Escursione didattica sul Monte Castello.

CALATABIANO 13-10-2019

Escursione didattica sul Monte Castello.

Intervento del rappresentante di Adrano Antica Francesco Branchina:

 

Signori buongiorno a tutti. Considerando i tempi ristretti a cui mi devo attenere per esporre quanto devo, salterei i convenevoli limitandomi ai ringraziamenti rivolti ai presenti e a tutti coloro che con il loro impegno hanno permesso la realizzazione dell’evento che si svolgerà in un paesaggio mozzafiato quale a noi appare il sito in cui venne edificato il castello di Calatabiano.

Oggi celebreremo la presenza dei Greci sul territorio dell’Alcantara e dell’Etna. Sulla cultura greca si è detto tutto ciò che c’era da dire, ritengo pertanto, che sia superfluo ricordare in questa sede quanto notevole sia stato il contributo  da essa fornito alla visione del mondo occidentale: senza Atene non ci sarebbe la democrazia; senza Socrate e Platone non ci sarebbero stati filosofi dello spessore di uno Schopenhauer e di un Nietzsche, nonché il pensiero filosofico in genere.


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Tuttavia non possiamo sorvolare sul fatto che, i luoghi che calchiamo stamane e che emanano forze non meglio definibili, non spiegabili in termini razionali, che trasudano una religiosità primordiale  espressa attraverso il panteismo praticato dai nostri Avi, di cui il sito di pietra perciata, a 600 metri da qui ne è una delle tante testimonianze, furono abitati fin dai primordi da una civiltà pre greca, quella sicana. Stirpe, questa, religiosissima, che plasmò l’isola tutta di un’aura di sacralità la quale traspare anche attraverso il significato dello stesso etnico sicano, e ancora da alcuni toponimi quali Assoro, Eloro, dal nome del monti Peloritani ecc. che rimandano ad una semantica afferente alla sfera del sacro. Infatti, nella lingua sicana da noi decriptata, i su citati toponimi si riferiscono ai luoghi dell’ascolto, un ascolto non possibile da effettuarsi con organi anatomici; erano luoghi in cui si ascoltava la voce del divino, come si evince dal lessema “or” contenuto nei toponimi che significa, udito, ascolto, orecchio. Circa l’importanza del saper ascoltare anche Platone dedica le sue attenzioni  nella settima lettera.

Ma sulle conoscenze e sulla cultura possedute da questo vetusto popolo non mi dilungo oltre sperando, caro presidente Carmeni, prof. Tradito, ottimi organizzatori dell’evento e presidenti delle associazioni che hanno aderito al progetto Alcantara – Etna valley, che ce ne occuperemo presto in altra occasione. A noi interessa in questa sede, piuttosto, capire che cosa i Greci sopraggiunti nell’isola molti millenni dopo che questa era abitata dal primordiale popolo dei Sicani, abbiano  condiviso con i primi abitatori  e cosa, invece, li avesse divisi.

Delle divisioni, assai numerose e significative, ne parleremo in un’altra sede, certo è che  una cosa ebbero in comune la prisca civiltà sicula con quella greca: ebbero invisa la tirannide nonostante questa odiosa istituzione fosse stata esportata in Sicilia proprio dai Greci. Ed essendo essi l’origine del male, vollero, in pari tempo, essere gli inventori del rimedio. Pertanto, nel tentativo di salvaguardare la democrazia, gli Ateniesi idearono, quale antidoto alla tirannide, quella aberrazione  politica chiamata ostracismo, per cui non sapremmo dire se l’antidoto trovato fosse stato peggiore della malattia a motivo della ricaduta politica che causò. L’ostracismo era una modalità attraverso la quale si condannava qualcuno sulla base del semplice sospetto, e non per il reato effettivamente commesso. Un procedimento, questo, che farebbe inorridire i garantisti della civiltà odierna. La segnalazione avveniva nel corso di una assemblea pubblica, durante la quale i cittadini scrivevano su un coccio d’argilla, ostrakon, il nome di colui il quale si pensasse aspirasse alla tirannide. Sulla stessa lunghezza d’onda si posero i Siracusani che diedero il nome di petalismo alla medesima modalità attraverso la quale si esprimeva il giudizio: si utilizzava infatti una foglia d’ulivo anziché l’ostrakon, per scrivervi  il nome del sospettato (l’ulivo fu scelto, probabilmente quale simbolo universale di pace, utilizzato già da Ulisse recatosi alla corte del re Licomede). Il sospettato doveva lasciare la città per cinque anni, contro i dieci stabiliti in Atene. Mentre questa modalità rimase in vigore molto tempo nella polis greca, a Siracusa ebbe brevissima durata.

 

Un bel episodio vergato nelle pagine della storia siciliana che ebbe come scenario anche gli splendidi luoghi che stiamo calcando oggi, è stato ampiamente documentato da Plutarco con dovizia di particolari. In esso si videro Greci e Siculi battersi per la stessa causa. Accadde infatti che, (semplificando il racconto per esigenza di sintesi), i democratici Siracusani, con a capo lo zio di Dionigi il giovane, Dione, approfittando della breve assenza del tiranno, riuscirono ad instaurare dopo 50 anni di governo tirannico, un regime democratico nella polis più potente della Sicilia. Assassinato Dione, Dionigi, potente com’era, minacciava di riprendere le redini del comando, per scongiurare una tale possibilità i democratici Siracusani chiesero aiuto alcuni alla madrepatria Corinto, altri a Iceta di Lentini che fu subito abbandonato per aver manifestato le intenzioni di sostituirsi a Dionigi piuttosto che instaurare la democrazia.


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A Corinto, un aristocratico tra i più in vista della Polis, viveva intanto in uno stato di limbo, e la sua presenza in città era causa di imbarazzo per la legislazione greca che teneva in alta considerazione il rapporto tra lo Stato e le divinità. L’aristocratico si chiamava Timoleonte, e da uomo integerrimo qual era, aveva contribuito a preservare, venti anni prima, la democrazia dalla possibilità dell’instaurarsi della tirannide, partecipando alla eliminazione fisica dell’aspirante tiranno (secondo Diodoro lo aveva ucciso di propria mano). Per un contributo del genere, normalmente si veniva innalzati agli altari della patria, se non fosse stato che l’aspirante tiranno era il fratello del nostro eroe, Timofane. Lo spargimento del sangue fraterno aveva dunque irritato le Erinni, custodi dei rapporti parentali e per questo il corinzio sarebbe dovuto essere condannato. La richiesta siracusana giungeva perciò quanto mai opportuna, per questo venne subito accettata. La partecipazione greca alla causa sicula, ad un’analisi più attenta, appare più simbolica che fattuale. Infatti, Timoleonte salpa per Taormina con appena 500 uomini raccogliticci dalle città di Corinto, Corciria e Leucade, – come si potesse pensare di abbattere la tirannide più consolidata dell’occidente e sconfiggere l’esercito siracusano che appena sessantacinque anni prima aveva affondata la flotta ateniese e battuto il numeroso esercito durante la guerra del Peloponneso con un così esiguo numero di opliti non ci è dato sapere-. Comunque sia, a Taormina il corinzio venne accolto a braccia aperte dal principe siculo Andromaco. La cittadina siciliana appronto’ un piccolo contingente armato di tutto punto grazie all’apporto di uomini provenienti dai villaggi siculi dipendenti dalla città stato di Taormina, tra le quali, mio ottimo Gaetano Tradito, vi era verosimilmente anche Calatabiano, tua Patria. Così con i 700 uomini raccolti si raggiunse un totale di  1.200 soldati, ancora troppo pochi per tentare di sconfiggere la città più potente del Mediterraneo. A capo di questo piccolo esercito l’eroe si recò nella città sicula di Adrano, tappa obbligata, dove c’era il tempio nazionale del dio eponimo, per rendergli onore e acquisire l’investitura di Duce secondo il costume dei Siculi. (I fatti accaduti nella città di Adrano durante il soggiorno dell’eroe con il suo contingente pluri etnico, integrati con altre fonti, ci hanno indotto a rielaborare la storia della Sicilia sicula che risulta ben diversa da quella canonizzati. Spero che potremo presto, come affermato prima, avere l’occasione di condividerla). Adrano era il centro di una anfizionia creata con il contributo degli eserciti delle città che si riconoscevano nel culto dell’Avo divinizzato Adrano. Solo così si può comprendere l’affermazione di Diodoro che recita: “Timoleonte, fattosi forte dell’esercito fornito dagli Adraniti, si volse contro i Cartaginesi”. Infatti, l’anfizionia adranita, sul modello di quella di Delfi che condusse ad una guerra sacra nei confronti dei Focesi che si erano impossessati dei territori sacri, intraprese una guerra di liberazione sia delle tirannidi greche che affliggevano molte città, che dei territori siculi caduti sotto le mire dei Cartaginesi. Così,dunque si rese possibile la cacciata dei tiranni dalle città dell’isola e da Siracusa soltanto dopo appena cinquanta giorni dallo sbarco a Taormina. Sono convinto, grazie all’incrocio delle fonti storiche che ho consultato, che dalla operazione siciliana, Corinto traesse enormi ricchezze, – molta della preda bellica strappata ai Cartaginesi infatti, come afferma Diodoro, veniva inviata nella patria di Timoleonte mentre ai confini della Grecia  si ammassavano le truppe di Filippo il macedone fino a quando a Corinto, nel 337 a. C., si formerà la lega panellenica a guida macedone contro il gran re di Persia. Nonostante gli sforzi per il recupero della democrazia, purtroppo va constatato che  i Greci di Sicilia non persero il vizio di farsi tiranni e appena venti anni dopo la anelata libertà imposta con le armi sicule, nel 317 a. C., ecco ripresentarsi a Siracusa l’odiato istituto della tirannide che assume le sembianze di Agatocle.

 

Bene! Signori ho concluso il mio intervento. Vi ringrazio per l’attenta partecipazione e alla prossima, nella quale rileggeremo la storia nascosta tra le pieghe dei racconti pervenuti dagli storici greci antichi.

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