E il vate parlò: le mura dionigiane non sono dionigiane.

Mura ciclopiche

Da un decennio, a partire dalla pubblicazione del saggio “Adrano dimora di dèi nella storia del Mediterraneo greco”, apportando numerose prove circa l’impossibilità di una fondazione Dionigiana della vetusta città di Adrano che ospitava l’atavico tempio sicano dedicato all’Avo, sosteniamo che il tiranno non si sarebbe potuto trovare nelle condizioni ottimali per costruire le mura ciclopiche della città di Adrano, a lui indebitamente intitolate durante gli anni Settanta. Il perimetro delle poderose mura, avrebbe infatti inglobato al proprio interno un’area stimata di circa sessanta ettari. Per lavorare le pietre poligonali, alcune di diverse tonnellate di peso, con le quali è costruito il muro, sarebbe stato dunque necessario attingere da più cave e ciò necessitava di lunghi periodi di pace durante i quali scalpellini, ingegneri e manovalanza varia potessero dedicarsi alla costruzione. Ma su ciò sia sufficiente quanto abbiamo affermato nel citato saggio e in molteplici articoli apparsi sul web; in questa sede vogliamo invece riprendere brevemente l’argomento per segnalare ai nostri assidui lettori, come da un errato inizio segua una fine disastrosa. Pertanto è nostro obiettivo evitare che il rimedio offerto dagli accademici, che di seguito esporremo, sia peggiore del male che si intende curare.

LE INCONGRUENZE DELLE TESI ACCADEMICHE.
Nel corso del convegno tenuto il 13 febbraio 2020 nelle prestigiose sale del dongione normanno di Adrano, che ospita l’importante museo archeologico, la relatrice, dottoressa La Magna, che da quattro lustri si interessa alla vastissima area archeologica adranita, finalmente, sosteniamo noi pionieri della tesi, affermava che non poteva essere stato il tiranno siracusano Dionigi il vecchio ad aver eretto le mura poligonali di Adrano. Se tale affermazione ci faceva sperare in una revisione della tesi che attribuiva ai Greci la costruzione, certi che si sarebbe anticipata la data della messa in opera della ciclopica muraglia, la delusione non si fece attendere nel constatare che archeologi di tale prestigio si lasciassero andare a tesi prive di fondamento in cui non si teneva affatto conto del contributo offerto dalla multidisciplinarietà. Dimostreremo qui di seguito che, come gli accademici errarono la prima volta attribuendo a Dionigi la costruzione delle poderose mura, in un errore ancor più grave cadono adesso posticipando la costruzione di esse in epoca ellenistica.

DA DIONIGI A GERONE II.
in una visione grecocentrica della storia isolana di cui neanche gli accademici riescono a liberarsi, notando le evidenti incongruenze nella tesi che vedeva Dionigi quale ecista e costruttore della fortezza adranita, nella su citata conferenza si tentava di ripiegare su Gerone II pur di far rimanere in ambito greco il prestigio di una costruzione che, per dirla con il famoso visitatore del ‘700, J. Houel, “sono veramente mura meravigliose, unico genere in tutto il mondo. Né le basature del Pantheon, e del Colosseo, e della mole Adriana, né il foro romano, e gli anfiteatro del mondo antico, né i ruderi dei più vetusti templi di Segesta e di Selinunte in Sicilia, né le macerie di Ercolano e di Pompei prestano un simile spettacolo! Queste mura colossali par che emettano il grido: Noi siam fattura dei Giganti! Le generazioni umane non ci curarono, ma noi sfidiamo i lunghi secoli, eccoci restammo immobili! ” S. Petronio Russo, Storia di Adernò. Analizzando velocemente gli eventi storici che si sono susseguiti nell’area adranita a partire dal V sec. a.C., raccontati dagli storici del tempo tra i quali Diodoro, Plutarco, T. Livio, emerge che le ciclopiche mura erano pre esistenti all’epoca ellenistica e che Gerone II ancor meno di Dionigi il vecchio, sarebbe stato nelle condizioni di poterle erigere, preso com’era dagli eventi bellici che lo vedevano contrapposto prima ai Romani e, successivamente, dopo aver stretto alleanza con questi, ai Punici. Ma andiamo per ordine.
Escludendo che per i motivi da noi esposti da un decennio a questa parte, e dalla dottoressa La Magna il 13 Febbraio 2020, la costruzione delle mura possa essere attribuita a Dionigi o a suo figlio che cedette a Timoleonte nel 344 a.C. la signoria delle città sottoposte alla tirannide siracusana, si potrebbe immaginare che la loro costruzione fosse stata intrapresa durante il felice periodo timoleonteo. Infatti, questo breve periodo, come dedotto dagli studi del dottor Barresi (Dall’Etna al Simeto), vide la città di Adrano al centro di una ripresa economica dopo la riconquista della perduta democrazia da parte delle città siciliane sottoposte alla tirannide siracusana. Tuttavia, se un’opera così imponente fosse stata costruita durante il periodo in cui il condottiero greco cominciava da Adrano la sua ascesa militare e politica (qui si era infatti recato, presso il tempio dell’Avo divinizzato Adrano, per essere investito dalla casta sacerdotale adranita e nello stesso tempo per aver affidato un esercito formato dagli Anfizioni onde appoggiare la campagna anticartaginese – Diodoro, Biblioteca Historica lib. V, cap. XV-) , Plutarco, lo storico greco che ci lasciò la biografia del condottiero di Corinto, non avrebbe potuto evitare di fare riferimento ad un’opera titanica che avrebbe implicato l’apertura di cantieri e l’impiego di migliaia di operai necessari per la costruzione delle mura adranite così come, Diodoro siculo, non si lasciò sfuggire l’occasione di esaltare Dionigi per la costruzione delle mura siracusane. Alla morte di Timoleonte la città di Siracusa riprende il vezzo di generare tiranni, ma nemmeno Agatocle (317-304) avrebbe potuto aver il tempo né tanto meno la voglia di aprire un cantiere così impegnativo preso com’era a fare guerra ai Punici, trovandosi spesso in pericolo di morte anche a causa dei suoi oppositori politici. Dopo la morte del tiranno più crudele tra quelli apparsi a Siracusa, la Sicilia si trovava nel caos più totale tanto che si dovette ricorrere a Pirro (278-276) per mettere ordine. Durante il regno di Gerone II, a partire dal 262 a.C., le condizioni sarebbero state propizie. Infatti, dopo che il tiranno riuscì a firmare un’alleanza con i Romani, il regno diventò il più ricco e longevo tra quelli che lo avevano preceduto. Tuttavia un episodio ci spinge a credere che le mura fossero più antiche: l’assedio di Adrano del 263 a.C. ad opera di seimila legionari ben agguerriti e in possesso di moderne macchine belliche con le quali ‘presero d’assalto la città”. Infatti, una città si può assediare soltanto se questa è fortificata. Inoltre, I Romani, che dopo l’ occupazione del 263 a. C. controllavano politicamente la Sicilia e avevano concesso al tiranno siracusano, venuto a patti, di imporre il suo protettorato ad una esigua fetta del territorio della Sicilia orientale, nel quale vi era probabilmente incluso quello adranita, non gli avrebbero certamente concesso di fortificare una città rendendola inespugnabile dopo l’esperienza vissuta nel 263 a.C.

rovine ponte romano

LE MURA DI ADRANO, FORTIFICAZIONE O RECINTO SACRO?
La datazione delle mura in epoca ellenistica viene stabilita dagli archeologi, come la relatrice ha affermato la sera del 13 febbraio 2020, sulla base dei reperti, dediche votive, rinvenuti lungo il perimetro delle mura. Questi reperti sono stati datati alla metà del terzo secolo.
Per quanto ci è dato sapere, gli scavi sono stati realizzati a macchia di leopardo, non sono numerosi e tramite di essi, della città greca non si è potuta realizzare una mappatura scientificamente sostenibile. Tanto che perfino il sito del mirabile tempio dell’avo Adrano, oggetto di un importante pellegrinaggio da parte dei devoti che giungevano da tutta la Sicilia, come si evince in Plutarco (vita di Timoleonte), rimane per gli archeologi un mistero, eppure, tenendo conto di un approccio col passato utilizzando le diverse discipline scientifiche: l’ edilizia sacra secondo i canoni antichi, le fonti storiche, le tradizioni orali, basterebbe, a nostro avviso, scrutare con occhio scientifico le pareti, le colonne e l’ipogeo della Chiesa Madre sita sull’antica acropoli della vetusta città di Adrano, per trovarvi indizi sufficienti.
Analizzando la parte delle mura ciclopiche rimaste, circa seicento metri, è possibile dedurre, dalla diversa tecnica della lavorazione delle pietre che le costituiscono, che esse sono state realizzate in periodi di tempo diversi poiché differente è la tecnica di lavorazione dei colossali poligoni lavici così come diversa appare la consistenza e il taglio dei poligoni. Entrando ora in punta di piedi in un argomento che potrebbe apparire poco scientifico, non può essere tuttavia taciuto che in quelle arcaiche società il concetto del sacro permeava la vita quotidiana delle comunità al punto che ogni atto, sia esso pubblico che privato, non veniva intrapreso se non trovava il consenso divino dopo che la divinità era stata adeguatamente interrogata in proposito. Il dialogo avveniva nel luogo ove il sacro si era manifestato la prima volta. Lì si era eretto tutt’attorno un recinto di pietre. Come è testimoniato dalla edilizia sacra a cui ricorsero gli antichi, di solito le manifestazioni del divino avvenivano nei luoghi più elevati: Abramo, Mosè, Salomone si recavano sulle alture per incontrare il divino. L’altura diventava l’acropoli delle città che venivano costruite tutto attorno, in modo che le abitazioni fossero equidistanti dalla fonte divina; attorno all’acropoli veniva edificato un muro che divideva l’area sacra in cui risiedeva il divino da quella profana in cui risiedevano i cittadini.
Le fortezze o mura che in alcuni luoghi antichissimi ancora oggi si possono notare e che circoscrivono le acropoli, non sempre e non necessariamente furono dunque costruite per lo scopo di difendere la città da pericoli militari esterni. Spesso esse servivano a racchiudere uno spazio sacro dal quale si irradiavano, secondo la credenza degli antichi, potenti e indefinibile forze extrafisiche che, se non si era in grado di gestire, potevano perfino nuocere, come accadeva spesso quando incautamente si avvicinavano all’arca alcuni sacerdoti ebrei (A. T. Esodo 30,17/ Levitico 10,1.) . A conferma di quanto queste credenze facessero parte del tessuto culturale dell’epoca, citiamo lo storico romano T. Livio che racconta come nel 213/11 a. C., perfino un popolo pragmatico quale era quello romano, si facesse prendere da tale scrupolo religioso o superstizioso. Infatti, lo storico narra che i Romani, credendo che dal tempio del dio Adrano venissero emanate delle forze che sostenevano gli eserciti dei Siculi, alleati dei Punici, eressero tutto attorno un muro, al fine di contenere le forze all’interno del tempio.
Ora, noi riteniamo che lo spazio sacro dell’acropoli circoscritto dalle mura, venisse chiamato cittadella da Plutarco, (città abitata dalle divinita?) termine che, utilizzato dallo storico di Cheronea per la città di Adrano, ha creato confusione, come ha candidamente affermato la relatrice nel suo intervento del 13 febbraio. Infatti gli studiosi non si spiegavano come i sessanta ettari inclusi all’interno delle mura potessero essere definiti una piccola città dallo storico greco. Abbiamo buoni motivi per credere che Plutarco, vissuto nel I sec. dell’era volgare e che con il sacro aveva molta dimestichezza avendo ricoperto per venti anni il ruolo di jerofante nel santuario di Apollo a Delfi, chiamando cittadella Adrano, in realtà si riferisse alla sola acropoli di essa, luogo in cui sorgeva il tempio dell’Avo con l’enorme boschetto sacro intorno, perimetrato dalle mura poligonali. Riteniamo perciò probabile, che un’altra muro potesse circoscrivere la città vera e propria. Quanto qui dedotto circa il lessico utilizzato da Plutarco, prende corpo se si nota che lo stesso termine di cittadella viene utilizzato dallo storico di Cheronea per indicare Roma. In questo caso, parlando della città più grande e popolosa del mondo al tempo di Plutarco, appare evidente che lo storico si riferisca al solo colle del Palatino ove i senatori ogni giorno si riunivano per deliberare i loro precetti rivolti al popolo, prendendo gli auspici secondo il volere di Giove Ottimo Massimo che aveva in quel sacro monte il proprio tempio.
Concludendo il nostro excursus auspicando che i passi successivi che gli accademici possano intraprendere, stimolati dall’amministrazione adranita, siano quelli di rimuovere la segnaletica che indica come dionigiane le mura sviando così il turista e lo studioso, rinominandole con l’antico nome di ciclopiche o poligonali che meglio si addice alla tipologia di costruzione; di pronunciarsi sulle rovine che il rinvenitore presuppone appartenere ad un ponte romano eretto sul Simeto nei pressi della chiesetta dedicata a S. Domenica; della pietra arenaria

pietra con cerchi

sul fiume Simeto presso la valle delle Muse in cui vi sono incisi dei simboli che gli studiosi, consultati dal suo rinvenitore hanno attribuito a mani umane; le tre arcate, probabili resti delle terme romane riprese in

un acquarello dal pittore del ‘700 J. Houel; il sito in cui potrebbe celarsi un teatro greco, da noi individuato presso la rocca Giambruno. Noi Adraniti, ispirati dal divino furore, riscaldati dal sacro fuoco, mossi dallo spirito guerriero infuso dalla divinità eponima, non demorderemo: disseppelliremo il nostro vetusto e nobile passato, e se questa vita non ci fosse sufficiente, ebbene, ritorneremo!


Ad majora.

2 risposte a “E il vate parlò: le mura dionigiane non sono dionigiane.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *