ETNA: L’HANGAR DEGLI DEI.

QUANDO I SUMERI ABITAVANO ALLE FALDE D’ ‘A MUNTAGNA.

L’ABZU SUPERIORE
Premesso che l’aggettivo dio non è semanticamente penetrabile e che non è possibile sapere quando e da chi questo sia stato adottato per indicare qualcuno o qualcosa, ci sentiamo di dare
per probabile che colui il quale intese utilizzare per primo l’appellativo, intendesse manifestare che lo riferiva a qualcuno o qualcosa dotato di poteri infinitamente maggiori rispetto ai propri. Comunque sia, accadde con probabilità, che in un tempo non misurabile attraverso gli strumenti umani, un essere, stando a quanto viene raccontato nei testi sumerici, convenzionalmente definito dio, decise di stabilirsi nell’Abzu superiore, che i sumerologi concordemente identificano con il nord dell’Africa. Bisogna qui ricordare al lettore che la Sicilia fa parte della placca tettonica africana e che al tempo in cui i testi si riferiscono, cioè in epoca antidiluviana, con l’Africa era unita, in quanto in quel periodo il Mar Mediterraneo non era che una pozzanghera. Dunque, la divinità in questione aveva scelto come dimora l’Abzu superiore. Ora, i testi sumeri affermano che la divinità che loro indicavano con l’appellativo di Enki o Ea, ma che possedeva altri trentotto nomi, scelse di costruire la propria dimora nel luogo dell’Abzu superior, che ritenne più ameno e che da lui venne appellato, come si afferma nel testo intitolato dai sumerologi Il viaggio di Enki a Nippur, Eridu ovvero, secondo la nostra interpretazione, la terra promessa. Il toponimo risulta infatti formato dall’unione del lessema Er che significa Signore nella lingua germanica, affine alla sicana, o erde terra, ed eid che significa giuramento, promessa.

ERIDU, LA TERRA PROMESSA.
Dal significato del toponimo, dunque, si evince che le aspettative del dio rispetto a quel luogo assai ameno, in cui la biodiversità e la ricchezza di acque dolci non avevano pari, erano grandi per i progetti che intendeva realizzare. Ed infatti, tra i progetti poi realizzati, vi era quello di creare l’uomo. Nel poema in cui si parla della creazione, intitolato dai sumerologi che lo hanno tradotto “Enki e Ninmah”, e del quale riportiamo qui sotto il link: https://youtu.be/BwwcSu7dmd4?si=ALc2N-I1r5YuHncC, viene affermata una cosa per noi che andiamo a caccia di indizi, molto importante, che ritorna utile alle nostre ricerche e cioè che a Eridu Enki aveva installato il proprio laboratorio, e che l’argilla occorrente per l’esperimento della creazione era stata prelevata dall’Abzu superiore.
La divinità, come riportano i testi, nell’Abzu superiore operava intervenendo su tutti gli ambiti e migliorandolo in tutti i suoi aspetti, tanto che nel testo sopra menzionato, Eridu viene definito dagli dèi che partecipano al convivio che si svolge a Nippur, in Mesopotamia, un luogo paradisiaco si, ma che nasconde arcane e temibili forze appellate dai Sumeri con l’intradotto termine di “me”.
Ora bisogna concentrare le ricerche sulla identificazione della città di Eridu, presso l’Abzu superiore, e a tal fine non può passare inosservato che nei testi sumerici viene spesso citata La Montagna, che tramite l’articolo determinativo denota una familiarità di questa presso i Sumeri. Si rifletta sulla anomalia dettata dal fatto che in Mesopotamia non vi sono montagne, essendo una grande pianura, dunque questa doveva trovarsi altrove, Il lettore che ci ha seguito fin qui nelle indagini, avrà ormai notato il collegamento che esiste tra La Montagna e l’Abzu superiore e tra questo e la Sicilia. Di ciò è stato abbondantemente detto nel saggio Sicania: il futuro scritto nel mito, gratuitamente fruibile sui siti miti3000.eu e Adranoantica.it, pertanto rimandiamo il lettore in quella sede per maggiori approfondimenti.

TUCIDIDE E I TESTI SUMERI.

Ora, per procedere nelle ricerche, è necessario fare un salto in avanti di molte migliaia di anni rispetto al tempo dell’insediamento della divinità sumera nell’Abzu superiore, soffermandoci brevemente su quanto viene riportato nel V sec. a.C. dallo storico greco Tucidide. Sebbene egli sia interessato a raccontare gli eventi che portarono alla famosa guerra fratricida tra i Greci a cui diede il titolo di Guerra del Peloponneso, piuttosto che soffermarsi nell’ indagine delle etnie che popolavano la Sicilia al suo tempo e prima ancora, risulta comunque utile al fine della nostra indagine proporre al lettore quanto egli sbrigativamente afferma, in quanto col suo racconto lo storico indirettamente contraddice quanto sostenuto da
Diodoro Siculo tre secoli dopo, sebbene questi ben avrebbe dovuto conoscere le caratteristiche della Muntagna, che dal paese suo, Agira, è visibile allo stupefatto visitatore in tutta la sua gagliardezza e imponenza. Tucidide, nel libro IV della Guerra del Peloponneso, afferma che i Siculi, vinti i Sicani in guerra, ne abitarono le parti migliori, quelle della Sicilia orientale. Diodoro afferma, invece, che i Siculi si insediarono nella parte orientale dell’isola che trovarono vuota, essendo stata abbandonata dai Sicani in seguito alle eruzioni del vulcano Etna, ‘A Muntagna per i Siciliani.

L’EQUIVOCO DIODOREO.

Poiché nella storia tramandata oralmente dai Sicani, storia che Diodoro ben conosceva, non si era mai fatto accenno a guerre condotte tra il sedicente popolo dei Siculi e quello autoctono dei Sicani, Diodoro, che era Siciliano, per giustificare la presenza dei Siculi nella parte orientale della Sicilia, ipotizzò una occupazione del territorio da parte dei Siculi in seguito ad una presunta fuga dei Sicani, dovuta, a suo dire, alle devastanti eruzioni dell’Etna. Tralasciando il fatto che per quanto spettacolari e temibili le eruzioni del vulcano potessero essere state, non potevano comunque essere così devastanti da indurre un intero popolo ad abbandonare un territorio ampio come è quello della Sicilia orientale – si tenga conto che
l’eruzione più distruttiva mai registrata a memoria d’uomo, quella del 1669, aveva un campo lavico esteso 40 km e non avanzò oltre i 17 km, sebbene sia riuscita a lambire la città di Catania- a rendere poco credibile il racconto di Diodoro, è la constatazione che dopo un’eruzione vulcanica, prima che la lava si trasformi in fertile humus occorre che trascorrano secoli se non millenni. Comunque sia la inverosimile tesi di Diodoro divenne tuttavia la più accreditata.
A questo punto della ricostruzione storica di quel lontano periodo, prima di proseguire, affinché il lettore possa meglio comprendere i passaggi che ci condurranno alla tesi che stiamo per esporre, è necessario che egli legga l’articolo: “Etna, ‘A Muntagna dei Sumeri”, pubblicato poco tempo fa in questo stesso luogo, in cui si ipotizza che la formazione della Valle del Bove possa essere dovuta ad una guerra nucleare combattuta in illo tempore tra fazioni in contrasto di una civiltà tecnologicamente avanzata, che abitava la Terra, e di cui rimane traccia nei racconti di molti popoli. Uno dei testi, il cui antichissimo contenuto non desta stupore agli eredi del popolo che lo ha redatto, quello indiano, è il testo che ha titolo i Veda. In
questo testo vengono descritte guerre combattute migliaia di anni fa con l’ausilio di armi tecnologicamente avanzate, come il bramastra o raggio infuocato (laser?) utilizzato soltanto dal dio Krsna. Se si accetta l’ipotesi supportata dalle numerose prove che derivano dai reperti archeologici giunti fino a noi, che nel passato cioè siano esistite sul nostro pianeta civiltà evolute tecnologicamente, si può allora immaginare che lo storico siciliano abbia potuto fondere due tradizioni in una. Infatti, egli, rendendosi conto che i suoi lettori mai avrebbero potuto accogliere come veritiero il racconto di una catastrofe indotta da armi tecnologiche capaci di spazzare via una montagna e ripiegando su una versione più credibile, attribuì a una catastrofe naturale, provocata dalle eruzioni dell’Etna, l’abbandono del territorio da parte degli abitanti sicani. Diodoro afferma però il vero quando sostiene che furono i Siculi a ripopolare successivamente il luogo, a patto che all’aggettivo siculo si dia il suo vero significato etimologico, cioè quello di mandriano. Infatti l’aggettivo siculo, utilizzando il metodo interpretativo da noi messo in atto e che trova nella lingua protogermanica il riferimento di comparazione per tradurre la lingua sicana, risulta formato dall’unione dei lessemi sich e Ku, dove col pronome riflessivo sich, sé, se stesso, si suole intendere un rapporto quasi consustanziale tra la vacca (Ku) e il mandriano. Ma tornando alla nostra ipotesi di lavoro, risulta plausibile supporre che per un tempo, – come accadde per Moenjo Daro, Sodoma, Gomorra e altre località coinvolte nella guerra atomica globale – non sappiamo quanto a lungo l’area etnea, in seguito al cataclisma nucleare, sia rimasta disabitata. L’assenza di antropizzazione e il cessato effetto delle radiazioni, favorirono la crescita di una vegetazione rigogliosa. Le mucche, che nel periodo della transumanza si erano spinte fin là, attratte dalla tenera erba che ormai vi cresceva, avevano fornito ai siculi, cioè ai mandriani, la certezza che il luogo era tornato ad essere abitabile. L’esempio di un caso moderno comparabile a quello qui supposto, ci viene fornito dalla bomba atomica sperimentale fatta esplodere dagli Americani sull’atollo di Bikini dopo aver allontanato i suoi abitanti. Questi vi fecero ritorno soltanto dopo trent’anni, avendo appurato che vi era cresciuta l’erba.

RAMESSES E I SICULI.

Quanto affermato su Diodoro a proposito dell’errore in cui egli sarebbe incorso, si potrebbe applicare anche agli Egiziani circa la battaglia che vede Ramesses II respingere i Popoli del Mare di cui facevano parte i Siculi. Il faraone, del resto, è stato colto in flagrante dagli archeologi che hanno trovato la stele ittita in cui si racconta la battaglia conclusa inpareggio, mentre il faraone si era addossata la vittoria – mai avvenuta – nella famosa battaglia di Cadesh. La coalizione dei Popoli del Mare, citati dagli Egiziani, riconducono, invece,alle coalizioni che si formarono tra le due fazioni in guerra presso ‘A Muntagna e di cui viene fatto l’ elenco nel poema intitolato Ninurta il prode.

INDIZI DI UNA GUERRA GLOBALE COMBATTUTA PRESSO L’ETNA.

Un titolo del genere potrebbe fare desistere il lettore dal continuare la lettura, ritenendolo eccessivo, ma faccia egli lo sforzo di giungere fino alla fine, seguendo l’enunciato nietzschiano che anche un pazzo talvolta dice la verità – e in termini di follia sappiamo che egli diventò maestro-. Per comprendere tale studio è dunque necessario analizzare attentamente i particolari del racconto sumerico, di cui riportiamo il link che l’ottimo youtuber mette a disposizione di coloro che sono animati di buona volontà e che va sotto il nome di “Ninurta il Prode e le pietre di Lugal E”: https://youtu.be/s6JHYwUpRd0?si=V2AhM9NmSm7WMxVH. Nel succitato racconto il protagonista assoluto è La Montagna, quasi personificata, come appare dal racconto e dall’articolo determinativo utilizzato per indicarla. L’allusione all’Etna, nome non ancora coniato nel periodo in cui fu steso il racconto, appare evidente. La Montagna, viene nominata con l’ausilio dell’articolo determinativo a testimonianza che essa era l’unica a possedere inequivocabili ed esclusive caratteristiche tali da non potere perciò essere confusa con altre. Che la montagna in questione possa essere identificata con il vulcano Etna, si evince da un passo del racconto che di seguito esporremo brevemente. Ninurta, il vincitore che si vanta di aver “spaccato” la Montagna, paragona questa ad un Cedro (albero che oggi cresce per lo più nell’area libanese) con le radici ben piantate nell’Abzu. Ricorderà il lettore che questo è il nome che i Sumeri avevano dato all’Africa, o sarebbe meglio dire alla placca tettonica africana della quale fa parte la Sicilia (al tempo in cui venne redatto il poema La Sicilia era attaccata all’Africa e veniva indicata come Abzu superiore). La conferma della identificazione della Montagna con l’Etna si trova in un altro passo dello stesso poema, in cui si afferma che Ninurta, rivolgendosi allegoricamente alla “lava e al basalto”, cioè ad uno dei popoli della coalizione che lo aveva combattuto, gli somministra la pena da scontare. Il riferimento alla lava e al basalto non può non essere attribuito a coloro che si erano posti dalla parte di Anzu, il ribelle che della caverne della “inaccessibile” Montagna
aveva fatto il suo quartier generale. Il poema, nell’allegorico catalogo dei popoli che si erano schierati a favore dell’una e dell’altra parte e che Ninurta paragona alle pietre con le loro diverse caratteristiche, indicherebbe la Sicilia come “la contrada ribelle”, sebbene nella guerra in corso tutti i popoli abitanti della Sicilia fossero schierati a macchia di leopardo. Che la catastrofica guerra citata nel testo sumerico sia stata combattuta presso l’Etna e che anzi in questo vulcano sia stato realizzato una sorta di hangar con annessa la sala di comando, di cui con tradimento si era impossessato Anzu, si deduce anche dal poema intitolato Ninurta il Prode, di cui riportiamo il link: https://youtu.be/wGIRhg7j-HU?si=EAKH8Q-2YnXLtT93
Nel contenuto del poema, nonostante l’apparente vaghezza della descrizione dei luoghi, si evince che la Montagna in cui Anzu è acquartierato, si trova nell’Abzu superiore, poiché Ninurta, indicato da Enki a motivo del suo valore nell’arte militare per assumere il comando dell’operazione, viene dotato dei poteri che Enki custodisce a Eridu, cioè nella sua reggia laboratorio dell’Abzu superiore.

CONCLUSIONE
Concludiamo il breve excursus ricordando al lettore che attraverso i miti sopravvive la storia di una civiltà e che, pertanto, nel mito greco sicano che vede i Ciclopi al? lavoro nei meandri del Vulcano e al comando di Efesto, per creare le armi – gli strali, ovvero i raggi infuocati (laser?) a Zeus per sconfiggere i Titani – si possa celare l’allegorico racconto vergato nella tavola sumerica qui preso in considerazione. A questa si aggiunga che poiché soltanto in Sicilia sopravvive una toponomastica che trova un riferimento ai testi citati e di cui si è detto spesso, qui ricordiamo soltanto il nome dei monti Erei, i quali potrebbero fare riferimento all’antica Eridu. Ma di questo verrà detto ampiamente nella prossima pubblicazione, dove verrà presa in considerazione la moltitudine di indizi presenti nei racconti sumerici che fanno riferimento a un gemellaggio avvenuto tra le città della Mesopotamia e quelle della Sicania
Ad maiora.

Francesco Branchina

L’ETNA E ‘A MUNTAGNA DEI SUMERI

L’ETNA E ‘A MUNTAGNA DEI SUMERI.

Dobbiamo ringraziare uno youtuber se le nostre ricerche stanno sempre più affondando la vanga nel cuore della storia siciliana. Ci è sembrato pertanto doveroso da parte nostra compiere nei confronti di questo giovane ispirato youtuber, e cosa utile per i lettori che guardandolo potranno meglio comprendere di che cosa ci si stia occupando in questo studio e nel contempo trarre proprie conclusioni, pubblicare il link assieme alle deduzioni da noi tratte: https://youtu.be/fIq-dbD-1JA?si=3aTl3ml81Qsg_wMX
Il racconto immortalato in caratteri cuneiformi su questa tavoletta del XVI sec. a.C., come si afferma nel video, narra una delle tante guerre combattute su scala planetaria dagli dèi, chiunque costoro fossero e qualsiasi sia il valore semantico da attribuire all’aggettivo dio. Dal racconto emerge, secondo quanto verrà qui da noi ricostruito, che la sede, o quartier generale come sarebbe più appropriato definire, di Anzu, un individuo che ha dichiarato guerra alla dinastia di Anu volendola sostituire con la propria, si trovava presso una non meglio identificata montagna.

L’ETNA.
Il lettore sa bene che nelle vaste pianure della Mesopotamia non esistono montagne, dunque la montagna su cui Anzu installo’ la propria sede di comando andrebbe cercata fuori da quell’area geografica. I riferimenti al vulcano siciliano nella mitologia sumera, sono numerosi e li troviamo già in un’altra opera babilonese intitolata L’epopea di Gilgamesh di cui abbiamo abbondantemente disquisito nel saggio “Sicania, il futuro scritto nel mito”, gratuitamente fruibile nei siti di miti3000.eu e Adranoantica.it, di conseguenza non vi torneremo in questa sede; sappia però il lettore, che i miti sumerici riguardo al vulcano Etna, ‘A Muntagna, continuarono ad essere divulgati presso i Greci. Ricordiamo infatti al lettore, che i Greci mutuarono la loro mitologia dalle civiltà con cui vennero a contatto, tra queste quella sumera. In questo mito si limitarono a sostituire i nomi delle divinità protagoniste dei miti sumerici, sebbene Erodoto nella sua gigantesca opera, “Storia”, ricordi che i nomi delle divinità greche derivano da quelli egizi-. Siamo dell’avviso che il dio sumero Enki, molto coinvolto nelle azioni narrate dal mito qui preso in esame e che porta il titolo di Il Mito di Anzu, venisse appellato Efesto dai Greci essendo numerose le affinità fra i due. Il Dio fabbro, come ci si ricorderà, viene sempre presentato dai greci intento a batter ferro. Egli utilizza la incandescente lava del vulcano per costruire armi degli dèi e dei semidei: ora le saette per Zeus, poi lo scudo per Achille come afferma Omero nell’Iliade e infine quello per Ercole come racconta Esiodo nel poema Lo scudo di Eracle. Nel mito di Anzu, è Enki, l’Efesto greco, a fornire a Ningirsu l’ arma che sconfiggerà Anzu, il nemico degli dèi.
Noi supponiamo che la mitologia greca sia nata da una esigenza di propaganda per la nuova potenza mondiale, la Grecia, che cominciava ad affermarsi nei cambiati equilibri geopolitici del pianeta, equilibri sempre precari a motivo della continua lotta per il potere che le “divinità” volevano ognuna per sé.
Di conseguenza non appare inopportuno supporre che il mito greco della Titanomachia, in cui si racconta di una guerra globale combattuta tra Zeus e la sua parte da un lato e i Titani che intendono spodestarlo dall’altro lato, non sia che una versione greca del Mito di Anzu, mito che, a nostro avviso, non avrebbe avuto origine in Mesopotamia, rappresentando questa terra soltanto una delle tante aree geografiche in cui le storie vennero raccolte e conservate di solito presso la reggia. Di tale abitudine si ha testimonianza all’epoca dell’ illuminato re Assurbanipal, che si vantava di aver raccolto nella sua biblioteca testi del periodo antidiluviano. I testi erano stati raccolti dai numerosi luoghi conquistati dal colto re assiro, la cui complessa scrittura egli si vantava di aver imparato a leggere, ed era ancora motivo di vanto per Tolomeo, che in Egitto costituì la famosa biblioteca di Alessandria.

Nel Mito di Anzu, dunque, e nella Titanomachia, la guerra viene combattuta tra dèi in un territorio che coinvolge un’area geografica enorme e imprecisata, con il risultato finale in entrambi i miti, che la ribellione viene domata e ripristinato lo status quo. Nel mito sumero, come si è detto, Anzu è il nome del condottiero che mina il potere del dio del cielo Anu. Il nome Anzu, secondo il metodo interpretativo da noi messo in essere e che il lettore ormai conosce, significa colui che viaggia per il cielo, essendo il nome formato dall’unione dei lessemi an che significa cielo e zu, che indica moto per luogo, direzione; pertanto giunge significativo che Anzu, nel mito, venga appellato aquila, metafora giunta fino ai nostri giorni riferita all’aviazione militare. Nel racconto sumerico è lo scienziato Enki, la divinità sumera che abitava l’Abzu, cioè la placca tettonica africana di cui fa parte la Sicilia, che, come farà Archimede in seguito per combattere i Romani, inventa e fornisce le armi innovative, come diremmo oggi al condottiero della casata di Anu, Ninurta, o Ningirsu che appellare si voglia, per abbattere il potere smisurato che Anzu aveva acquisito con l’inganno, derubando il dio Enlil di non meglio specificate carte astronomiche e segreti di vario genere (la valigetta con cui vengono raffigurate le divinità sumere?), quando questi, che era uno dei suoi generali, aveva libero accesso nella stanza dei bottoni – ancora oggi nei momenti di crisi internazionale i presidenti delle nazioni viaggiano con una valigetta in cui pare che siano contenuti “i destini” del mondo, potendo provocare guerre catastrofiche per il pianeta. Non passi inosservato che nella terminologia sumerica si utilizza spesso il termine destini come equivalente di poteri.

Ora, nei precedenti studi avevamo dimostrato che Enki aveva la sua sede in Sicilia, nell’Abzu, nella parte sud occidentale del vulcano Etna, dove avrebbe costruito un laboratorio, essendo uno scienziato a tutto tondo. Pertanto, come abbiamo ipotizzato nell’articolo “Perché tutti si recavano in Sicilia”, i principi della terra erano costretti a recarsi presso lo scienziato se desideravano ottenerne i favori. Chi vi si recava con prepotenza, come nel caso di Minosse, rischiava di non fare più ritorno in patria. La morte di questo potente re cretese avvenuta fra le segrete stanze del re sicano Kokalo – sulla quale non si è indagato sufficientemente– perché avventuratosi con una potentissima flotta alla volta della conquista dell’isola divina, dovrebbe indurre gli studiosi a interrogarsi di quali forze si disponesse nell’isola.

LA VALLE DEL BOVE, IMPLOSIONE NATURALE O DISASTRO MISSILISTICO?

Dal racconto mitologico dell’evento disastroso – che consigliamo al lettore di ascoltare dal link sopra pubblicato prima di proseguire nella lettura della tesi qui proposta – evento non collocabile cronologicamente ed esposto in chiave allegoria, come era consuetudine fare in quella antica cultura, tecnica forse utile al fine di edulcorare eventi disastrosi che spesso hanno minato la stessa sopravvivenza della civiltà del pianeta Terra, appaiono chiari i riferimenti ad una guerra nucleare combattuta tra due fazioni opposte. È altrettanto evidente che l’obiettivo da colpire è il quartier generale (etneo?) di Anzu, il quale nel testo viene affermato trovarsi presso la inaccessibile Montagna. Emerge che, secondo i piani, l’obbiettivo una volta colpito e reso inoffensivo avrebbe condotto alla sconfitta del nemico e alla cessazione delle ostilità – una sorta di bomba di Hiroshima ante litteram? – . Si soffermi il lettore siciliano sul termine ‘A Muntagna’, che noi utilizziamo ancora oggi per indicare l’Etna. Per il siciliano l’Etna è ‘A Muntagna” per eccellenza e così chiamandolo non si incorre certo nell’ equivoco di scambiarlo per una montagna qualsiasi. Si noti ancora che nel testo sumerico, l’articolo determinativo utilizzato presuppone che i Sumeri facessero uso del nome nella stessa accezione. Del resto, osservando la Terra da qualsiasi satellite oggi in orbita, l’unica montagna ad essere individuata senza tema di creare confusione con le altre presenti nel pianeta, è ‘A Muntagna, l’ Etna. Ritenendo molto probabile che la montagna di cui parla il mito sumero si riferisca all’Etna, e che la devastazione che Enki provoca con la sua arma letale sia stata apportata ad essa, ci chiediamo se possa essere giustificata, utilizzando una buona dose d’immaginazione che al ricercatore è necessaria per costruire le sue ipotesi di lavoro, la tesi secondo la quale l’enorme depressione denominata Valle del Bove – la cui genesi è tutt’oggi oggetto di studi da parte dei geologi, ma che questi comunque ipotizzano che possa attribuirsi ad un periodo intorno ai sessantaquattro mila anni fa – possa essere la conseguenza dell’esplosione dell’arma costruita da Enki, forse appellato odhr (odranu/adrano) in Sicilia, ovvero il furioso, proprio nell’occasione di questo catastrofico evento. Una osservazione che sottoponiamo all’attenzione del lettore, sebbene di primo acchito possa apparire puerile, consiste nel fargli notare che la Valle del Bove si trova sul versante orientale dell’Etna e si presenta come un enorme cratere dai margini però non simmetrici. I margini del recinto craterico, infatti, si presentano inclinati, come se la montagna fosse stata colpita da un proiettile che proveniva da est e lanciato con inclinazione a quarantacinque gradi. Il proiettile non avrebbe perciò colpito la montagna in “caduta” libera, ma, “lanciato” da un mezzo in volo che proveniva da est (Medio Oriente?). Adottando un approccio laico all’analisi degli eventi che si sono verificati sul pianeta Terra nei millenni precedenti, con particolare attenzione alk’ area etnea, ecco che anche il famoso passo di Diodoro Siculo, in cui lo storico afferma che il popolo dei Siculi si insedió pacificamente nella zona orientale della Sicilia, trovata vuota di genti, si presta ad una nuova interpretazione: i Sicani avrebbero abbandonato l’enorme area etnea in seguito ai rumori di guerra che in quel tempo si susseguirono minacciosi. Se poi volessimo tracciare un parallelismo tra la compassione dimostrata da Enki verso una parte della popolazione mesopotamica mettendone in salvo una parte prima che il disastro del diluvio sopra giungesse, e quella del dio siciliano Adrano, a cui secondo il mito era stato dedicato un tempio alle falde dell’Etna, presso la città che porta il suo nome, dovremmo supporre che i Sicani avrebbero abbandonato l’area etnea avvertiti dal dio. Nonostante l’incredulità della ricostruzione qui tentata, ipotesi che farà storcere il naso a molti studiosi che comodamente dai loro pulpiti preferiscono aggiungersi alla cordata della tesi canonizzata, riteniamo che non possa più mettersi in discussione l’esistenza di civiltà antidiluviane che si sono avvicendate nel corso dei quattro miliardi e cinquecento milioni di anni da che la Terra si è formata. Queste civiltà del resto hanno lasciato strutture oggi non facilmente riproducibili, nonostante le avanzate tecnologie di cui gli scienziati dispongono. Come ignorare ancora il rinvenimento di quegli oggetti definiti fuori dal tempo ? Questi, secondo la canonizzata cronologia della frequentazione dell’uomo sul pianeta, non dovrebbero esistere. Basti qui far accenno alle impronte fossilizzate di piedi umani datate a milioni di anni fa ritrovate in più aree geografiche del pianeta. Pertanto concludiamo il nostro excursus con la ovvia deduzione che la Sicilia orientale possa essere stata sede di una civiltà avanzatissima, di cui un Archimede e un Majorana non rappresentano che gli eredi più conosciuti. A noi Siciliani che dopo e prima i due illustri scienziati sopra citati la divina isola abbia dato ospitalità a esoteristi, astronomi, alchimisti della portata di un Fibonacci e di un Michele Scoto, non desta meraviglia alcuna.
Ad majora.

Francesco Branchina

Religione, politica e metafisica nell’evo di mezzo. Da S. Francesco ad Al’ Kamil: L’effetto delle Crociate

 

Premessa
Il lettore avrà ormai compreso che, nel tentativo di ricostruire alcuni momenti oscuri della storia vissuta dal genere umano, ci troviamo costretti, talvolta, in mancanza di fonti dirette che vi fanno esplicito riferimento, in presenza di semplici indizi sparsi qua e là, di fare leva sull’intuito, interpellare il buon senso, di entrare in empatia con gli attori principali di quel mondo e con lo spirito del tempo. Ed ancora, il tentativo di individuare i reconditi interessi che potevano avere i personaggi più influenti nell’epoca presa in esame, spesso ci mette in contatto con discipline empiriche per trarre interpretazioni che sono esclusivamente nostre, e che, pertanto, si prestano a correzione. Non avendo la pretesa di essere considerati degli storici, a noi, da ricercatori quali amiamo definirci, ci si perdonerà ogni défaillance scientifica, lasciando agli accademici con i loro ipse dixit le certezze che da essi si pretende ottenere.

Prefazione.
Coloro che scrissero la storia attraverso le loro gesta, non inseguivano soltanto, o non sempre, un appagamento dei propri bisogni, delle proprie ambizioni. Spesso, quegli uomini, erano motivati da forze indefinibili, forze incontrollabili provenienti dal di dentro che, come vedremo, li spingevano anzi a rinnegare la materia e le apparenze per dar spazio a passioni, vocazioni, emozioni. Nel corso delle loro esperienze, alcuni individui, naturalmente predisposti, come un accidente in cui incorsero involontariamente, vennero a contatto con conoscenze dalle quali vennero sconvolti e che mutarono non solo la loro singola vita, ma il corso stesso della storia.

La Terra Santa: Laboratorio alchemico dello Spirito.
Ogni epoca che si conclude, lascia alla successiva, a quella che comincia, una finestra aperta da cui è possibile guardare alla esperienza vissuta, alla storia trascorsa, affinché la seconda possa cogliere dalla precedente alcuni aspetti che ad essa torneranno indispensabili per ricominciare. A questo punto entra in gioco una minoranza di individui, non sempre manifesta e/o consapevole, che, insieme, o separatamente, raccolte le informazioni delle esperienze dell’epoca precedente degne di essere ricordate e tramandate, si propone, adottando un modus operandi comune, ma non concertato, il compito, non imposto da alcuno se non dal proprio rigore morale, di passare il testimone alle successive generazioni. Naturalmente, essendo ogni epoca portatrice di peculiarità uniche e irripetibili, colui che opera, di volta in volta, dovrà adattare il vecchio al nuovo, in modo che, in ciò che ai contemporanei appare come nuovo, il ricercatore, che saprà cogliere le analogie, troverà un continuum di conoscenze mai consegnate all’oblio.
Durante il lungo periodo del Medio Evo, in Terra Santa, alcuni di questi uomini, trovandovi l’humus ideale, coltivarono ciò che nell’ Europa inaridita non era più possibile coltivare, riportando però, in quest’ultima, i frutti lì maturati.

L’uomo quale Athanor del tempo.
Avendo fatto nostro l’antico aforisma che recita: “lo stesso fuoco che scioglie il burro rassoda l’uovo”, abbiamo potuto appurare, attraverso l’indagine, come sia stata possibile la trasformazione di alcuni individui, in seguito al loro passaggio attraverso quell’Athanor che fu la terra di Palestina. In realtà, essi, in quel laboratorio, amplificarono semplicemente le proprie innate attitudini. Ad ogni modo, in quel laboratorio dello spirito che fu la Terra Santa, tornando in patria, o rimanendo in Palestina, quegli alchimisti dello spirito uscirono dall’anonimato dal quale erano stati avvolti, per diventare re, matematici, santi. Alcuni di loro riuscirono a fondere armonicamente quel dicotomico dissidio interiore che aveva da sempre diviso l’uomo da sé stesso. Nacque, crediamo, da questo bisogno interiore di costruire l’armonia tra materia e spirito, la formazione degli ordini monastico cavallereschi. Il caso, concesso che esso esista, ha voluto che noi prestassimo l’attenzione al periodo che fu tutt’altro che buio, come alcuni storici lo definirono, il Medio Evo.

Gli uomini e la storia: lo spirito del tempo.
Come affermato, molti individui espressero il meglio di sé grazie all’esperienza maturata in Terra Santa, e, tutti, in qualche modo, come esporremo, consapevolmente o meno, direttamente o indirettamente, entrarono perfino in relazione tra loro, intrecciando spesso i loro destini. Alcuni di quei giganti che dominarono il palcoscenico della storia, di cui diremo, sono: Fibonacci, Federico II, Al’ Kamil, Michele Scoto, S. Francesco. Di moltissimi altri ancora, invece, per necessità di sintesi, taceremo per il momento.

Malik Al’ Kamil: l’arabo che stava simpatico all’occidente.
La figura di Al’ Kamil, forse in quanto arabo, è stata poco indagata dagli studiosi occidentali del Medioevo. Eppure egli ebbe, come vedremo, un ruolo di cerniera tra Oriente e Occidente, capace di interloquire con saggezza politica con i governanti d’Europa; ebbe pure un intenso rapporto epistolare con Federico di Svevia; ospitò cordialmente S. Francesco col quale non sapremo mai nei particolari cosa si siano detti, deducendo che non si trattò soltanto di argomenti di natura teologica, argomenti sui quali il sultano era tutt’altro che sprovveduto, come si evince da una biografia del sultano redatta dal suo maestro spirituale, il quale aggiunge che l’esperienza vissuta col “saggio” cristiano fu entusiasmante. Ciò che non venne messo in evidenza dalle cronache del tempo, che è sfuggito agli studiosi contemporanei e che a noi piace sottoporre all’attenzione dei nostri lettori, consiste nel risultato politico a cui gli incontri e le relazioni trasversali tra gli Arabi e gli occidentali in Terra Santa condussero, e in particolare alla saggia e lungimirante proposta che Al’ Kamil aveva messo in essere già a partire dall’incontro con Giovanni di Brienne, futuro re di Gerusalemme: una pacifica spartizione del territorio palestinese tra Arabi ed Europei e una proficua convivenza tra Cristiani e Musulmani. La proposta di Al’ Kamil, se da una parte non fu compresa dal mite Giovanni, sarà subito dopo, premurosamente accolta, come vedremo, dal navigato politico che si rivelò il giovanissimo Federico.

Emblema dell’Ordine di S. Lazzaro – foto dal web.

S. Francesco, il crociato che porse la mano all’Islam.
il vero nome di Francesco era Giovanni, ma poiché Bernardone, suo padre, doveva la propria ricchezza al rapporto commerciale sapientemente intessuto con l’aristocrazia francese, al fine di manifestare a questa la propria riconoscenza e, come sarebbe lecito supporre, mettendo in atto una politica costosa per l’ inserimento del proprio figlio negli ambienti nobili francesi da cui proveniva la madre di Francesco, magari col segreto progetto di sposarlo ad una principessa, lo appellò con l’etnico che indicava questi nordici, Francesco appunto. Nel tentativo di raggiungere lo scopo da noi sospettato, Bernardone inviò Francesco alla crociata che Giovanni di Brienne, futuro re di Gerusalemme, stava apparecchiando. Potremo, a questo punto della formulazione di fondate supposizioni, immaginare Francesco nei panni del giovane baldanzoso cavaliere crociato, che per la sontuosità dell’abbigliamento indossato – Bernardone non avrà certamente badato a spese per finanziarlo-, si distingueva tra i compagni d’arme. Tuttavia, il ruolo svolto da Francesco nella spedizione, attingendo dalle discutibili biografie giunte fino a noi, rimane poco chiaro, anzi, secondo la vulgata, il Nostro non vi avrebbe neppure preso parte. Infatti, ricostruendo le vicende ad iniziare dalla partenza di Francesco da Assisi, pare che, raggiunto Giovanni di Brienne ancora accampato nel territorio italiano, ormai prossimo alla partenza per la Terra Santa, Francesco si fosse ammalato, e che, nel mentre il contingente prendeva la via per raggiungere il Santo Sepolcro, Francesco mal fermo in salute, facesse ritorno ad Assisi. Due anni dopo questo apparente infruttuoso episodio, però, Francesco fonda a Gubbio, un ordine monastico dedito alla cura dei lebbrosi.
Ora, si dà il caso che tra i partecipanti alla crociata del 1203 promossa da Giovanni di Brienne, vi fosse l’ordine monastico cavalleresco di S. Lazzaro.

Quest’Ordine era nato in Terra Santa con il fine di curare i lebbrosi di quei luoghi. Il prestigio di cui godeva l’ordine di S. Lazzaro, sia in ambito militare che politico, era pari a quello conquistato nel tempo dall’Ordine dei Templari, che eguagliava anche per le ricchezze possedute provenienti da libere donazioni. La croce che l’ordine di S. Lazzaro portava cucita al petto si differiva da quella utilizzata dall’Ordine degli Ospitalieri come proprio emblema, soltanto per il colore, essendo questa verde, mentre quella degli Ospedalieri, meglio conosciuti come Cavalieri di Malta, come è noto era rossa. Entrambe le croci, cucite sul mantello, avevano alla loro estremità, la forma bicuspide in modo da formare “otto” aculei. Volendoci soffermare sul contenuto del testamento di Francesco, nella parte in cui il santo fa riferimento ai lebbrosi, quella parte ove afferma: “Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo”, si evince che il poverello di Assisi, con il riferimento al periodo in cui era nel peccato, si riferisse alla militanza in qualità di crociato, tuffato ancora in quel mondo che Bernardone aveva prospettato per lui. Ma l’esperienza maturata a contatto dei lebbrosi, aprì una breccia nel suo cuore, trasformandolo nel profondo. Pertanto, è ipotizzabile che a un cambiamento così radicale della visione del mondo del nostro futuro santo, potessero aver contribuito insieme, sia il periodo dei due anni che egli trascorse in Terra Santa al seguito dell’Ordine di S. Lazzaro a curare i lebbrosi, sia i rapporti intrattenuti con esponenti dell’islam, come diremo oltre. È lecito dunque ipotizzare che, durante la militanza tra i ranghi dell’Ordine di S. Lazzaro, Francesco abbia acquisito, oltre che l’immunità al morbo, la trasformazione da Miles Christi armato di spada per la liberazione di un vuoto sepolcro, in Miles Christi armato di fede e passione per la liberazione dello spirito individuale dal sepolcro del corpo fisico. Grazie alle affermazioni del nostro santo, esposte nel testamento: “allontanatomi da essi” cioè dai lebbrosi, e “uscito dal mondo”, si comprende altresì il motivo per cui, dopo due anni di militanza, sia uscito dall’Ordine di S. Lazzaro e abbia affidato ad altri la cura degli ammalati di lebbra per dedicarsi a tempo pieno alle malattie, non meno trascurabili, che affliggevano lo spirito del mondo.
Perché si fosse recato successivamente, tredici anni dopo la prima esperienza, non in Palestina, ove vi era il S. Sepolcro, bensì in Siria e poi in Egitto per incontrare il sultano Al’ Kamil, è cosa che non sapremo mai con certezza, in quanto non si può dare gran peso a ciò che è stato riportato dai biografi di Francesco e dai cronisti dell’epoca: Tommaso da Celano, il vescovo Giacomo di Vitry, contemporaneo di Francesco e compositore di una storia dell’Ordine Gerosolimitano, e in fine frate Bonaventura il quale, nell’intento di mettere ordine ed eliminare le incongruenze, filtrò quanto i biografi del frate d’Assisi avevano precedentemente asserito. Alla luce delle successive azioni di Francesco, che portarono a risultati oggettivi, però, potremmo ipotizzare, con poche probabilità di errore, che il viaggio intrapreso da Francesco non avesse il fine di convertire al cristianesimo il sultano islamico, tra l’altro esperto teologo. La cronaca di parte araba afferma che il sultano preferì rimanere da solo a dialogare con i due frati – con Francesco c’era frate Illuminato-. Il fatto che il sultano preferisse rimanere da solo con Francesco, non soltanto avvalora l’ipotesi di una precedente conoscenza tra i due, e perciò che Al’ Kamil si fidasse di quello strano occidentale, ma non esclude neppure l’ipotesi che il sultano potesse appartenere alla società esoterica dei Sufi, così come non si può escludere che lo strano comportamento, spesso assunto da Francesco, in odor di magia, come afferma uno dei più preparati studiosi del Medio Evo, Franco Cardini (il camminare sulle braci, parlare agli animali, consultare i testi sacri aprendoli a caso e trarre auspici dal passo letto, e altri ancora), affondasse negli apprendimenti acquisiti dal crociato Francesco, in Terra Santa. Alla luce di quanto fin qui esposto, è ancora ipotizzabile che il dialogo intercorso tra il “Sufi” e il monaco, sia avvenuto tra persone che si intendevano benissimo sugli argomenti trattati. Non sarebbe fuor di luogo perciò, dedurre che il santo e il principe fossero entrati in contatto già tempo prima, probabilmente quando Francesco giunse in Palestina al seguito dell’ordine di S. Lazzaro e, pertanto, il santo, in Egitto, in realtà andava a trovare, se non proprio un amico, quanto meno un conoscente e un interlocutore interessato, Al’ Kamil. È infatti altresì risaputo, grazie alle cronache dell’epoca riportate da cronisti appartenuti ad entrambi gli schieramenti e alle differenti culture, che ci fossero stati da sempre, ottimi rapporti tra gli Ordini monastico cavallereschi, i Templari in particolare ( La storica Simonetta Cerini fa cenno ad un episodio che vede nel 1140 l’emiro Osama Ibn Munqidh, ospite di quelli che l’emiro definisce amici Templari. Durante la visita, Osama venne invitato dall’Ordine a pregare Allah nel tempio di Gerusalemme, sede dei Templari, ), e i Musulmani o alcune frange di questi, equiparabili agli ordini monastici occidentali, magari i Sufi, al punto da far nascere leggende sugli atteggiamenti amichevoli tra rivali, come quella in cui si vuole un Saladino conoscitore della medicina, che inviava dei farmaci all’illustre malato Riccardo Cuor di Leone suo rivale. Il re, grazie a questi farmaci, riusciva a guarire. Leggenda o no, l’episodio appena narrato non può non porre l’interrogativo sulla possibilità dell’esistenza di un vaccino di cui gli aderenti all’Ordine di S. Lazzaro potessero usufruire, dal momento che nessuno di loro, Francesco compreso, si ammalò di lebbra. Passeremo sotto silenzio in questa sede, avendovi fatto riferimento in altre occasioni, il fatto che Saladino fosse lo zio di Al’Kamil e che quest’ultimo, una volta ereditato dallo zio lo status politico, il carisma e le conoscenze, intrecciasse a sua volta, ottimi rapporti con Federico di Svevia che era diventato nipote del re Riccardo. Taceremo ancora sull’episodio che vide Giovanni, reggitore del regno d’Inghilterra per conto di Riccardo, suo fratello, partito per la Terra Santa, valutare seriamente la possibilità di convertirsi all’Islam, come affermato dal Monaco suo contemporaneo, Saint Albans, compositore di una cronaca nel 1213.
Abbiamo affermato di non conoscere i motivi che indussero Francesco nel 1219, sedici anni dopo la crociata a cui avrebbe dovuto partecipare, o forse a cui partecipò, al seguito di Giovanni di Brienne, a recarsi da Al’ Kamil, e pertanto non sapremo mai che cosa si siano detti, sappiamo però che ognuno di loro rimase delle proprie vedute politiche e religiose, e, perciò, non crediamo di incorrere in un errore palesando il sospetto che in Francesco vi fosse la semplice volontà di effettuare un pellegrinaggio o, di più, una ricerca, la ricerca dell’uomo avvolto nel lenzuolo di cui aveva sentito parlare negli ambienti monastico cavallereschi durante la sua militanza fra i cavalieri crociati. Per questo riteniamo possibile che il poverello di Assisi si recasse dall’unico uomo che avrebbe potuto fornire le risposte alle sue domande, ancor più che, dopo quell’incontro, e da quell’incontro fino ad oggi, a far da custodi al sepolcro di Gerusalemme, vi siano proprio i frati Francescani. Anche Federico II, venti anni dopo l’incontro del sultano con Francesco, avrebbe posto domande all’erudito amico, anzi, il Sultano avrebbe fatto di più per l’amico Imperatore: avrebbe concretizzata la proposta che pochi anni prima aveva esposta a Giovanni di Brienne senza risultato, e cioè, la pacifica suddivisione geografica della Palestina tra Cristiani e Musulmani.

La Sindone.
Da tempo, tra gli eserciti crociati, girava voce dell’esistenza di un lenzuolo in cui era impressa l’immagine di un uomo che portava i segni tipici delle ferite provocate dal flagello e dalla crocifissione che i Romani infliggevano ai condannati per specifici reati. Se Francesco abbia 9.00 potuto contemplare quell’immagine che sconvolge ancora oggi noi uomini dei lumi, non lo sapremo mai. Tuttavia, sospetta rimane la modalità con cui l’uomo di Assisi condusse la propria vita, fino alla morte, nei sei anni successivi del suo viaggio in oriente. Ogni suo fine sembrava ispirato ad una imitazione dell’uomo della sindone, lenzuolo che, non solo da lui, veniva identificato con il sudario che aveva avvolto il corpo del Gesù dei vangeli. Altresì, va notato che il santo aveva ricevuto le stimmate quattro o cinque anni dopo il colloquio avuto con Al’ Kamil, e che il sultano, a conclusione del privato colloquio avuto col poverello, aveva affidato ai Francescani la custodia del Santo Sepolcro che in quel momento era sotto controllo musulmano. Analizzando la vita del santo, dunque, essa appare come se il frate di Assisi avesse voluto assumere in sé l’esperienza traumatica vissuta dall’uomo avvolto nel lenzuolo, metabolizzata sempre più nei pochi anni successivi che gli rimanevano da vivere, grazie alla visione diretta dell’immagine stessa che gli venne mostrata (da Al’ Kamil? Dall’Ordine Templare?). Ma da tale argomento, a motivo della sua complessità, dei risvolti che nulla avrebbero in comune con la nostra ricostruzione storica, intendiamo uscire in punta di piedi come vi siamo entrati, lasciando agli esperti la disquisizione; a noi sia sufficiente, in questa sede, il tentativo di aver tracciato un parallelismo tra quegli uomini che in Terra Santa subirono una catarsi più o meno evidente, incidendo, col proprio operato, sulla storia.

Fibonacci
Era di una decina di anni più anziano di Francesco e una ventina di Federico – la sua data di nascita è incerta -. È debitore delle sue conoscenze alla divulgazione degli Arabi; frequentò infatti la Sicilia divenendo uno stretto collaboratore di Federico II. La sua notorietà si deve principalmente, alla sua intuizione in riferimento alla sezione aurea e alla progressione dei numeri che da lui prende il nome. Crediamo possibile che abbia contribuito, assieme all’astrologo Michele Scoto, al progetto per la costruzione di Castel del Monte commissionato da Federico II, ritenuto dagli studiosi un “Libro di pietra” proprio per il forte simbolismo di cui il castello è intriso. Ma essendo noti gli studi effettuati su di esso, sorvoleremo sull’argomento

Federico II di Svevia.

Dal Liber figurarum di Gioacchino da Fiore

Sull’Imperatore che forgiò la propria tempra nel crogiolo siciliano ancor più che in Terra Santa, in cui si recò a malincuore, poco diremo che non sia già stato detto. Più votato alla politica che alla metafisica e per nulla sensibile alla mistica, lascia tuttavia trasparire il carattere votato al desiderio di ricerca e di conoscenza in tutti i piani dello scibile umano. Non rimase insensibile neanche al rapporto che, intuitivamente, attribuiva al visibile con l’invisibile se si circondò di persone dello spessore dello studioso Michele Scoto e Fibonacci di cui erano noti gli studi sull’esoterismo. Scoto, astrologo, matematico e scienziato, attribuiva un potere ai numeri. Dovette essere stato lui a suggerire la scelta del motivo architettonico di Castel del Monte basato sul numero otto. Consigliere e amico personale di Federico era anche il gran maestro dell’Ordine Teutonico Ermanno di Salza. Con il sultano Al’ Kamil, l’imperatore divenne così amico da intraprendere un intenso scambio epistolare e dubitiamo che nei loro scritti, il sultano non facesse menzione al re di Francesco di Assisi, così come nutriamo dubbi che tra Francesco e l’imperatore non vi fosse stato alcuno rapporto, neanche per interposta persona, atteso che, frate Elia da Tortona, stretto collaboratore di Francesco, che aveva preparato l’incontro col sultano e che alla precoce morte del santo ereditò il compito di guidare l’ordine, entrato in contrasto con la chiesa si pose al servizio di Federico.

Non abbiamo potuto sorvolare sull’osservazione che la confraternita fondata dal santo poverello, aveva in comune con quello dei Templari più di un elemento: entrambi riconoscevano un ruolo alla donna nel rapporto col sacro, cosa non ovvia per l’epoca; né l’un ordine né l’altro, disdegnavano di ricevere donazioni, al punto che soltanto dopo qualche anno dalla sua fondazione l’ordine dei francescani aveva sedi in tutta Italia e nel 1229, due frati vennero inviati come ambasciatori in Germania e in Inghilterra; la totale fedeltà e obbedienza al papa. L’ordine francescano, dovette altresì talmente imborghesirsi appena qualche decennio dopo la sua fondazione, al punto che la scissione con i nostalgici della prima ora si rese inevitabile. Il nuovo ordine scismatico assunse il nome di Frati Cappuccini. L’appellativo scelto dal nuovo ordine intendeva porre una velata nota di polemica nei confronti dei Frati Francescani ai quali si intendeva così ricordare il voto di povertà, che, evidentemente, quelli avevano disatteso. Il cappuccio a punta, infatti, e il saio che in origine indossavano i francescani, venivano ricavati dai sacchi di juta. Adesso, però, i francescani indossavano il cappuccio arrotondato all’estremità secondo la moda del momento. La nascita del nuovo ordine francescano scismatico dei Cappuccini, venne probabilmente ispirata da un illustre contemporaneo di Francesco, sebbene più anziano di lui di quasi cinquant’anni, Gioacchino da Fiore (Gioacchino muore nel 1202). Anche questo monaco era stato profondamente trasformato dalla permanenza in Palestina, luogo in cui si recò intorno al 1167. Al ritorno della terra santa, il suo carisma si era talmente accresciuto da permettergli di incontrare Filippo re di Francia, Riccardo cuor di leone (e forse il Saladino), il papa.

Croce potenziata su pithos del II mill. a. C. – museo di Adrano

Egli venne a morire in romitaggio in un monastero greco alle falde dell’Etna, dopo aver acquisito doti profetiche ed essere entrato in contrasto con una Chiesa ormai troppo distante dai poveri e dai valori del cristianesimo.

Adrano: dall’Avo sicano al santo cristiano
Ma se in molti sentirono la necessità di dissetare la propria arsura di spiritualità nelle acque stagnanti del lago di Tiberiade, altri trovarono nell’aurea terra di Sicilia, sede primordiale del culto dell’Avo divinizzato Adrano, pari strumenti di conoscenza, dissetandosi alle fresche fonti che copiose alimentano le “ furiose” acque del Simeto, fiume sul cui letto il poeta mantovano collocava la “Pingue ara di Palico” – Virgilio, Eneide, lib. IX– e dove l’iniziato Eschilo, ispirato dalle vergini di Elicona, componeva per i posteri l’esoterico messaggio (Le Etnee). Nella città in cui pose la propria antica dimora l’avo dei Sicani Adrano, vi è una ininterrotta tradizione della presenza di uomini di dio che, agendo segretamente, poiché “Dio vede nel segreto”, operarono in uno stato di quasi anonimato, e tuttavia non sfuggirono all’attento cronista dell’epoca (La vita del Sacerdote Francesco Musco di Adernò, del Barone Vincenzo Spidaliero, Adernò 1735). La contessa Adelicia, nipote del conte Ruggero d’Altavilla, che dimorò presso le sale del castello edificato ad Adrano dal nonno suo, visse in odore di santità elargendo donazioni ai santi di dio, e costruendo per essi chiese in ogni dove – Gioacchino da Fiore trascorse gli ultimi anni di romitaggio presso un monastero greco non meglio identificato (Robore grosso?), alle falde dell’Etna. S. Nicolò Politi, vissuto dal 1117 al 1167, nacque in una dimora patrizia, a pochi passi da dove, secondo le nostre ricerche, i prischi Adraniti elevarono, in illo tempore, un altare all’Avo della stirpe sicana, Adrano. L’ ara costituita da semplici poligoni di pietra vulcanica, divenne, secoli dopo, un imponente tempio sostenuto da “dodici” colonne di nero ed eterno basalto, in cui i pellegrini provenienti da tutta l’isola, si recavano per rendere
onore alla divinità (Plutarco, vita di Timoleonte). Successivamente, in epoca cristiana, le medesime dodici colonne (Salvatore Petronio Russo – Storia di Adernò -) sostennero l’attuale Chiesa Madre. È ancora lo storico, nostro concittadino, ad affermare, citando a sua volta Giovan Battista Grassi, che, fra i vari titoli con cui il conte Ruggero aveva insignito il vescovo di Catania Ansgerio, figurava quello di Priore di Adernò a testimonianza che, per vie imperscrutabili, la sede dell’Avo, dalla preistoria ad oggi, mantenne un ruolo di centralità che non sfuggì né a santi né a cavalieri. Dunque, come appare evidente al lettore, i numerosi millenni trascorsi, nella sede del culto isolano, condussero ad un semplice passaggio del testimone delle forme del sacro: dal paganesimo al cristianesimo. Nella primordiale sede del culto isolano sopravvissuto fino ai primi due secoli dell’era volgare – dal momento che il tempio viene ancora citato dallo storico romano Eliano nel III secolo-, dedicato all’avo della stirpe, ritroviamo, non si scandalizzino i lettori, una antichissima simbologia che trova posto ancora oggi tra le più disparate culture del mondo: la croce dell’ordine di Malta, sì, ma che la precede di quattromila anni;

Croce sul fondo di un piatto del II mill. a. C. Museo di Adrano

vi ritroviamo prove che l’edilizia sacra basata sul simbolismo del numero otto, come quella a cui si rifà Federico di Svevia per la costruzione di Castel del Monte, veniva utilizzata ad Adrano nel primo millennio a. C., per la costruzione di templi solari, come dimostrerebbe la presenza delle colonne ottagonali e i capitelli con le spirali e le ruote del sole esposti nel museo archeologico di Adrano; la croce potenziata o croce latina, anche questa ritroviamo ad Adrano, sì, ma su un pythos di due mila anni antecedente alla sua prima apparizione nel simbolismo cristiano.

Incisioni su arenaria presso la Valle delle Muse. Fiume Simeto, Adrano.

Ci chiediamo infine perché Gioacchino da Fiore, colui che avrebbe voluto riformare la Chiesa latina ritenendo, ancor prima che lo affermasse Francesco, che essa dovesse essere più spirituale, recatosi in Terra Santa (1168) e prima vissuto presso la corte palermitana degli Altavilla (1160-1167), scegliesse di ricercare un rapporto col divino in un convento greco siciliano alle falde dell’Etna. Gioacchino era stato beneficiato dagli Altavilla di possedimenti in Calabria e nel 1200, ritornato a Palermo, incontrò Federico II che ai possedimenti donati dagli Avi suoi al santo, aggiunse ulteriori possedimenti nella Sila. La simbologia ripresa da Fiore e trascritta dallo stesso nel Liber figurarum, richiama così perfettamente quella preistorica da indurre lo studioso a chiedersi a quale realtà conduca il simbolo.

Conclusioni
Gerusalemme si trova nella propria città; il sepolcro è collocato nel proprio cuore; ad ognuno è stato dato di combattere la propria “grande” guerra santa.
Ad majora.