Amenti

Le sale di amenti e i meandri di Etna

Richiamare le Tavole Smeraldine in questo studio col fine di seguire le profonde orme della antichissima civiltà sicana, che precede, è bene ricordarlo in questa sede, di molti millenni quella sumera e quella egizia, potrebbe apparire al lettore che si accosta per la prima volta alle nostre ricerche, se non una provocazione per lo meno una esagerazione. Non sarà così per gli assidui lettori che alla nuova ricerca andranno a sommare quanto è stato da noi affermato negli articoli precedenti circa la presenza, nel territorio presso le falde dell’Etna, di una simbologia, di una teonomia, di una toponomastica e di una ininterrotta frequentazione a partire dall’Età del Bronzo di personalità di spicco (vedi l’articolo Perché tutti si recavano in Sicilia).
Ma per non ripeterci in questa sede su tali argomenti, rimandiamo il lettore agli articoli pubblicati in precedenza in questo stesso luogo e in particolare all’articolo che porta il titolo di “Quando gli dei Siciliani emigravano”.

Dirigendo le nostre attenzioni al lettore libero da condizionamenti, desideriamo ribattere a coloro che, nel tentativo di sminuire i nostri studi affermano che le nostre ricerche siano carenti di fonti, come ciò sia falso. Infatti, le citazioni degli storici antichi, da Erodoto a Tucidide, si trovano a iosa nelle nostre ricerche. Per i periodi antichissimi, invece, non ci si può avvalere che delle fonti mitiche. Inoltre, si sa che il ricercatore può fare uso delle fonti là dove esse siano presenti, in assenza di queste deve applicare il metodo scientifico, e fare uso della multidisciplinarietà. Inoltre, noi per primi abbiamo sempre affermato della possibilità non remota che il ricercatore possa innamorarsi delle proprie tesi e forzare la ricerca verso una univoca direzione. Per tal motivo resteremo vigili osservatori del nostro operato e laddove dovessimo fallire nell’intento di rimanere in un rapporto di terzietà nello studio, preghiamo il lettore, lo studioso, il ricercatore di venirci in soccorso e insieme, col contributo della Musa che non abbandona chi la evoca, rientreremo nel diritto percorso imboccato dall’onesto ricercatore.

Ma torniamo ora alle contestate Tavole Smeraldine, al cui contenuto bisogna, a parer nostro, dare pari dignità di quella che è stata attribuita ai testi religiosi di altre civiltà. Il testo delle Tavole viene infatti già citato in epoca antica da autorevoli storici quali sono Clemente Alessandrino e il sacerdote babilonese Beroso, quest’ultimo vissuto ai tempi di Alessandro Magno. Nello studio di ampio respiro che stiamo per proporre al lettore, desideriamo soffermarci sul rapporto che questo testo potrebbe avere avuto con la vetustissima città etnea in cui venne costituito il culto dell’avo primordiale sicano, Adrano. Per potere procedere nello studio, la condizione sine qua non per chi si approccia a fatti storici svoltisi in epoche così distanti dalle nostre, consiste nel non ignorare che la città oggi nominata Adrano, è sede del primo tempio costruito nella sicana isola, dedicato all’Avo primordiale, al padre della stirpe sicana, e che dunque questa città debba considerarsi la più antica fra quelle edificate nell’isola. In quanto tale, è inevitabile che in essa, nelle sale sotterranee del tempio, custodita dai Domini Cani, si tenessero le tavole in cui era stata vergata la storia ancestrale. È plausibile che la prima fondazione, (vedi il testo sumerico Enki l’ordinatore del mondo) venisse allora indicata attraverso mille appellativi, sebbene quelli inconfutabilmente identificati grazie alle nostre ricerche siano quelli di Innessa- Etna e Adrano. È pur vero che gli appellativi, a motivo della genericità del loro significato etimologico, rendono difficile la certa identificazione del sito, in quanto sarebbe possibile applicare i toponimi a più luoghi, purché questi abbiano caratteristiche simili. Gli appellativi sono: la terra promessa ovvero Eridu; Dilmun ovvero il luogo in cui il sapere è celato; la terra dell’abbondanza ovvero Innessa; l’Evocata ovvero Etna e in fine Adrano, ovvero il luogo in cui si manifesta il furore dell’Avo, dove con l’aggettivo furore deve intendersi quel sacro furore il cui significato lo storico delle religioni Mircea Eliade rese accessibile ad ognuno. Nella città oggi chiamata Adrano, dunque, come sopra affermato, sorgeva il tempio della divinità nazionale, la più antica del pantheon siciliano, come sostiene Diodoro Siculo nella sua Biblioteca. In effetti, i reperti archeologici rinvenuti in situ, esposti solo in minima parte nelle possenti sale del dongione normanno fatto costruire dal Gran Conte Ruggero su una fortezza preesistente, che si trova al centro della città di Adrano, danno ragione a questa tesi, dal momento che sono da ritenersi i reperti più antichi finora ritrovati nell’isola. Ad Adrano venne dunque edificata la dimora o reggia dell’Avo primordiale An, aggettivato odhr, il furioso (il significato dell’aggettivo è attestato da Adamo da Brema, ed è riferito al nordico dio Odino e, dunque, può essere adattabile, a nostro avviso, al sicano Adrano, dal momento che è nostra convinzione, altrove esaustivamente argomentata, che la lingua parlata dagli avi Sicani era una lingua nordica, affine all’antico germanico. Inoltre, nelle Tavole di Smeraldo anche Toth fa riferimento alla collera del dio che sovrintende nelle segrete camere di Amenti).

Amenti

Poiché in più occasioni abbiamo svelato le mistificazioni di cui gli storici greci antichi si sono macchiati, seguendo l’invito dello storico Dionigi di Alicarnasso, colui che invitava i suoi colleghi ad omettere nel raccontare i fatti storici, tutto ciò che non tornava utile al prestigio della Grecia, e che anzi si permetteva di redarguire Tucidide per la sua onestà intellettuale nel ricordare la guerra fratricida, conosciuta come Guerra del Peloponneso, noi prenderemo con il beneficio del dubbio ogni interpretazione del testo che proviene da questa categoria di narratori invisi alla Musa, e tenteremo una interpretazione alternativa tutte le volte che qualcosa sembri non tornare, utilizzando il metodo interdisciplinare che ormai i lettori conoscono. Iniziamo col fare risalire l’etimologia dell’appellativo Amenti all’unione dei lessemi am, che si riferisce a qualcosa che sta sopra di un’altra, e men che significa mente nella sua accezione più ampia di conoscenza, sapienza e scienza. E infatti, Toth, la divinità a cui viene attribuito il contenuto delle Tavole Smeraldine da considerarsi una sorta di testamento spirituale lasciato agli uomini, esordisce affermando che si sarebbe recato in queste sale, ricavate appositamente nel sottosuolo per essere celate a chi deve essere negata la conoscenza. C’è di più: da quanto si legge nelle Tavole sembra che le divinità si recassero in quei luoghi per rigenerare il loro corpo e allungare la loro vita. Toth afferma che in seguito vi si recherà lui stesso per non fare più ritorno se non in un futuro lontanissimo.

Ma ciò a cui il lettore deve dedicare la propria attenzione, consiste nel fatto che questo atlantideo si pone nei confronti del suo istruttore come un neofita che apprende cose a lui sconosciute. Si sfata così la tradizione che attribuisce ad Atlantide e ai suoi abitanti il primato della civilizzazione. Emerge, invece, che nella terra che rimane non identificata e in cui Toth viene a trovarsi per averne conosciuta la rotta, risiedesse un Demiurgo, un Ordinatore che richiama quanto affermato nella tavola sumerica intitolata Enki l’ordinatore del mondo. La tavoletta sumerica testé richiamata fa il paio con quella di Smeraldo in quanto l’una e l’altra fanno riferimento a una civiltà antidiluviana molto emancipata che non si trovava né in Mesopotamia né nell’Oceano Atlantico.

Collocazione geografica della patria di Toth

Nella lingua greca, in quella germanica, in quella sicana e in quella egizia, il nome di Toth rimane pressoché invariato ed è stato utilizzato ancora in epoca storica dai popoli germanici, basti ricordare quello di Teutomato re dei Galli ambrogini; Teuta regina degli Illiri nel II sec. a.C. o del toponimo Teutoburgo, nome dato alla foresta germanica in cui furono decimate le legioni di Varo al tempo di Augusto; Tuatha de Dana, era il popolo della divinità celtica Dana ecc. e, naturalmente, non poteva mancare la presenza di un Toth nel vetusto popolo sicano. In Sicilia lo troviamo infatti citato in un episodio accaduto nel VI sec. a. C., raccontato dallo storico Polieno otto secoli dopo i fatti citati. Polieno colloca il principe portatore del nome Teuto presso la città di Innessa, successivamente rinominata in Etna, come afferma Diodoro Siculo, e poi nel 400 a. C. definitivamente rinominata in Adrano come emerge dai nostri studi. Poiché il ruolo di Primus Interpares assunto dai reggitori dell’ordine sociale nelle città sicane
comprendeva amministrare le cose sacre, si deduce che il principe Teuto, nel sesto secolo avanti l’era volgare, avesse assunto il ruolo di Pontefice. A motivo del nome di Pontefice assunto, è plausibile supporre che la religiosità di Teuto si collegasse alle conoscenze trasmesse da Toth, e che, quindi, le Tavole Smeraldine o copie di esse fossero depositate negli ipogei del sicano tempio.

Affinché non si cada nell’errore di personalizzare la visione del mondo di un singolo, appartenuta ad una intera stirpe, ricordiamo al lettore che nelle Tavole Smeraldine, Toth si definisce figlio di Thotmen. Bisogna perciò supporre che il nome Toth era diventato un patronimico attraverso il quale veniva espresso il ruolo di figlio spirituale o discepolo del Demiurgo. Infatti, il Toth che proveniva da Atlantide e che era considerato l’uomo più eminente di quell’isola, afferma che approdato nella nuova terra viene condotto in un luogo definito mondo sotterraneo, presieduto dal dio supremo. In questo mondo sotterraneo Toth trascorse molto tempo, quindici anni, per acquisire la saggezza, senza la quale l’acquisizione della conoscenza sarebbe potuta diventare un’arma a doppio taglio. A chi ha l’ardire di saper accostare gli eventi che si susseguono, a prescindere della umana convenzione del tempo in cui si svolgono, vedrà nel racconto di Toth quello che potrebbe accadere a un neofita iniziato ai giorni nostri in una delle ormai abusate logge massoniche. Ora, leggendo tra le righe della prima tavola, ci si accorge che Toth descrive due momenti diversi: uno antidiluviano in cui l’atlantideo non si trovava nell’Amenti ma nella Patria atlantidea, e un altro post diluviano, in cui egli viene condotto in un luogo ad oggi non identificato, appellato appunto Amenti, per apprendere. Il fatto che Toth nella nuova terra d’approdo deve apprendere, va a sfatare il mito secondo il quale gli Atlantidei sarebbero stati il popolo più evoluto della terra e che avrebbero comunicato la loro scienza agli Egiziani. Soprattutto si evince che Toth non è stato l’unico sopravvissuto al diluvio a provenire da Atlantide, al suo seguito c’erano altri compatrioti. Introdotto nella nuova realtà, Toth si è lasciato andare in una superficiale descrizione del luogo in cui si svolse la sua iniziazione alla conoscenza. È in questa fase che emerge come Toth successivamente trasmetterà all’Egitto le conoscenze apprese nell’Amenti e non quelle portata da lui portate da Atlantide.

Il passaggio di Toth dalla Sicania all’Egitto

Prima di passare in Egitto per fondare una nuova civiltà, come a lui comandato da Tothmen, Toth viene dunque istruito dal Demiurgo in seno ad una civiltà superiore a quella atlantidea. Questo maestro viene appellato da Toth Tothmen, da intendersi come una sorta di padre spirituale. Ma dove collocare geograficamente la evoluta civiltà di cui Tothmen ne è l’eminenza grigia? Ebbene ci si può avvalere di indizi che abbiamo più volte sottolineato: Toth afferma che al di sopra del luogo sotterraneo di Amenti sovrastava la Montagna e che anche dopo il diluvio questa continuava a rimanere quasi del tutto emersa ( A’ Muntagna dei Siciliani?) tanto che d’intorno vivevano coloro che erano scampati al diluvio. Dal prosieguo del contenuto della tavola I, si apprende che le sale di Amenti, forse come conseguenza delle modifiche geologiche avvenute dopo lo sconvolgimento provocato dal diluvio, venissero inondate e perciò diventate impraticabili furono abbandonate. Dalla descrizione pare che Tothmen – è impossibile stabilire cronologicamente l’evento narrato- dopo aver istruito Toth , si ponesse in una fase di “letargo” o di ibernazione, ordinando a Toth, come detto, di recarsi nella terra di Kem, identificata dagli studiosi con l’Egitto. Qui avrebbe dovuto creare un nuovo portale, cioè un ponte che mettesse in comunicazione il Cielo con la Terra (la piana di Giza?). Avventurandoci nella decriptazione cronologica onde poter ottenere dei punti di riferimento storici, azzardiamo quale data di inizio dell’avventura di Toth, quella del 3100 a.C., data in cui si ha l’instaurazione della prima dinastia dei faraoni. Questa fase coincide a nostro avviso con l’apparizione in Egitto del simbolismo dell’occhio di Toth e le implicazioni esoteriche che esso porta seco. Ricordiamo al lettore che questo occhio appare in Sicilia fin dal settimo millennio a.C. impresso su ceramica. Lo studio del simbolismo dell’occhio potrebbe aiutarci ad identificare il luogo appellato Amenti.

Esoterismo Sicano

Il lettore ha certamente compreso dove si vuole andare a parare e perciò si sarà fatta la domanda: dove sono i resti delle tecnologie sicane se l’autore della presente ricerca sostiene che questa civiltà le ha addirittura trasmesse ad altre civiltà? La risposta, come avviene di solito, è contenuta all’interno dei testi. Nelle Tavole Smeraldine si afferma, infatti, che il Signore non permetteva a nessuno di possedere armi. Emerge perciò, che il Demiurgo sicano, come quello più conosciuto dell’Eden di biblica memoria, avesse fatto del proprio regno un’oasi di tranquillità, in cui passeggiare e contemplare il frutto armonico del suo operato. A ciò bisogna aggiungere che noi abbiamo un concetto di tecnologia basato sulle leggi fisiche, di cui le armi atomiche sono un esempio plastico, mentre potrebbero esistere altre leggi, extra fisiche, conoscendo le quali si potrebbero ottenere effetti ben più potenti. Se questa tipologia di scienza naturale esistesse e il nostro demiurgo sicano l’avesse padroneggiata, ecco che la sua applicazione non avrebbe lasciato nulla di tangibile. Infatti quali residui archeologici potrebbero essere trovati delle capacità radiestesiche o telepatiche? Trascuriamo per il momento questo argomento che ci porterebbe lontano dal tema che ci siamo imposto, per tornare sull’occhio di Teuto apparso in Sicilia intorno al VII milllennio a.C., impresso su ceramica. L’occhio sicano è inscritto in un tetragramma, in un rombo formato dall’unione di due triangoli contigui, uno con il vertice rivolto verso l’alto e uno col vertice rivolto verso il basso. Nelle prime righe della prima tavola di smeraldo, con il famoso aforisma così in alto come in basso, si intende affermare che l’alto, sede divina, e il basso, sede umana, altro non sono se non le due facce della stessa medaglia. Era questo, dunque, il tempo in cui non vi era soluzione di continuità tra il basso e l’altro, tra il Cielo e la terra a cui fanno riferimento i poeti antichi. Riteniamo plausibile che il simbolismo dell’occhio inscritto nel rombo faceva riferimento al fatto che c’era una comunicazione tra gli dèi e gli uomini.
Toth avrebbe forse dovuto riprodurre in Egitto, stando alle istruzioni ricevute dal suo maestro, quello che
Tothmen aveva creato in Amenti?
Con l’apparizione in Egitto dell’occhio inscritto nel triangolo col vertice rivolto verso l’alto, potrebbe essere stata sancita l’avvenuta separazione tra i due piani: gli dei tornavano in Cielo? Questo episodio potrebbe essere quello a cui si riferisce anche Alcinoo re dei Feaci, allorché nella sua reggia trapanese confidava allo sbalordito Ulisse che ancora al tempo di suo padre Antinoo, in Sicilia gli uomini camminano a fianco agli dei. Che gli dei abbandonino in certe circostanze la terra, viene anche affermato dallo storico Giuseppe Flavio, allorché durante la conquista di Gerusalemme da parte di Tito nel settanta dopo Cristo, si udì una voce provenire dal Tempio dire che gli dèi se ne andavano.

Qui è il caso di ricordare al lettore, che rapporti mai emersi tra la Sicania e la terra d’Egitto, pur tuttavia esistevano, e dovevano essere importanti dal momento che nel territorio di Adrano, città in cui Polieno colloca il principato di Teuto, in alcuni toloi dell’età del bronzo, tra gli oggetti che formavano il corredo funebre, vi erano cinque scarabei. Inoltre, in Sicilia, il culto di Iside era importante fino al terzo secolo quanto quello di Mitra e di Gesù.

La mitologia del territorio etneo è la più antica del mondo

Il carattere esoterico che bisogna attribuire al luogo appellato Amenti, lo si evince ancora grazie alla descrizione che Toth fa delle sue sale. Le sale di Amenti apparentemente vuote e buie, erano in realtà caricate di indefinibili energie. Guidato dal dio, Toth attraversava una sala che egli definiva più buia della notte, in cui si distingueva però, una nera figura la cui presenza sembra stupire perfino il dio sua guida. Tuttavia, con voce autorevole la divina guida comandò alla nera figura di non stendere mai la sua mano sul neofita, che da allora godette della sua protezione. Dopo aver accennato alla maggior vetustà del carattere esoterico del simbolismo dell’occhio di Toth, già presente in Sicilia quattro millenni prima che apparisse in Egitto, come ignorare adesso quanto affermava Empedocle di Agrigento circa la maggiore antichità della mitologia siciliana rispetto a tutte le altre e la nascita presso il territorio etneo dei riti di iniziazione? Quella di Toth non ha forse i crismi di una iniziazione? L’occhio non ci rimanda all’acquisizione dell’onniscienza? Alla luce di questi indizi diventa lecito sospettare che il recarsi nella città di Innessa-Etna, rinominata Adrano, di filosofi e imperatori non era tanto dovuto al fascino che esercitava il vulcano Etna, quanto piuttosto acquisire la conoscenza celata nelle sale di Amenti, presso la città di Etna, sede del famoso tempio di Adrano.

Le acque. il loro effetto nel corpo umano e l’elettromagnetismo terrestre

Nel ringraziare il presidente del Consorzio Acque di S. Lucia, Nicola Toscano e la sua equipe, per averci fatto da guida nella intricata rete di acquedotti sotterranei che per chilometri si estende nel circuito cittadino di Adrano, non possiamo fare passare inosservate due cose: Adrano, la Derinkuyu della Sicilia, consta di una ignorata città sotterranea la cui ampiezza non è mai stata sospettata, e attorno ad essa vi è una intricatissima rete di cunicoli che convogliano le acque sotterranee e la ridistribuiscono. Abbiamo osservato che la rete idrica aggira la parte centrale della città sotterranea, sulla quale noi supponiamo motivatamente, che vi sia il Tempio del dio Adrano.

A motivo del percorso della rete di acquedotti, sospettiamo che le onde elettromagnetiche provocare dallo scorrere delle acque, vengano convogliate nell’epicentro della città sotterranea e cioè nell’ipogeo del tempio. Qui, se le nostre intuizioni hanno colto nel segno, la griglia magnetica delle vibrazione provocata dallo scorrere delle acque, avrebbe dato vita alla emissione degli otto hz.
Come altrove affermato, il sottosuolo della Chiesa Madre ( le cui colonne appartengono al Tempio del dio Adrano), da noi in parte esplorato grazie alla collaborazione del parroco Don Salvatore Stimoli, avrebbe delle affinità con quello di Amenti descritto da Toth nella Tavola V. Aggiungiamo che il simbolismo del numero otto è molto diffuso sui reperti archeologici adraniti. Sarebbe pertanto auspicabile che i capaci docenti del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Catania, dedicassero le loro attenzioni allo studio del tempio del dio nazionale sicano Adrano.

Quanto da noi esplorato in questi giorni nel sottosuolo adranita lascia sgomenti se lo si confronta con la descrizione che Toth fa delle Sale di Amenti, chiunque costui sia stato, ma che al pari di un Gilgamesh, di un Empedocle, di Platone e molti altri, mostra di aver esplorato un luogo sovrastato da una montagna. Su questa montagna e dintorni, dal contenuto delle tavole si evince che durante il diluvio avrebbero trovato scampo gli abitanti del luogo, e da esse apprendiamo da Toth che vi trovarono rifugio perfino gli abitanti di Atlantide, segno che questi conoscevano la rotta, ed infatti supponiamo che questo Toth altri non sia stato se non il fratello di Marduk, andato in esilio in seguito a loro contrasti . Se così fosse, Toth trascorse i suoi natali nell’Abzu superiore (la Sicilia?). Successivamente, come abbiamo raccontato negli studi precedenti, prese il posto di Marduk quale faraone d’Egitto quando Marduk fu costretto ad andare in esilio. Quando l’esiliato per grazia ricevuta fece ritorno in Egitto, Toth, per i sopravvenuti contrasti col fratello, emigrò in Atlantide. In seguito alla catastrofe del diluvio Toth faceva ritorno nell’Abzu e istruito dal padre ritornava in Egitto. Quanto in questo studio è stato ipotizzato, potrebbe essere inserito perciò a completamento dell’articolo pubblicato tempo fa in questo stesso luogo, intitolato “Toth l’Etneo”. In quello studio veniva ipotizzato, tra l’altro, che Platone nei dialoghi il Timeo e il Crizia, avrebbe volontariamente scambiato la città di Atene con quella di Etna, attribuendo alla prima anziché alla seconda un rapporto con l’isola di Atlantide. Se infine si mette a confronto il contenuto delle tavole smeraldine con il contenuto di quelle sumeriche, come non vedere nel personaggio di Tothmen, l’iniziatore e il padre spirituale -o carnale- di Toth il sumero Enki? universalmente definito il dio delle acque dolci. Noi in diverse occasioni, apportando incontestabili parallelismi mitologici, ci siamo spinti a identificare Enki con il sicano dio Adrano. Bisogna qui ancora ricordare che nel diritto di una moneta babilonese, viene raffigurato il dio Enki dal cui corpo scaturiscono sorgenti a non finire, sorgenti che erano rare in Mesopotamia, tanto che si dovette costruire un sofisticato sistema di canali per trasportare l’acqua dei fiumi; in un’altra moneta viene raffigurato il tempio di Enki circondato da sorgenti che schizzano come giochi di acqua nelle cittadine fontane.

Quest’ultima caratteristica coincide con quanto accade sia nel sottosuolo che nella superficie della Chiesa Madre adranita, edificio, è sempre bene ricordarlo, costruito su strutture antichissime da noi identificate con l’antico tempio del dio nazionale Adrano. Lo storico patrio Petronio Russo, elencando il gran numero di fonti, aggiungeva che il secondo piano del Castello Normanno, che è attiguo alla Chiesa Madre, ne beneficiava ancora ai suoi tempi. Non può passare inosservato che fino a metà del novecento, la città di Adrano annoverava un numero incredibile di sorgenti dalle quali il popolo attingeva per mille usi. Atteso che gli attributi di Enki e di Adrano siano soltanto due dei quaranta appositi allo stesso personaggio, la descrizione nei testi sumerici in cui si menziona un Enki che va a passeggio per le amene terre di Eridu, la si può attribuire anche ad un Adrano che percorre con la sua canoa di canne la Valle del Simeto ove, secondo il Macrobio, il dio dalle passioni molto umane avrebbe incontrato la ninfa Etna che gli avrebbe concepito dopo il veloce incontro i Palici. Il ricordo di una Valle del Simeto percorribile con canoe, oggi andato smarrito, può essere ancora immaginato attraverso le struggenti parole del principe Paternò Castello, affidate durante una sua visita nella città di Adrano -nome al suo tempo storpiato in Adernò- alle stampe e al cui testo il lettore può attingere direttamente. Tentare di sintetizzare in questa sede le virtù contenute nell’acqua è impresa impossibile e si correrebbe il rischio di sminuire la portata del tema. Motivo per cui invitiamo il lettore a condurre una ricerca sul tema, iniziando con l’attingere notizie dagli sconvolgenti risultati ricavati dallo scienziato giapponese Masaru Emoto. Chi, abbandonati gli obsoleti schemi di ricerca, saprà aprire la propria mente ai nuovi paradigmi che stanno sintonizzando il mondo con le antiche conoscenze, riuscirà a collegare il sito di Adrano e le sue caratteristiche a quei luoghi descritti nei testi citati, si chiederà
se la cittadella di Adrano, tempio del dio o laboratorio dello scienziato, riproduca il cervello umano e che la rete idrica sotterranea sia da collegare alla funzione che esercitano i neuroni del cervello. Avremo di conseguenza che, come come l’encefalo viene vascolarizzato dalle quattro arterie principali, la rete idrica sotterranea della cittadina etnea, ossa formare la rete sinaptica che collega i neuroni del cervello tra loro. I neuroni, essendo costituiti da acqua, verrebbero colpiti dalle vibrazioni emanate dal sottosuolo che, se le nostre intuizioni non risulteranno fallaci, corrispondono agli otto hz e suoi multipli. Poiché non vogliamo rischiare di inficiare quel poco di attendibile che abbiamo fornito al lettore con questo studio, per comprendere il legame che intercorre tra i siti preistorici e lo scorrere delle acque nei loro pressi, invitiamo il lettore a seguire le lezioni del professore Paolo De Bertolis dell’Università di Trieste. Il Professore De Bertolis ha studiato altresì l’Etna e quello che è stato definito il suo respiro, l’emissione degli otto hz, ricordando al lettore che questo numero trova forti collegamenti simbolici col dio Adrano e la città etnea a Lui dedicata.
Ad maiora
Francesco Branchina

ETNA: L’HANGAR DEGLI DEI.

QUANDO I SUMERI ABITAVANO ALLE FALDE D’ ‘A MUNTAGNA.

L’ABZU SUPERIORE
Premesso che l’aggettivo dio non è semanticamente penetrabile e che non è possibile sapere quando e da chi questo sia stato adottato per indicare qualcuno o qualcosa, ci sentiamo di dare
per probabile che colui il quale intese utilizzare per primo l’appellativo, intendesse manifestare che lo riferiva a qualcuno o qualcosa dotato di poteri infinitamente maggiori rispetto ai propri. Comunque sia, accadde con probabilità, che in un tempo non misurabile attraverso gli strumenti umani, un essere, stando a quanto viene raccontato nei testi sumerici, convenzionalmente definito dio, decise di stabilirsi nell’Abzu superiore, che i sumerologi concordemente identificano con il nord dell’Africa. Bisogna qui ricordare al lettore che la Sicilia fa parte della placca tettonica africana e che al tempo in cui i testi si riferiscono, cioè in epoca antidiluviana, con l’Africa era unita, in quanto in quel periodo il Mar Mediterraneo non era che una pozzanghera. Dunque, la divinità in questione aveva scelto come dimora l’Abzu superiore. Ora, i testi sumeri affermano che la divinità che loro indicavano con l’appellativo di Enki o Ea, ma che possedeva altri trentotto nomi, scelse di costruire la propria dimora nel luogo dell’Abzu superior, che ritenne più ameno e che da lui venne appellato, come si afferma nel testo intitolato dai sumerologi Il viaggio di Enki a Nippur, Eridu ovvero, secondo la nostra interpretazione, la terra promessa. Il toponimo risulta infatti formato dall’unione del lessema Er che significa Signore nella lingua germanica, affine alla sicana, o erde terra, ed eid che significa giuramento, promessa.

ERIDU, LA TERRA PROMESSA.
Dal significato del toponimo, dunque, si evince che le aspettative del dio rispetto a quel luogo assai ameno, in cui la biodiversità e la ricchezza di acque dolci non avevano pari, erano grandi per i progetti che intendeva realizzare. Ed infatti, tra i progetti poi realizzati, vi era quello di creare l’uomo. Nel poema in cui si parla della creazione, intitolato dai sumerologi che lo hanno tradotto “Enki e Ninmah”, e del quale riportiamo qui sotto il link: https://youtu.be/BwwcSu7dmd4?si=ALc2N-I1r5YuHncC, viene affermata una cosa per noi che andiamo a caccia di indizi, molto importante, che ritorna utile alle nostre ricerche e cioè che a Eridu Enki aveva installato il proprio laboratorio, e che l’argilla occorrente per l’esperimento della creazione era stata prelevata dall’Abzu superiore.
La divinità, come riportano i testi, nell’Abzu superiore operava intervenendo su tutti gli ambiti e migliorandolo in tutti i suoi aspetti, tanto che nel testo sopra menzionato, Eridu viene definito dagli dèi che partecipano al convivio che si svolge a Nippur, in Mesopotamia, un luogo paradisiaco si, ma che nasconde arcane e temibili forze appellate dai Sumeri con l’intradotto termine di “me”.
Ora bisogna concentrare le ricerche sulla identificazione della città di Eridu, presso l’Abzu superiore, e a tal fine non può passare inosservato che nei testi sumerici viene spesso citata La Montagna, che tramite l’articolo determinativo denota una familiarità di questa presso i Sumeri. Si rifletta sulla anomalia dettata dal fatto che in Mesopotamia non vi sono montagne, essendo una grande pianura, dunque questa doveva trovarsi altrove, Il lettore che ci ha seguito fin qui nelle indagini, avrà ormai notato il collegamento che esiste tra La Montagna e l’Abzu superiore e tra questo e la Sicilia. Di ciò è stato abbondantemente detto nel saggio Sicania: il futuro scritto nel mito, gratuitamente fruibile sui siti miti3000.eu e Adranoantica.it, pertanto rimandiamo il lettore in quella sede per maggiori approfondimenti.

TUCIDIDE E I TESTI SUMERI.

Ora, per procedere nelle ricerche, è necessario fare un salto in avanti di molte migliaia di anni rispetto al tempo dell’insediamento della divinità sumera nell’Abzu superiore, soffermandoci brevemente su quanto viene riportato nel V sec. a.C. dallo storico greco Tucidide. Sebbene egli sia interessato a raccontare gli eventi che portarono alla famosa guerra fratricida tra i Greci a cui diede il titolo di Guerra del Peloponneso, piuttosto che soffermarsi nell’ indagine delle etnie che popolavano la Sicilia al suo tempo e prima ancora, risulta comunque utile al fine della nostra indagine proporre al lettore quanto egli sbrigativamente afferma, in quanto col suo racconto lo storico indirettamente contraddice quanto sostenuto da
Diodoro Siculo tre secoli dopo, sebbene questi ben avrebbe dovuto conoscere le caratteristiche della Muntagna, che dal paese suo, Agira, è visibile allo stupefatto visitatore in tutta la sua gagliardezza e imponenza. Tucidide, nel libro IV della Guerra del Peloponneso, afferma che i Siculi, vinti i Sicani in guerra, ne abitarono le parti migliori, quelle della Sicilia orientale. Diodoro afferma, invece, che i Siculi si insediarono nella parte orientale dell’isola che trovarono vuota, essendo stata abbandonata dai Sicani in seguito alle eruzioni del vulcano Etna, ‘A Muntagna per i Siciliani.

L’EQUIVOCO DIODOREO.

Poiché nella storia tramandata oralmente dai Sicani, storia che Diodoro ben conosceva, non si era mai fatto accenno a guerre condotte tra il sedicente popolo dei Siculi e quello autoctono dei Sicani, Diodoro, che era Siciliano, per giustificare la presenza dei Siculi nella parte orientale della Sicilia, ipotizzò una occupazione del territorio da parte dei Siculi in seguito ad una presunta fuga dei Sicani, dovuta, a suo dire, alle devastanti eruzioni dell’Etna. Tralasciando il fatto che per quanto spettacolari e temibili le eruzioni del vulcano potessero essere state, non potevano comunque essere così devastanti da indurre un intero popolo ad abbandonare un territorio ampio come è quello della Sicilia orientale – si tenga conto che
l’eruzione più distruttiva mai registrata a memoria d’uomo, quella del 1669, aveva un campo lavico esteso 40 km e non avanzò oltre i 17 km, sebbene sia riuscita a lambire la città di Catania- a rendere poco credibile il racconto di Diodoro, è la constatazione che dopo un’eruzione vulcanica, prima che la lava si trasformi in fertile humus occorre che trascorrano secoli se non millenni. Comunque sia la inverosimile tesi di Diodoro divenne tuttavia la più accreditata.
A questo punto della ricostruzione storica di quel lontano periodo, prima di proseguire, affinché il lettore possa meglio comprendere i passaggi che ci condurranno alla tesi che stiamo per esporre, è necessario che egli legga l’articolo: “Etna, ‘A Muntagna dei Sumeri”, pubblicato poco tempo fa in questo stesso luogo, in cui si ipotizza che la formazione della Valle del Bove possa essere dovuta ad una guerra nucleare combattuta in illo tempore tra fazioni in contrasto di una civiltà tecnologicamente avanzata, che abitava la Terra, e di cui rimane traccia nei racconti di molti popoli. Uno dei testi, il cui antichissimo contenuto non desta stupore agli eredi del popolo che lo ha redatto, quello indiano, è il testo che ha titolo i Veda. In
questo testo vengono descritte guerre combattute migliaia di anni fa con l’ausilio di armi tecnologicamente avanzate, come il bramastra o raggio infuocato (laser?) utilizzato soltanto dal dio Krsna. Se si accetta l’ipotesi supportata dalle numerose prove che derivano dai reperti archeologici giunti fino a noi, che nel passato cioè siano esistite sul nostro pianeta civiltà evolute tecnologicamente, si può allora immaginare che lo storico siciliano abbia potuto fondere due tradizioni in una. Infatti, egli, rendendosi conto che i suoi lettori mai avrebbero potuto accogliere come veritiero il racconto di una catastrofe indotta da armi tecnologiche capaci di spazzare via una montagna e ripiegando su una versione più credibile, attribuì a una catastrofe naturale, provocata dalle eruzioni dell’Etna, l’abbandono del territorio da parte degli abitanti sicani. Diodoro afferma però il vero quando sostiene che furono i Siculi a ripopolare successivamente il luogo, a patto che all’aggettivo siculo si dia il suo vero significato etimologico, cioè quello di mandriano. Infatti l’aggettivo siculo, utilizzando il metodo interpretativo da noi messo in atto e che trova nella lingua protogermanica il riferimento di comparazione per tradurre la lingua sicana, risulta formato dall’unione dei lessemi sich e Ku, dove col pronome riflessivo sich, sé, se stesso, si suole intendere un rapporto quasi consustanziale tra la vacca (Ku) e il mandriano. Ma tornando alla nostra ipotesi di lavoro, risulta plausibile supporre che per un tempo, – come accadde per Moenjo Daro, Sodoma, Gomorra e altre località coinvolte nella guerra atomica globale – non sappiamo quanto a lungo l’area etnea, in seguito al cataclisma nucleare, sia rimasta disabitata. L’assenza di antropizzazione e il cessato effetto delle radiazioni, favorirono la crescita di una vegetazione rigogliosa. Le mucche, che nel periodo della transumanza si erano spinte fin là, attratte dalla tenera erba che ormai vi cresceva, avevano fornito ai siculi, cioè ai mandriani, la certezza che il luogo era tornato ad essere abitabile. L’esempio di un caso moderno comparabile a quello qui supposto, ci viene fornito dalla bomba atomica sperimentale fatta esplodere dagli Americani sull’atollo di Bikini dopo aver allontanato i suoi abitanti. Questi vi fecero ritorno soltanto dopo trent’anni, avendo appurato che vi era cresciuta l’erba.

RAMESSES E I SICULI.

Quanto affermato su Diodoro a proposito dell’errore in cui egli sarebbe incorso, si potrebbe applicare anche agli Egiziani circa la battaglia che vede Ramesses II respingere i Popoli del Mare di cui facevano parte i Siculi. Il faraone, del resto, è stato colto in flagrante dagli archeologi che hanno trovato la stele ittita in cui si racconta la battaglia conclusa inpareggio, mentre il faraone si era addossata la vittoria – mai avvenuta – nella famosa battaglia di Cadesh. La coalizione dei Popoli del Mare, citati dagli Egiziani, riconducono, invece,alle coalizioni che si formarono tra le due fazioni in guerra presso ‘A Muntagna e di cui viene fatto l’ elenco nel poema intitolato Ninurta il prode.

INDIZI DI UNA GUERRA GLOBALE COMBATTUTA PRESSO L’ETNA.

Un titolo del genere potrebbe fare desistere il lettore dal continuare la lettura, ritenendolo eccessivo, ma faccia egli lo sforzo di giungere fino alla fine, seguendo l’enunciato nietzschiano che anche un pazzo talvolta dice la verità – e in termini di follia sappiamo che egli diventò maestro-. Per comprendere tale studio è dunque necessario analizzare attentamente i particolari del racconto sumerico, di cui riportiamo il link che l’ottimo youtuber mette a disposizione di coloro che sono animati di buona volontà e che va sotto il nome di “Ninurta il Prode e le pietre di Lugal E”: https://youtu.be/s6JHYwUpRd0?si=V2AhM9NmSm7WMxVH. Nel succitato racconto il protagonista assoluto è La Montagna, quasi personificata, come appare dal racconto e dall’articolo determinativo utilizzato per indicarla. L’allusione all’Etna, nome non ancora coniato nel periodo in cui fu steso il racconto, appare evidente. La Montagna, viene nominata con l’ausilio dell’articolo determinativo a testimonianza che essa era l’unica a possedere inequivocabili ed esclusive caratteristiche tali da non potere perciò essere confusa con altre. Che la montagna in questione possa essere identificata con il vulcano Etna, si evince da un passo del racconto che di seguito esporremo brevemente. Ninurta, il vincitore che si vanta di aver “spaccato” la Montagna, paragona questa ad un Cedro (albero che oggi cresce per lo più nell’area libanese) con le radici ben piantate nell’Abzu. Ricorderà il lettore che questo è il nome che i Sumeri avevano dato all’Africa, o sarebbe meglio dire alla placca tettonica africana della quale fa parte la Sicilia (al tempo in cui venne redatto il poema La Sicilia era attaccata all’Africa e veniva indicata come Abzu superiore). La conferma della identificazione della Montagna con l’Etna si trova in un altro passo dello stesso poema, in cui si afferma che Ninurta, rivolgendosi allegoricamente alla “lava e al basalto”, cioè ad uno dei popoli della coalizione che lo aveva combattuto, gli somministra la pena da scontare. Il riferimento alla lava e al basalto non può non essere attribuito a coloro che si erano posti dalla parte di Anzu, il ribelle che della caverne della “inaccessibile” Montagna
aveva fatto il suo quartier generale. Il poema, nell’allegorico catalogo dei popoli che si erano schierati a favore dell’una e dell’altra parte e che Ninurta paragona alle pietre con le loro diverse caratteristiche, indicherebbe la Sicilia come “la contrada ribelle”, sebbene nella guerra in corso tutti i popoli abitanti della Sicilia fossero schierati a macchia di leopardo. Che la catastrofica guerra citata nel testo sumerico sia stata combattuta presso l’Etna e che anzi in questo vulcano sia stato realizzato una sorta di hangar con annessa la sala di comando, di cui con tradimento si era impossessato Anzu, si deduce anche dal poema intitolato Ninurta il Prode, di cui riportiamo il link: https://youtu.be/wGIRhg7j-HU?si=EAKH8Q-2YnXLtT93
Nel contenuto del poema, nonostante l’apparente vaghezza della descrizione dei luoghi, si evince che la Montagna in cui Anzu è acquartierato, si trova nell’Abzu superiore, poiché Ninurta, indicato da Enki a motivo del suo valore nell’arte militare per assumere il comando dell’operazione, viene dotato dei poteri che Enki custodisce a Eridu, cioè nella sua reggia laboratorio dell’Abzu superiore.

CONCLUSIONE
Concludiamo il breve excursus ricordando al lettore che attraverso i miti sopravvive la storia di una civiltà e che, pertanto, nel mito greco sicano che vede i Ciclopi al? lavoro nei meandri del Vulcano e al comando di Efesto, per creare le armi – gli strali, ovvero i raggi infuocati (laser?) a Zeus per sconfiggere i Titani – si possa celare l’allegorico racconto vergato nella tavola sumerica qui preso in considerazione. A questa si aggiunga che poiché soltanto in Sicilia sopravvive una toponomastica che trova un riferimento ai testi citati e di cui si è detto spesso, qui ricordiamo soltanto il nome dei monti Erei, i quali potrebbero fare riferimento all’antica Eridu. Ma di questo verrà detto ampiamente nella prossima pubblicazione, dove verrà presa in considerazione la moltitudine di indizi presenti nei racconti sumerici che fanno riferimento a un gemellaggio avvenuto tra le città della Mesopotamia e quelle della Sicania
Ad maiora.

Francesco Branchina

L’ETNA E ‘A MUNTAGNA DEI SUMERI

L’ETNA E ‘A MUNTAGNA DEI SUMERI.

Dobbiamo ringraziare uno youtuber se le nostre ricerche stanno sempre più affondando la vanga nel cuore della storia siciliana. Ci è sembrato pertanto doveroso da parte nostra compiere nei confronti di questo giovane ispirato youtuber, e cosa utile per i lettori che guardandolo potranno meglio comprendere di che cosa ci si stia occupando in questo studio e nel contempo trarre proprie conclusioni, pubblicare il link assieme alle deduzioni da noi tratte: https://youtu.be/fIq-dbD-1JA?si=3aTl3ml81Qsg_wMX
Il racconto immortalato in caratteri cuneiformi su questa tavoletta del XVI sec. a.C., come si afferma nel video, narra una delle tante guerre combattute su scala planetaria dagli dèi, chiunque costoro fossero e qualsiasi sia il valore semantico da attribuire all’aggettivo dio. Dal racconto emerge, secondo quanto verrà qui da noi ricostruito, che la sede, o quartier generale come sarebbe più appropriato definire, di Anzu, un individuo che ha dichiarato guerra alla dinastia di Anu volendola sostituire con la propria, si trovava presso una non meglio identificata montagna.

L’ETNA.
Il lettore sa bene che nelle vaste pianure della Mesopotamia non esistono montagne, dunque la montagna su cui Anzu installo’ la propria sede di comando andrebbe cercata fuori da quell’area geografica. I riferimenti al vulcano siciliano nella mitologia sumera, sono numerosi e li troviamo già in un’altra opera babilonese intitolata L’epopea di Gilgamesh di cui abbiamo abbondantemente disquisito nel saggio “Sicania, il futuro scritto nel mito”, gratuitamente fruibile nei siti di miti3000.eu e Adranoantica.it, di conseguenza non vi torneremo in questa sede; sappia però il lettore, che i miti sumerici riguardo al vulcano Etna, ‘A Muntagna, continuarono ad essere divulgati presso i Greci. Ricordiamo infatti al lettore, che i Greci mutuarono la loro mitologia dalle civiltà con cui vennero a contatto, tra queste quella sumera. In questo mito si limitarono a sostituire i nomi delle divinità protagoniste dei miti sumerici, sebbene Erodoto nella sua gigantesca opera, “Storia”, ricordi che i nomi delle divinità greche derivano da quelli egizi-. Siamo dell’avviso che il dio sumero Enki, molto coinvolto nelle azioni narrate dal mito qui preso in esame e che porta il titolo di Il Mito di Anzu, venisse appellato Efesto dai Greci essendo numerose le affinità fra i due. Il Dio fabbro, come ci si ricorderà, viene sempre presentato dai greci intento a batter ferro. Egli utilizza la incandescente lava del vulcano per costruire armi degli dèi e dei semidei: ora le saette per Zeus, poi lo scudo per Achille come afferma Omero nell’Iliade e infine quello per Ercole come racconta Esiodo nel poema Lo scudo di Eracle. Nel mito di Anzu, è Enki, l’Efesto greco, a fornire a Ningirsu l’ arma che sconfiggerà Anzu, il nemico degli dèi.
Noi supponiamo che la mitologia greca sia nata da una esigenza di propaganda per la nuova potenza mondiale, la Grecia, che cominciava ad affermarsi nei cambiati equilibri geopolitici del pianeta, equilibri sempre precari a motivo della continua lotta per il potere che le “divinità” volevano ognuna per sé.
Di conseguenza non appare inopportuno supporre che il mito greco della Titanomachia, in cui si racconta di una guerra globale combattuta tra Zeus e la sua parte da un lato e i Titani che intendono spodestarlo dall’altro lato, non sia che una versione greca del Mito di Anzu, mito che, a nostro avviso, non avrebbe avuto origine in Mesopotamia, rappresentando questa terra soltanto una delle tante aree geografiche in cui le storie vennero raccolte e conservate di solito presso la reggia. Di tale abitudine si ha testimonianza all’epoca dell’ illuminato re Assurbanipal, che si vantava di aver raccolto nella sua biblioteca testi del periodo antidiluviano. I testi erano stati raccolti dai numerosi luoghi conquistati dal colto re assiro, la cui complessa scrittura egli si vantava di aver imparato a leggere, ed era ancora motivo di vanto per Tolomeo, che in Egitto costituì la famosa biblioteca di Alessandria.

Nel Mito di Anzu, dunque, e nella Titanomachia, la guerra viene combattuta tra dèi in un territorio che coinvolge un’area geografica enorme e imprecisata, con il risultato finale in entrambi i miti, che la ribellione viene domata e ripristinato lo status quo. Nel mito sumero, come si è detto, Anzu è il nome del condottiero che mina il potere del dio del cielo Anu. Il nome Anzu, secondo il metodo interpretativo da noi messo in essere e che il lettore ormai conosce, significa colui che viaggia per il cielo, essendo il nome formato dall’unione dei lessemi an che significa cielo e zu, che indica moto per luogo, direzione; pertanto giunge significativo che Anzu, nel mito, venga appellato aquila, metafora giunta fino ai nostri giorni riferita all’aviazione militare. Nel racconto sumerico è lo scienziato Enki, la divinità sumera che abitava l’Abzu, cioè la placca tettonica africana di cui fa parte la Sicilia, che, come farà Archimede in seguito per combattere i Romani, inventa e fornisce le armi innovative, come diremmo oggi al condottiero della casata di Anu, Ninurta, o Ningirsu che appellare si voglia, per abbattere il potere smisurato che Anzu aveva acquisito con l’inganno, derubando il dio Enlil di non meglio specificate carte astronomiche e segreti di vario genere (la valigetta con cui vengono raffigurate le divinità sumere?), quando questi, che era uno dei suoi generali, aveva libero accesso nella stanza dei bottoni – ancora oggi nei momenti di crisi internazionale i presidenti delle nazioni viaggiano con una valigetta in cui pare che siano contenuti “i destini” del mondo, potendo provocare guerre catastrofiche per il pianeta. Non passi inosservato che nella terminologia sumerica si utilizza spesso il termine destini come equivalente di poteri.

Ora, nei precedenti studi avevamo dimostrato che Enki aveva la sua sede in Sicilia, nell’Abzu, nella parte sud occidentale del vulcano Etna, dove avrebbe costruito un laboratorio, essendo uno scienziato a tutto tondo. Pertanto, come abbiamo ipotizzato nell’articolo “Perché tutti si recavano in Sicilia”, i principi della terra erano costretti a recarsi presso lo scienziato se desideravano ottenerne i favori. Chi vi si recava con prepotenza, come nel caso di Minosse, rischiava di non fare più ritorno in patria. La morte di questo potente re cretese avvenuta fra le segrete stanze del re sicano Kokalo – sulla quale non si è indagato sufficientemente– perché avventuratosi con una potentissima flotta alla volta della conquista dell’isola divina, dovrebbe indurre gli studiosi a interrogarsi di quali forze si disponesse nell’isola.

LA VALLE DEL BOVE, IMPLOSIONE NATURALE O DISASTRO MISSILISTICO?

Dal racconto mitologico dell’evento disastroso – che consigliamo al lettore di ascoltare dal link sopra pubblicato prima di proseguire nella lettura della tesi qui proposta – evento non collocabile cronologicamente ed esposto in chiave allegoria, come era consuetudine fare in quella antica cultura, tecnica forse utile al fine di edulcorare eventi disastrosi che spesso hanno minato la stessa sopravvivenza della civiltà del pianeta Terra, appaiono chiari i riferimenti ad una guerra nucleare combattuta tra due fazioni opposte. È altrettanto evidente che l’obiettivo da colpire è il quartier generale (etneo?) di Anzu, il quale nel testo viene affermato trovarsi presso la inaccessibile Montagna. Emerge che, secondo i piani, l’obbiettivo una volta colpito e reso inoffensivo avrebbe condotto alla sconfitta del nemico e alla cessazione delle ostilità – una sorta di bomba di Hiroshima ante litteram? – . Si soffermi il lettore siciliano sul termine ‘A Muntagna’, che noi utilizziamo ancora oggi per indicare l’Etna. Per il siciliano l’Etna è ‘A Muntagna” per eccellenza e così chiamandolo non si incorre certo nell’ equivoco di scambiarlo per una montagna qualsiasi. Si noti ancora che nel testo sumerico, l’articolo determinativo utilizzato presuppone che i Sumeri facessero uso del nome nella stessa accezione. Del resto, osservando la Terra da qualsiasi satellite oggi in orbita, l’unica montagna ad essere individuata senza tema di creare confusione con le altre presenti nel pianeta, è ‘A Muntagna, l’ Etna. Ritenendo molto probabile che la montagna di cui parla il mito sumero si riferisca all’Etna, e che la devastazione che Enki provoca con la sua arma letale sia stata apportata ad essa, ci chiediamo se possa essere giustificata, utilizzando una buona dose d’immaginazione che al ricercatore è necessaria per costruire le sue ipotesi di lavoro, la tesi secondo la quale l’enorme depressione denominata Valle del Bove – la cui genesi è tutt’oggi oggetto di studi da parte dei geologi, ma che questi comunque ipotizzano che possa attribuirsi ad un periodo intorno ai sessantaquattro mila anni fa – possa essere la conseguenza dell’esplosione dell’arma costruita da Enki, forse appellato odhr (odranu/adrano) in Sicilia, ovvero il furioso, proprio nell’occasione di questo catastrofico evento. Una osservazione che sottoponiamo all’attenzione del lettore, sebbene di primo acchito possa apparire puerile, consiste nel fargli notare che la Valle del Bove si trova sul versante orientale dell’Etna e si presenta come un enorme cratere dai margini però non simmetrici. I margini del recinto craterico, infatti, si presentano inclinati, come se la montagna fosse stata colpita da un proiettile che proveniva da est e lanciato con inclinazione a quarantacinque gradi. Il proiettile non avrebbe perciò colpito la montagna in “caduta” libera, ma, “lanciato” da un mezzo in volo che proveniva da est (Medio Oriente?). Adottando un approccio laico all’analisi degli eventi che si sono verificati sul pianeta Terra nei millenni precedenti, con particolare attenzione alk’ area etnea, ecco che anche il famoso passo di Diodoro Siculo, in cui lo storico afferma che il popolo dei Siculi si insedió pacificamente nella zona orientale della Sicilia, trovata vuota di genti, si presta ad una nuova interpretazione: i Sicani avrebbero abbandonato l’enorme area etnea in seguito ai rumori di guerra che in quel tempo si susseguirono minacciosi. Se poi volessimo tracciare un parallelismo tra la compassione dimostrata da Enki verso una parte della popolazione mesopotamica mettendone in salvo una parte prima che il disastro del diluvio sopra giungesse, e quella del dio siciliano Adrano, a cui secondo il mito era stato dedicato un tempio alle falde dell’Etna, presso la città che porta il suo nome, dovremmo supporre che i Sicani avrebbero abbandonato l’area etnea avvertiti dal dio. Nonostante l’incredulità della ricostruzione qui tentata, ipotesi che farà storcere il naso a molti studiosi che comodamente dai loro pulpiti preferiscono aggiungersi alla cordata della tesi canonizzata, riteniamo che non possa più mettersi in discussione l’esistenza di civiltà antidiluviane che si sono avvicendate nel corso dei quattro miliardi e cinquecento milioni di anni da che la Terra si è formata. Queste civiltà del resto hanno lasciato strutture oggi non facilmente riproducibili, nonostante le avanzate tecnologie di cui gli scienziati dispongono. Come ignorare ancora il rinvenimento di quegli oggetti definiti fuori dal tempo ? Questi, secondo la canonizzata cronologia della frequentazione dell’uomo sul pianeta, non dovrebbero esistere. Basti qui far accenno alle impronte fossilizzate di piedi umani datate a milioni di anni fa ritrovate in più aree geografiche del pianeta. Pertanto concludiamo il nostro excursus con la ovvia deduzione che la Sicilia orientale possa essere stata sede di una civiltà avanzatissima, di cui un Archimede e un Majorana non rappresentano che gli eredi più conosciuti. A noi Siciliani che dopo e prima i due illustri scienziati sopra citati la divina isola abbia dato ospitalità a esoteristi, astronomi, alchimisti della portata di un Fibonacci e di un Michele Scoto, non desta meraviglia alcuna.
Ad majora.

Francesco Branchina