Valle dell’Orgale: un laboratorio alchemico del neolitico?

Preambolo.

Sebbene la nostra guida, Salvatore Verduci, presidente di Siciliantica di Castiglione di Sicilia, non avesse

Menhir valle dell’ Orgale

l’avvenenza della Beatrice dantesca, seppe egualmente introdurci in un mondo quasi irreale. Il mondo degli Avi si apriva ai nostri occhi e ci permetteva di entrare in empatia con esso senza sforzo alcuno. Le primordiali rocce e l’estesa valle, le grotte e gli antichi canali, li tutto appariva come sigillato, in attesa che il degno cavaliere, penetrato in quel mondo, ne raccogliesse l’eredità spirituale. Bisognava semplicemente saper leggere fra quelle pietre. Erano le vasche in esse scavate un Graal antico di molte migliaia di anni che avevano contenuto il sangue della terra? Scavate nella cima di alta roccia, difficilmente accessibili, ponevano le domande: perché ci troviamo qui? Non giungeva da parte nostra risposta alcuna, piuttosto eravamo noi a rilanciare prepotentemente l’arcano: rito o alchimia?

Le tecnologie nella preistoria.

Premesso che lo storico può solo ipotizzare circa i fatti accaduti in tempi cronologici così distanti dai nostri, è con pudore che ci accosteremo agli argomenti delle pagine seguenti, consapevoli di quanto sia facile scivolare, per noi neofiti, in quella terra di mezzo che sta tra il credibile e l’incredibile, tra il reale e l’irreale che viene comunemente definita con il termine fantasia. Facciamo pertanto appello ai lettori che fin qui ci hanno seguito manifestando la loro stima e consenso all’opera di ricerca e di divulgazione da noi condotta con scrupolo, perché abbiano venia, e considerino un gioco letterario le nuove frontiere che ci appropinquiamo a infrangere.
In tanti ci siamo accostati a Omero, pochi hanno realmente compreso il contenuto velato dei suoi due poemi, l’Iliade e l’Odissea. L’esoterista cieco ha sparso qua e là, in particolare nell’Odissea, nascosti dallo stile letterario della metafora, non pochi elementi di una millenaria conoscenza. Qualcuna delle numerose metafore contenute nei poemi, può oggi essere agevolmente decriptata grazie ai ritrovamenti archeologici di oggetti anacronistici rispetto all’epoca in cui vennero realizzati. Uno di questi incredibili rinvenimenti riguarda un oggetto di metallo, formato da ruote dentellate, pignoni e ingranaggi che si incastrano perfettamente tra loro come le rotelle di antichi orologi.

Meccanismo di Antichitera

Questo misterioso ammasso di metallo corroso venne ritrovato nei fondali del Mediterraneo, presso l’isola greca di Antichitera, vicino a statue di bianco travertino e altri oggetti di fattura greca. Ci chiediamo: lo strano meccanismo si trovava su una nave o era parte della nave? Magari inserito nel timone. Sebbene gli studiosi lo abbiano catalogato come uno strumento atto a studiare la volta del cielo con le sue stelle e i pianeti, forse influenzati dalla menzione che fa Cicerone di uno strumento di cui si è appropriato il console Marcello durante il sacco di Siracusa del 212 a.C., attribuito ad Archimede, e che serviva a prevedere il moto dei pianeti, rimane per noi, indagatori della storia, che non ci accontentiamo di raschiare la superficie di essa, l’inevitabile accostamento del meccanismo così sofisticato a quella parte del racconto dell’Odissea in cui l’aedo cieco parlava di navi guidate col pensiero, dai Feaci, esperti navigatori, popolo che la tradizione collocava in Sicilia (vedi l’articolo: “I Feaci e la fondazione di Sicher-usa” miti3000.eu). Le navi guidate dai Feaci si muovevano, a detta del poeta greco, nelle rotte del Mediterraneo a una velocità allora impossibile da raggiungere, ed erano alimentate da un propellente che il poeta attribuisce alla forza del pensiero (metafora che si riferiva ad una intelligenza tecnologica?). Attribuito dunque da alcuni studiosi al siciliano Archimede, si è molto discusso sull’utilizzo che si sarebbe potuto fare dell’oggetto dentellato e poco ci si è interrogati circa gli strumenti utilizzati per realizzarlo. Ebbene, il procedimento occorso per costruire la perfetta dentellatura delle ruote, merita una breve riflessione. La sua realizzazione presuppone l’esistenza di macchine moderne, strumenti idonei per produrre l’incastro perfetto tra le dentellature. Si dovrebbe presupporre perciò l’esistenza di una moderna industria meccanica nell’età ellenistica se è vero che il reperto lo si deve attribuire al genio di Archimede, vissuto nel III sec. a. C., un ossimoro che stonerebbe agli orecchi degli accademici che, nel tentativo di difendere acriticamente i propri confini scientifici, per dirla con l’archeologo israeliano Dan Bahat, perdono di vista invece i collegamenti che intercorrono tra i saperi attraverso i quali si accede ad una visione globale.
Se vogliamo raccontarla fino in fondo, dovremmo però interrogarci circa i viaggi intrapresi da Archimede ad Alessandria d’Egitto. Nella terra delle piramidi, infatti, lo scienziato vi si recava per incontrare i suoi colleghi egiziani ( avveniva forse nella città più prestigiosa del mondo un summit di scienziati provenienti da ogni latitudine?).

Cielo, Terra, Abissi: Nessun limite conoscitivo per gli Avi? 

L’Egitto è la terra in cui, nel tempio di Dendera, appaiono alcuni bassorilievi del tutto simili a lampade alimentate

Tempio di Dendera

da generatori elettrici, mentre altri bassorilievi nelle pareti del tempio a Luxor, sembrano riprodurre gli spermatozoi umani. Gli spermatozoi, si sa, sono visibili soltanto attraverso l’osservazione al microscopio. Inoltre, le incisioni dei geroglifici e delle figure accanto a quelle degli spermatozoi, hanno fatto supporre ad alcuni studiosi che osano infrangere i limiti del metodo ortodosso di ricerca, che si tratti della descrizione di procedimenti di laboratorio di ingegneria genetica.

Tempio di Luxor

Da parte nostra, non volendo correre il rischio di essere tacciati di eresia, eviteremo di fare cenni alla straordinaria gravidanza di Sara avvenuta alla incredibile età di ottant’anni e dopo che, assieme allo sposo Abramo, si era recata in Egitto. Eviteremo ancora di fare uno sgradevole accostamento tra ciò che potrebbe essere stato fatto dagli “angeli” incontrati da Abramo, all’incredula Sara, e la pratica dell’utero in affitto, così come eviteremo di parlare della clonazione, traguardi raggiunti entrambi negli ultimi decenni.

Tempio di Luxor

L’ipotesi avanzata da alcuni studiosi eterodossi riguardo le conoscenze possedute dagli Egizi, consiste, come si è sopra affermato, nella possibilità che costoro potrebbero essere stati in grado di intervenire nel genoma umano, come dimostrerebbero le raffigurazioni di Luxor, in quanto tali ipotesi non striderebbero col lume della ragione per chi conosce il contenuto dell’Enuma Elish, un testo sumerico del quarto millennio a.C.

Nel testo sumerico sono descritti i tentativi effettuati dagli “dèi” prima che questi giungessero a creare l’uomo nella sua struttura definitiva. Si tenga conto che l’Enuma Elish è stato composto circa duemila anni prima che a Luxor nel 1300 a.C., venissero incisi i geroglifici di cui si è detto sopra. Questa distanza temporale, supposto che abbiano ragione i sostenitori “dell’eresia” genetica, avrebbe permesso agli scienziati antichi, di perfezionare i loro studi/esperimenti/ricerche sul genoma umano.
Per quanto concerne il viaggio di Archimede in Egitto e l’ipotesi sopra formulata circa la possibile conoscenza dei fenomeni elettrici da parte dei sacerdoti Egizi, come sembrerebbe osservando i geroglifici di Dendera, potrebbe far pensare che lo scienziato siciliano si recasse in Egitto per completare o integrare i propri studi, le proprie conoscenze con i risultati a cui erano pervenuti gli scienziati alessandrini. Alessandria era allora il centro del sapere mondiale, possedeva la biblioteca più grande del mondo. Il confronto scientifico tra Archimede e gli alessandrini, riguardo ai fenomeni elettrici, potrebbe aver indotto il siciliano a dedicarsi al progetto di quei congegni, successivamente identificati col nome di specchi ustori, tanto da far porre la domanda se lo scienziato siciliano non avesse realizzato un prototipo dei moderni pannelli solari. Infatti, rimanendo nell’ambito di macchine che producevano impulsi non meglio identificabili, pre esistenti ad Archimede, ma che noi, semplificando definiamo generatori elettrici, constatiamo che gli Ebrei erano in possesso di una macchina, che loro chiamavano Arca, capace di fulminare chi vi si accostava privo delle adeguate protezioni. Davide, che a causa di questo congegno aveva perso l’amato nipote Ayo, caduto fulminato nel tentativo di sostenere l’arca per non farla cadere dal suo sostegno, ne temeva così tanto gli incontrollabili effetti, al punto che la volle lontano da sé, facendola trasportare nel paese vicino. Suo figlio Salomone, costretto dai sacerdoti (scienziati?) a farla rientrare a Gerusalemme, la fece deporre dentro un edificio schermato da grandi pietre (un sarcofago di protezione?), passato alla storia col nome di tempio di Salomone, affinché non nuocesse a chi si trovava all’esterno. Ma un’altra domanda sorge spontanea nel constatare i rapporti intercorsi tra gli scienziati antichi, uomini eccezionali quali furono Mosè, Pitagora, Solone, Gesù, Apollonio di Tiana, Erone di Alessandria etc. e i centri depositari di conoscenze di cui l’Egitto era soltanto uno dei tanti: vi è stata forse una ininterrotta comunicazione da individuo a individuo di conoscenze magari filtrate dalle caste sacerdotali locali fin tanto che esistettero, quali erano quelle dei Druidi, degli Egizi, Caldei e Magi? e se si, a partire da quando si iniziò la trasmissione di questa conoscenza? Si perse? È ancora agente? Certo appare sospetta l’affermazione di Esiodo – “Le Opere e i Giorni” vv.248, 273- contemporaneo di Omero, secondo cui Zeus avrebbe inviato sulla terra trentamila custodi per evitare agli uomini, a causa delle loro malefatte, di compromettere l’armonia del mondo. I cospirazionisti moderni troverebbero argomenti per vedervi un ordine mondiale degli illuminati ante litteram.

I Centri Iniziatici dell’antichità e le conoscenze scientifiche. 

Si potrebbe ipotizzare che la conoscenza delle leggi della fisica in cui riuscivano a destreggiarsi gli uomini di cui abbiamo sopra riportato i nomi più conosciuti, qualora non si trovasse un testimone degno a cui consegnarla, preoccupati per l’uso improprio che se ne sarebbe potuto fare, venisse riassorbita dalla casta sacerdotale e messa in stand by come diremmo oggi. Altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile che il segreto delle proprie invenzioni, che apparentemente Archimede si portò (?) nella tomba, si disvelasse in tempi successivi. L’ipotesi di una vena carsica della comunicazione scientifica, potrebbe avere credibilità se si pensa alle ipotizzate invenzioni di Tesla e Majorana che non vennero mai attuate né trasmesse nella loro interezza ad alcun adepto, giudicate dai loro inventori troppo pericolose per il genere umano se queste fossero entrate nei laboratori di individui senza scrupoli. Da quello che viene tramandato da storici dell’epoca, considerati molto attendibili, Archimede era riuscito a costruire macchinari dalle capacità e dalle caratteristiche meccaniche tanto avanzate da essere in grado di sollevare pesi di centinaia di tonnellate; è il caso della tenaglia o mano di ferro, come la definisce lo storico Polibio cronologicamente vicino allo scienziato siciliano, capace di agganciare le navi e sollevarle. Una simile macchina sarà stata quasi certamente composta da ruote dentate e pignoni sul modello del meccanismo di Antichitera di cui si è già detto.

Menhir, Vasche, Ipogei: l’area 51 del neolitico?

Ora, ritornando circolarmente all’argomento richiamato dal titolo di questo breve excursus, al periodo del neolitico, ai megaliti e alle numerose vasche di Castiglione di Sicilia, possiamo immaginare, dal momento che i testi sacri di tutti i popoli tramandano il racconto di un diluvio, che lo scorrere delle copiose acque possa avere spazzato ogni antica vestigia “tecnologica” e che i superstiti del disastro, alcuni dei quali conservarono memoria delle conoscenze scientifiche acquisite, dovettero adattare queste conoscenze al nuovo e precario stato in cui si venne a trovare il pianeta. In tali condizioni è possibile formulare l’ipotesi che nell’immediato, venissero utilizzati gli elementi che la natura metteva loro a disposizione: le pietre, le acque, il vento, le vibrazioni che provenivano dal sottosuolo etc. Ma ci chiediamo: non sopravvisse al disastro del diluvio proprio nessun tipo di congegno tecnologico realizzato antecedentemente al disastro climatico? Ancora una volta è il mito che giunge in nostro soccorso fornendo possibili risposte. Viene infatti tramandato, che le enormi pietre utilizzate per costruire le mura di cinta della città di Tebe, risalenti all’età del bronzo, vennero sollevate dal fondatore Anfione, attraverso il semplice suono emesso dalla sua lira, mentre quelle di Gerico, al contrario, vennero abbattute dalle truppe di Giosuè col semplice squillo delle trombe. Fuor di metafora, si potrebbe ipotizzare che i testimoni oculari che assistettero al fenomeno del sollevamento e all’abbattimento delle grandi mura poligonali, udissero e descrivessero in realtà, utilizzando un lessico compatibile con la loro epoca, il sibilo emesso da chissà quali infernali macchinari.
Esperimenti recenti condotti presso il Max Plankt Institute di Stoccarda, in Germania, hanno dimostrato che è possibile spostare oggetti a distanza, senza neanche sfiorarli, utilizzando gli ultrasuoni. Questi sono delle onde sonore, che però l’orecchio umano non percepisce.
In India i testi sacri sono assai più espliciti rispetto a quelli occidentali nel descrivere macchine e armi sofisticate di cui gli dèi si servivano.
Se alla fantasiosa ricostruzione dei fatti qui riportata, in seguito ai quali si iniziò la ricostruzione di un nuovo mondo, si volesse dare anche una sola probabilità di concretezza, il Neolitico potrebbe allora leggersi come quell’epoca di adattamento e ricominciamento di una civiltà sulla base di conoscenze antidiluviane, conoscenze ben descritte, come si è detto, nei Veda e, sotto il nome di miracoli, anche nell’Antico Testamento.

I Superstiti. La Valle dell’Orgale.

Se dunque, i superstiti di una catastrofe che coinvolse l’intero pianeta terra all’inizio del neolitico o alla fine del paleolitico, portatori di conoscenze scientifiche, fossero stati costretti dalla necessità a utilizzare le proprie conoscenze in un contesto di precarietà, non sarebbe inopportuno immaginare che avessero potuto utilizzare in un primo stadio del nuovo ciclo storico, le pietre, come, fuor di metafora, viene affermato nel mito greco del diluvio. Nel mito, Deucalione, il Noè greco, al fine di ripopolare la terra, come gli viene suggerito dalla divinità che ha deciso della sua salvezza, getta alle sue spalle delle pietre che si trasformano in uomini. Il mito, a nostro avviso, dietro la metafora nasconde la relazione intercorsa tra l’uomo e l’elemento di cui ci stiamo occupando, la eterna pietra. Particolare importanza assumono le grotte naturali, magari trasformate dagli uomini in ipogei in cui era possibile utilizzare le vibrazioni provenienti dal sottosuolo, energia questa a buon mercato e immediatamente fruibile. Come utilizzassero le onde elettromagnetiche e le vibrazioni provenienti dal sottosuolo, allo stato attuale delle nostre ricerche non è possibile affermarlo con certezza, ma, utilizzando a nostro vantaggio gli studi condotti dal professor Debertolis sul tema dell’archeoacustica, si potrebbe ipotizzare che gli ipogei in cui queste vibrazioni giungevano, magari amplificate, potessero fungere da cliniche, paragonabili ai nostri odierni ospedali in cui è possibile curare alcune particolari patologie e in cui si fa uso di macchinari che emettono artificialmente le desiderate benefiche radiazioni. Infatti, l’esimio professore, attraverso strumenti tecnologici di ultima generazione e avvalendosi della collaborazione di una prestigiosa equipe di studiosi, ha potuto rilevare i fenomeni che si verificano nei siti templari preistorici. Lo studioso ha potuto constatare che gli ipogei neolitici in cui veniva praticato il culto, sono stati realizzati nei luoghi in cui vengono emesse, ancora oggi, vibrazioni che, interagendo con la corteccia cerebrale dell’individuo, producono stati di benessere. Dal nostro punto di vista, meno scientifico e più intuitivo, non possiamo non condividere quanto studiato dal prof. Debertolis grazie alla semplice constatazione della frequentazione da parte di esseri umani (non come abitazioni) di grotte ed ipogei, a partire dal Paleolitico. Dalle pitture rupestri della grotta di Fumana nel Veneto, a quella dell’antro di Ulisse ad Itaca e alla recente grotta di Lourdes, i fenomeni manifestati al loro interno hanno una uguale conseguenza: inducono gli uomini che le frequentano a creare un rapporto con una dimensione altra la quale, ponendosi oltre il limite della questione che ci siamo imposto in questo breve saggio, non tratteremo oltre.

Two Stone di Roccella Valdemone

Per quanto riguarda l’ipotesi dell’utilizzo dei menhir e dei two stone, rimandiamo il lettore alle intuizioni che abbiamo esternato negli articoli precedenti; in questa sede invece, constatando la abnorme presenza di vasche a Castiglione di Sicilia, la maggior parte delle quali si trovano nella parte orientale del costone dell’Orgale e orientate verso il menhir che ha la forma dell’organo riproduttivo dell’uomo, confermando e continuando coerentemente l’ipotesi formulata nell’articolo: “Tuistone: il dio della risonanza magnetica” si potrebbe aggiungere l’ipotesi maturata durante l’ultima escursione, che più giù esporremo, la quale ha anche lo scopo di tentare un censimento del gran numero di vasche che i proprietari dei terreni, sensibili alle nostre ricerche, sempre in numero crescente, ci segnalano.

Le Vasche.

Le vasche comunicanti, scavate nella roccia, molte in luoghi impervi difficilmente raggiungibili, nelle quali ci siamo imbattuti ieri mattina, sono per lo più in numero di due e comunicano attraverso un foro praticato alla base della prima vasca che si trova più in alto della seconda, con un dislivello che di solito non supera i trenta centimetri. Raramente le vasche sono tre, in questo caso, quella che sta nel mezzo è indipendente e separa le altre due che stanno all’estremità, talvolta la vasca e soltanto una.

La valle dell’Orgale a Castiglione di Sicilia, costeggiata dal fiume Alcantara e da un lungo metanodotto che a nostro avviso potrebbe aver influenzato l’antropizzazione del sito in età neolitica per i motivi già esposti negli studi del prof. Debertolis, è caratterizzata dalla presenza di numerosi two stone, come è stato detto nel nostro precedente articolo, posti nel punto più alto di essa come antenne o accumulatori di energie. I diversi Menhir presenti, gli ipogei, le vasche, i two stone le gallerie scavate per captare le sorgenti d’acqua atte ad alimentare i canali d’irrigazione che sono stati catalogati come Qanat, ma che potevano pre esistere al breve periodo dell’insediamento arabo dal momento che la ceramica castellucciana rinvenuta in zona ne testimonia l’antica antropizzazione, la presenza di metano, del corso del fiume, dovevano essere probabilmente elementi funzionali di un grande impianto unitario. È ipotizzabile perciò, che questo luogo fungesse da laboratorio in cui venivano sfruttate, utilizzate e trasformate le forze della

Vasche per l’elettrolisi

natura: acque piovane e carsiche, la furia delle correnti fluviali, l’elettromagnetismo terrestre, le vibrazioni provenienti dal sottosuolo e in ultimo i fulmini, ammesso che questi, descritti come tali dagli antichi osservatori, non fossero scariche elettriche provocate artificialmente – il lettore ricorderà, infatti, della pioggia provocata artificialmente da Elia, di cui ci siamo occupati negli articoli precedenti attingendo dall’Antico Testamento-.
I miti di molte culture, riguardo ai fulmini, ci informano altresì che questi, come avviene oggi per l’utilizzo di macchinari ospedalieri che emettono radiazioni nocive alla salute, potevano essere utilizzati soltanto dalle divinità (specialisti?) maggiori, Zeus per i Greci, Thor per gli Scandinavi, Krsna per gli Indù. Se si fosse trattato di normali fulmini prodotti durante i temporali, di cui gli uomini erano indifferenti osservatori, in quanto associati ad altri fenomeni quali tuoni, grandine etc. avrebbero occupato un così ampio e suggestivo scenario nella mitologia di tanti popoli?

Ad maiora.

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