Il misconosciuto ponte romano della Valle delle Muse e la dormiente sovrintendenza.

“La storia si fa con i documenti scritti,
certamente, quando esistono…
Forse che tutta una parte, e la più affascinante, del nostro
lavoro di storici non consiste proprio
nello sforzo continuo di fare
parlare le cose mute, di far dire loro
ciò che da sole non dicono
sugli uomini, sulle società
che le hanno prodotte”.
Lucien Febvre

 

Cascata presso il ponte romano.
A noi rimane la fantasia.
Immaginiamo l’erto ponte sfidare le cateratte del cantato Simeto dal romano poeta. Esso, il ponte, esisteva già, forse, al tempo in cui Virgilio riconosceva ai gemelli Palici, la cui pingue ara fumava poco più a valle dell’ardita opera di ingegneria della quale forse Vitruvio diresse i lavori, il primato religioso. Forse il poeta romano lo attraversò compiaciuto nel momento in cui carri vuoti lo ripercorrevano pieni di biondo grano, appena mietuto dagli ameni colli al di là della sponda destra, diretti all’Urbe alla quale il mondo intero si genufletteva, oppure, mentre fiero, di armate legioni osservava cadenzare il passo. Accanto, la rumorosa cascata, di cui i lacrimevoli rivoli rimasti testimoniano il pallido ricordo, si tuffava giù, ove ad accoglierla, il duro e compiacente basalto prendeva le forme che le schiumose sue acque le conferivano. Il tempio della vergine pagana – oggi chiesa di Santa Domenica– su di esso, l’orgoglioso ponte, con amore vegliava, affinché i suoi robusti archi non si stancassero di sorreggere il gradito peso, mentre sulla sponda opposta, il tempio del suo cruento amante, Marte – oggi rimane l’abside della diroccata chiesa bizantina- onde ricordare all’animo umano i travagli di natura sua, forza contraria e bilanciatrice effondeva.
Il parere negato.

L’archeologa implorata, accolto sì l’invito, osservato sì il rudere, non seppe però aprire l’occhio, il terzo dico,

Parte del selciato
Parte del selciato

il cui vedere non è dato a tutti, quello che porta alla conoscenza vera; non proferi perciò vibrazione ugolare; impacciata, balbettante promise una risposta ufficiale che ad un lustro dalla scoperta non è ancora arrivata. Pure la presa visione della pietra neolitica, lì di presso, silente come un bambino, caduto, col ginocchio sbucciato, seduto a terra con le mani sul mento, fintamente afflitto per attirare le coccole della disperata madre, non parlò al freddo cuore dell’arida burocrate, la quale proferi la stessa promessa disattesa.

Relazione tecnica dell’ingegnere Andrea Di Primo.

Ma alla insensibilità degli estranei, fa eco ancora una volta, l’ardore dei legittimi eredi che odono lo sdegno degliAvi e, a tal fine, raccolto il parere di prestigiosi professionisti: geologi, ingegneri, storici e ricercatori, che positivamente si pronunciarono, affidiamo a queste pagine il ricordo della nobile stirpe adranita che calco’ le polverose contrade, certi di aver adempiuto al compito assegnatoci per arcane vie dagli Avi che scrissero la storia nostra sulla incorruttibile pietra.

Il geologo F. Bonaccorsi ispeziona i ruderi del crollato ponte.
Ad maiora.

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