Comunicato stampa

Calatabiano: testimonianze greche

Brochure

Domenica prossima 13 ottobre alle ore 10,00 si concluderà a Calatabiano l’evento “I greci nella valle Alcantara e nelle terre dell’Etna”, la settima e ultima tappa dell’itinerario sarà organizzata dell’Associazione Culturale Trinacria diretta da Gaetano Tradito, in collaborazione con la società “Castello di Calatabiano srl”, rappresentata dalla dott.ssa Giusy Bosco, amministratore unico della società che gestisce il Castello. È stato possibile realizzare l’itinerario grazie a un protocollo d’intesa siglato dalle 11 associazioni che hanno aderito al progetto “Welcome to Alcantara valley – Etna”, ideato dal prof. Giuseppe Carmeni. L’evento gode del patrocinio: del Parco archeologico di Naxos Taormina, del Parco Fluviale dell’Alcantara, del Parco dell’Etna, della candidata Riserva della Biosfera UNESCO delle valli fluviali dell’Etna, della Curia di Acireale e dei Comuni di Adrano, Bronte, Calatabiano, Francavilla di Sicilia, Giardini Naxos, Maletto e Randazzo. Sarà una passeggiata archeologica alla ricerca delle tracce lasciate dalla cultura ellenica, lungo il percorso gli ospiti incontreranno autorevoli studiosi che renderanno visibile l’invisibile e personaggi storici in costume antico che guideranno i visitatori in un viaggio fantastico nel tempo alla scoperta dei greci. L’itinerario non è difficoltoso ma si consiglia però un abbigliamento adeguato con scarpe comode, il percorso è di 600 metri circa, con un dislivello di 160 metri. Il raduno è previsto in via Alcantara presso il parcheggio del Castello di Calatabiano. Dopo i saluti istituzionali, la visita inizierà dal nuovo Antiquarium dove la dottoressa Maria Teresa Magro, funzionaria della Sovrintendenza dei Beni Culturali e Ambientali di Catania, illustrerà la memoria materiale rinvenuta nelle campagne di scavo condotte nell’area del Castello. Durante la salita al Castello è prevista una sosta nella chiesa del SS. Crocifisso, il monumento sarà presentato dal presidente Gaetano Tradito, gli studiosi Salvatore Rizzeri e Francesco Branchina faranno una breve dissertazione rispettivamente sugli antichi popoli della valle Alcantara e sulle imprese compiute da Timoleonte di Corinto in Sicilia. Prima dell’arrivo al castello il prof Giuseppe Carmeni parlerà dell’origine del nome di Calatabiano, anche se molti pensano che sia di origine araba Kalaat-al Bian che significa (Rocca di Biano), ma Biano, come afferma l’architetto Daniele Raneri, è un nome proprio greco. Secondo la mitologia greca era uno dei nove Cureti che hanno protetto l’infanzia di Zeus. Biano ci condurrà in modo ideale sull’isola di Creta, la dove esisteva una importante polis di nome Biannos. Le sorprese non finiscono qui perché i visitatori incontreranno anche il famoso poeta ellenistico Callimaco di Cirene, una sacerdotessa di Zeus e Pietro Rizzo, il noto studioso di Naxos di fine ottocento, i personaggi saranno interpretati dagli attori Francesco Papa, Sara Pulvirenti e Giovanni Bucolo del laboratorio cinematografico e teatrale Naxos Entertainment. La passeggiata si concluderà in cima alla collina di Calatabiano, dove ad attendere gli ospiti ci saranno l’architetto Daniele Raneri, profondo conoscitore del castello e il naturalista Enzo Crimi, già commissario del Corpo Forestale della Regione Sicilia, il quale racconterà il paesaggio e la natura della foce dell’Akesines, l’attuale fiume Alcantara, nell’età greca. Si ricorda che la visita guidata e drammatizzata è gratuita, si pagherà solo l’ingresso al castello € 3,00, vi aspettiamo numerosi per riscoprire le nostre antiche origini e la nostra identità culturale.

Giardini Naxos 04.10.2019

Il coordinatore dell’evento “I greci nella valle Alcantra e delle terre dell’Etna”
Prof. Giuseppe Carmeni

Timoleonte: un greco sotto la protezione di un dio sicano.

“In quel tempo (Timoleonte) se
la passava tra gli Adraniti in garanzia
del Nume (Adrano)”
.
Plutarco, Vita di Timoleonte.

Fa spece constatare che a interessarsi di un evento storico così importante, quale è stato quello che vide una guerra di liberazione delle città sicule, dalle tirannidi da cui erano vessate, sia stato un greco d’oltremare, Plutarco, piuttosto che un greco di Sicilia. Diodoro, storico che ebbe i suoi natali ad Agira, città della provincia di Enna, nella sua corposa Biblioteca Historica dedica pagine e pagine alle mitiche storielle dell’Asia, alla regina Semiramide, alle Amazzoni e al mito di Eracle, e sorvola, quasi, su episodi decisamente significativi per la storia isolana quali furono I fatti riconducibile al 344 a. C., eventi che videro protagoniste prestigiose città della Sicilia. Tocca dunque a noi, seppur distanti millenni dai fatti storici di cui tratteremo, leggendo tra le righe del racconto plutarcheo, il compito di tentar di fare chiarezza su ciò che è stato omesso  o non sufficientemente chiarito, intorno ai fatti salienti di quel momento decisivo della politica isolana. Nel corso della tentata ricostruzione che faremo dei fatti e dei luoghi citati da Plutarco, vanno considerati tre aspetti fondamentali: lo storico greco non conosceva il luogo ove si svolsero i fatti da lui raccontati; mise per iscritto i fatti da lui raccontati quattro secoli dopo che questi si erano svolti; gli premeva mettere in evidenza più le gesta dell’eroe suo connazionale che le vicende siciliane.

Timoleonte a Taormina.

La componente sicula dei  killiroi (Cilliri) e dei Gamoroi –  vedi l’articolo –  che non era scomparsa dopo il colpo di stato perpetrato da Archia, ospite del magnanimo principe siculo Iblone nel 723 a. C., ma era stata relegata all’opposizione politica dopo la presa del potere di Archia, approfittando del momento politico favorevole, chiese alla città di Corinto, città che come altre poleis greche aborriva l’odioso istituto della tirannide, di inviare un contingente di uomini in soccorso dei democratici di Siracusa che si opponevano all’inviso Dionigi il giovane il quale, seppur migliore del padre e in odor di filosofia, rappresentava pur sempre, l’emblema della tirannide. Il senato corinzio si trovava da anni in un grande imbarazzo poiché, come racconta Plutarco, il rampollo di una delle famiglia più in vista della città, se da un lato aveva salvato Corinto dall’istituto della tirannide, contribuendo ad eliminare il responsabile del tentativo di instaurarlo, dall’altro era incorso nel delitto familiare, essendo l’aspirante tiranno proprio il fratello. L’ambasciata siciliana arrivava dunque quanto mai opportuna; nessun uomo meglio di Timoleonte poteva essere garante della democrazia e, inviandolo in Sicilia, Corinto si sarebbe liberata di un peso. Giunto in Sicilia, la prima città che accolse il condottiero corinzio fu la sicula Taormina governata da Andromaco, considerato il primus inter pares secondo le democratiche istituzioni sicule.

Alla volta della sacra città di Adrano.

Timoleonte però, per essere dichiarato la guida di una coalizione di città, aveva bisogno dell’investitura ufficiale di ‘Dictator‘. Questa investitura, che doveva avvenire attraverso il rito della consacrazione, (vedi l’articolo “Gli dèi Palici e le sacre sponde del Simeto. Ducezio principe e sacerdote) poteva avere valore soltanto se sancita nella città “sacra”, come la definisce Plutarco, di Adrano e poteva essere conferita al Duce soltanto dal pontefice massimo responsabile del culto tributato al capo della stirpe dei siciliani, Adrano, ovvero l’avo primordiale. Purtroppo vi era un piccolo problema: la città di Adrano, in quel momento era sotto l’influenza politica di Siracusa la quale, nell’acropoli, aveva installato una propria guarnigione militare. Tuttavia il contingente  siracusano formato da molti mercenari campani pronti a vendersi al migliore offerente, fu facilmente debellato e Timoleonte poté entrare in città sotto i  migliori auspici. Il primo atto del condottiero, una volta accolto nella città sacra, fu quello di rendere onore al dio Adrano che, secondo l’interpretazione degli auguri adraniti e della stessa convinzione del corinzio, lo aveva aiutato durante lo scontro col nemico svoltosi presso le mura della città di Adrano.

Il tempio del dio Adrano o l’ara degli dei Palici?

A questo dilemma ci sottopone il racconto plutarcheo circa il luogo dove sia avvenuta l’investitura del condottiero. Il motivo per cui ci soffermiamo su un particolare che ad una superficiale analisi potrebbe essere considerato irrilevante, è dovuto al fatto che, chiarendo questo episodio, si potranno meglio comprendere la concezione del sacro, le istituzioni politiche e l’etnia di appartenenza della prisca stirpe dei Sicani, primi abitatori dell’isola. Naturalmente, soltanto ad un ricercatore che abita e conosce  le nostre contrade può essere concesso di cogliere le piccole incongruenze del racconto plutarcheo, che, se da un lato nulla tolgono e nulla aggiungono alla bontà del racconto, dall’altro lasciano, se chiarite, meglio interpretare, come sopra affermato, gli aspetti del sacro che caratterizzarono il vetusto territorio adranita. Siamo certi che nella parte del racconto in cui si fa riferimento all’investitura militare e alla consacrazione di Timoleonte,  lo storico abbia fuso in uno due episodi svoltisi in luoghi e tempi diversi. Probabilmente i due diversi riti celebrati per imprimere i crismi della sacralità e, dunque, di una guerra santa condotta dal “Dux” consacrato, si svolsero in due aree sacre diverse: una si trovava dentro le mura, ed era quella ove insisteva il tempio del dio Adrano, l’altra si trovava fuori le mura presso il fiume Simeto, ove insisteva l’ara degli dèi Palici. Nella prima, a nostro avviso, si svolse la consacrazione del guerriero che diventava il braccio armato del capo della stirpe sicula, nella seconda avveniva l’investitura politica e il riconoscimento di Dux da parte dei rappresentanti delle città che partecipavano alla missione di liberazione dalle tiranidi.

L’ara degli dei Palici

Siamo giunti a queste conclusioni sulla base dei precedenti studi, pubblicati su diversi siti che si occupano della materia e su saggi gratuitamente fruibili, studi che ci hanno indotto a ritenere nord europee le origini  del popolo sicano. Tali origini, come spiegheremo sotto, risulteranno congrue con le prassi tradizionali sicule che emergono dal racconto dello storico di Cheronea nella “Vita di Timoleonte“. Descrivendo fin nei particolari l’attentato che il Duce avrebbe dovuto subire durante la sua investitura, ad opera di due prezzolati sicari venuti da Lentini, per fortuna sventato da un terzo Lentinese, lo storico di Cheronea afferma che quest’ultimo, dopo aver calato un fendente sul capo dell’ attentatore, salvando involontariamente la vita a Timoleonte, salì su un’alta rupe che era li vicino e si strinse all’ara, (l’ara era dunque all’aperto) chiedendo la protezione degli dèi e di poter raccontare il motivo della sua azione.

Ara dei Palici

Non solo risulta difficile immaginare un’alta rupe accanto al tempio del dio Adrano, edificio che doveva essere stato edificato in un ampio spazio e che la tradizione orale vuole trovarsi nel luogo ove attualmente sorge la Chiesa Madre, anzi, le dodici colonne della navata, secondo la stessa tradizione, sarebbero ciò che resta dell’antico tempio (vedi l’articolo: “Dove è finito il tempio dell’Avo Adrano?), ma chi ha visitato l’ara degli dèi Palici, formata da un grande masso di arenaria che si trova sul greto del fiume Simeto, non ha difficoltà ad immaginare la scena raccontata da Plutarco svolgersi proprio in quel luogo.

A quanto fin qui sostenuto, si aggiunga il particolare, non poco trascurabile, in cui lo storico afferma che l’uccisore del sicario si strinse all’altare e da questo inviolabile luogo invocava l’immunità. Questo particolare ci riporta a quanto afferma Diodoro nella sua Biblioteca Historica. Nel capitolo in cui lo storico di Agira descrive il rito e l’architettura del tempio dei Palici di Palagonia, emerge che presso il tempio degli dèi Palici trovavano rifugio i servi che fuggivano dai padroni e i malfattori che cercavano l’immunità. Plutarco continua il racconto della vita di Timoleonte affermando che, alcuni astanti sosteneva che era vero quanto affermava  l’omicida andava circa le motivazioni del suo gesto. I dettagli messi in evidenza da Plutarco e da noi raccolti, ci riportano all’idea che nel luogo ove avvenne il mancato attentato, vi era in corso una assemblea e che questa si stava svolgendo in un ambiente all’aperto, in uno scenario agreste dove non mancavano rupi e dove era possibile che gli astanti fossero armati e schierati. La presenza, in questa occasione, di molti partecipanti venuti dalle città vicine, cui fa riferimento Plutarco, ci induce a immaginare che la scena descritta dallo storico, sia quella dello svolgimento di un’assemblea passata alla storia col nome di simmachia ovvero la coalizione delle città libere della Sicilia, qui riunite in arme per acclamare il ”Duce” e seguirlo nell’impresa che prevedeva la cacciata dei tiranni e dei Cartaginesi dall’isola. Un ulteriore indizio ci induce a credere che nel formulare questa possibile ricostruzione siamo nel giusto. Questo indizio prende corpo dalla tesi secondo la quale la cultura sicana trae le sue radici da quella nord europea. Se fosse così, allora si vedrebbe una origine comune con i riti d’investitura che si svolgevano presso i popoli del nord Europa. In Svezia, per fare un esempio, territorio in cui abbiamo trovato sostanziali affinità con l’antica cultura sicana (vedi il saggio “dalla S(I)cania alla Sicania) i re si recavano nella prateria di More, presso la città sacra di Upsala. Qui, in una valle, vi era una grande roccia nella quale i re salivano per ricevere l’investitura ed essere acclamati dal popolo in arme rumoreggiante.

Il tempio adranita a Siracusa (?).

Poiché gli storici greci avevano il vezzo di non mettere troppo in evidenza la cultura degli autoctoni, e Plutarco non fa eccezione, non potendo fare a meno di omettere che Timoleonte si ritenne un protetto del dio Adrano che per ben due volte, nei pressi della città eponima, gli aveva mostrato la sua protezione, afferma che, divenuto signore di Siracusa, fece costruire presso la sua reggia, un tempio dedicato alla divinità sicula che Plutarco genericamente definisce Fortuna, la quale, come detto, lo aveva protetto fin dal momento in cui aveva messo piede nel territorio dell’Avo primordiale, Adrano. Senonché, duecento anni dopo la presa di Siracusa da parte degli alleati, ritroviamo quale genero del tiranno siracusano Gerone II, un certo Adranodoro. Questi, per dignità, come afferma Tito Livio nella storia di Roma, era secondo soltanto al tiranno. Non si fa perciò fatica ad immaginare quale carica potesse ricoprire Adranodoro nella polis più potente dell’isola: era il pontefice massimo. Dal momento che gli Adraniti fra gli altri, seguirono Timoleonte a Siracusa, è plausibile immaginare che vi fossero sacerdoti Adraniti addetti al culto che si svolgeva nel tempio che Timoleonte aveva fatto erigere preso la sua reggia. Ma uno con il nome di Adranodoro, non poteva essere che il ministro del culto esercitato nei confronti dell’Avo Adrano. Altri indizi ci portano a formulare la tesi testé sostenuta: appena cinquant’anni dopo la morte di Adranodoro, Cicerone, che ben conosceva la Sicilia per essere stato pretore e che proprio a Siracusa aveva soggiornato, ci fa sapere attraverso il famoso processo intentato a Verre, che I Siculi dei paesi limitrofi si recavano a Siracusa per rendere onore ad un dio chiamato Urio, divinità ‘antichissima’ che gli isolani avevano in grande onore e che la statua, trafugata successivamente da Verre, aveva la posa di guerriero, tanto da essere definita, in un altro passo del processo, statua di Giove imperatore. Era questa, a detta di Cicerone, uno dei  tre esemplari che rappresentavano la medesima divinità, più “antiche” del mondo. Ora, non si fa fatica a realizzare che l’aggettivo Urio fosse riferito ad Adrano. Infatti Ur, nella lingua germanica, lingua che secondo la nostra tesi era parlata dai Sicani (vedi l’articolo “jam akaram, la lingua dei Sikani“), significa antico, primordiale, mentre il sostantivo Ano che segue l’aggettivo odhr (furioso) , nella stessa lingua significa Avo, antenato, dunque antico.

Ad majora.

Sulle tracce dello Sciamano: Rifugio Cassataro

“Cantami o Musa, degli uomini che vissero in questa valle e attinsero da essa le primordiali forze che il lavico suolo ancora potenti riverbera”. Inizierebbe forse così una ipotetica ricostruzione di vita quotidiana dell’uomo del neolitico, l’Omero che mancò ai prischi Sicani abitatori delle sponde del Simeto, fiume della Sicilia orientale che sulle sue rive ospita antichi luoghi di culto ancor visibili seppur nascosti. La presenza di dolmen, pitture rupestri, spirali megalitiche, altari intagliati sul masso e, ancora, laghetti, cascate, pareti a strapiombo che fanno da argini naturali alle furiose acque del fiume nei piovosi mesi d’inverno, sembrano aver cristallizzato un paesaggio che non è mutato negli ultimi diecimila anni.

Riparo Cassataro. La parete di destra è quella in cui vi sono le pitture in ocra rossa.

Il seguente articolo, necessariamente poco scientifico per la tematica trattata, più che proporre al lettore nuovi indizi che possano testimoniare la bontà delle tesi spesso da noi sostenute intorno alla religiosissima ‘gens’ sicana, come tradisce il significato che abbiamo attribuito al nome Sicano (sich-ano, tradotto verbum pro verbo equivale a se-avo, liberamente traducibile con ‘colui che è consustanziale all’ avo’, che ne è l’erede legittimo), ha natura speculativa, raccogliendo emozioni e intuizioni dovute, probabilmente, allo stato di empatia in cui ci si ritrova venendo a contatto con il territorio della contrada Picone nel quale  insiste il riparo Cassataro. Poggiando le mani sulle pitture parietali e il cuore sul paesaggio circostante, capita all’osservatore di dismettere gli abiti dell’uomo tecnologizzato per indossare i panni dello sciamano che si immagina aggirarsi col suo tamburo in questo luogo, supponendo nel contempo, che a lui vadano attribuite le pitture sulla parete di arenaria come esposto nel precedente articolo: ” Lo sciamanesimo. Il neolitico tra Etna e Simeto” .

Edicola votiva con croceed iniziali ricavato nel calcare nei pressi del Riparo Cassataro.

Abbiamo altresì tentato di riprodurre nella nostra immaginazione, osservando la morfologia del luogo e confortati dalla presenza di tracce geologiche, come poteva presentarsi questo luogo nel quale lo sciamano produceva I suoi stati  di esaltazione e di rottura dello stato di coscienza, atti a farlo entrare in una dimensione altra, per poi produrre le celeberrime pitture rupestri, prima della parziale desertificazione verso cui la Sicilia si è irreversibilmente avviata.

La notevole distanza che intercorre tra le due sponde del fiume, adatte a contenere le copiose acque invernali del Simeto presso il luogo dove sono riprodotte le pitture sulle pareti, formate da due enormi sassi appoggiati l’uno sul l’altro, dopo essere rotolati dall’alto e che riproducono la forma dell’utero Materno, dove ritornare per ristabilire il contatto con la dimensione extrafisica interrotta con la nascita, il fiume avrebbe dovuto avere una enorme portata, anzi, qui si sarebbe verosimilmente formato un golfo e proprio in questo golfo torreggiava la bianca  collinetta del Riparo Cassataro. Le labili tracce  di ceramica neolitica che il colono con il suo aratro ha sparso tutto attorno, testimoniano della millenaria antropizzazione del luogo. La rara presenza di ceramica sigillata suggerisce che il luogo sia stato frequentato ininterrottamente fino ad epoca romana ed ancora fino ad oggi lo è. L’antropizzazione del luogo intercorsa senza una soluzione di continuità fino ai giorni nostri appare ovvia, essendo questa area agricola rimasta a seminativo fino al dopoguerra e per le sue caratteristiche dovette contribuire a costruire l’appellativo che definiva la Sicilia granaio dell’impero romano.

Ampia grotta a pochi metri dal Riparo Cassataro.

Condividiamo quanto ebbe ad affermare Mircea Eliade, autore di molte intuizioni concernenti la sfera del sacro, che nel luogo in cui si sarebbe verificata l’epifania del sacro, in qualche modo, il culto si sarebbe perdurato nel tempo, anche se in quello stesso luogo si fossero alternate civiltà portatrici di differenti concezioni religiose. Le differenti civiltà, susseguitesi, avrebbero tuttalpiù mutato i riti e i nomi al divino manifestato, come si può constatare dalla conversione di templi pagani in chiese cristiane e queste, a loro volta, in taluni casi, in moschee e di moschee in chiese. Pochi metri più in là del riparo Cassataro, infatti, una nicchia scavata nell’arenaria con incisa sul bianco masso una croce sottostante, tradisce la sensibilità religiosa del proprietario del podere che, accanto al simbolo di culto non poté fare a meno di lasciare ai posteri pure le iniziali del proprio nome. Alla pratica dello sciamano, dunque, millenni dopo, per via indipendente, si era sostituita quella di  un uomo che, in quel luogo, seppur in modo diverso, aveva avuto la percezione del divino.

Il ritorno all’utero materno.

Pochi metri più in giù dello scomodo incavo denominato Riparo Cassataro, sul cui lato si appoggia la parete sulla quale, dipinti con ocra rossa si trovano le criptiche figure non ancora collocate con certezza dagli studiosi in un preciso arco temporale, vi è una grotta molto ampia dalla volta alta, molto comoda al punto che, nel secolo passato, essa era stata adattata a mangiatoia per asini e muli di cui vi è visibile traccia. L’ampia grotta non reca al suo interno alcun segno di pitture né di incisioni; quella grotta, pur essendo molto comoda, o proprio per questo, non era stata ritenuta adatta dallo sciamano per intraprendere i suoi viaggi extra corporei. In essa, il nostro, non riusciva a provocare quella necessaria rottura di livello tra lo stato sensibile e quello spirituale del proprio essere. Da ciò si comprenderà  la risposta fornita da uno sciamano Dakota ad un suo intervistatore meravigliato della scelta di luoghi impervi per gli stati di trance: “Sono I luoghi che scelgono gli uomini e non viceversa”. Che certe grotte venissero scelte dai sensitivi perché rappresentavano la metafora dello stato embrionale dell’uomo è possibile solo congetturarlo. Certo è, che il Riparo Cassataro, come sopra affermato, ha la caratteristica di avere la forma di un utero e quella di essere costeggiato  dal fiume, – quasi che questo formasse il liquido amniotico che nutre e protegge il feto-. A questi metaforici simbolismi cui si richiamava lo sciamano del Simeto, avrebbe potuto aggiungersi tutt’attorno la presenza di una ricchissima vegetazione, – oggi convertita in gran parte in frutteti- in parte ancora oggi apprezzabile e che un tempo potrebbe essere stata boschiva.

Gli sciamani dell’Etna.

Occhio impresso su ceramica neolitica. Museo di Adrano.

Allo stato attuale delle ricognizioni archeologiche effettuare lungo le due rive del fiume Simeto, colpisce il fatto che siano stati ritrovati soltanto i frammenti di due scheletri appartenenti ad epoca neolitica, entrambi dipinti con ocra rossa. Uno di questi è stato ritrovato nel territorio di Adrano, l’altro in quello di Paternò, rispettivamente in C.da Fontanazza e Trefontane; I due luoghi si trovano non lungi dalle pitture del Cassataro, il quale oggi fa parte del territorio di Centuripe. La tomba ritrovata in C.da Fontanazza presso Adrano, limitrofa, come affermato, al Riparo Cassataro, ha la forma ellittica. Un’ansa a forma di doppia spirale, è stata ritrovata in contrada Tabana, anche questa poco distante da Fontanazza, mentre a Trefontane, una contrada presso Paternò dove è stato ritrovato il secondo scheletro ocrato, è stato rinvenuto un reperto assai curioso, si tratta di in un lungo collo con in cima una testa che, secondo la descrizione della dottoressa Maniscalco che esegui I saggi di scavo, appariva come una via di mezzo tra la testa di un uomo  e quella di un animale, il collo portava una lunga incisione ( un sacrificio per sgozzamento ?). Se si trattasse di una figura teriantropica, sarebbe l’unico caso di manufatto di questo tipo; infatti di solito, le figure teriantropiche sono presenti sotto forma di dipinti parietali. Potrebbe però trattarsi di una figura che riproduce un sacrificio per sgozzamento e nell’intenzione dell’artista vi era la volontà di riprodurre la smorfia di dolore della vittima. Comprendiamo bene che questa ultima interpretazione, considerato che si parla di reperti neolitici, possa apparire assai azzardata sebbene, osservando la precisione stilistica con cui sono state tracciate le figure incise nelle pareti della  grotta dell’Addaura, a Palermo, che risalgono al Paleolitico, un dubbio sulla presunta rozzezza stilistica dei nostri antenati preistorici rimane legittimo. Tutte interpretazione rispettabili quelle esposte, ma nessuna di esse può essere suffragate da prove. Da parte nostra intendiamo limitarci soltanto ad esporre delle intuizioni; una di queste intuizioni ritiene che un fenomeno universale, quale è quello dello sciamanismo, non può non avere interessato il territorio etneo, il quale più d’ogni altro, a motivo dei ben noti fenomeni legati alla presenza del vulcano, provoca noti fenomeni di magnetismo.

A questi fenomeni, individui particolarmente sensibili, avrebbero potuto dare risposte fisiche e iperfisiche, come dimostrano nuove discipline scientifiche quale l’archeoacustica. Ne sarebbe  prova, a nostro modo di vedere, che qui, e non altrove, venne edificato il tempio del dio nazionale Adrano. Qui, in questo territorio alle falde del vulcano, ricchissimo di sorgenti, cascate e vegetazione, per dirla con Mircea Eliade, si sarebbe potuta realizzare la più importante manifestazione del sacro.

L’uomo che vede

Statua magica – MANN – Basalto. Epoca Tarda (664-332 a.C.). Collezione Borgia, inv. 1065

Il significato che si attribuisce al  termine sciamano è, generalmente, quello di colui che sa, che conosce. Noi, in virtù del  metodo interpretativo messo in atto e  che i lettori ben conoscono, lo traduciamo con ‘la mente che vede’ essendo il nome saman composto da sa vede, dal verbo sehen e mn mente. Il termine samana in India viene conferito ai neofiti che intraprendono la via dell’ascetismo. Esaminando I reperti archeologici ritrovati nell’ampio territorio etneo, risalenti al periodo neolitico, si rimane stupefatti dalla inusitata frequenza con cui si trova riprodotto un occhio cigliato stilizzato. Il suddetto occhio è riprodotto secondo lo stile della impressione su ceramica. Si tratta di un occhio stilizzato, realizzato attraverso la figura geometrica del rombo, a volte con due rombi concentrici, l’uno, più piccolo, che funge da pupilla, Inscritto nell’altro, a volte un rombo e un punto al centro di questo,

Poiché l’uomo ha sempre avvertito l’esigenza di trasmettere ai posteri, ma anche ai contemporanei, una propria rappresentazione del mondo esteriore ed interiore attraverso il simbolismo, ci chiediamo quale concetto si intendesse veicolare con la produzione di “un” occhio, forse che vi fossero individui particolarmente carismatici che erano in grado di vedere cose  che ad altri non era concesso  vedere? Si intendeva veicolare la metafora della presenza di un terzo occhio non fisico, quello della mente? Il mito collegato al Dio Apollo e al dio Pán proprio a questo si riferisce: Apollo, derubando Pán del suo terzo occhio, acquisisce il dono della veggenza. Quanto da noi ipotizzato per semplice intuizione, diventa plausibile se si considera che la pratica sciamanica è universalmente considerata l’arte di entrare nel mondo dell’invisibile. Ecco, dunque, che il concetto di vista entra a far parte del campo semantico dell’aldilà, di una dimensione altra, in cui I semplici organi umani della vista non sono sufficienti per sbirciare.

Il compito dello Sciamano.

Statua magica retro.

Al ritorno dal suo viaggio, va osservato che  lo sciamano non ritorna più’ colto, ně più saggio, ma egli ha semplicemente soddisfatto a un compito che il suo ruolo sociale gli ha imposto, egli ha portato a compimento una missione. Il viaggio sciamanico nel mondo dell’invisibile ha dunque lo scopo di indagare, ‘vedere’ e comprendere la causa che ha destabilizzato il mondo visibile abitato dagli uomini e, nei limiti del possibile, contrastarla. Perciò lo sciamano può essere definito un tecnico dell’invisibile. Il prestigio di questo operatore che si destreggia tra le forze che albergano nel mondo extrafisico consiste, dunque, non tanto nella sua capacità di compiere il viaggio nel mondo ultrafisico ove operano forze diverse rispetto a quelle che agiscono sulla terra e tuttavia in grado di influenzarle, – viaggio che sarebbe stato possibile compiere a chiunque avesse fatto  uso di droghe, erbe psicogene o altri mezzi-, ma nella capacità di ristabilire l’armonia interrotta contrastando le forze che hanno causato la disarmonia. Per realizzare ciò, lo sciamano avrebbe dovuto interagire con gli elementi extrafisici che erano stati la causa della destabilizzazione. Il ruolo dello sciamano era, perciò, quello di intervenire tutte le volte che incombeva uno stato di disarmonia, a lui erano affidati il benessere e la prosperità del consorzio umano e della natura in cui questo era immerso. Tutte le culture del mondo hanno conosciuto la figura dello sciamano, anche se gli hanno dato nomi diversi, per poi liberarsene in tempi moderni. In Persia erano chiamati maghi, in Palestina profeti ecc. Infatti, esaminando il comportamento, ben descritto in 1Re XVIII 41,46, tenuto dal profeta Elia con il  suo abito di pelle di capra, che invocando la pioggia poneva fine alla siccità – tacerò in questa sede della resurrezione del figlio della vedova provocato da Elia e descritto in 1Re 17, che trova anch’esso analogie nelle guarigioni sciamaniche — chi non vi trova una analogia con la danza della pioggia ancora praticata in talune aree geografiche della terra, da tribù che non hanno perso il rapporto con la natura e le forze che la governano?

Ad majora.

La Grande Metafora Del Potere: Siculi E Sicani.

Nell’eterno gioco delle istituzioni, il potere rappresenta quell’elemento catartico di cui il popolo si serve per investire qualcuno delle proprie responsabilità. Pertanto, con riferimento alla nota metafora, si ottiene che il gregge elegge il proprio pastore o, nel caso che qui tratteremo, il proprio mandriano. Ma il popolo avvertì nel proprio intimo la presenza di un dualismo, che attanagliava il proprio essere e senti l’esigenza di affidare a due poteri ben distinti la gestione del cosmo: al potere sacerdotale la parte invisibile, a quello regale la parte tangibile.

Questo brevissimo articolo che riprende il leitmotiv del significato da attribuire all’etimo sicano e a quello di siculo, non si offre al lettore senza una certa difficoltà di accettazione, se egli non ha metabolizzato i precedenti articoli che vi fanno riferimento. Infatti, in questo nuovo contributo non faremo ritorno, per necessità di sintesi, alle tesi che afferiscono alle origini nord europee dell’etnico sicano e siculo. Tuttavia, semplificando la questione per chi non avesse sufficientemente tempo per la lettura, poiché quanto affermato sopra intorno alla suddivisione dei poteri spirituale e materiale, risulta evidente dall’organizzazione sociale che le diverse culture si sono date in tutto il mondo, possiamo universalizzare tale atteggiamento antropologico e attribuirlo pure ai primi abitatori della Sicilia. Ma chi furono i primi abitatori della Sicilia? Quale era il loro nome? Secondo quanto viene affermato da Tucidide nel libro VI della “Guerra del Peloponneso” , i popoli che si contendono il primato sono quello dei Ciclopi e quello dei Sicani; secondo lo storico taorminese Timeo, i Sicani sarebbero stati autoctoni. Ma facendo leva su una affermazione riscontrata in Tacito nel corso della descrizione che egli fa della miriade di tribù germaniche che abitavano una vasta area dell’Europa, potremo utilizzare per comparazione, quanto sostenuto dallo storico latino nel suo trattato ‘Germania’ per elaborare una ipotesi interpretativa di come possano aver avuto origine gli etnomi di cui ci occuperemo più giù.

I Germani
Tacito afferma che il popolo dei Germani deve il proprio nome a quello di una piccola tribù la quale, con ogni probabilità senza ricercarlo, fece sì che, grazie al significato simbolico dell’attributo loro apposto, questo venisse successivamente esteso all’intero popolo. Tacito era meno attento al significato dei nomi rispetto a Plutarco come si evince dal suo trattatello questioni romane in cui, in un nobile salotto si fanno le pulci al significato del nome Carmenta, e non si curò pertanto, di capire il processo secondo il quale l’appellativo apposto ad una singola tribù si fosse esteso all’intero mondo germanico; ma noi, poiché ritorna utile l’indagine sul significato dell’etimo, non ometteremo di indagare ed esporre la nostra ipotesi sul significato che veicolano i singoli attributi, convinti come siamo, che nel nome si celi la funzione sociale svolta da chi lo porta. Nella lingua germanica ‘ger’ significa lancia e la lancia era sinonimo di potere e combattività. È evidente che, fra tutte le tribù che costituivano il popolo etnicamente omogeneo che non aveva ancora un nome che lo contraddistinguesse come popolo, in quanto non aveva sviluppato quel concetto di unità, nell’accezione politica che viene attribuita oggi, la tribù dei Germani, essendo quel gruppo umano la cui vocazione era quella di imporre (o difendere) con le armi la propria visione del mondo, infatti ger-mann significa uomini con la lancia, fosse quello che meglio rappresentava tutti nel contesto storico che esamineremo più giù. Non avendo in nostro possesso dati certi che confortino l’ intuizione sopra esposta, ci sembra verosimile la ricostruzione secondo la quale l’attributo di Germann venisse esteso all’intero popolo, sommatoria del pulviscolo di tribù, in seguito alla minaccia sopraggiunta da popoli invasori non identificabili etnicamente con il proprio. Non è da escludere, a motivo della forza d’urto che non ha avuto precedenti nella storia, che il popolo straniero che i Germani considerarono il più pericoloso per l’unità nazionale, fosse quello romano. Infatti, nel corso delle nostre ricerche non abbiamo riscontrato fonti storiche, prima che lo facesse Tacito, che definissero la moltitudine delle tribù protogermaniche appunto Germani. Vi è nelle Storie di Erodoto un riferimento ai Germani al servizio del re Ciro in Persia (lib. I, 125), ma ci è parso che lo storico facesse riferimento ad un gruppo di mercenari o emigrati appartenenti ad una delle tante tribù germaniche, la stessa a cui si sarebbe riferito Tacito quattro secoli dopo. Infatti nel passo tradito, i Germani vengono citati da Erodoto assieme alle tribù persiane sottoposte al re. L’ azzardo interpretativo dell’evoluzione del nome di una tribù in un etnico, avvalorando ulteriormente quanto viene affermato da Tacito, é motivato dal fatto che per la prima volta, quasi tutte le tribù germaniche si sollevarono unitariamente contro un nemico comune, quello romano, facendo assumere alla sollevazione le caratteristiche di una guerra nazionale contro l’invasore instillando nel popolo minacciato, attraverso il sollevarsi di una sola voce, il primo concetto di unità, di nazione, di omogeneità culturale secondo i canoni moderni. Si avvertì forse in quelle circostanze, e per la prima volta in quel consorzio umano, l’esigenza di esprimere con un solo attributo l’essenza di un intero popolo.

I Sicani e i Siculi.
Se applichiamo agli abitanti della prima ora che abitarono l’isola di Sicilia, la genesi dei nomi sopra descritta nel mondo germanico, col quale, tra l’altro, come emerge dai nostri precedenti studi, i primi abitatori della Sicania erano imparentati, potremo comprendere come si siano formati i due appellativi,, Sicano e Siculo, e per quale ragione, più dei tanti altri che erano presenti nell’isola: Ciclopi, Lestrigoni, Feaci ecc. essi abbiano lasciato una traccia mnestica indelebile nella storia dell’isola.
Rimandando chi volesse approfondire l’argomento sulla ipotesi, più volte affermata, della provenienza nord europea della lingua sicana, agli studi precedenti ed in particolare all’articolo “Jam akaram: la lingua dei Sicani”, in questa sede ci limiteremo a ricercare il significato etimologico degli etimi sicano e siculo che di per sé basteranno a chiarire le funzioni sociali che le due classi svolgevano nella società isolana. I Sicani, fino a quando la Sicilia fu omogeneamente abitata dal popolo che condivideva la medesima visione del mondo, avevano il compito di fornire alla società i funzionari addetti al culto dell’Avo, che nella lingua da loro parlata si traduceva con il sostantivo Ano riscontrabile tuttora nella lingua tedesca. Il sich-ano rappresentava colui che era il detentore della tradizione. Il pronome riflessivo sich, che significa sé, sé stesso, conferiva valore di immanenza al sostantivo Ano. La tradizione esposta anche in forma di rito, veniva vivificata dal sich-ano. Il sich-kuh corrispondeva al mandriano, da kuh vacca, ma veniva utilizzato metaforicamente in ambito regio per indicare il mandriano di popoli (frequenti i riferimenti al mandriano in questa accezione nell’Avesta il libro sacro dei Persiani) identificabile con il mansueto pastore di greggi di cristiana memoria; il sich-kuh rappresentava il braccio armato dell’Avo, colui che si impegnava a fare rispettare la tradizione, a proteggerla dalle orde barbariche che avrebbero potuto mistificarla apportandovi novità incompatibili.
Un parallelismo con quanto fin qui affermato, lo si ritrova nella società ebraica, contraddistinta dalla presenza di dodici tribù. Di queste dodici tribù, originatesi da dodici fratelli, potevano accedere al sacerdozio soltanto coloro che provenivano dalla tribù dei Leviti, mentre al trono regio potevano aspirare soltanto coloro che facevano parte della tribù di Giuda.
Dunque, verosimilmente, in origine, in Sicilia il sich-kuh, corrispondente al kuh-rus dei Persiani,al kunung degli Svedesi, al Konig per i Tedeschi, prima di trasformarsi esclusivamente in potere politico e rendersi indipendente da quello sacerdotale, interveniva dietro mandato del sich-ano per stabilizzare una situazione uscita dal controllo sacerdotale. Tanto per avere un termine di confronto a noi familiare citiamo il caso di Giosuè a capo dell’esercito ebraico, come viene descritto nell’Antico Testamento, il quale agiva dietro mandato di Mosè, il capo religioso del popolo ebraico. Se volessimo identificare delle figure storiche da paragonare al ruolo incarnato da Giosuè nella variante sicana, potremmo andare con la mente ai condottieri Ducezio e Arconide. La variante sicana, rispetto a quella giudaica, riguardante la figura del condottiero, consiste, a nostro avviso, nel fatto che nella figura del duce siculo/sicano poteva confluire quella del pontefice o sacerdote che chiamar si voglia, affondando, come da noi sostenuto più volte, la cultura sicana le sue radici nell’humus culturale del nord Europa e dunque, per affinità, ritenendo la componente sacerdotale sicana più vicina a quella druidica.

La Metafora
Ma poiché la metafora viaggia su due piani paralleli, decriptandone i diversi riferimenti otteniamo che, se da un lato il sich-kuh rappresentava il mandriano di popoli, colui che era preposto a governare sulle genti per il loro benessere, dall’altro esso impersonava il mandriano vero e proprio colui che, fuor di metafora, governava mucche e tori, strumento di ricchezza e di sostentamento. Pertanto, quando in tempi storici, orde di Germani si spostavano con il loro seguito di carri trainati da buoi e mandrie provocando nuvole di polvere e lasciandosi il deserto alle spalle, alla ricerca di nuovi spazi vitali, nell’immaginario collettivo, quella polverosa indefinibile accozzaglia di individui, veniva appellata da chi assisteva allo spettacolo inusuale “I mandriani” I “sich-kuh”, I cowboys antelitteram.
Ad majora.

Culto e religiosità sicana nella Adrano pre storica

La simbologia del cane nel culto del dio Adrano.
Con questo articolo intendiamo proseguire, attraverso le ricerche comparative sui testi classici letterari e religiosi dei popoli indoeuropei, nel nostro tentativo di separare il grano dall’oglio, ossia di distinguere il mito, inteso nel suo significato più nobile, quale strumento atto alla trasmissione di significati metafisici, dalla rielaborazione fantastica che, a posteriori, si è sovrapposta al mito stesso, nella certezza che, in tal modo, renderemo giustizia ad un nobile popolo, il nostro, che per troppo tempo è stato inspiegabilmente ignorato dagli studiosi.

Per comprendere in modo pieno ed autentico il significato nascosto che il mito vuole comunicare, bisogna inevitabilmente penetrare il modo in cui l’uomo antico intendeva il mondo e il sovra-mondo, in epoche storiche in cui vigevano parametri di valutazione completamente diversi dai nostri, attraverso i quali era possibile rapportarsi con forze ormai non più percepibili dai moderni. Per l’uomo antico, il mondo ed ogni singolo atto quotidiano venivano vissuti religiosamente; l’esistenza individuale si configurava, nella società sicana, come parte di un percorso collettivo, familiare, tramite il quale l’erede continuava a tracciare la “via solare” intrapresa sall’Avo. Non dissimile il pensiero espresso nella Bhagavadgita, Canto I, 40, sulla famiglia: “Con la distruzione della famiglia perisce anche l’ordine sacro che deve reggere la famiglia; distrutto l’ordine, il disordine, sicuramente, domina la famiglia tutta“. Iscrizioni apposte su tegoli funebri che celebravano il defunto, ritrovati nel territorio di Adrano, che fanno riferimento, secondo la nostra interpretazione, ad un “viaggio verso il regno del sole“, il simbolismo del sole impresso in migliaia di pesetti da telaio e anfore, confermano l’interpretazione secondo la quale la cultura sicana associava alla luminosità dell’astro, creatore di vita, quella del proprio ruolo sulla terra, quale mezzo è strumento equilibratore delle forze cosmiche, come spiegheremo meglio più avanti.

Abbiamo, in altra sede, affermato, utilizzando soprattutto argomentazioni di carattere linguistico, che la religione sicana si basava sul culto degli antenati. Adrano era, infatti, l’avo per eccellenza, il primo uomo creato, il padre della stirpe. Custodi di tale via erano proprio i cani di cui L’Avo sicano Adrano si circondava, ai quali spettava condurre le anime degli uomini defunti per la giusta via.

Il mito dei cani del dio, giunto fino a noi tramite Ninfodoro citato da Eliano, viene purtroppo banalizzato da quest’ultimo. Lo storico, vissuto nel II secolo dell’era volgare, si occupava dello studio del comportamento degli animali, dei quali voleva dimostrare la particolare sensibilità. Proprio per questo fine Eliano estrapolò, dal ben più ampio racconto dello storico Ninfodoro intorno al mitico tempio del dio Adrano, solo le informazioni relative ai cani posti a custodia del tempio; dai due studiosi apprendiamo che i cani erano mille, erano capaci di distinguere i buoni dai cattivi e di riaccompagnare a casa gli ubriachi. È per noi sufficiente il riferimento, contenuto in Eliano, alla capacità dei cani di distinguere i buoni dai cattivi, per collocare il culto di Adrano tra i miti di matrice indoeuropei da un’unica primordiale tradizione comune. Infatti, lo stesso tema del cane che distingue i buoni dai cattivi, viene seriamente trattato in testi religiosi quali i Veda. In questo antico testo indiano, Yama, figlio del sole (Surya), considerato il padre della stirpe Veda, come Adrano lo era dei Sicani, presiede alla porta che conduce nell’aldilà, con il compito di giudicare le anime, con l’ausilio dei suoi due cani, uno nero e l’altro maculato.

Significativo e pertinente è pure il mito del dio Indra, unico uomo divenuto dio, in seguito alla sua capacità di uscire vittorioso da un confronto dialettico col dio creatore. Nel mito Veda anche Indra custodisce l’aldilà grazie a due cani. Nemmeno l’Avesta è priva di un elogio del cane che, rivestito di particolari caratteristiche, è connesso al culto dei morti. Nel testo di cui molte parti compilate dallo stesso Zarathustra, il sacerdote-mago della religione persiana dedica diversi capitoli al cane; troppi se quello di Zarathustra fosse il puro e semplice elogio ad un animale, seppur fra i più legati all’uomo, adeguati qualora nel cane si sappia intravedere il medesimo simbolismo religioso rilevato in altri testi sacri. Poiché il Veda e l’Avesta sono testi complementari e riconducibili – come abbiamo dimostrato nel nostro ultimo saggio “La lunga notte. I Veda, l’ occidente e la trilogia delle razze umane“, disponibile gratuitamente, ad un’unica concezione religiosa del mondo, dalla quale non sono esclusi i Sicani, ne consegue che l’atteggiamento dei cani del dio Adrano, capaci di distinguere i buoni dai cattivi, è assimilabile a quello dei cani di Indra e Yama. I cani del dio Adrano, l’avo, sono, pertanto, come quelli del dio Indra e del dio Yama, i custodi della via che porta nell’aldilà. Adrano era per i Sicani il primo che, percorrendo la suddetta via, poteva mostrarla ai defunti meritevoli, che i cani avrebbero saputo individuare.

La significativa presenza dei cani nella letteratura antica trova comunque ulteriori testimonianze. A guardia della porta della reggia di Alcinoo, re dei Feaci, vi sono due cani, uno d’oro, l’altro d’argento forgiati dalla mente eccelsa di Efeso (Odissea – VII, 90). Nella mitologia greca il cane Cerbero era custode del regno di Ade. Il suo compito era di impedire alle anime di tornare indietro una volta entrate, esattamente come nella cultura dei Veda, come lascia intuire la raccomandazione del sacerdote al defunto di evitare i due cani al fine di tornare indietro, nel mondo dei vivi.

Presso i Persiani il cane aveva il compito di far sparire i morti. In Egitto è lo stesso dio Anubi ad avere la testa di cane o sciacallo. Anubi, nome formato dal lessema Anu (presente anche in Adrano, Urano, Jahano, Anu, dio mesopotamico) e dal lessema Uban (sopra alto, in a.a.t.) significa secondo il nostro ormai noto metodo interpretativo, il dio supremo, il più elevato, colui che sta in alto, colui che presiede. Questo Dio è, infatti, a guardia della soglia varcata per la quale si entra nell’aldilà, in alto, nel mondo superiore, nel cielo. Il dio Anubi, dalla testa di cane, accompagna personalmente il defunto al cospetto di Osiride, ove avviene la pesatura del cuore del defunto, cioè il giudizio.

Nella mitologia nordica il cane è sostituito dal suo parente più prossimo, il temibile lupo, in conflitto anche con gli dèi. Il lupo Fenrir, secondo la profezia, sarebbe rimasto legato ad una catena, al fine di contenere la sua terribile aggressività, fino alla fine del mondo, quando si sarebbe liberato, attaccando gli dèi e divorando lo stesso Odino.

Anche nell’astronomia dei popoli antichi si rilevano tracce della presenza del cane quale elemento collegato al transito delle anime. Si pensi alla costellazione di Orione, il dio cacciatore egiziano, con i suoi due cani al seguito: la costellazione del Canis Major e del Canis Minor. Della costellazione del Cane Maggiore fa parte Sirio, la stella più luminosa, alla quale Omero paragona Achille, apostrofato “cane” con allusione alla sua luminosità, in quanto si presenta ad Ettore con la sua chioma bionda, lo scudo e le armi d’oro fuse personalmente da Efesto, il dio fabbro.
Ad majora.

Le Etnee

Gelone di Siracusa: un rapporto privilegiato con Adrano.

No cari lettori, voi che non ci avete seguito fin dall’inizio delle nostre ricerche, sappiate: non abbiamo preso un abbaglio cronologico. Adrano subì, in diverse epoche, più di una rinominazione. Pertanto, facendo riferimento alla città di Etna nei fatti storici che si sono svolti durante  il brevissimo regno di Gelone, documentati da Diodoro da Agira nella sua monumentale opera, Biblioteca Historica, è ad Adrano che ci si riferisce. Nel fornire in questa sede, una ricostruzione storica delle relazioni intercorse tra le città di Adrano/Etna e Siracusa durante il primo quarto del quinto secolo a.C., per brevità di spazio, non ritorneremo sulla questione della rinominazione rimandando quanti, tra i lettori, avvertissero il desiderio di approfondire tale argomento al saggio, Adrano dimora di Dei, nella storia del mediterraneo greco, e agli  articoli apparsi su diversi siti web. Inoltre, per evitare di disorientare il lettore con il citare, di volta in volta, in tempi cronologici diversi, i differenti nomi con cui Adrano venne designata, e per non scambiarla a sua volta con Catania, anch’essa rinominata per un breve arco di tempo in Etna, nell’utilizzare il toponimo derivante dalla divinità eponima Adrano, metteremo tra parentesi il primevo nome di Etna.

Gelone
Gelone

Gelone diventa tiranno di Siracusa nel 489 a.C., cedendo al fratello Gerone il controllo su Gela che egli aveva assunto fin dal 491 a.C. Gela, Agrigento, Siracusa, erano in quel momento storico le città più potenti dell’isola. La potenza militare delle tre città veniva amplificata da una politica di mutuo soccorso dettata da vincoli parentali intercorsi tra i tre tiranni: Gelone aveva sposato la figlia di Terone tiranno di Agrigento, Damareta, e, come affermato, era fratello di Gerone a cui aveva ceduto la città di Gela. Tuttavia, numerose rimanevano le città stato sicule che potevano contare sul prestigio delle proprie armi, Adrano (Etna), la città tra le più antiche fondazioni sicane dell’isola, in cui sorgeva il tempio dell’ Avo primordiale, il più antico edificato nell’isola, era tra queste. Gelone, con l’apporto militare del suocero Terone e del fratello Gerone, conduceva brillantemente le operazioni militari contro i Punici che tentavano di erodere i territori delle nazioni presenti nell’isola: Sicani, Greci, Siculi (è questa una suddivisione territoriale schematica che accogliamo secondo la vulgata, ma che andrebbe riveduta nei rigidi confini territoriali ed etnici a loro attribuiti). Il momento che lo porterà a calcare da primo attore il palcoscenico della storia, gli sarà fornito dall’assedio a cui Imera sarà sottoposta da parte dei Punici. L’episodio sarà ricordato come, la battaglia di Imera, svoltasi nel 480 a.C. In questa occasione, nell’ottica di uno scontro tra civiltà, tra le città che erano venute in soccorso del greco, non poteva essere assente Adrano (Etna), la città che ospitava la divinità eponima, detentrice della tradizione ereditata dagli Avi. Diodoro afferma che i Greci erano fiaccati dallo scontro con i Punici e il loro morale era basso. Gli Adraniti (Etnei), sopraggiunti durante il corso degli scontri, infusero con il loro contributo tanto coraggio agli alleati da risultare decisivi per la vittoria sui Cartaginesi.

Adrano: Omphalos del culto primigenio.

Quale segno di riconoscimento al valore dimostrato, Gelone effettuò col bottino dei vinti una serie di elargizioni e riconoscimenti personali e collettivi a quanti avevano preso parte al conflitto come cittadini e alleati. Il re espresse in questa circostanza la volontà di erigere come ringraziamento, un tempio consacrato a Demetra, nella città sicula di Adrano (Etna) che si era particolarmente distinta durante i combattimenti. Diodoro nel rimarcare che mancava ad Adrano (Etna), – una terra tra le più feraci della zona etnea-, uno dei templi più importanti, dedicato alla dea dell’agricoltura e della fecondità, ci induce a supporre che l’aver assentito alla costruzione, nel territorio adranita, di un tempio dedicato ad una divinità greca, assumeva per entrambi: Siracusani da un lato, Adraniti dall’altro, i connotati di un consenso politico che un atto di devozione religiosa. Un atto questo, di grande significato simbolico che, per renderlo comprensibile ai nostri lettori, paragoniamo alla concessione che avrebbe potuto fare lo stato cristiano del Vaticano ai musulmani, concedendogli di costruire una moschea in piazza S. Pietro.

Gli ottimi rapporti che erano venuti a stabilirsi tra i Siculi e Gelone dopo la battaglia di Imera, fecero ben sperare il re tanto da ritenere che egli potesse dedicarsi ad una politica di unificazione dell’isola. Ma la unificazione politica presupponeva la creazione di una entità culturale e religiosa omogenea. Uomo di grande lungimiranza ed intelligenza politica, il re invitò alla sua corte  i migliori poeti della Grecia. Ad essi affidò il compito di redigere delle composizioni letterarie volte ad ottenere un sincretismo culturale. Tra i letterati invitati a corte non poteva mancare Eschilo, espertissimo in questioni religiose; egli stesso iniziato ai misteri eleusini. Prevenendo quanti ci faranno notare che Eschilo giunse in Sicilia soltanto dopo la morte di Gelone avvenuta nel 488/7 a.C., chiamato da Gerone nella sua nuova reggia di Catania, noi opporremo la nostra ricostruzione dei fatti ricorrendo alle date, alle circostanze che determinarono le scelte politiche, alle doti politiche possedute dai personaggi attori degli eventi, e via dicendo.

Il sincretismo culturale elaborato da Eschilo nelle Etnee.

Che nome dunque i
mortali daranno loro?
Zeus ordina che siano
appellati sacri Palici.
E sarà il nome Palici come
se dato con giustezza?
certamente perché essi
vogliono tornare indietro<
dalle tenebre alla presente luce
Le Etnee
, da una citazione di Macrobio nei Saturnalia V, 19,24.

Eschilo

È dibattuta la data in cui il tragediografo greco viene chiamato alla corte di Gerone a Catania (Dopo il 472 a.C. per Walter Lapini: Orestea Fabbri Editore) rinominata Etna dal tiranno, nel 476 a.C.

Se teniamo conto del fatto che Eschilo riesce a mettere in scena la tragedia I Persiani, otto anni dopo la vittoria dei Greci su questi, dovremmo dedurre che il medesimo tempo dovesse essere stato impiegato per comporre le Etnee, un’opera assai complessa, come si evince dai pochi frammenti giunti fino a noi.

Ma al di là delle considerazioni sui tempi d’incubazione necessari per realizzare l’opera, a noi preme comprendere lo scopo per cui questa opera venne commissionata al tragediografo greco e perché proprio a lui.

Per quanto assenti siano le fonti dirette, secondo una tradizione antica, Eschilo sarebbe caduto nell’accusa di aver divulgato i misteri di Eleusi ai quali era stato iniziato, e per questo aveva subito un processo in cui rischiava la condanna a morte.

Nonostante fosse stato prosciolto dall’accusa non facciamo fatica a credere vera questa tradizione se soltanto ci soffermiamo sui temi trattati nelle sue opere, impregnate di una religiosità della quale egli si erge a Ierofante. Tenuto conto delle implicazioni religiose avute in patria, supponiamo che Eschilo ricevesse l’incarico di comporre le Etnee con l’intento di operare un sincretismo tra la religione greca e quella siculo sicana. Crediamo che l’invito gli fosse giunto da parte di Gelone subito dopo la vittoria ottenuta sui Punici ad Imera nel 480 a.C., e dopo che il re aveva

messo in campo una serie di atti per riscuotere una captatio benevolentiae da parte dei Siculi. Come sopra affermato aveva promesso l’edificazione del tempio di Demetra nella città di Etna (Lib. XI, VII). Se, con la ricostruzione dei fatti qui sintetizzata, abbiamo colto nel segno, sarebbe lecito supporre che, il re, incoraggiato dal consenso manifestato nei suoi riguardi dalla città di Etna/Adrano, avrebbe incaricato il poeta, quale apparente atto di omaggio nei confronti della plurimillenaria tradizione sicula, di comporre il dramma. In realtà lo scopo che si prefiggeva il re, era quello nascosto di porre in essere un’operazione di sincretismo religioso fra le due etnie. Dunque Le Etnee sarebbe stata, secondo la nostra ricostruzione, un’opera dedicata alla città di Adrano (Etna) sede della casta sacerdotale detentrice della tradizione atavica. Non dunque, un’opera voluta da Gerone per celebrare la fondazione o rinominazione di Etna/Catania come asserito da qualche autore contemporaneo. L’ipotesi da noi sostenuta prende corpo se si riflette sul contenuto del dramma, ma non solo, come vedremo oltre. In essa gli Dei: Adrano, i Palici, Etna, componenti della famiglia divina Sicana, e, d’altro canto Zeus, prendono i moderni connotati di una famiglia allargata, nella quale: Zeus assume il ruolo di padre naturale dei Palici ed Adrano quello di padre spirituale. Il riferimento alla città di Adrano/Etna nell’opera eschiliana, è palese. L’equivoco in cui sono incorsi alcuni studiosi, per cui si crede che il contenuto dell’opera riguardi Catania, è dovuto al fatto che essa  per un breve periodo assunse il nome di Etna. Infatti, sia il tema trattato: il concepimento dei Palici da Parte di Etna avuti da Zeus, sia il coinvolgimento del dio Adrano con sede nella città eponima, equiparato a Zeus, hanno come loro sede il territorio di Adrano (Etna) e non quello di Catania (Etna): l’ara degli dei Palici viene posta da Virgilio sul fiume Simeto, presso Adrano; I gemelli divini, assunta la forma di acque carsiche, perverrebbero successivamente alla luce, come riporta Macrobio, sotto le sembianze di fonti denominate metaforicamente acqua chiara e acqua scura, nella condrada Polichello che da loro prende il nome, presso la città di Adrano (Etna). Se poi, Gerone, avesse utilizzata a proprio beneficio e per fini auto apologeti, l’idea avuta probabilmente dal fratello e avesse voluto adattare l’opera in corso di componimento, alla recente conquista di Catania, é altra questione e del tutto secondaria rispetto alla magistrale operazione di sincretismo ideata dal re.

Che Le Etnee fosse un’opera destinata alla città simbolo della religiosità atavica, Adrano (Etna), emerge anche da un  particolare messo in evidenza da Diodoro e passato inosservato per alcuni studiosi: la manifesta gioia di Gerone per aver ottenuto di poter installare una guarnigione siracusana nella città di Etna (Adrano) che egli rinomina in Innessa. La rinominazione di Etna in Innessa, suo primo e antico nome, ebbe lo scopo di far sì che Catania potesse, a sua volta, essere rinominata con il nome di Etna. Questa sciagurata operazione creo’ i presupposti per l’incomprensione di molti passaggi storici riferiti alle due città che portarono, seppure per un breve lasso di tempo, lo stesso nome, e ciò divenne l’occasione per i numerosi equivoci in cui incapparono molti storici antichi e moderni, incluso Diodoro vissuto quattro secoli dopo  i fatti da lui narrati. Per comprendere il motivo per cui la ricchissima città di Innessa, governata dal grandemente amato re Teuto nel VI sec. a.C., come riporta Polieno nel suo componimento Stratagemmi, venne rinominata in Etna, consigliamo la lettura dell’articolo: Etna, un matrimonio illustre nella Adrano del VI sec. a.C..

Ad majora.

Adranodoro, ovvero la breve influenza adranita nella politica siracusana dal IV al III sec. a.C.

In Sicilia la morte di Gerone
aveva mutato la situazione
per i Romani; il regno di lui, infatti, era
passato a Geronimo suo
nipote adolescente (…) successivamente Adranodoro (…) concentrò il potere di tutti soltanto nelle sue mani”.
T. Livio, Ab Urbe Condita, XXIV, 4

Ancora una volta, siamo certi, Stupirà i lettori il titolo di questo articolo. Vi esortiamo, tuttavia, a seguire la nostra indagine fino alla fine, se non altro per l’autorevolezza che ne deriva dal filosofo tedesco, Nietzsche, il quale affermando che anche un pazzo dice talvolta la verità, invitava il ricercatore ad aprire la mente ad ogni possibilità. Se poi, riflettendo sulle affermazioni dello storico Dionigi di Alicarnasso il quale sosteneva che non era opportuno raccontare ciò che non ritornava a vantaggio del prestigio dei Greci, si traessero le conclusioni che la verità non sempre viene servita in un piatto d’argento, ma va con fatica ricercata tra le pieghe della storia canonizzata, non si cadrebbe in errore. Se il greco Diodoro di Agira, ignorando o evitando di apprezzare il ruolo che ebbero grandi personalità non greche, quali furono Adranodoro, Soside e chissà quanti altri Siculi, nel determinare il destino della storia isolana, fosse da aggiungere a quegli storici rancorosi, accusati da Platone nel Minosse di raccontare i fatti non secondo verità, ma secondo utilità, non lo sapremo mai con certezza. Auspichiamo, dunque, che ognuno di noi sappia trovare da sé gli strumenti che le scienze e la storia mettono a disposizione, affinché riesca a fare chiarezza  tra il crepuscolo dei millenni trascorsi.

Adranodoro: breve affermazione dei siculi a Siracusa.

Adranodoro era il genero del tiranno siracusano Gerone II che meritoriamente si era guadagnato il titolo di re in corso d’opera. Gerone morì nel 215 a.C., dopo cinquant’anni di buon governo grazie al quale era riuscito ad assicurare una grande prosperità sia alla città di Siracusa che  a quelle, pochissime dopo il concordato fatto con i Romani nel 263 a.C., a lui sottoposte. La città di Adrano era fra quelle sottoposte all’influenza politico militare di Siracusa. L’influenza greca esercitata nei confronti della città sacra di Adrano, come la definisce Plutarco nella Vita di Timoleonte, era iniziata già nel 477 a.C. con la politica espansionistica di Gerone I, tiranno di Catania da lui rinominata in Etna, e della quale si dichiarò fondatore. In quella stessa occasione il tiranno si era accontentato di porre una guarnigione siracusana anche sull’acropoli di Etna, prima che questo nome passasse a Catania, e di cambiarle il nome facendole assumere quello primitivo di Innessa (vedi l’articolo Adrano il santuario dell’Avo). Il massimo dell’ingerenza politica e militare siracusana esercitata nei confronti di   Innessa/Etna, lo si raggiunse nel corso del IV sec. a.C. grazie alla temerarietà del tiranno Dionigi il vecchio il quale, emulando il suo predecessore Gerone I, cambia il nome alla città   che soltanto pochi anni prima, durante la riconquista di Ducezio, con la liberazione dal giogo siracusano ottenuta attraverso l’espulsione di Trasibulo, successore e fratello di Gerone I, aveva ripreso il nome di Etna.

Dionigi chiese e ottenne, secondo la ricostruzione da noi effettuata confrontando le diverse fonti storiche, dal senato di Etna, quale oggetto del compromesso stipulato tra le parti, al fine di togliere il pressante assedio posto alla città (400 a.C.) , che Etna ospitasse la solita guarnigione siracusana a controllo dell’acropoli e, inoltre, che  accettasse di essere rinominata col nome di Adrano. Questa seconda proposta, per nulla gravosa, anzi, evocativa di forze ultrafisiche, ritornò ben accetta alla potente casta sacerdotale degli Adraniti. La città sacra di Adrano, essendo la sede del culto nazionale tributato all’Avo primordiale Adrano e custode del tesoro di alcune città sicule, era probabilmente protetta da una anfizionia. Tra le città che aderivano all’anfizionia non potevano mancare, a nostro avviso, le città sicule di Paliké e di Erbita, città che, secondo le nostre ricerche convergenti nelle tesi più volte esposte, erano guidate da principi sacerdoti: da Ducezio la prima; da Arconide la seconda come è riportato da Diodoro di Agira. Le due città sopra nominate, assieme a quella di Adrano formavano verosimilmente una triade a protezione del culto, delle tradizioni ataviche e, dunque, erano organizzate militarmente. La loro alleanza era cementata sulla base del culto atavico in esse celebrato, culto che riproduceva in terra il metafisico concetto di famiglia, riflesso di quella divina: nella città di Adrano si onorava L’avo della stirpe sicana; a Paliche’ i figli del dio Adrano, i Palici e ad Erbita la dea madre Hibla o Etna (?). A diletto del lettore apriamo una breve parentesi: riteniamo probabile che il culto tributato alla dea Hibla, prima che fosse trasferito a Erbita, come presupponiamo, avesse la sua originaria collocazione a Siracusa, successivamente soppiantato da quello della divinità greca Artemide. Si comprenderebbe, se così fosse stato, la presenza a Siracusa di un re il cui nome è strettamente collegato alla dea Hibla, Iblone (re sacerdote della dea Hibla? ). Ma della ricostruzione storica e della fondazione di Siracusa ci siamo occupati nell’articolo i Feaci e la fondazione di Sicher – usa. Pertanto, rinviando al suddetto articolo coloro che volessero approfondire l’argomento, noi ritorniamo ad occuparci dei prodromi che portarono i Siculi di Sicilia e i cittadini di Adrano in particolare, ad influenzare la politica siracusana dopo i fatti svoltisi nel IV sec. a.C.

Timoleonte: la battaglia di Adrano

Nel 344 a.C., Dionigi il giovane, che con la morte del padre aveva ereditato il potentissimo regno di Siracusa, imbevuto di filosofia, non avvezzo a praticare ingiustizie nei confronti del prossimo (Dionigi: un tiranno filosofo. ) cedette, nonostante si trovasse in condizioni militari più avvantaggiate rispetto ai suoi avversari: da un lato Iceta tiranno di Lentini che ambiva a governare pure Siracusa; dall’altro Timoleonte e le città alleate delle quali Adrano faceva parte, il proprio regno al condottiero greco per ritirarsi in esilio in Grecia dove sognava di vivere da filosofo tra filosofi. Dunque, Dionigi, avendo deliberatamente scelto  l’esilio, e nel frattempo essendo stato sconfitto da Timoleonte il tiranno Iceta nella celeberrima battaglia di Adrano dove si consumò il prodigio del dio eponimo, egregiamente raccontato da Plutarco (op. cit.), a Siracusa viene eletta la democrazia. Ci sembra verosimile la deduzione secondo la quale le città che avevano preso parte alla liberazione di Siracusa: Taormina, Tindari ed Adrano, inserissero nei nuovi quadri politici della Polis e nel senato siracusano, a garanzia della tenuta democratica della città, città che era ormai divenuta incubatrice del temuto morbo della tirannide, dei propri senatori.

Se nel formulare la ricostruzione sopra descritta siamo nel giusto, appare plausibile la presenza, citata dallo storico latino T. Livio,  a Siracusa nel 215 a.C., di Adranodoro avente l’incarico di tutore dell’adolescente Geronimo, nipote del defunto re. Il nome Adranodoro significa donato da Adrano (dal greco Ἀδρανός = [dio] Adrano e δῶρον= dono). Costui era il genero di Gerone II e di lui, purtroppo, nel racconto liviano non emerge il ruolo politico o sociale che potesse occupare a Siracusa durante il regno del suocero. Dai fatti  narrati dallo storico latino, emerge però, che Adranodoro era, per dignità, secondo soltanto al re. Il lettore concorderà con noi se ipotizziamo che, grazie al campo semantico abbracciato dal nome, colui che ne era portatore non poteva non affondare le radici del proprio lignaggio in nessun altro luogo se non  nella città del dio Adrano. Un greco, infatti, ancor più se appartenente alla casa regnante, non avrebbe potuto avere un nome barbarico quale era palesemente quello di Adranodoro. Affidandoci all’intuito, formuleremo l’ipotesi, a motivo del nome dell’illustre personaggio, che ad Adranodoro fosse stata affidata la carica di pontefice massimo della divinità sicula che si trovava a Siracusa e che ancora al tempo di Cicerone (Processo a Verre, IV, 128) veniva onorata con l’appellativo di Urio (l’antico, dal germanico ur). Soffermandosi sulla descrizione ciceroniana del culto riservato ad Urio, se davvero Adranodoro ne era il pontefice, non stupirà se la dignitas dell’amato da Adrano fosse seconda soltanto a quella del re. Ci si ricorderà, infatti, che Timoleonte, appena 140 anni prima la presenza di Adranodoro a Siracusa, trasferendosi da Adrano a Siracusa, aveva edificato in quest’ultima un tempio al dio sicano che lo aveva salvato dalla lama dei sicari nel tempio adranita, durante il sacrificio in onore del dio. Ma la presenza di Adranodoro nella reggia del re Gerone II, testimonia ancora altro: elementi aristocratici autoctoni o comunque non Greci – Adranodoro era, verosimilmente, uno dei numerosi principi sacerdoti Siculi al pari dei suoi predecessori quali erano Ducezio e Arconide, per citare soltanto i più famosi – erano riusciti ad inserirsi nei gangli del potere e avevano condiviso con gli elementi greci le politiche della Polis più potente dell’isola. Infatti, come lascia intendere T. Livio, Adranodoro alla morte del novantenne re, Insignito della carica di tutore dell’adolescente tiranno, sarà di fatto colui  che governerà la potente città greca in luogo del quindicenne Geronimo, nipote di Gerone II. A questo punto della tesi elaborata sembra ovvia la deduzione secondo la quale se Adranodoro poté aspirare al ruolo di tiranno dopo il breve regno di Geronimo, vittima di una congiura, ciò dovette essere stato possibile soltanto grazie ad un vasto consenso ottenuto tra i ranghi degli aristocratici siracusani. Tant’è che il nostro, dopo l’assassinio del giovane tiranno, nei giorni immediatamente successivi, viene democraticamente eletto dal consiglio cittadino, tra i primi, pretore. Del resto, appare ovvio che dopo il colpo di stato perpetrato dal profugo di Corinto Archia, ai danni del pio principe siculo Iblone che lo aveva accolto da ospite quattro secoli prima I fatti qui narrati, nel 734 a.C., come abbiamo ricostruito e descritto nell’articolo sopra citato, la componente sicula pre-greca, quella successivamente appellata dei gamoroi e dei killiroi ( I Cilliri del Simeto) non fosse scomparsa nel nulla, ma fosse rimasta a fare da opposizione politica a Siracusa. I Siculi che continuarono ad abitare a Siracusa, relegati al ruolo di oppositori politici, che da sempre e in ogni modo, avevano osteggiato la tirannide al punto da riuscire a porre sotto assedio nel 405 a.C., nella sua stessa reggia, Dionigi, che in quel frangente preso da sgomento, si sarebbe perfino suicidato se il suo amico Filisto, poi diventato storico di corte, non lo avesse convinto a desistere, non abbandonarono mai la lotta per il ripristino della democrazia. Emerge dal racconto di Diodoro che, quando i Siculi di Siracusa cadevano in disgrazia militarmente o/e politicamente, essi trovavano sempre riparo nella città di Etna, pronta ad accoglierli, motivo per cui, non solo il legame tra la città di Etna e Siracusa era fortemente saldo, ma Etna (l’antica Innessa e la futura Adrano) aveva rappresentato una spina nel fianco per tutti i tiranni siracusani. Teodoto e Soside, nel racconto liviano appaiono, in quel lontano 215 a.C., quali congiurati del tirannicidio e portatori della democrazia a Siracusa. Ma, ahimè, la stirpe dei tiranni è dura a morire e a Damareta, figlia del re Gerone II e moglie di Adranodoro, mal si addiceva un ruolo che non fosse quello di regina. Mal consigliando il marito, l’aspirante regina lo indusse a indossare gli ancora insanguinati panni del nipote tiranno. “Adranodoro non disprezzò nel loro insieme i consigli della moglie” afferma Livio nel lib. XXIV, 22. Ma ciò gli fu fatale. Assassinato anche Adranodoro e con lui tutti i componenti della casa regnante, abbiamo buoni motivi per credere che  Soside sia stato di etnia sicula e facente parte della stirpe di quell’altro Soside che nel 405 a.C. era tra coloro che assediavano Dionigi I nella sua reggia, e che, abbandonati dalla fortuna furono costretti a riparare in Asia e combattere come mercenari per Ciro (Senofonte, Anabasi). Soside, il contemporaneo di Adranodoro, scelse di aprire le porte della città di Siracusa ai romani (T. Livio ab Urbe Condita lib. XXVI) piuttosto che riconsegnare la Polis alla tirannide greca. Soside era certamente uno degli eredi di quegli aristocratici gamoroi, antichi oppositori di Archia mai rassegnati alla tirannide, a cui riuscì con la politica ciò che al suo antenato non era riuscito con la forza. Infatti, Livio sostiene nel libro XXV, 24, che dei Siracusani (Siculi?) militavano tra le file dei Romani e Soside precedeva Marcello trionfante, durante la celebrazione del trionfo a Roma.

Adrano: una breve egemonia.

Che giovani rampolli Adraniti si fossero inseriti nell’alta società siracusana non deve stupire considerato il prestigio che la città ebbe durante l’arco di molti secoli, se non millenni. Adrano, grazie alla presenza del santuario dedicato all’Avo, era oggetto di pellegrinaggio (Plutarco op. cit.), fonte di grandi ricchezze che indussero il temerario Falaride di Agrigento, come affermato da Polieno  negli stratagemmi, a tentare una sortita nel tempio per impossessarsi dei forzieri. Il periodo Timoleonteo, in virtù della partecipazione importante, per non dire decisiva, di cittadini adraniti nella lotta di liberazione dell’isola dalle tirannidi, rappresentò una crescita economica che non ebbe pari nella storia della città sacra di Adrano. Tale crescita viene ben messa in evidenza dai ponderosi studi condotti dal dottor Sebastiano Barresi. Lo studioso si è occupato della produzione adranita di ceramica figurata siceliota. L’accademico avrebbe persino individuato una scuola di ceramisti Adraniti. Il mercato di questa ceramica, oltre che coprire quello della Sicilia orientale, si estendeva, secondo la tesi dello studioso, fin nelle isole Eolie (S. Barresi, Tra Etna e Simeto).

Vorremmo concludere questa breve ricerca con l’auspicio espresso dallo stesso Barresi: “Adrano, con il suo territorio, la sua storia ed il suo museo, nonostante le difficoltà poste alla ricerca dalla odierna realtà urbanistica e sociale del paese, per la sua ricca e complessa documentazione può rappresentare un campo di studio privilegiato in cui sperimentare metodi di analisi d’insieme e forme di indagine integrate”.

Ad majora.

Lo Sciamanesimo

Lo Sciamanesimo.
Il Neolitico tra Etna e Simeto.

Stupirà il titolo di questo articolo il lettore? Se egli ci ha attentamente seguito in tutte le tappe delle ricerche condotte fin qui e ha acquisito dimestichezza con il nostro metodo di approccio alla ricerca e all’investigazione, non lo crediamo. Inizieremo questo articolo ricordando a chi ci segue, che l’antico territorio di Adrano presentava caratteristiche tali da potere influenzare, indirizzare o stabilire un rapporto privilegiato con il fenomeno divino, al punto che gli antenati, consci che lo spazio non è omogeneo, ma presenta delle rotture dentro le quali si manifestano fenomeni non comprensibili dalla mente razionale, vi edificarono un tempio, un tempio caro a tutti gli abitanti dell’isola. Era, questo tempio, o più verosimilmente un’ara, dedicato all’Avo primordiale Adrano. Si ricorderà il lettore, che in altri numerosi nostri articoli erano state descritte le caratteristiche che rendeva particolare la casta sacerdotale deputata al culto dell’Avo. I componenti di questa erano definiti gli evocatori del furore dell’Avo, cioè Adraniti. Ma poiché, come è ovvio che sia e come  sempre presumiamo sia stato, la religiosità scaturisce da quel moto dello spirito individuale che si manifesta con modalità differenti, è plausibile che ognuno la viva a modo proprio e, a volte, fuori dai parametri canonizzati da secoli di trasmissione. Fu per tale irrequieto moto spirituale, infatti, che sorsero gli ordini monastico cavallereschi nel Medioevo; per tale sentimento si fecero strada forti personalità che preferirono portare all’estremo l’esperienza di vita attraverso il romitaggio; e così avvenne pure per quella categoria, forse la più antica fra tutte quelle apparse sulla terra, gli sciamani, scomparsi nel tecnologico, evoluto, emancipato occidente, ma ancora molto  attivi in centro America, Africa ed Europa dell’est. Di quest’ultimi abbiamo scelto di occuparci nell’arduo tentativo di comprendere e ricostruire meccanismi antropologici che caratterizzarono il territorio preistorico non soltanto etneo. Ebbene, abbiamo motivo di credere che questa categoria di sensitivi fosse stata presente in Sicilia dagli albori del mondo fino all’età del bronzo, per poi sparire, sopraffatta verosimilmente dalla raffinata organizzazione di una casta sacerdotale che, emulando l’organizzazione a cui era approdata la casta guerriera, tentava di darsi un proprio assetto gerarchico. Pertanto, la realizzazione di questo ambizioso progetto non prevedeva la presenza di “ostacoli” in corso d’opera che lo impedissero, lo ritardassero o lo modificassero.

Ma tornando all’argomento dello sciamanesimo praticato là dove il culto primigenio, quello dell’Avo Adrano, molte migliaia di anni prima dell’era volgare si impose nell’isola con l’apparire dei Sicani, bisogna affermare che non si riuscirebbe a comprendere del tutto il fenomeno senza il soccorso di diverse discipline scientifiche.

Infatti ognuna di esse tornerà utile per colmare le lacune che inevitabilmente si riscontrano analizzando un così ampio arco temporale, cioè quello che faremo iniziare con il ritrovamento dei più antichi reperti archeologici che corrispondono al neolitico, fino all’età del bronzo.

I REPERTI DEL VII MILL. a.C.

Ceramica impressa del VII mill. a.C. Museo di Adrano.

I più antichi reperti ritrovati nel territorio adranita sono stati datati dagli studiosi al VII mill. a.C. Ma poiché esistono reperti ancora più antichi in Sicilia, come le pitture e le incisioni rupestri dell’Addaura e di Cassibile, risalenti al 20.000 a. C., la presenza di una tale raffinata cultura ci induce ad ipotizzare che, non solo questa civiltà sia più antica della data riportata, e ciò dovuto al motivo di un periodo di incubazione della stessa, ma che anche il territorio adranita fosse stato antropizzato fin da quella data pur non avendo ancora rinvenuto reperti ad essa riferibili. Ma ciò rimane tuttavia un argomento di second’ordine rispetto alle tesi che formuleremo qui di seguito.

Il 7.000 a.C. rappresenta un periodo in cui è possibile rintracciare, in aree geografiche distanti tra loro, numerosi punti di contatto. Citeremo quale esempio  la evolutissima cultura di Mergahrt in Pakistan, di Alaca Huyuk in Anatolia, ed ancora di Moenjo-daro e di Harappa poiché nel nostro museo archeologico, ospitato nelle prestigiose sale del castello costruito dagli Altavilla nell’XI sec., si conservano reperti di terracotta, di cui diremo più giù, sui quali vi sono impressi simboli che riconducono alle culture su citate.

Ma torniamo all’esamina del territorio di nostra pertinenza. Tutto attorno al nucleo abitativo della Adrano neolitica in cui sorgeva il santuario, omphalos della collettività, verosimilmente abitato soltanto da sacerdoti, vi fu un lungo periodo di antropizzazione senza soluzione di continuità, protrattosi a cominciare dal neolitico fino all’età del bronzo come si evince dagli studi della dottoressa L. Maniscalco pubblicati sulla rivista Tra Etna e Simeto. Nel corso del II millennio a.C., venne a modificarsi, secondo le nostre ipotesi, la geografia dell’antropizzazione del territorio. Infatti, del periodo successivo all’età del bronzo antico non verrà più rinvenuto alcun reperto in situ.

Il motivo del grande cambiamento potrebbe essere stato causato, secondo la nostra ricostruzione, dai  rumori di guerra che giungevano dall’oriente, causati dagli appetiti di conquista di quei popoli nei confronti dei vicini, Sicilia inclusa, dei quali l’episodio di Minosse re di Creta, giunto in Sicilia per assoggettarla, é forse soltanto il più noto giunto fino a noi. Gli abitanti dei circa dieci villaggi sorti nei pressi del tempio dell’Avo Adrano, ritenendo che questi fossero poco difendibili (vedi l’articolo: il pagus è il territorio. Adrano antica) li abbandonarono aggregandosi attorno alla  fortezza naturale della Rocca a sud dell’ampio territorio adranita. Qui, come già detto, sorgeva il tempio edificato sull’acropoli ed il villaggio, verosimilmente abitato dai soli addetti al culto e dagli inservienti. Come d’uso in quell’epoca il tempio doveva essere circondato da un recinto sacro costituito da un alto muro. Il recinto era edificato con enormi pietre poligonali sovrapposte, e dovrebbe coincidere con quello ancora esistente in C.da Difesa. Il tempio era circondato da un esteso bosco sacro attraversato da ruscelli. In esso pascolavano allo stato semi brado le vittime selezionate per il sacrificio. Duemila anni dopo l’epoca qui analizzata, Eliano, rifacendosi a Ninfodoro, potrà affermare che vi era la presenza di mille cani a guardia del tempio. L’acropoli così descritta, con molta probabilità avrebbe conservato la caratteristica di una cittadella, una città nella città, come appariva al visitatore l’acropoli di Atene e il Campidoglio a Roma. Plutarco, nella vita di Timoleonte nel definire città sacra Adrano, aveva forse in mente la cittadella dell’acropoli. Con il trasferimento dei cittadini dei villaggi limitrofi nel nuovo sito si ritenne probabilmente necessario ampliare la fortezza preesistente dell’acropoli, realizzando così una doppia cerchia muraria. Il villaggio dunque, si era  adesso trasformato in una città con un numero di abitanti che variava da quindici a venti mila individui (per la formulazione di quest’ultima tesi consultare l’articolo: I Sicani in Adrano: il pagus è il territorio) numero notevole per quei tempi. Prima che avvenisse il radicale cambiamento, é probabile che al culto ufficiale tributato all’Avo, gestito dai sacerdoti, nei villaggi vicini in seguito abbandonati, si affiancasse una pratica gestita da figure enigmatiche, una pratica che fosse una via di mezzo tra il magico e il religioso. A loro volta  questi manipolatori di forze extrafisiche assumevano un ruolo che stava tra lo psicopompo, il taumaturgo, il prete; abbiamo descritto l’antichissima figura dello sciamano.

Interrotta la vita del villaggio, come affermato sopra, non accettati dalla casta sacerdotale ufficiale che deteneva il monopolio del sacro e condivideva quello politico con il principe e il senato degli anziani, gli sciamani si ritrovarono sempre più emarginati nella società e mano a mano si estinsero.

Riparo Cassataro. Lo Sciamano di Adrano.

Riparo Cassataro. Figure dipinte in ocra rossa attribuibili al periodo del neolitico finale

Tollerati all’inizio e, come ipotizzato sopra, emarginati in seguito, nel nuovo centro urbano formatosi dalla riunione dei villaggi circostanti, questa obsoleta categoria di individui ebbe vita difficile: degli sciamani, non oltre la decina, qualcuno scelse di vivere in romitaggio, altri si adeguarono al nuovo corso degli eventi fino all’estinzione. Ci chiediamo: fu uno di questi ultimi sopravvissuti sciamani a dipingere con l’ocra rossa le figure su una delle pareti della roccia di arenaria del Riparo Cassataro? Il luogo ove potrebbe essere vissuto il presunto eremita, luogo in cui fu rinvenuto l’unica sepoltura di cui diremo oltre, presenta infatti le caratteristiche morfologiche e paesaggistiche ideali per ottenere gli stati di estasi attraverso i quali lo sciamano raggiungeva la dimensione ultramondana. Infatti, questo luogo caratterizzato dalla presenza di due enormi rocce poggiate l’una sull’altra, sembra formare un utero dentro al quale lo sciamano, durante gli stati alterati di coscienza, sarebbe potuto ritornare allo stadio prenatale.

Se siamo giunti ad avanzare una così “bizzarra” tesi lo dobbiamo alla grande mole di indizi che abbiamo trovato a suo supporto e che continueremo ad elencare in seguito.

Comparazione e analisi dei reperti neolitici.

Il primo indizio che ci ha indotto a formulare la tesi esposta consiste nel ritrovamento, in C.da Fontanazza, nelle vicinanze del Ricovero Cassataro, di uno scheletro – si tratta, come affermato, dell’unica tomba scoperta nel villaggio neolitico di Fontanazza – colorato con ocra rossa. Il corredo funebre deposto accanto allo scheletro era poverissimo, cosa che ben si adatta ad una vita vissuta nel modo più austero possibile quale era quella vissuta da monaci, sciamani, filosofi di ogni epoca. La ceramica sparsa nel villaggio in cui si rinvenne lo scheletro era impressa con decorazioni che in una ottica più laica viene valutata quale una prima forma di scrittura ideografica o comunque un simbolismo che veicolava concetti di ordine metafisico. Gli studiosi fanno risalire la ceramica impressa al periodo neolitico (Laura Maniscalco Tra Etna e Simeto). Lo scheletro, come affermato, era stato trattato con ocra rossa, anche i dipinti del Riparo Cassataro erano stati realizzati utilizzando questo minerale ferroso. L’ocra rossa è stata utilizzata anche per le pitture che si trovano sulle pareti delle grotte paleolitiche di molti luoghi in Europa. Pech Merle, in Francia, risalente a venticinquemila anni fa é solo una tra le tante. Lo scheletro, come affermato, è stato ritrovato nella contrada Fontanazza, adiacente al Riparo Cassataro, dentro ad una fossa ellittica ( recinto sacro? I druidi durante le loro pratiche rituali, prima di iniziare, tracciavano col lituo, un cerchio attorno.) foderata di lastroni, con frammenti di ceramica a decorazione impressa, tra essi una ciotola – oggi, forse, grazie ad un nuovo approccio nei confronti della ricerca e una diversa valutazione delle conoscenze scientifiche possedute nel mondo antico, da parte degli studiosi, si sarebbe stati più attenti al contenuto della ciotola, se ve ne fosse stato, e, analizzato, chissà, magari si sarebbero potuti trovati i resti di sostanze psicoattive. Infatti, è appurato che gli sciamani di tutte le coordinate geografiche del mondo, per favorire i loro viaggi extracorporei utilizzavano piante  psicoattive: dal peyote del centro America, all’ayahuasca dell’Amazonia -.

Ricovero Cassataro come si presenta al visitatore

Il Riparo Cassataro si trova sulla riva destra del fiume Simeto, ad un centinaio di metri dal suo letto. Ma quello che assume ai nostri occhi l’importanza di un indizio è dovuto alla presenza dell’ocra rossa sullo scheletro dell’illustre defunto. Infatti, questo  minerale viene utilizzato per veicolare, in termini simbolici e metafisici, il valore del sangue vivificatore del corpo. Esso, utilizzato sullo scheletro, assume il valore di auspicio per una rinascita dopo la morte. Un indizio ulteriore che ci porta a formulare l’ipotesi sopra esposta circa la frequentazione di luoghi carichi di forze, ce lo fornisce Cicerone nel De Divinazione. Il famoso romano, che al suo tempo fu pretore anche in Sicilia, faceva un lungo elenco delle nazioni straniere in cui saggi, sacerdoti, re, uomini di stato, si recavano per un periodo di tempo in luoghi isolati fuori dalla città, per meditare. Presso il popolo Veda, il re, in vecchiaia, quando percepiva l’approssimarsi della propria fine, abbandonava il proprio regno consegnandolo all’erede, per recarsi fra le montagne dell’Himalaya dove, vivendo da eremita dentro una delle numerose grotte montane, attendeva la morte.

Significato del simbolismo dipinto nel ricovero Cassataro.

I dipinti sulla parete del rifugio, rimangono non soltanto enigmatici, ma persino sulla loro datazione i pareri degli studiosi  sono discordanti. La dottoressa L. Maniscalco avvalendosi del metodo comparativo propone per i dipinti la datazione del neolitico medio. Lasciando la disquisizione cronologica agli accademici, noi ci occuperemo del rebus che circonda le pitture in questione. Lasciando sospesa la difficile interpretazione della figura umana presente sulla parete che potrebbe rappresentare lo stesso sciamano protagonista del dipinto e la metafora, a motivo della inarcatura delle braccia sui fianchi, della danza circolare che egli compie, e quella che riguarda le altre figure sbiadite dal tempo, ci soffermeremo sul disegno del reticolo ad alveare. Dipinti reticolari appaiono  in diverse pitture parietali di grotte distribuite in varie parti del mondo; a Catal Huyuk per esempio, in Anatolia. Il sito di Catal Hujuk è, probabilmente, da identificarsi con una necropoli, una “città dei morti” risalente al 7.000 a.C. Le case o cappelle ivi costruite, in alcune delle quali vi sono contenute le ossa dei defunti e in altre simboli cultuali, sono tutte unite tra di loro, appoggiate l’una all’altra, parete contro parete, senza alcun corridoio  che separi l’una cappella dall’altra, insomma, un reticolo impenetrabile in cui l’accesso ad ogni camera era consentito soltanto attraverso una apertura praticata nel tetto, e grazie ad una scala che conduceva dall’apertura alla Camera funeraria.

Ci chiediamo: avrebbe forse indicato anche nel Ricovero Cassataro, quel reticolo dipinto in ocra rossa sulla parete, una dimensione ultraterrena? Quella dei morti? Nella quale lo sciamano, durante i suoi viaggi fuori dal corpo sarebbe dovuto entrare in contatto con i defunti? Presso gli sciamani jacuzzi della Siberia, lo sciamano, nell’intraprendere il suo viaggio nell’aldilà, nel regno dei morti, si affida allo spirito guida dei propri familiari defunti: al nonno (non è un caso che nella teogonia delle civiltà antiche vi sia sempre il riferimento al nonno quale capo e protettore della stirpe. Il lessema nonno viene reso in alto antico tedesco con il termine Ano. Ur-Ano, Jah-Ano, Odhr-Ano, Ano… per Greci, Latini, Sicani, Sumeri.. ebbero tale ruolo.

Lo sciamanesimo nell’antica Grecia.

Ad un viaggio nel regno dei morti intrapreso dai vivi si fa riferimento sovente nella letteratura greca. Il viaggio nell’Ade rappresenta una tappa necessaria per coloro che anelano di conoscere il futuro. Nelle narrazioni greche, oltre al riferimento di diverse figure incontrate dal viaggiatore,  non è mai assente la figura chiave del congiunto defunto: ad Ulisse, che ha il padre ancora in vita, appare “ l’indovino” Tiresia e comunque in contemporanea a questi la madre; a Dante, da buon esoterista qual’era, farà da guida il padre spirituale Virgilio; ad Enea appare il padre Anchise, garante della stirpe, anch’egli guiderà l’eroe e la ninfa che lo accompagna.

A proposito del viaggio di Enea nell’oltremondo,  non ci sembra fuori luogo aprire qui una parentesi. Infatti ci sembra alquanto  sospetto ciò che viene affermato nel sesto libro dell’Eneide in cui, Enea, assecondato nella sua richiesta dalla Sibilla – sciamana(?) – viene invitato a cercare una pianta che, una volta trovata, consentirà ad entrambi di scendere nell’Ade. Infatti, come emerge alla fine del VI libro, nell’oltremondo l’eroe viene accompagnato dalla Sibilla o sciamana. Vediamo ora come Virgilio descrive la pianta: essa ha delle bacche gialle e cresce sui tronchi delle querce. Coincidenza vuole che anche i druidi, che credevano nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo, raccoglievano il vischio  che cresceva sulla corteccia della quercia o verosimilmente, raccoglievano la pianta appena descritta. Che quello dell’eroe greco possa essere stato un viaggio onirico indotto da sostanze psicogene, lo conferma, tra le righe, lo stesso Virgilio alla fine del VI libro, quando descrive le due porte per le quali si accede al sogno: per l’una si accede ai sogni veri, per l’altra a quelli falsi.

Ma anche alcune pratiche apparentemente religiose riscontrate in Grecia sembrano alquanto simili a quelle sciamaniche a noi note. Le danze frenetiche praticate al suono martellante del tamburo durante i riti bacchici avevano lo scopo di provocare una rottura nello stato di coscienza del danzatore per entrare in uno stato di trance. Le frenetiche danze al suono del flauto, lo strumento del dio Pan, divinità del caos e della frenesia orgiastica, osservate da Senofonte durante l’attraversamento della Paflagonia e raccontate nell‘Anabasi, sembra si pongano sullo stesso piano. Non meno sospetta ci appare la danza in circolo che Orfeo impone ai più giovani fra gli Argonauti. Il suo fine, a detta del narratore, ha lo scopo di fare cessare la tempesta consentendo alle navi di salpare per la Colchide. Orfeo, suonatore di lira, lo strumento che emana note armoniche, in quella circostanza fa battere con forza le spade sugli scudi. Da allora, afferma l’autore del poema, Apollonio Rodio, i Frigi onorano Rea col suono di trottole e tamburi. La danza dello sciamano Orfeo – secondo quanto tramanda la mitologia anche lui avrebbe intrapreso un viaggio nel regno dei morti-, ci ricorda la Danza del Sole praticata dalla tribù dei dacota, in America, durante la quale si ottengono visioni. Anche i magar del Nepal utilizzano strumenti a percussione per raggiungere il mondo degli spiriti grazie ad una alterazione della coscienza. Mezzi alternativi alle piante psicoattive, oltre alle danze accompagnate da ritmi frenetici, possono essere l’iperventilazione, il digiuno, la privazione del sonno, la disidratazione. Per mezzo di droghe, piante psicogene o danze frenetiche lo scopo che raggiunge lo sciamano vuole essere il medesimo: un viaggio nel mondo degli spiriti ritornato dal quale, come hanno osservato studiosi occidentali che hanno osservato il fenomeno, lo sciamano dipingeva sulle pareti rocciose le scene che avevano visto nel loro viaggio.

Sa. Man ovvero il conoscitore.

Nel tentativo di ricostruire un periodo storico e culturale così lontano nel tempo, abbiamo intrapreso un percorso circolare per finire, citando Senofonte, nel luogo in cui la pratica dello sciamanesimo o, rifacendoci ad Apollonio Rodio, della magia, persistono ininterrottamente dai suoi inizi fino ai giorni nostri: la Siberia. Già la vicina regione della Georgia (si pensa che questa regione corrisponda alla mitica Colchide) come anticipato sopra, veniva citata da Apollonio rodio nelle Argonautiche per essere stata la patria delle maghe Circe e Medea, quest’ultima nipote della prima. Il termine sciamano lo si fa derivare dalla lingua tungusa, passato successivamente a quella russa con il termine saman.

La parola “sciamano” deriverebbe dalla lingua tungusa e indica qualcuno che sa. Pur rimanendo d’accordo sul significato, non concordiamo circa la sua derivazione. Il termine deriverebbe, a nostro avviso, dalla lingua germanica e risulta composto dall’unione dei lessemi sa dal verbo sehen vedere, nell’accezione metafisica di conoscenza, e dal nesso consonantico mn (riscontrabile nel teonimo Mnemosine) mente, liberamente traducibile con colui che vede con l’ausilio della mente. Calza perfettamente a tal proposito quanto affermato da Pausania circa l’antro della Beozia attraverso il quale si accedeva agli inferi. Prima di entrarvi bisognava bere a due fonti: una chiamata Lete, la dimenticanza (della vita vissuta), l’altra Mnemosine per ricordare ciò che si sarebbe visto nell’aldilà. Ma al di là del dibattito semantico sul termine sciamano, a noi preme stabilire la correlazione tra questa categoria di sensitivi  nei diversi luoghi geografici e la produzione dei disegni a loro attribuiti negli stadi di trance: scale, reticoli, rombi, quadrilateri, zigzag, figure teriantropiche ecc.

Il terzo occhio.

Concluderemo la nostra ricostruzione con l’analisi di un frammento di ceramica ritrovato fra il misero corredo funebre dello scheletro ocrato che si collega al concetto di mente e alla sua capacità di vedere oltre. Il frammento presenta, realizzato attraverso la tecnica della impressione, un occhio romboidale. Ci chiediamo: possiamo considerare, a motivo del simbolismo riprodotto, questo frammento un ulteriore indizio a carico della tesi sopra esposta? Nell’immaginario collettivo (o dovremmo dire fra le consapevolezze degli antichi?)  appartenente a molti popoli antichi si era fatta strada l’idea che vi fosse un terzo occhio, non umano, l’occhio onnisciente che ritroviamo nella iconografia di diverse civiltà antiche, avrebbe permesso a pochi individui dotati di particolari sensibilità, di attivarlo, di “vedere’ ciò che l’occhio umano non avrebbe potuto vedere. Era questo un vedere metafisico. Alcune frange di Indù sono ancora talmente convinti di questa asserzione che dipingono di “rosso” un cerchietto opportunamente praticato sulla loro fronte, imitando (o evocando) la presenza di un terzo occhio. Gli scienziati, da un altro canto, cominciano a scoprire le incredibili e numerose funzioni a cui la ghiandola pineale, che si trova nell’ipotalamo, sarebbe deputata. Una di queste funzioni consiste nel fare interagire il corpo con la mente favorendo uno stato meditativo di quest’ultima. Alcuni studiosi si sono spinti ad ipotizzare, proprio per le straordinarie caratteristiche appartenenti alla ghiandola pineale, che il terzo occhio possa essere la trasposizione mitologica di questa ghiandola dalla forma di una pigna (il rombo impresso nella ceramica neolitica?) di cui si trova una copiosa iconografia in tutti i popoli e in diverse epoche.

Ad majora.

I Sicani: Hiberia e Trinacria – Adraño: Un Dio Indoeuropeo.

I primi abitatori dopo di loro sembra siano stati i Sicani,
a loro dire anteriormente ai Lestrigoni e ai Ciclopi per il fatto
che erano autoctoni, mentre secondo verità erano Iberi scacciati
dai Liguri dal fiume Sicano nell’Iberia
.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro III,2

Trattando dei Sicani, non si può prescindere da quanto viene affermato in proposito dallo storico ateniese Tucidide. Egli, infatti, sebbene abbia attinto certamente da altre fonti, a noi non pervenute direttamente, è l’unico storico che fa cenno, seppur con una eccessiva semplificazione dovuta al suo esclusivo interesse alla guerra combattuta dai Greci in Sicilia, ad un passaggio del popolo sicano dalla Spagna alla Sicilia. Se lo storico ateniese avesse saputo che i Sicani erano stanziati, nello stesso periodo, anche nel Lazio, forse avrebbe mutato il suo giudizio in riguardo. Avrebbe, piuttosto, valutato la possibilità che questo popolo indoeuropeo, provenendo dal nord Europa, giunto alle Alpi, barriera naturale per l’ingresso nella penisola italica, si sarebbe potuto dividere, come infatti avvenne più tardi nel 110 a.C. per Cimbri e Teutoni, ed in molte altre occasioni, in due o tre tronconi: uno di questi avrebbe scelto di intraprendere la via verso l’Italia, anticipando di millenni Annibale che vi trovò, durante la sua attraversata delle Alpi  gli eredi di quei primi pionieri, parte del quale, a sua volta, si sarebbe stanziato nel Lazio e parte avrebbe proseguito fino in Sicilia; l’altro troncone, continuando il suo percorso, si sarebbe potuto dirigere verso occidente lasciando a sua volta pezzi per strada: in Gallia dove vengono citati da Cesare nel suo trattato, La guerra gallica,  qui li ritroviamo con il nome di Sequani, e poi, finalmente in Spagna citati da Tucidide. Poiché le affinità riscontrate tra i Galli Sequani e gli Italici Sicani sono state messe in evidenza in altre nostre pubblicazioni, qui, per motivi di sintesi, ci occuperemo delle affinità tra i Sicani spagnoli e quelli siciliani dimostrando,  attraverso l’ausilio di prove oggettive, l’apporto di discipline scientifiche quali la comparazione, l’etimologia ecc. come è giusto che si richieda al ricercatore, che i due rami sopra nominati, pur facendo parte del troncone iniziale emigrato durante l’ultimo periodo interglaciale verificatosi intorno al diecimila a.C., percorsero vie separate, come sopra descritto, portando con se il patrimonio culturale comune; patrimonio conservatosi con irrilevanti varianti dovute ad adattamenti locali, fino al secondo millennio a.C. per poi sparire sotto il grave peso della sovrapposizione di differenti culture sopraggiunte dall’Africa e dall’oriente.

ADRANO IL SANTUARIO DELL’AVO SICANO

Se da un lato Tucidide era dunque in errore nel prendere in considerazione una migrazione avvenuta dalla Spagna verso la Sicilia, dall’altro lato, come affermato sopra, era nel giusto quando sosteneva che i Sicani abitassero la penisa iberica in tempi remoti. Infatti, come sopra accennato e come constateremo nei dettagli più giù, i Sicani raggiunsero la Spagna seguendo la costa atlantica con delle inbarcazioni e provenendo dall’estremo nord Europa. Questa tesi viene in parte provata dal fatto che nella parte nord occidentale della Spagna, al confine con il Portogallo, non lungi dalla costa atlantica, esiste un fiume che si chiama Río de Adraño. Il fiume in oggetto scorre presso un villaggio, anch’esso chiamato Adraño, divinità sicana per antonomasia. Il fiume potrebbe altresì essere stato considerato dai Sicani una divinità fluviale quale era lo Spercheo per gli abitanti di Ftia. Quest’ultima ipotesi potrebbe essere plausibile se si prende in considerazione il ritrovamento di una moneta adranita, in Sicilia, proveniente dalla omonima città di Adrano edificata sotto le falde dell’Etna, nella quale viene raffigurata, nel dritto, la testa di una divinità cornuta, fatta corrispondere dagli studiosi alla divinità fluviale (fiume Simeto?) e nel rovescio una lira con la scritta in senso destrorso adranitan. Comunque sia, appare già, a motivo della presenza speculare di due città  che portano lo. stesso nome, inevitabile dal punto di vista culturale e linguistico,  l’accostamento parenterale tra i Sicani della Spagna preistorica e quelli coevi della Sicilia, attribuendo al concetto di coevo un lasso di tempo cronologico abbastanza esteso essendo quella sicana una civiltà plurimillenaria che, per lo meno in Sicilia, vi abitò ininterrottamente e omogeneamente fino alla prima metà del II millennio a.C. Non possiamo far passare inosservata, onde suffragare la tesi della molteplicità delle fasi migratorie  intraprese nel tempo univocamente dai popoli del nord Europa e, dunque, dal popolo sicano considerato un ramo di questi, la presenza del fiume Adrana oggi Eder, in Germania. La presenza di un fiume col nome di Adrana in Germania, luogo quest’ultimo in cui maggiormente si è conservata l’affinità con la lingua parlata dal popolo sicano, come abbiamo evidenziato nell’articolo , Jam akaram la lingua dei sicani, ritornerà utile al fine di comprendere il significato degli appellativi apposti a uomini, fiumi, città, dai popoli del nord. Tacito, raccontando delle gesta del generale romano Germanico e delle sue legioni, fa riferimento a questo fiume attraversato non senza difficoltà dalle legioni. Nel corso della spiegazione circa la formazione dei nomi presso i popoli nord europei, il lettore tenga conto che il sostantivo Ano, che forma il nome composto Adrano, ritorna ancora nel Lazio, regione abitata dai Sicani, a comporre il teonimo sicano Jah-Ano ovvero Giano bifronte. La formazione dei nomi presso i popoli germanici, allora come oggi, avveniva attraverso l’accostamento di più lessemi. Questi potevano essere più sostantivi; un aggettivo e un sostantivo; una preposizione e un sostantivo; un verbo e un sostantivo. Nel caso specifico, i teonimi del siciliano Adrano e del laziale Jahano, ai quali potremmo aggiungervi quello del greco Urano, dell’iraniano Mani, del germanico Manno, dell’indiano Manu ed infine del mesopotamico Anu, sono riconducibili ad una semantica del divino ove l’aggettivo che precede il sostantivo Ano serve a determinare la caratteristica dell’Avo, una dote o una virtù che, posseduta dall’antenato, avrebbe consentito a questi, capostipite della stirpe sicana[1] ,  una volta morto, di superare le prove che gli dèi gli avrebbero posto durante il tragitto  nell’aldilà, superando le quali sarebbe stato ammesso al consesso degli dèi e a loro si sarebbe reso simile. Divinizzato grazie al superamento delle prove, l’Avo avrebbe, da quel momento, rappresentato il protettore della stirpe.  A loro volta, nel loro rigore religioso, i Sicani ritenendosi unici eredi di cotanto antenato, sarebbero divenuti i detentori del sapere, della via mostrata loro direttamente dall’Avo.

Abbiamo constatato, nel corso delle nostre indagini, come sopra affermato, che con il nome Adrano viene  frequentemente indicato un fiume, motivo per cui alcuni ricercatori accostarono l’etimo al significato di acqua, Adrano era cioè, secondo l’opinione di questi studiosi, da identificarsi col dio delle acque, ma come vedremo le cose non stanno in questo modo. In Sicilia vi è un caso di analogia incredibile con la Spagna, come messo in evidenza sopra; infatti in entrambi i luoghi il nome Adrano indica  due città e ivi  vi  scorrono due fiumi o nel caso siciliano, che vi scorreva, essendosi prosciugato, come si evince dallo storico siculo arabo Idrisi il quale fa riferimento ad un fiume che scorreva nella città di Adrano. In Germania, la conversione del nome del fiume Adrana citato da Tacito, nell’attuale Eder, potrebbe trarre origine da una modificazione linguistica avvenuta nel tempo, per cui l’aggettivo Odhr che indica la caratteristica impetuosa del fiume, si sarebbe trasformato in Eder (Edhr?). Il fiume, infatti, potrebbe essere stato aggettivato, a motivo dei fragorosi flussi causati dalle potenti correnti che lo facevano scorrere con violenza, semplicemente “il furioso”, cioè “odhr”. Che l’aggettivo Odhr possa tradursi con furioso lo spiega lo storico  germanico Adamo da Breda che scrisse una storia sui Goti, popolo questo proveniente dalla Scandinavia, odhr,  tra l’altro, afferma lo storico, è uno dei tanti appellativi che venivano utilizzati per caratterizzare Odino, il dio  degli scandinavi, divinità che con quella sicana di Adrano, come abbiamo dimostrato in diverse occasioni, aveva numerose affinità. Di conseguenza, il nome del dio Adrano, liberamente traducibile con “l’Avo furioso”o “il furore dell’Avo”, prenderebbe origine non dall’elemento acqua, ma dalla furia con la quale essa, nei fiumi, scorre nel proprio alveolo e più elasticamente può ritenersi che l’aggettivo odhr, furioso, sia scaturito grazie alla modalità piuttosto violenta con la quale  la divinità si manifestava. L’aggettivo furioso riferito all’Avo, unico caso in cui viene utilizzato, lo si ritrova soltanto in Sicilia, terra in cui la “furia” dell’Avo si manifestava, per i primi abitatori, i Sicani, in mille modi: dai frequenti terremoti provocati dal vulcano Etna ai suoi paurosi boati; dalle lunghe devastanti colate laviche, alle stesse che giungendo fino al mare lo facevano ribollire per finire, in ultimo, con la madre di tutte le catastrofi: l’implosione del vulcano che provocò un  terribile maremoto e la grande voragine della valle del bove. Le onde provocate dal cataclisma, verificatosi secondo le stime dei geologi intorno al quattromila a. C., avrebbe sommerso le città costiere della Palestina. I resti delle città sommerse sono stati in parte rinvenuti dagli archeologi subacquei. Non è infatti un caso se  il tempio dedicato all’Avo furioso, come afferma lo storico Diodoro, si trovasse sotto le pendici del vulcano, e, come supponiamo noi, su una estesa pianura lavica ove oggi sorge la vetusta Adrano ed un tempo vi scorrevano fiumi che formavano fragorose cascate le cui tracce ancora visibili, ci hanno consentito di ricostruirle assieme al territorio circostante, attraverso la realizzazione di un plastico in scala 1:1000 visitabile dal pubblico. Che tra l’Avo sicano e le acque, intese come elemento, non vi fosse alcuna relazione lo si evince dal fatto che nelle diverse aree geografiche in cui venne tributato il medesimo culto, per caratterizzare la divinità vengono utilizzati i più svariati aggettivi che rispondono a esigenze di adattamento culturale locali: jah, il sensitivo, il rapido, il percettivo nel Lazio; ur, l’antico, il primordiale in Grecia; man, la mente nella accezione di potenza creatrice in Germania ecc .

Desideriamo ricordare ai nostri lettori, se pur non vi sia una relazione apparente con il tema trattato in questo articolo, che la città di Adrano viene rinominata con il teonimo sicano, da Etna che si chiamava, soltanto nel IV sec.a.C. La rinominazione fu probabilmente dovuta ad un compromesso avvenuto tra il tiranno Dionigi I che assediava la città di Etna e i suoi abitanti.  Infatti, servendosi del nome della divinità nazionale sicana per la rinominazione di Etna, concordato con gli abitanti di Etna, il tiranno siracusano si proponeva come scopo, quello di lasciare intendere che nella città sicana, -definita sacra da Plutarco (Vita di Timoleonte) definizione che ci ha indotto a ritenere che la città fosse, sul modello di quella greca di Delo, protetta da una anfizionia   di città sicule- vi fosse subentrata semplicemente una influenza politica e militare siracusana, la quale non avrebbe minimamente inciso né sul culto né sulla cultura sicana, (vedi l’articolo, Alesa. Da Vercingetorige ad Arconide). Che gli eventi del IV sec. a.C., potrebbero essersi svolti in Sicilia secondo questa ricostruzione lo si deduce, tra l’altro, dai successivi eventi accaduti tra il 213 e il 211 a.C., quando i Romani giunti nell’isola già nel 263 a.C., riprese le ostilità con i Siculi che alla morte di Gerone II erano passati dalla parte dei Cartaginesi, ritenendo che la inarrestabile forza combattiva degli isolani  fosse dovuta alla protezione che la divinità sicana, cioè Adrano, riservava loro, con rito magico ne chiusero i templi in tutta l’isola, proibendo con tale atto ai Sicani di celebrare i sacrifi. Ciò significa che la dominazione greca dell’isola non aveva scalfito, ancora dopo secoli della loro presenza sull’isola, né il culto né le ancestrali tradizioni sicane.

LE MIGRAZIONI DEI SICANI

La presenza in Europa dei tre toponimi/idronomi: il Río de Adraño in Spagna (in verità in Spagna come in Sicilia, come sopra affermato, vi erano più toponimi collegati all’Avo Adrano: monte Adranone nella Sicilia centro occidentale e rego de Adran in Spagna), la città di Adrano in Sicilia, il fiume Adrana in Germania, oltre che indurci a porre la domanda quale sia stata la sede originaria dei Sicani, per la quale rimandiamo i lettori all’articolo, I Sicani: origine e sito, miti3000.eu, potrebbe spiegare in parte, la presenza delle incisioni rupestri   – datate da venti a trentacinquemila anni fa-  e delle pitture delle grotte di Lascaux, nella Francia sud-occidentale, delle grotte di Altamira in Spagna, dell’Addaura in Sicilia, di Fumana nel Trentino, in Italia, come tracce lasciate da un popolo portatore di una condivisa cultura di provenienza. Parlando delle pitture rupestri e dei loro esecutori, ai quali  gli studiosi attribuiscono la volontà di imprimere un carattere sacro rituale alle immagini zoomorfe e antropomorfe rappresentate, non si può fare a meno di effettuare un volo pindarico ed esaminare il significato del nome Sicano. Facendo appello alla disciplina che studia il significato dei lessemi, crediamo che l’etimo sicano possa essere un appellativo apposto ad una tribù fra le tante sparse nel territorio nord europeo,  per distinguerla in base a determinate caratteristiche da altre tribù, che a loro volta assumevano appellativi i cui significati evocavano i rispettivi ruoli sociali: Siculi ovvero i mandriani, da sich se, se medesimo e kuh vacca; Ciclopi, scalpellini ovvero coloro che percuotono il suolo, la pietra, da Ki terra e Klopfen percuotere, picchiare; Cilliri ovvero costruttori di navi da kiel chiglia ecc. L’appellativo Sicano dovette dunque indicare, proseguendo con la tesi su esposta, originariamente una èlite di uomini dotati di particolari sensibilità che le avrebbero permesso di stabilire una comunicazione con la dimensione extrafisica. I sich Ahne ovvero coloro che erano della stessa essenza degli Avi, sarebbero stati ritenuti dal popolo, individui capaci di entrare in contatto, in particolare, con gli antenati, Ahne, i quali avevano la loro dimora in Hell, uno spazio non meglio definito che si trovava tra il cielo, sede degli dèi, e la terra. Per estensione, l’appellativo sich Ahne, si sarebbe trasmesso da una élite all’intero popolo,  esattamente come presumiamo sia avvenuto per gli abitanti della città di Adrano ove esisteva già la casta sacerdotale degli Adraniti ancor prima che la città di Etna venisse rinominata in Adrano. I sich Ahne assumevano, di conseguenza, anche il ruolo di custodi della tradizione, erano i garanti di un ordine cosmico che non doveva mutare pena l’interruzione del ponte che univa l’aldilà con l’aldiquà. A formulare questa conclusione ci induce altresì lo stesso significato etimologico che attribuiamo al termine Sicano. L’appellativo, infatti, attraverso il pronome riflessivo sich, metterebbe in evidenza il carattere ereditario se non di consustanzialità che intercorrerebbe tra l’Avo primordiale e gli eredi.

FUGA DAI GHIACCIAI DEL NORD EUROPA

Le nostre indagini storiche riguardo ai popoli antichi, i cui risultati sono stati pubblicati in diversi libri e siti Web, giungono alla conclusione che vi sia stata una civiltà autoctona con sede nell’estremo nord Europa e, che, col sopraggiungere delle glaciazioni sia emigrata in direzione sud. Ma questo tema è stato trattato sufficientemente nell’articolo “Sumer. Gli Dei vengono dall’occidente miti 3000.eu, per riprenderlo in questa sede.

Migrazioni

Le tracce di una migrazione avvenuta in direzione nord-sud si ritrovano nei testi sacri dell’Avesta e dei Veda, quest’ultimi rivisitati dallo studioso indiano B.G. Tilak la cui grandiosa opera, La dimora artica dei Veda, merita di essere consultata.  Per ciò che concerne i Sicani della Spagna, come si può chiaramente vedere dalla cartina geografica che riportiamo e come si può constatare attraverso le sconcertanti affinità mitologiche, toponomastiche ed onomastiche che intercorrono tra irlandesi e Siciliani (vedi l’articolo, Sicani e Celti Irlandesi), possiamo dedurre che un popolo proveniente dall’estrema terra del nord Europa, Scandinavia o Irlanda, un ramo del quale, chiamato in seguito Sicani, raggiungesse Adraño in Spagna costeggiando la penisola iberica. Nello stesso tempo, un altro ramo, via terra, attraversando il braccio di mare che separa la penisola scandinava dalla Danimarca, raggiungeva il continente. Dalla Danimarca passando per la Germania scendeva ancora più a sud, raggiungendo la Francia ove Cesare, raccogliendo la tradizione orale locale, sosteneva appunto l’avvenuto passaggio dei Germani in Gallia attraverso il fiume Reno. In Gallia, tra l’altro, Cesare nomina la tribù dei Sequani il cui nome appare come una trasformazione dialettale locale del nome Sicani. Le frequenti migrazioni univocamente avvenute fino al Medioevo, in direzione nord-sud dei popoli nord europei, lo si evince anche grazie alle campagne romane che prendevano la  direzione opposta per arrestare il flusso barbarico diretto nei territori dell’impero. Tiberio recandosi nel 5 a.C. nel cuore della Germania, viene a contatto con la tribù degli Alamanni che si dichiarava discendente dei Senoni che, a loro volta, provenivano dalla Scandinavia e che ritroveremo in Gallia, prova ulteriore questa, che il focolare di queste migrazioni si trovava nell’isola scandinava al punto da far dire allo storico Giordane che i Goti erano la vagina dei popoli.

La Liguria, confinante con la Gallia, rappresentò un passaggio obbligato per effettuare la discesa verso la penisola Italica. Scendendo lungo la penisola, una parte di questo popolo primordiale si stanziava nel Lazio ove dava vita alla civiltà latina nella quale si praticava il culto di Jah-Ano ovvero dell’Avo sensitivo, (Jah significa percettivo, veloce, sensitivo) divinità che i Sicani in Sicilia avrebbero invece appellato con l’aggettivo Odhr, furioso. Nell’isola di Sicilia le condizioni erano tali che i Sicani avrebbero lasciato una impronta  destinata ad essere più profonda che altrove. Giunti nell’isola, constatata la particolare forma triangolare della stessa, forma che richiamava un simbolismo d’ordine religioso a loro familiare,  la chiamarono Trinacria, toponimo il cui significato possiamo liberamente tradurre  con “le tre forze dell’Avo” in quanto formato dall’unione dei lessemi tri con il significato di tre; Ano, avo e  Kr forza , punto di rottura, potenza. I Sicani attribuirono la forma triangolare dell’isola ad un disegno divino in quanto essa, con quella forma simbolica, rappresentava di per sé la manifestazione del divino e la volontà da parte dell’Avo, che essi l’abitassero. Nel significato del nome Trinacria è possibile cogliere un significato ulteriore, grazie al  quale gli eredi dell’Avo primordiale accampavano un diritto di ordine ereditario. Pertanto quella terra fu chiamata sicania. Quest’ultimo, per millenni convisse con quello di Trinacria. I Sicani giunti nell’isola plasmarono il territorio con la loro cultura di provenienza: i nomi dei monti, dei fiumi, delle prime fondazioni di città rimasero sicani; con i nomi venivano veicolati concetti profondi, il più delle volte collegati ad una visione del cosmo in cui tutto era connesso. I Sicani ritenevano possibile che si potesse stabilire un passaggio tra il mondo visibile e quello invisibile: i luoghi della terra non erano omogenei, ve ne erano di quelli in cui, grazie alle loro caratteristiche, alle forze promanate, era possibile stabilire un contatto con le potenze che abitavano lo spazio ultraterreno l’Hell.  I monti Peloritani, per fare un esempio tra i tanti, per la loro caratteristica, rappresentavano per i Sicani uno di questi luoghi, lo si deduce dal significato etimologico del nome; infatti l’etimo risulta formato dall’accostamento dei lessemi Bel, Signore; or ascolto ed eitan evocare, pregare, chiamare traducibile liberamente con: il luogo in cui si può stabilire un contatto con il divino. Ancora al tempo di Cicerone, questi poteva fare riferimento, ad un dio autoctono chiamato Urio, il cui santuario si trovava a Siracusa, oggetto di pellegrinaggio. Nell’isola un importante santuario dedicato ad una dea veniva edificato dal sicano Erik (Erice) che appellava la divinità quale sua divina madre. Il monte, e poi la città fondata dal sicano Erik, da lui avrebbero preso il nome: Erice. Perfino i romani s’inchinarono al culto ericino ritenendolo il più antico dedicato ad Afrodite, come sosteneva Cicerone nelle verrine e confermato da T. Livio nella Storia di Roma. Quasi contemporaneo di Erik o Erice, un grande principe sicano fu il poco indagato Cocalo. La fama, il prestigio e la magnanimità del principe che governava sul territorio agrigentino, solcarono le acque di Sicilia per approdare sulle coste di Creta, al punto da muovere gli appetiti di conquista del re di questa piccola, ma potente isola, Minosse. Ancora nel VI sec. a. C. alcuni principi sicani di Sicilia utilizzavano l’etnico che tradisce le loro nordiche origini, , è il caso di Teuto principe di Innessa. Questa città, successivamente rinominata in Etna, come afferma Diodoro siculo e poi in Adrano come emerge dalle nostre ricerche (vedi l’articolo “La terra dell’Avo. Il santuario di Adrano”) si trovava alle falde dell’Etna. Il nome Teuto riconduce a quel popolo scandinavo, i Teutoni, che Pitea, nel IV secolo a. C. incontrò nel corso del viaggio intrapreso via mare che dallo stretto di Gibilterra, costeggiando la Spagna e la Gallia, lo condusse fino alle coste della penisola scandinava nel mar del Nord. Anche grazie alla presenza di  Senone di Mineo citato da Cicerone nelle verrine per il proprio elevato status sociale, abbiamo modo,  attraverso l’etnico che lo contraddistingue, di confermare l’origine nordica del vetusto popolo siciliano. Infatti, appare evidente che il nostro Senone abitante di Mineo, città che diede i natali al principe Ducezio (in Gallia Cesare menziona una città che si chiama Ducezia), presso la quale si trovava il santuario dedicato agli dèi Palici figli dell’Avo Adrano,  condivida le origini di quel più illustre personaggio proveniente dalla tribù gallica dei Senoni, ci riferiamo a quel Brenno che passò alle cronache con il soprannome di incendiario, dal verbo tedesco brennen incendiare. Ed in fine come far passare sotto silenzio l’antico nome della Spagna, appartenuto, seppur con trascurabile modifica, all’Irlanda? Ossia Iberia? -i Romani, seguendo le consuetudini del luogo, chiamavano l’Irlanda sia Hibernia che Iperborea-. Tutto si collega se, poi, vi si aggiunge quanto riportato dallo storico di Agira Diodoro[1]  il quale, nel libro II,47 della Biblioteca Storica accenna al culto dell’Apollo iperboreo greco. Il culto greco trae origine infatti, a nostro parere, dall’Irlanda, appunto chiamata iperborea. Il rapporto tra l’Irlanda e la Grecia rimase costante per molto tempo se Diodoro fa cenno ad una ambasceria proveniente dal popolo degli Ari  inviata a Delo, città della Grecia in cui il culto dell’iperboreo Apollo era tenuto in alto conto. Nell’Odissea, nel libro che Omero dedica ai Feaci, popolo che in un nostro articolo abbiamo collocato a Siracusa, si fa riferimento ad una terra chiamata Iperia. È ipotizzabile che anche in questa occasione, se teniamo conto della mutazione consonantica  espressa dalla legge di Grimm, che avrebbe trasformato la  b in p, il poeta cieco faccia riferimento all’isola iperborea. L’etnico di Celtiberi apposto -anche se in un periodo molto posteriore rispetto a quello dell’epoca sicana – agli abitatori dell’Hiberia, la Spagna,  sarebbe comunque indicativo di un percorso avviato in epoche remote, continuato per millenni e conclusosi in epoca medievale,  ancora una volta con la migrazione scandinava dei Goti del V secolo e dei Normanni nell’XI sec.

CARATTERISTICHE SICANE DELL’HIBERIA E CONSANGUINEITA’ CON I CELTI.

Purtroppo della civiltà sicana, in Spagna non rimangono molte tracce; ciò rende difficile l’indagine. Tuttavia potremmo tentare una ricostruzione culturale che colleghi la Spagna sicana con i Sicani del Lazio e della Sicilia grazie al metodo della comparazione. Uno degli anelli di congiunzione che collega la Spagna con la cultura europea sicana la si può rintracciare grazie al nome apposto, con leggere varianti linguistiche determinate dai dialetti locali, ora ad una tribù ora ad un ordine sacerdotale, sono questi i Salii. La presenza dei Salii, il cui nome facciamo derivare da una lingua protogermanica (vedasi l’articolo, Jam akaram: la lingua dei Sicani,)  e che, secondo il nostro metodo interpretativo ormai noto ai lettori, risulta formato dall’unione dei lessemi sah che significa conoscere, vedere nella sua accezione metafisica ed Hell indicante lo spazio, un luogo fra cielo e terra ove albergano libere forze d’ordine extrafisico, è attestata in Olanda nella regione detta Salland, in Inghilterra nella variante di Siluri, tribù citata dallo storico Tacito, la quale, secondo lo storico proviene dalla Spagna; nella costa  tra la Gallia e la Liguria ove viene citata da Strabone (Geografia lib. IV) con il nome di Salui e nell’Italia centrale, nel Lazio. A Roma i Salii rappresentavano un ordine sacerdotale istituito da Numa Pompilio, il secondo re di Roma che asseriva di essere in contatto con la ninfa Egeria sua consigliera. Numa, il mitico re-sacerdote, proveniva da una tribù il cui nome sembra mostrare affinità semantiche con quella dei sahhell cioè dei Salii, ci riferiamo a quella dei Sabini, nome che liberamente interpretato significa coloro che traggono da dentro (l’ispirazione ?) la conoscenza. Infatti il nome Sabini risulta composto dall’unione dei lessemi sah vedere, nell’accezione di conoscere, ab trarre, porre fuori e inna dentro, interiore. Sulle origini nord europee di Roma e il rito druidico svolto in occasione della sua fondazione dal re-sacerdote Romolo, abbiamo già detto sufficientemente nell’articolo  dal titolo l’arte regia di Ramnes\Romolo e la fondazione di Roma,  per  ritornarvi in questa sede. Al contrario di quanto dedotto da Tacito nel suo trattato dedicato al suocero Agrippa, a proposito del passaggio dei Salii dalla Spagna in Inghilterra, a noi sembra più verosimile l’inverso, cioè che dall’Inghilterra, se non dalla Scozia ove era fortemente radicata la tradizione druidica, i Salii fossero passati sul continente per dirigersi a sud, in occidente e in oriente[3].

Non ci sembra qui fuori luogo approfondire il ruolo che fu affidato a questa potente casta sacerdotale nella città destinata a governare il mondo allora conosciuto. I Salii romani erano in numero di dodici ed avevano il compito di custodire l’Ancile, lo scudo caduto dal cielo. All’Ancile era collegato, secondo un antico oracolo, il destino dell’Urbe. Pertanto Numa ne fece realizzare altri undici identici all’originale al fine di confondere chi avesse voluto minare, distruggendo l’Ancile, il compito a cui l’Urbe era destinata dal Fato. Infatti era opinione comune, riportata da Plinio il vecchio, che la città fosse sorta per volontà degli dèi onde mettere ordine, suo tramite, nel mondo. Il custode dell’Ancile era denominato Flamine Diale; il lessema Dell da cui deriva Diale, in lingua germanica significa appunto celare, nascondere. Il Flamine Diale aveva dunque il compito di tener celato il vero Ancilia. I sacerdoti Salii avevano il compito altresì di chiudere ed aprire la porta del tempio di Jahno (Giano bifronte) a seconda che si era in guerra o in pace. Che l’ordine sacerdotale dei Salii potesse essere stato istituito da Numa, come è riportato da T. Livio, è possibile, ma bisogna tener conto che i riti da essi espletati esistevano nel Lazio ancor prima della fondazione di Roma. Ne è testimone l’antiquario Virgilio il quale, nel suo poema l’Eneide, in cui si nasconde fra le righe del  racconto una lettura diversa da quella palesemente comunicata  (vedi il nostro saggio, Dalla Scania alla S(i)cania, gratuitamente fruibile), precisa che l’apertura della porta del tempio di Jano era prerogativa del re Latino. In lingua germanica porta si dice Tor è Tor era un dio germanico equiparabile al dio latino Marte. Marte, secondo la tradizione romana, era il dio della guerra, padre di Romolo e colui che aveva lasciato cadere dal cielo l’Ancilia, cioè lo scudo. L’atto del dio corrispondeva dunque ad una iniziazione guerriera, alla quale l’intero popolo romano era stato sottoposto. Ora, si dà il caso che il rito della chiusura e apertura della porta era condiviso dai Sicani del Lazio con quelli della Sicilia. Gli storici che fanno menzione del rito siciliano dell’apertura e chiusura delle porte del tempio del dio Adrano, sono Plutarco, inconsapevolmente, nella vita di Timoleonte e Diodoro indirettamente, affermando che furono proprio i Romani, tra il 213 e il 211 a. C., probabilmente avendo intuito l’affinità tra il dio Adrano a Jahno, a chiudere forzosamente la porta del tempio del dio sicano,  affinché non potesse nuocere col suo “furore” (odhr) alle legioni, erigendovi un muro tutto attorno.

sillabici iberici 400 a.C.

Cerchiamo ora di rintracciare le tradizioni mitiche degli Spagnoli partendo da quanto viene riferito da Strabone nel suo trattato di geografia. Il geografo, preoccupato soltanto dell’aspetto geografico del territorio spagnolo, citando lo storico Eforo dimostra di non avere affatto la curiosità di un Plutarco affetto da una inestinguibile sete di conoscenza o un Tucidide che non tralasciava, pur non trascurando la sua missione di storico, di comprendere le origini del popolo siciliano. Pertanto egli non comprende il significato religioso e rituale di cui adesso diremo basandoci sulle sue stesse descrizioni e dichiarazioni. Strabone nel lib.III,2,11 della Geografia, afferma che Polibio, lo storico al seguito degli Scipioni che scrisse una storia di Roma, riconoscesse agli Iberi una consanguineità con i Celti. A  questa esplicita affermazione, possiamo aggiungere quanto il geografo sostiene nello stesso trattato di geografia nel libro III, 1,4 e cioè che lo storico Eforo si sarebbe sbagliato nell’affermare che nello stretto di Gibilterra vi fosse  un tempio o altare dedicato ad Ercole in quanto Strabone afferma che in quel luogo era constatabile soltanto la presenza di pietre disposte a tre o quattro in più punti. È evidente che Strabone parlando distrattamente di pietre si stesse riferendo a quei dolmen e megaliti che numerosi ritroviamo in Europa, senza che egli ne comprendesse il significato sacro che questi templi rivestivano per le popolazioni nord europee, e che quindi la consanguineità affermata da Polibio tra Celti e Iberi, nulla suggerisse al disattento geografo. La superficialità del geografo risulta ancor più stupefacente subito dopo, quando egli afferma che presso quelle pietre il popolo era d’uso farvi delle libagioni e che era proibito  andarvi di notte, poiché proprio a quell’ora, il luogo sarebbe stato occupato dagli dèi: “ Chi lo vuole visitare” afferma il geografo, “deve pernottare nel villaggio più vicino e recarvisi di giorno portandosi l’acqua che in quel luogo scarseggia”. È evidente che Strabone stia descrivendo una pratica rituale familiare agli Iberici ,ma che egli ignora. Infatti, nei riti celtici, l’acqua assume un ruolo rituale fondamentale, come si deduce dalla presenza di numerose vasche in Gallia, vasche che erano costruite dai  Druidi e tra le quali figura quella di Bibrachte che è soltanto la più conosciuta. Continuando ancora con le preziose informazioni sui tramonti, le albe e i movimenti del sole, dai tratti particolari, che si manifestano in quel luogo, su cui Strabone si sofferma e di cui  egli ignora il palese significato simbolico, appare evidente che nel luogo indicato dal geografo, nei pressi delle colonne d’Ercole, vi si svolgesse il rito dei solstizi e degli equinozi.

alfabeto runico

Pertanto, i dolmen che per Strabone sarebbero inutili pietre, mettono in relazione, a nostro avviso, la Spagna con la cultura celtica e la stessa vicina Sicilia. Infatti, l’isola è cosparsa di dolmen e rocce forate la cui presenza era funzionale al rito legato ai solstizi e agli equinozi, come abbiamo spiegato in altre occasioni. Nella regione dei Gaditiani, nella città di Asta, la più importante della regione secondo le affermazioni di Strabone, veniva praticata una consuetudine a noi familiare, in quanto descritta da Cesare per ciò che concerne il popolo dei Carnuti della Gallia ed in uso a Upsala in Svezia presso la prateria di More, una assemblea popolare. Continuando ad elencare le affinità culturali tra Celti ed Iberi che Strabone mette inconsapevolmente a nostra disposizione, a noi non sfugge il suo riferimento a Polibio il quale, a proposito del fiume Anas, afferma che esso nasce dalla Regione dei Celtiberi e che il nome apposto al fiume sia addebita ile ai Celtiberi che parlavano una lingua germanica, il celtico. Il lettore si ricorderà che Ano significa nella lingua germanica avo, antenato, pertanto Anas dovrebbe corrispondere al sostantivo  femminile –Presso i Persiani la divinità fluviale si chiamava Anaita; I Greci chiamavano la regina Anassa mentre gli Ittiti la appellavano tawananna alludendo alla regina madre; il primo re ittita si chiamava invece, Anittas ovvero colui che evoca, o è egli stesso, la voce dell’Avo, da An-iti-Hass-. Secondo le asserzioni di Strabone, Il popolo che viveva presso il fiume Anas, dunque i Celtiberi, era il più colto e, conservava, a detta del geografo, documenti scritti della propria storia antica di sei mila anni. Ora, parlando della scrittura degli Iberi, non può passare inosservata la similitudine dei caratteri di questa, nelle epigrafi rinvenute e fatte risalire dagli studiosi al 400 a.C., con i caratteri utilizzati nella scrittura barriforme celtica definita runica.

Ad majora.

[1] Ur-ANO;  Jah-ANO; mn-ANO; ANO; odhr-ANO sono i differenti modi con cui l’Avo comune, l’Ano, veniva appellato rispettivamente da Greci, Latini, Germani, Sumeri e Sicani di Sicilia significando rispettivamente: l’Avo primordiale; l’Avo intuitivo; l’avo mentale o il potere della mente dell’Avo; l’Avo; l’Avo furioso o divino. Lo stesso termine Sicano o sich Ano significa l’avo in sé, cioè il pronome personale sich, sé, sé stesso, indica il concetto di consustanzialità tra l’Avo, l’Ano e l’erede cioè il Sicano.

[2]( …) Ecateo e alcuni altri affermano che nelle regioni poste al di là del paese dei Celti c’è un’isola non più piccola della Sicilia; essa si troverebbe sotto le Orse e sarebbe abitata dagli Iperborei, così detti perché‚ si trovano al di là del vento di Borea. Quest’isola sarebbe fertile e produrrebbe ogni tipo di frutto; inoltre avrebbe un clima eccezionalmente temperato, cosicché‚ produrrebbe due raccolti all’anno. Raccontano che in essa sia nata Leto: e per questo Apollo vi sarebbe onorato più degli altri dei; i suoi abitanti sarebbero anzi un po’ come dei sacerdoti di Apollo, poiché‚ a questo dio si inneggia da parte loro ogni giorno con canti continui e gli si tributano onori eccezionali. Sull’isola ci sarebbe poi uno splendido recinto di Apollo, e un grande tempio adorno di molte offerte, di forma sferica. Inoltre, ci sarebbe anche una città sacra a questo dio, e dei suoi abitanti la maggior parte sarebbe costituita da suonatori di cetra. – Diodoro siculo Biblioteca storica II,4.[3] Tacito, come si evince nella vita di Agricola, crede che la tribù dei Siluri in Britannia, potesse essere arrivata dalla Spagna a motivo delle simili caratteristiche somatiche. Non è da escludere, piuttosto, che l’antichissima migrazione dei Salii o Siluri, partita dalla Scozia o comunque dal nord, giunta in Spagna, avesse mantenuto con la madre patria dei rapporti filiali, un cordone ombelicale che non si era mai del tutto reciso e che dunque, nel corso dei secoli, se non millenni, i matrimoni misti avvenuti tra cittadini della madrepatria Britannia e la colonia spagnola, avesse portato ad un rimescolamento del corredo genetico. Testimonianza dell’abitudine di mantenere rapporti solidi tra la patria e le colonie è testimoniata da Diodoro siculo nel libro II,42 in cui cita il gemellaggio tra la città greca di Delo e gli Iperborei a motivo dell’antenato comune Apollo. Un caso italiano simile era il gemellaggio intercorso tra la sicana cittadina siciliana di Centuripe e la cittadina sicana del Lazio Lanuvio (Vedi Centuripe, l’antica stirpe).