Francesco Musco di Adernò, del Barone Vincenzo Spidaliero, Adernò 1735). La contessa Adelicia, nipote del conte Ruggero d’Altavilla, che dimorò presso le sale del castello edificato ad Adrano dal nonno suo, visse in odore di santità elargendo donazioni ai santi di dio, e costruendo per essi chiese in ogni dove – Gioacchino da Fiore trascorse gli ultimi anni di romitaggio presso un monastero greco non meglio identificato (Robore grosso?), alle falde dell’Etna. S. Nicolò Politi, vissuto dal 1117 al 1167, nacque in una dimora patrizia, a pochi passi da dove, secondo le nostre ricerche, i prischi Adraniti elevarono, in illo tempore, un altare all’Avo della stirpe sicana, Adrano. L’ ara costituita da semplici poligoni di pietra vulcanica, divenne, secoli dopo, un imponente tempio sostenuto da “dodici” colonne di nero ed eterno basalto, in cui i pellegrini provenienti da tutta l’isola, si recavano per rendere
onore alla divinità (Plutarco, vita di Timoleonte). Successivamente, in epoca cristiana, le medesime dodici colonne (Salvatore Petronio Russo – Storia di Adernò -) sostennero l’attuale Chiesa Madre. È ancora lo storico, nostro concittadino, ad affermare, citando a sua volta Giovan Battista Grassi, che, fra i vari titoli con cui il conte Ruggero aveva insignito il vescovo di Catania Ansgerio, figurava quello di Priore di Adernò a testimonianza che, per vie imperscrutabili, la sede dell’Avo, dalla preistoria ad oggi, mantenne un ruolo di centralità che non sfuggì né a santi né a cavalieri. Dunque, come appare evidente al lettore, i numerosi millenni trascorsi, nella sede del culto isolano, condussero ad un semplice passaggio del testimone delle forme del sacro: dal paganesimo al cristianesimo. Nella primordiale sede del culto isolano sopravvissuto fino ai primi due secoli dell’era volgare – dal momento che il tempio viene ancora citato dallo storico romano Eliano nel III secolo-, dedicato all’avo della stirpe, ritroviamo, non si scandalizzino i lettori, una antichissima simbologia che trova posto ancora oggi tra le più disparate culture del mondo: la croce dell’ordine di Malta, sì, ma che la precede di quattromila anni;

Croce sul fondo di un piatto del II mill. a. C. Museo di Adrano

vi ritroviamo prove che l’edilizia sacra basata sul simbolismo del numero otto, come quella a cui si rifà Federico di Svevia per la costruzione di Castel del Monte, veniva utilizzata ad Adrano nel primo millennio a. C., per la costruzione di templi solari, come dimostrerebbe la presenza delle colonne ottagonali e i capitelli con le spirali e le ruote del sole esposti nel museo archeologico di Adrano; la croce potenziata o croce latina, anche questa ritroviamo ad Adrano, sì, ma su un pythos di due mila anni antecedente alla sua prima apparizione nel simbolismo cristiano.

Incisioni su arenaria presso la Valle delle Muse. Fiume Simeto, Adrano.

Ci chiediamo infine perché Gioacchino da Fiore, colui che avrebbe voluto riformare la Chiesa latina ritenendo, ancor prima che lo affermasse Francesco, che essa dovesse essere più spirituale, recatosi in Terra Santa (1168) e prima vissuto presso la corte palermitana degli Altavilla (1160-1167), scegliesse di ricercare un rapporto col divino in un convento greco siciliano alle falde dell’Etna. Gioacchino era stato beneficiato dagli Altavilla di possedimenti in Calabria e nel 1200, ritornato a Palermo, incontrò Federico II che ai possedimenti donati dagli Avi suoi al santo, aggiunse ulteriori possedimenti nella Sila. La simbologia ripresa da Fiore e trascritta dallo stesso nel Liber figurarum, richiama così perfettamente quella preistorica da indurre lo studioso a chiedersi a quale realtà conduca il simbolo.

Conclusioni
Gerusalemme si trova nella propria città; il sepolcro è collocato nel proprio cuore; ad ognuno è stato dato di combattere la propria “grande” guerra santa.
Ad majora.

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