Le sale di amenti e i meandri di Etna
Richiamare le Tavole Smeraldine in questo studio col fine di seguire le profonde orme della antichissima civiltà sicana, che precede, è bene ricordarlo in questa sede, di molti millenni quella sumera e quella egizia, potrebbe apparire al lettore che si accosta per la prima volta alle nostre ricerche, se non una provocazione per lo meno una esagerazione. Non sarà così per gli assidui lettori che alla nuova ricerca andranno a sommare quanto è stato da noi affermato negli articoli precedenti circa la presenza, nel territorio presso le falde dell’Etna, di una simbologia, di una teonomia, di una toponomastica e di una ininterrotta frequentazione a partire dall’Età del Bronzo di personalità di spicco (vedi l’articolo Perché tutti si recavano in Sicilia).
Ma per non ripeterci in questa sede su tali argomenti, rimandiamo il lettore agli articoli pubblicati in precedenza in questo stesso luogo e in particolare all’articolo che porta il titolo di “Quando gli dei Siciliani emigravano”.
Dirigendo le nostre attenzioni al lettore libero da condizionamenti, desideriamo ribattere a coloro che, nel tentativo di sminuire i nostri studi affermano che le nostre ricerche siano carenti di fonti, come ciò sia falso. Infatti, le citazioni degli storici antichi, da Erodoto a Tucidide, si trovano a iosa nelle nostre ricerche. Per i periodi antichissimi, invece, non ci si può avvalere che delle fonti mitiche. Inoltre, si sa che il ricercatore può fare uso delle fonti là dove esse siano presenti, in assenza di queste deve applicare il metodo scientifico, e fare uso della multidisciplinarietà. Inoltre, noi per primi abbiamo sempre affermato della possibilità non remota che il ricercatore possa innamorarsi delle proprie tesi e forzare la ricerca verso una univoca direzione. Per tal motivo resteremo vigili osservatori del nostro operato e laddove dovessimo fallire nell’intento di rimanere in un rapporto di terzietà nello studio, preghiamo il lettore, lo studioso, il ricercatore di venirci in soccorso e insieme, col contributo della Musa che non abbandona chi la evoca, rientreremo nel diritto percorso imboccato dall’onesto ricercatore.
Ma torniamo ora alle contestate Tavole Smeraldine, al cui contenuto bisogna, a parer nostro, dare pari dignità di quella che è stata attribuita ai testi religiosi di altre civiltà. Il testo delle Tavole viene infatti già citato in epoca antica da autorevoli storici quali sono Clemente Alessandrino e il sacerdote babilonese Beroso, quest’ultimo vissuto ai tempi di Alessandro Magno. Nello studio di ampio respiro che stiamo per proporre al lettore, desideriamo soffermarci sul rapporto che questo testo potrebbe avere avuto con la vetustissima città etnea in cui venne costituito il culto dell’avo primordiale sicano, Adrano. Per potere procedere nello studio, la condizione sine qua non per chi si approccia a fatti storici svoltisi in epoche così distanti dalle nostre, consiste nel non ignorare che la città oggi nominata Adrano, è sede del primo tempio costruito nella sicana isola, dedicato all’Avo primordiale, al padre della stirpe sicana, e che dunque questa città debba considerarsi la più antica fra quelle edificate nell’isola. In quanto tale, è inevitabile che in essa, nelle sale sotterranee del tempio, custodita dai Domini Cani, si tenessero le tavole in cui era stata vergata la storia ancestrale. È plausibile che la prima fondazione, (vedi il testo sumerico Enki l’ordinatore del mondo) venisse allora indicata attraverso mille appellativi, sebbene quelli inconfutabilmente identificati grazie alle nostre ricerche siano quelli di Innessa- Etna e Adrano. È pur vero che gli appellativi, a motivo della genericità del loro significato etimologico, rendono difficile la certa identificazione del sito, in quanto sarebbe possibile applicare i toponimi a più luoghi, purché questi abbiano caratteristiche simili. Gli appellativi sono: la terra promessa ovvero Eridu; Dilmun ovvero il luogo in cui il sapere è celato; la terra dell’abbondanza ovvero Innessa; l’Evocata ovvero Etna e in fine Adrano, ovvero il luogo in cui si manifesta il furore dell’Avo, dove con l’aggettivo furore deve intendersi quel sacro furore il cui significato lo storico delle religioni Mircea Eliade rese accessibile ad ognuno. Nella città oggi chiamata Adrano, dunque, come sopra affermato, sorgeva il tempio della divinità nazionale, la più antica del pantheon siciliano, come sostiene Diodoro Siculo nella sua Biblioteca. In effetti, i reperti archeologici rinvenuti in situ, esposti solo in minima parte nelle possenti sale del dongione normanno fatto costruire dal Gran Conte Ruggero su una fortezza preesistente, che si trova al centro della città di Adrano, danno ragione a questa tesi, dal momento che sono da ritenersi i reperti più antichi finora ritrovati nell’isola. Ad Adrano venne dunque edificata la dimora o reggia dell’Avo primordiale An, aggettivato odhr, il furioso (il significato dell’aggettivo è attestato da Adamo da Brema, ed è riferito al nordico dio Odino e, dunque, può essere adattabile, a nostro avviso, al sicano Adrano, dal momento che è nostra convinzione, altrove esaustivamente argomentata, che la lingua parlata dagli avi Sicani era una lingua nordica, affine all’antico germanico. Inoltre, nelle Tavole di Smeraldo anche Toth fa riferimento alla collera del dio che sovrintende nelle segrete camere di Amenti).
Amenti
Poiché in più occasioni abbiamo svelato le mistificazioni di cui gli storici greci antichi si sono macchiati, seguendo l’invito dello storico Dionigi di Alicarnasso, colui che invitava i suoi colleghi ad omettere nel raccontare i fatti storici, tutto ciò che non tornava utile al prestigio della Grecia, e che anzi si permetteva di redarguire Tucidide per la sua onestà intellettuale nel ricordare la guerra fratricida, conosciuta come Guerra del Peloponneso, noi prenderemo con il beneficio del dubbio ogni interpretazione del testo che proviene da questa categoria di narratori invisi alla Musa, e tenteremo una interpretazione alternativa tutte le volte che qualcosa sembri non tornare, utilizzando il metodo interdisciplinare che ormai i lettori conoscono. Iniziamo col fare risalire l’etimologia dell’appellativo Amenti all’unione dei lessemi am, che si riferisce a qualcosa che sta sopra di un’altra, e men che significa mente nella sua accezione più ampia di conoscenza, sapienza e scienza. E infatti, Toth, la divinità a cui viene attribuito il contenuto delle Tavole Smeraldine da considerarsi una sorta di testamento spirituale lasciato agli uomini, esordisce affermando che si sarebbe recato in queste sale, ricavate appositamente nel sottosuolo per essere celate a chi deve essere negata la conoscenza. C’è di più: da quanto si legge nelle Tavole sembra che le divinità si recassero in quei luoghi per rigenerare il loro corpo e allungare la loro vita. Toth afferma che in seguito vi si recherà lui stesso per non fare più ritorno se non in un futuro lontanissimo.
Ma ciò a cui il lettore deve dedicare la propria attenzione, consiste nel fatto che questo atlantideo si pone nei confronti del suo istruttore come un neofita che apprende cose a lui sconosciute. Si sfata così la tradizione che attribuisce ad Atlantide e ai suoi abitanti il primato della civilizzazione. Emerge, invece, che nella terra che rimane non identificata e in cui Toth viene a trovarsi per averne conosciuta la rotta, risiedesse un Demiurgo, un Ordinatore che richiama quanto affermato nella tavola sumerica intitolata Enki l’ordinatore del mondo. La tavoletta sumerica testé richiamata fa il paio con quella di Smeraldo in quanto l’una e l’altra fanno riferimento a una civiltà antidiluviana molto emancipata che non si trovava né in Mesopotamia né nell’Oceano Atlantico.
Collocazione geografica della patria di Toth
Nella lingua greca, in quella germanica, in quella sicana e in quella egizia, il nome di Toth rimane pressoché invariato ed è stato utilizzato ancora in epoca storica dai popoli germanici, basti ricordare quello di Teutomato re dei Galli ambrogini; Teuta regina degli Illiri nel II sec. a.C. o del toponimo Teutoburgo, nome dato alla foresta germanica in cui furono decimate le legioni di Varo al tempo di Augusto; Tuatha de Dana, era il popolo della divinità celtica Dana ecc. e, naturalmente, non poteva mancare la presenza di un Toth nel vetusto popolo sicano. In Sicilia lo troviamo infatti citato in un episodio accaduto nel VI sec. a. C., raccontato dallo storico Polieno otto secoli dopo i fatti citati. Polieno colloca il principe portatore del nome Teuto presso la città di Innessa, successivamente rinominata in Etna, come afferma Diodoro Siculo, e poi nel 400 a. C. definitivamente rinominata in Adrano come emerge dai nostri studi. Poiché il ruolo di Primus Interpares assunto dai reggitori dell’ordine sociale nelle città sicane
comprendeva amministrare le cose sacre, si deduce che il principe Teuto, nel sesto secolo avanti l’era volgare, avesse assunto il ruolo di Pontefice. A motivo del nome di Pontefice assunto, è plausibile supporre che la religiosità di Teuto si collegasse alle conoscenze trasmesse da Toth, e che, quindi, le Tavole Smeraldine o copie di esse fossero depositate negli ipogei del sicano tempio.
Affinché non si cada nell’errore di personalizzare la visione del mondo di un singolo, appartenuta ad una intera stirpe, ricordiamo al lettore che nelle Tavole Smeraldine, Toth si definisce figlio di Thotmen. Bisogna perciò supporre che il nome Toth era diventato un patronimico attraverso il quale veniva espresso il ruolo di figlio spirituale o discepolo del Demiurgo. Infatti, il Toth che proveniva da Atlantide e che era considerato l’uomo più eminente di quell’isola, afferma che approdato nella nuova terra viene condotto in un luogo definito mondo sotterraneo, presieduto dal dio supremo. In questo mondo sotterraneo Toth trascorse molto tempo, quindici anni, per acquisire la saggezza, senza la quale l’acquisizione della conoscenza sarebbe potuta diventare un’arma a doppio taglio. A chi ha l’ardire di saper accostare gli eventi che si susseguono, a prescindere della umana convenzione del tempo in cui si svolgono, vedrà nel racconto di Toth quello che potrebbe accadere a un neofita iniziato ai giorni nostri in una delle ormai abusate logge massoniche. Ora, leggendo tra le righe della prima tavola, ci si accorge che Toth descrive due momenti diversi: uno antidiluviano in cui l’atlantideo non si trovava nell’Amenti ma nella Patria atlantidea, e un altro post diluviano, in cui egli viene condotto in un luogo ad oggi non identificato, appellato appunto Amenti, per apprendere. Il fatto che Toth nella nuova terra d’approdo deve apprendere, va a sfatare il mito secondo il quale gli Atlantidei sarebbero stati il popolo più evoluto della terra e che avrebbero comunicato la loro scienza agli Egiziani. Soprattutto si evince che Toth non è stato l’unico sopravvissuto al diluvio a provenire da Atlantide, al suo seguito c’erano altri compatrioti. Introdotto nella nuova realtà, Toth si è lasciato andare in una superficiale descrizione del luogo in cui si svolse la sua iniziazione alla conoscenza. È in questa fase che emerge come Toth successivamente trasmetterà all’Egitto le conoscenze apprese nell’Amenti e non quelle portata da lui portate da Atlantide.
Il passaggio di Toth dalla Sicania all’Egitto
Prima di passare in Egitto per fondare una nuova civiltà, come a lui comandato da Tothmen, Toth viene dunque istruito dal Demiurgo in seno ad una civiltà superiore a quella atlantidea. Questo maestro viene appellato da Toth Tothmen, da intendersi come una sorta di padre spirituale. Ma dove collocare geograficamente la evoluta civiltà di cui Tothmen ne è l’eminenza grigia? Ebbene ci si può avvalere di indizi che abbiamo più volte sottolineato: Toth afferma che al di sopra del luogo sotterraneo di Amenti sovrastava la Montagna e che anche dopo il diluvio questa continuava a rimanere quasi del tutto emersa ( A’ Muntagna dei Siciliani?) tanto che d’intorno vivevano coloro che erano scampati al diluvio. Dal prosieguo del contenuto della tavola I, si apprende che le sale di Amenti, forse come conseguenza delle modifiche geologiche avvenute dopo lo sconvolgimento provocato dal diluvio, venissero inondate e perciò diventate impraticabili furono abbandonate. Dalla descrizione pare che Tothmen – è impossibile stabilire cronologicamente l’evento narrato- dopo aver istruito Toth , si ponesse in una fase di “letargo” o di ibernazione, ordinando a Toth, come detto, di recarsi nella terra di Kem, identificata dagli studiosi con l’Egitto. Qui avrebbe dovuto creare un nuovo portale, cioè un ponte che mettesse in comunicazione il Cielo con la Terra (la piana di Giza?). Avventurandoci nella decriptazione cronologica onde poter ottenere dei punti di riferimento storici, azzardiamo quale data di inizio dell’avventura di Toth, quella del 3100 a.C., data in cui si ha l’instaurazione della prima dinastia dei faraoni. Questa fase coincide a nostro avviso con l’apparizione in Egitto del simbolismo dell’occhio di Toth e le implicazioni esoteriche che esso porta seco. Ricordiamo al lettore che questo occhio appare in Sicilia fin dal settimo millennio a.C. impresso su ceramica. Lo studio del simbolismo dell’occhio potrebbe aiutarci ad identificare il luogo appellato Amenti.
Esoterismo Sicano
Il lettore ha certamente compreso dove si vuole andare a parare e perciò si sarà fatta la domanda: dove sono i resti delle tecnologie sicane se l’autore della presente ricerca sostiene che questa civiltà le ha addirittura trasmesse ad altre civiltà? La risposta, come avviene di solito, è contenuta all’interno dei testi. Nelle Tavole Smeraldine si afferma, infatti, che il Signore non permetteva a nessuno di possedere armi. Emerge perciò, che il Demiurgo sicano, come quello più conosciuto dell’Eden di biblica memoria, avesse fatto del proprio regno un’oasi di tranquillità, in cui passeggiare e contemplare il frutto armonico del suo operato. A ciò bisogna aggiungere che noi abbiamo un concetto di tecnologia basato sulle leggi fisiche, di cui le armi atomiche sono un esempio plastico, mentre potrebbero esistere altre leggi, extra fisiche, conoscendo le quali si potrebbero ottenere effetti ben più potenti. Se questa tipologia di scienza naturale esistesse e il nostro demiurgo sicano l’avesse padroneggiata, ecco che la sua applicazione non avrebbe lasciato nulla di tangibile. Infatti quali residui archeologici potrebbero essere trovati delle capacità radiestesiche o telepatiche? Trascuriamo per il momento questo argomento che ci porterebbe lontano dal tema che ci siamo imposto, per tornare sull’occhio di Teuto apparso in Sicilia intorno al VII milllennio a.C., impresso su ceramica. L’occhio sicano è inscritto in un tetragramma, in un rombo formato dall’unione di due triangoli contigui, uno con il vertice rivolto verso l’alto e uno col vertice rivolto verso il basso. Nelle prime righe della prima tavola di smeraldo, con il famoso aforisma così in alto come in basso, si intende affermare che l’alto, sede divina, e il basso, sede umana, altro non sono se non le due facce della stessa medaglia. Era questo, dunque, il tempo in cui non vi era soluzione di continuità tra il basso e l’altro, tra il Cielo e la terra a cui fanno riferimento i poeti antichi. Riteniamo plausibile che il simbolismo dell’occhio inscritto nel rombo faceva riferimento al fatto che c’era una comunicazione tra gli dèi e gli uomini.
Toth avrebbe forse dovuto riprodurre in Egitto, stando alle istruzioni ricevute dal suo maestro, quello che
Tothmen aveva creato in Amenti?
Con l’apparizione in Egitto dell’occhio inscritto nel triangolo col vertice rivolto verso l’alto, potrebbe essere stata sancita l’avvenuta separazione tra i due piani: gli dei tornavano in Cielo? Questo episodio potrebbe essere quello a cui si riferisce anche Alcinoo re dei Feaci, allorché nella sua reggia trapanese confidava allo sbalordito Ulisse che ancora al tempo di suo padre Antinoo, in Sicilia gli uomini camminano a fianco agli dei. Che gli dei abbandonino in certe circostanze la terra, viene anche affermato dallo storico Giuseppe Flavio, allorché durante la conquista di Gerusalemme da parte di Tito nel settanta dopo Cristo, si udì una voce provenire dal Tempio dire che gli dèi se ne andavano.
Qui è il caso di ricordare al lettore, che rapporti mai emersi tra la Sicania e la terra d’Egitto, pur tuttavia esistevano, e dovevano essere importanti dal momento che nel territorio di Adrano, città in cui Polieno colloca il principato di Teuto, in alcuni toloi dell’età del bronzo, tra gli oggetti che formavano il corredo funebre, vi erano cinque scarabei. Inoltre, in Sicilia, il culto di Iside era importante fino al terzo secolo quanto quello di Mitra e di Gesù.
La mitologia del territorio etneo è la più antica del mondo
Il carattere esoterico che bisogna attribuire al luogo appellato Amenti, lo si evince ancora grazie alla descrizione che Toth fa delle sue sale. Le sale di Amenti apparentemente vuote e buie, erano in realtà caricate di indefinibili energie. Guidato dal dio, Toth attraversava una sala che egli definiva più buia della notte, in cui si distingueva però, una nera figura la cui presenza sembra stupire perfino il dio sua guida. Tuttavia, con voce autorevole la divina guida comandò alla nera figura di non stendere mai la sua mano sul neofita, che da allora godette della sua protezione. Dopo aver accennato alla maggior vetustà del carattere esoterico del simbolismo dell’occhio di Toth, già presente in Sicilia quattro millenni prima che apparisse in Egitto, come ignorare adesso quanto affermava Empedocle di Agrigento circa la maggiore antichità della mitologia siciliana rispetto a tutte le altre e la nascita presso il territorio etneo dei riti di iniziazione? Quella di Toth non ha forse i crismi di una iniziazione? L’occhio non ci rimanda all’acquisizione dell’onniscienza? Alla luce di questi indizi diventa lecito sospettare che il recarsi nella città di Innessa-Etna, rinominata Adrano, di filosofi e imperatori non era tanto dovuto al fascino che esercitava il vulcano Etna, quanto piuttosto acquisire la conoscenza celata nelle sale di Amenti, presso la città di Etna, sede del famoso tempio di Adrano.
Le acque. il loro effetto nel corpo umano e l’elettromagnetismo terrestre
Nel ringraziare il presidente del Consorzio Acque di S. Lucia, Nicola Toscano e la sua equipe, per averci fatto da guida nella intricata rete di acquedotti sotterranei che per chilometri si estende nel circuito cittadino di Adrano, non possiamo fare passare inosservate due cose: Adrano, la Derinkuyu della Sicilia, consta di una ignorata città sotterranea la cui ampiezza non è mai stata sospettata, e attorno ad essa vi è una intricatissima rete di cunicoli che convogliano le acque sotterranee e la ridistribuiscono. Abbiamo osservato che la rete idrica aggira la parte centrale della città sotterranea, sulla quale noi supponiamo motivatamente, che vi sia il Tempio del dio Adrano.
A motivo del percorso della rete di acquedotti, sospettiamo che le onde elettromagnetiche provocare dallo scorrere delle acque, vengano convogliate nell’epicentro della città sotterranea e cioè nell’ipogeo del tempio. Qui, se le nostre intuizioni hanno colto nel segno, la griglia magnetica delle vibrazione provocata dallo scorrere delle acque, avrebbe dato vita alla emissione degli otto hz.
Come altrove affermato, il sottosuolo della Chiesa Madre ( le cui colonne appartengono al Tempio del dio Adrano), da noi in parte esplorato grazie alla collaborazione del parroco Don Salvatore Stimoli, avrebbe delle affinità con quello di Amenti descritto da Toth nella Tavola V. Aggiungiamo che il simbolismo del numero otto è molto diffuso sui reperti archeologici adraniti. Sarebbe pertanto auspicabile che i capaci docenti del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Catania, dedicassero le loro attenzioni allo studio del tempio del dio nazionale sicano Adrano.
Quanto da noi esplorato in questi giorni nel sottosuolo adranita lascia sgomenti se lo si confronta con la descrizione che Toth fa delle Sale di Amenti, chiunque costui sia stato, ma che al pari di un Gilgamesh, di un Empedocle, di Platone e molti altri, mostra di aver esplorato un luogo sovrastato da una montagna. Su questa montagna e dintorni, dal contenuto delle tavole si evince che durante il diluvio avrebbero trovato scampo gli abitanti del luogo, e da esse apprendiamo da Toth che vi trovarono rifugio perfino gli abitanti di Atlantide, segno che questi conoscevano la rotta, ed infatti supponiamo che questo Toth altri non sia stato se non il fratello di Marduk, andato in esilio in seguito a loro contrasti . Se così fosse, Toth trascorse i suoi natali nell’Abzu superiore (la Sicilia?). Successivamente, come abbiamo raccontato negli studi precedenti, prese il posto di Marduk quale faraone d’Egitto quando Marduk fu costretto ad andare in esilio. Quando l’esiliato per grazia ricevuta fece ritorno in Egitto, Toth, per i sopravvenuti contrasti col fratello, emigrò in Atlantide. In seguito alla catastrofe del diluvio Toth faceva ritorno nell’Abzu e istruito dal padre ritornava in Egitto. Quanto in questo studio è stato ipotizzato, potrebbe essere inserito perciò a completamento dell’articolo pubblicato tempo fa in questo stesso luogo, intitolato “Toth l’Etneo”. In quello studio veniva ipotizzato, tra l’altro, che Platone nei dialoghi il Timeo e il Crizia, avrebbe volontariamente scambiato la città di Atene con quella di Etna, attribuendo alla prima anziché alla seconda un rapporto con l’isola di Atlantide. Se infine si mette a confronto il contenuto delle tavole smeraldine con il contenuto di quelle sumeriche, come non vedere nel personaggio di Tothmen, l’iniziatore e il padre spirituale -o carnale- di Toth il sumero Enki? universalmente definito il dio delle acque dolci. Noi in diverse occasioni, apportando incontestabili parallelismi mitologici, ci siamo spinti a identificare Enki con il sicano dio Adrano. Bisogna qui ancora ricordare che nel diritto di una moneta babilonese, viene raffigurato il dio Enki dal cui corpo scaturiscono sorgenti a non finire, sorgenti che erano rare in Mesopotamia, tanto che si dovette costruire un sofisticato sistema di canali per trasportare l’acqua dei fiumi; in un’altra moneta viene raffigurato il tempio di Enki circondato da sorgenti che schizzano come giochi di acqua nelle cittadine fontane.
Quest’ultima caratteristica coincide con quanto accade sia nel sottosuolo che nella superficie della Chiesa Madre adranita, edificio, è sempre bene ricordarlo, costruito su strutture antichissime da noi identificate con l’antico tempio del dio nazionale Adrano. Lo storico patrio Petronio Russo, elencando il gran numero di fonti, aggiungeva che il secondo piano del Castello Normanno, che è attiguo alla Chiesa Madre, ne beneficiava ancora ai suoi tempi. Non può passare inosservato che fino a metà del novecento, la città di Adrano annoverava un numero incredibile di sorgenti dalle quali il popolo attingeva per mille usi. Atteso che gli attributi di Enki e di Adrano siano soltanto due dei quaranta appositi allo stesso personaggio, la descrizione nei testi sumerici in cui si menziona un Enki che va a passeggio per le amene terre di Eridu, la si può attribuire anche ad un Adrano che percorre con la sua canoa di canne la Valle del Simeto ove, secondo il Macrobio, il dio dalle passioni molto umane avrebbe incontrato la ninfa Etna che gli avrebbe concepito dopo il veloce incontro i Palici. Il ricordo di una Valle del Simeto percorribile con canoe, oggi andato smarrito, può essere ancora immaginato attraverso le struggenti parole del principe Paternò Castello, affidate durante una sua visita nella città di Adrano -nome al suo tempo storpiato in Adernò- alle stampe e al cui testo il lettore può attingere direttamente. Tentare di sintetizzare in questa sede le virtù contenute nell’acqua è impresa impossibile e si correrebbe il rischio di sminuire la portata del tema. Motivo per cui invitiamo il lettore a condurre una ricerca sul tema, iniziando con l’attingere notizie dagli sconvolgenti risultati ricavati dallo scienziato giapponese Masaru Emoto. Chi, abbandonati gli obsoleti schemi di ricerca, saprà aprire la propria mente ai nuovi paradigmi che stanno sintonizzando il mondo con le antiche conoscenze, riuscirà a collegare il sito di Adrano e le sue caratteristiche a quei luoghi descritti nei testi citati, si chiederà
se la cittadella di Adrano, tempio del dio o laboratorio dello scienziato, riproduca il cervello umano e che la rete idrica sotterranea sia da collegare alla funzione che esercitano i neuroni del cervello. Avremo di conseguenza che, come come l’encefalo viene vascolarizzato dalle quattro arterie principali, la rete idrica sotterranea della cittadina etnea, ossa formare la rete sinaptica che collega i neuroni del cervello tra loro. I neuroni, essendo costituiti da acqua, verrebbero colpiti dalle vibrazioni emanate dal sottosuolo che, se le nostre intuizioni non risulteranno fallaci, corrispondono agli otto hz e suoi multipli. Poiché non vogliamo rischiare di inficiare quel poco di attendibile che abbiamo fornito al lettore con questo studio, per comprendere il legame che intercorre tra i siti preistorici e lo scorrere delle acque nei loro pressi, invitiamo il lettore a seguire le lezioni del professore Paolo De Bertolis dell’Università di Trieste. Il Professore De Bertolis ha studiato altresì l’Etna e quello che è stato definito il suo respiro, l’emissione degli otto hz, ricordando al lettore che questo numero trova forti collegamenti simbolici col dio Adrano e la città etnea a Lui dedicata.
Ad maiora
Francesco Branchina

