RACCONTI BREVI DELL’ADRANO CHE FU
PREFAZIONE
I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l’attenzione di un pubblico più vasto, si propongono di dare visibilità a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. A partire dal lontano 480 a.C., quando l’esercito, al contempo militare e religioso, noto come anfizionia e posto a guardia del tempio del dio Adrano, determinò con il suo apporto la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Imera (Diodoro Siculo). Tale vittoria
impose ai vinti non risarcimenti di guerra, come era costume, bensì regole etiche volte a impedire i sacrifici umani che quel popolo praticava in onore delle loro divinità infere. Alla luce di ciò, riteniamo nostro dovere fungere da ponte tra le generazioni passate e quelle
future, affinché queste ultime possano raccogliere l’eredità etica delle prime.
LE EPICHE GESTA
I racconti qui proposti ai cittadini adraniti, sono stati a propria volta, a noi raccontati da alcuni di loro, o perché li vissero in prima persona o perché li appresero dai propri cari e dagli anziani del quartiere durante la loro fanciullezza. Noi, non volendo perdere l’occasione di celebrare gli Avi adraniti, aggiungiamo del nostro, secondo ciò che ci è pervenuto da fonti ormai così lontane dai tempi nostri, tanto da non
poter essere confermate tramite un approccio scientifico, erroneamente da taluni così inteso ( infatti le tradizioni orali, il folclore locale, la toponomastica ecc. per quanto esulino dall’approccio così detto scientifico, non applicabile ad un ordine di natura extra fisica, della
cultura dei popoli, delle credenze che hanno sempre condizionato lo svolgersi della storia, entrano con diritto nel metodo multidisciplinare che il ricercatore deve tenere in alta considerazione) poiché nessuno, prima di noi, ebbe cura di vergare sulle nobili pagine della storia o della cronaca locale. Ma poiché ci vantiamo di aver avuto nobili maestri narratori quali Omero, Erodoto, Tucidide, Polibio e altri ancora, diremo di volta in volta ciò che è narrazione popolare, ciò che può essere riscontrato su fonti certe e ciò che è esperienza diretta del narratore.
Ci auguriamo che il cittadino adranita, quello cioè che noi riteniamo aborigeno di sicana schiatta, possa trarre beneficio del nostro lavoro, e che, prima d’ogni altra cosa, possa prendere coscienza di quale corredo cromosomico egli sia portatore, rimembrando che egli ha la fortuna di calpestare il sacro suolo che un primordiale Antenato, appellato Adrano, onorato in tutta l’isola, scelse come propria dimora, e del quale egli, dico l’Adranita, debba ritenersi consustanziale.
I RACCONTI DEL FOCOLARE
RACCONTI BREVI DELL’ADRANO CHE FU
PREFAZIONE
I brevi saggi che intendiamo sottoporre al pubblico adranita, ma che per le tematiche trattate meritano l’attenzione di un pubblico più vasto, si propongono di dare visibilità a quei cittadini che, attraverso le loro silenziose azioni, hanno contribuito a formare il nerbo della stirpe siciliana. A partire dal lontano 480 a.C., quando l’esercito, al contempo militare e religioso, noto come anfizionia e posto a guardia del tempio del dio Adrano, determinò con il suo apporto la vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Imera (Diodoro Siculo). Tale vittoria impose ai vinti non risarcimenti di guerra, come era costume, bensì regole etiche volte a impedire i sacrifici umani che quel popolo praticava in onore delle loro divinità infere. Alla luce di ciò, riteniamo nostro dovere fungere da ponte tra le generazioni passate e quelle future, affinché queste ultime possano raccogliere l’eredità etica delle prime.
LE EPICHE GESTA
I racconti qui proposti ai cittadini adraniti, sono stati a propria volta, a noi raccontati da alcuni di loro, o perché li vissero in prima persona o perché li appresero dai propri cari e dagli anziani del quartiere durante la loro fanciullezza. Noi, non volendo perdere l’occasione di celebrare gli Avi adraniti, aggiungiamo del nostro, secondo ciò che ci è pervenuto da fonti ormai così lontane dai tempi nostri, tanto da non poter essere confermate tramite un approccio scientifico, erroneamente da taluni così inteso ( infatti le tradizioni orali, il folclore locale, la toponomastica ecc. per quanto esulino dall’approccio così detto scientifico, non applicabile ad un ordine di natura extra fisica, della cultura dei popoli, delle credenze che hanno sempre condizionato lo svolgersi della storia, entrano con diritto nel metodo multidisciplinare che il ricercatore deve tenere in alta considerazione) poiché nessuno, prima di noi, ebbe cura di vergare sulle nobili pagine della storia o della cronaca locale. Ma poiché ci vantiamo di aver avuto nobili maestri narratori quali Omero, Erodoto, Tucidide, Polibio e altri ancora, diremo di volta in volta ciò che è narrazione popolare, ciò che può essere riscontrato su fonti certe e ciò che è esperienza diretta del narratore. Ci auguriamo che il cittadino adranita, quello cioè che noi riteniamo aborigeno di sicana schiatta, possa trarre beneficio del nostro lavoro, e che, prima d’ogni altra cosa, possa prendere coscienza di quale corredo cromosomico egli sia portatore, rimembrando che egli ha la fortuna di calpestare il sacro suolo che un primordiale Antenato, appellato Adrano, onorato in tutta l’isola, scelse come propria dimora, e del quale egli, dico l’Adranita, debba ritenersi consustanziale.
TEMI L’IRA DEL GIUSTO
Turi Barbera, soprannominato ‘u pacchittu, era un bonario e anonimo ortolano.
Intorno agli anni 60 del ‘900, in occasione di una festa di paese, faceva parte del comitato di ordine pubblico. Alcuni buontemponi, creavano disordine con scherzi di discutibile gusto; vengono pertanto invitati alla moderazione dal nostro Turiddu Barbera. Erano quelli, tempi dal facile coltello. Colui che appariva essere il capo degli scalmanati, all’invito di comportarsi civilmente rispondeva con tono di sfida: “ Ma tu sei malandrinu?”. Il Barbera rispose: “ Io non sono nessuno, ma con la prima coltellata ti taglio le bretelle e con la seconda le budella”. E subito gli caddero a terra i pantaloni. Turi Barbera, passò il coltello ad un amico il quale come se nulla fosse, con passo lento si allontanò dal luogo. La polizia, sentendo gridare lo sprovveduto si avvicinò per accertare i fatti. Il Barbera protestò la sua estraneità svuotando le tasche dei pantaloni, invitando la sua vittima a cercare altrove l’autore del misfatto.
I PATUTI.
I Patuti, ovvero i sette fratelli dell’Erba, erano famosi e malvisti soprattutto dai meno abbienti. La loro triste fama era dovuta all’abitudine di sottopagare i loro dipendenti e non mantenere gli accordi economici stabiliti. Possedevano un orto e una cava ed erano altresì in odore di malandrineria, o, meglio, per malandrini amavano farsi passare: al momento di pagare i lavoratori dipendenti, seduti attorno a un tavolo, con aria stanca posavano in bella vista chi il coltello, chi la rivoltella, pagando poi, meno del dovuto. Alle lamentele dei lavoratori giornalieri, con fare bonario mettevano loro i pochi soldi nelle mani, obbligandoli ad accettarli. In una occasione però, nonostante tale ostentazione, non riuscirono nel loro intento e fu quando dovettero pagare lo spaccapietre Don Nicolò Milazzo. Don Nicolò era reduce da un lungo periodo di carcerazione fatto nella Toscana. Molti anni prima il padre era stato condannato per furto, ma dopo il processo si seppe che era falsa la testimonianza a suo carico. Una sera Don Nicolò entrò in una macelleria, oggi sede di un circolo privato, adiacente alla chiesa di S. Lucia, e incontrò il falso testimone. I due vennero alle mani e ad un certo momento Don Nicolò prese dall’ apposito cippo la mannaia che serviva a tagliare gli ossi e decapitò il malcapitato. Scontata la condanna, riprese il suo lavoro. Lavorò pure per i “patuti” e a fine settimana si presentò come tutti gli altri per ricevere la sua paga. Ma non come tutti gli altri accettò di essere sottopagato. Pertanto in una delle numerose piazze della popolosa Adrano, ove con ostentazione i “patuti” pagavano i loro dipendenti, il Milazzo pubblicamente schiaffeggiava i suoi datori di lavoro che non intendevano rispettare gli accordi pattuiti. Alcuni giorni dopo la pubblica umiliazione, la famiglia dell’Erba al completo: padre e sette fratelli, coltello alla mano, circondarono il Milazzo mentre si recava al nuovo luogo di lavoro. Il risultato di quella impari scaramuccia fu che i sette fratelli dell’Erba se ne tornarono a casa con il sedere ricucito.
UN ADRANITA A SAN CRISTOFORO.
Giovanni Messina, un modesto ortolano che viveva del proprio lavoro, si recò a Catania, nel quartiere di San Cristoforo, per vendere la sua mercanzia. Qui fu fermato da una decina di individui malintenzionati che, deridendolo e apostrofandolo sprezzantemente come “paesano”, tentarono di intimorirlo brandendo coltelli. Risoluto, Giovanni rispose con fermezza, invitandoli a lasciarlo in pace, altrimenti, disse, avrebbero fatto meglio a nascondersi sotto le gonne delle loro madri, perché li avrebbe “lazzariati” senza pietà, tutti e dieci e chiunque altro si fosse aggiunto. Il gruppo reagì con risate sguaiate e scherni di ogni tipo, agitando i coltelli e tracciando nell’aria bizzarri disegni. Ma, detto fatto, in un batter d’occhio, Giovanni ferì tutti e dieci i malviventi. Questi, colti di sorpresa, si diedero alla fuga e raggiunsero l’ospedale di Santa Marta per farsi medicare le ferite da coltello. Giorni dopo, i malandrini catanesi, ancora con le ferite fasciate, si recarono ad Adrano portando vivande in dono all’eroico Messina complimentandosi per il coraggio dimostrato e per la maestria nell’uso del coltello.
I FRATELLI CHIAVARO
I fratelli Chiavaro avevano fatto fortuna in America. Ritornati nel loro paese prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, uno dei due, a cui dedicheremo un capitolo a parte, era riuscito a farsi eleggere podestà. L’altro era rimasto un privato cittadino, anonimo ma molto rispettato; di entrambi si diceva che fossero “uomini di rispetto”.
Un giorno, l’anonimo fratello si trovava nello scompartimento del trenino che collegava i paesi etnei, diretto da Adrano a Catania. Nello scompartimento c’erano una signora con il figlio appena nato e un uomo che fumava una sigaretta arrotolata con quel tabacco puzzolente, tipico di quel tempo. La signora, preoccupata per il figlio che stava allattando, chiese gentilmente all’uomo di smettere di fumare, almeno per il momento. L’uomo, con una risposta sgarbata, continuò a fumare come se la donna non avesse parlato.
Pochi metri dopo, approfittando del buio creato dall’attraversamento di una galleria, che oscurava lo scompartimento, il nostro concittadino Chiavaro, dotato di una forza oggi non comune ma che a quei tempi – non si sa come mai – si riscontrava frequentemente tra gli adraniti, abbassò il finestrino dello scompartimento, afferrò l’arrogante individuo per il bavero e, sollevandolo di peso, lo espose con la testa fuori dal finestrino, facendogli respirare l’acre odore del catrame, tipico delle ferrovie di allora. Con tono deciso, gli intimò di non azzardarsi mai più a mancare di rispetto a una donna, specialmente se madre.
CHIAVARO, IL PODESTÀ.
I due fratelli Chiavaro, alla fine del diciannovesimo secolo, partirono per l’America con l’intenzione di costruirsi una vita migliore rispetto a quella che la Sicilia offriva loro. Di carattere austero e a tratti spregiudicato, con un passato intriso di ombre, vi riuscirono. Ritenendosi in sintonia con gli ideali del nascente partito fascista, tornarono in Italia, nel paese natio di Adrano: una comunità temprata da una plurimillenaria storia e particolarmente sensibile in campo politico, capace di esprimere figure di spicco come Agatino Milazzo, che in tempi più recenti ricoprì il ruolo di Segretario Generale dello Stato.
Al giovane ma intraprendente Chiavaro non fu difficile porsi alla guida del nascente movimento fascista adranita, denominato “La Disperata”. Questo nome riprendeva quello della celebre squadra d’azione di volontari accorsi da ogni parte d’Italia per partecipare all’eroica impresa di Fiume guidata dal Vate Gabriele D’Annunzio. “La Disperata” – fondata da Guido Keller e dall’avventuroso conte Gino Augusti (che quindici anni dopo sarebbe diventato a sua volta podestà di Corinaldo, così come Chiavaro lo fu di Adrano) – potrebbe aver ispirato direttamente la scelta del nome per il gruppo di fascisti adraniti della prima ora.
Non è da escludere che, considerando ciò che il podestà adranita (in carica dal 1923 al 1927) realizzò per la propria città e il suo carattere decisionista, il nome “La Disperata” sia stato scelto proprio per cavalcare un sentire diffuso tra gli audaci adraniti dell’epoca: un monito per chiunque avesse voluto ostacolare il programma che Chiavaro intendeva attuare. Tale programma consisteva nel ripristinare gli antichi splendori della vetusta città sicana di Adrano, sede del prestigioso tempio del dio eponimo celebrato da Plutarco nella “Vita di Timoleonte”.
Che Chiavaro avesse esercitato una notevole influenza anche in America – al punto da attirarsi addosso una luce sinistra – si deduce dal fatto che, per finanziare l’ambizioso progetto di costruzione del campanile della Chiesa Madre e della relativa facciata, fece arrivare cospicui capitali dagli Stati Uniti. Gran parte del suo programma di ammodernamento della città natia fu effettivamente realizzata.
Fece costruire numerosi servizi pubblici, tra cui i bagni pubblici, la biblioteca comunale e un palco musicale; introdusse l’illuminazione pubblica; impose l’installazione di grondaie e caditoie; realizzò tre importanti arterie stradali, pavimentandole con lastroni di pietra lavica spessa e praticamente indistruttibile (di cui una rimane ancora intatta, mentre le altre sono state rifatte in epoca moderna con pietra lavica a mo’ di piastrelle, soluzione dal gusto discutibile); fece erigere il macello comunale, generando un indotto economico per l’intera comunità e favorendo una rapida ripresa; distribuì gratuitamente ai poveri il sanguinaccio, allora considerato un prezioso rimedio contro l’anemia; realizzò la splendida Villa della Vittoria – ancora oggi il fiore all’occhiello della città – intitolata ai caduti della Prima Guerra Mondiale, piantando un albero per ogni adranita morto al fronte.
Purtroppo, alcuni lustri fa un’amministrazione con scarso senso patrio – per usare un eufemismo – decise inopinatamente di spostare in un’altra piazza lo splendido monumento in bronzo che campeggiava al centro della villa, su cui una pesante lastra bronzea reca incisi i nomi dei caduti, profanando in tal modo la memoria collettiva.
Di quest’ultima imponente realizzazione abbiamo buoni motivi – seppur non pienamente documentabili – per ritenere che sia in relazione con la formazione militare della Prima Guerra Mondiale chiamata “La Disperata”, già menzionata. Supponiamo infatti che tra i suoi membri vi fossero anche alcuni adraniti e che, come nella decisiva battaglia di Imera del 480 a.C. contro i Cartaginesi o nell’assedio romano del 211 a.C., gli adraniti avessero dato prova di un indomabile coraggio – tanto da far credere ai Romani che la città fosse protetta dal dio Adrano.
Crediamo pertanto che, nella coltissima Adrano dei secoli XIX e XX, non mancassero circoli esoterici e culturali – come quello Democratico, a cui aderiva l’intellighenzia locale – che coltivassero ambizioni di rinascita per la vetusta sede del dio nazionale Adrano. È plausibile che Chiavaro rappresentasse il campione di questa illustre categoria di adraniti.
La sua morte prematura, avvenuta nel 1938 a causa di un incidente d’auto, non compromise l’humus su cui era cresciuto quel “bosco di querce” di cui faceva parte anche Luigi Perdicaro. Questi, seguendo la strada già tracciata dal gruppo de “La Disperata”, nel 1929 – appena due anni dopo la rimozione di Chiavaro dalla carica di podestà (a cui furono mosse accuse di concussione e abuso di potere, anche se l’opinione popolare ritiene che si fosse soprattutto inimicato le famiglie nobili adranite intaccandone gli interessi) – propose al consiglio comunale di riappropriarsi del divino nome originario di Adrano. Tale nome, per deformazione linguistica introdotta dai popoli stranieri succedutisi al governo dell’isola a partire dal periodo arabo, era stato storpiato in Adernò.
Di questo fondatore della patria diremo altrove. Intanto Chiavaro, con la sua scomparsa, lasciava il corpo ma anche la memoria di una stirpe di adraniti risoluti, capaci e intraprendenti, nonostante i chiari e scuri che li caratterizzavano.
CODICE D’ONORE: IL CAVALLERESCO RISPETTO PER LA DONNA NELL’ADRANO DEL ‘900
Il seguente racconto mi fu narrato da mio padre e viene qui riportato con orgoglio, rivendicando l’appartenenza a una stirpe di adraniti ormai in via di estinzione.
Giunto il periodo della raccolta degli agrumi, don Peppe Branchina si recava con i suoi quattro figli maschi, le due nuore, la figlia femmina e la moglie nelle sue proprietà, nella contrada Canalotto, in territorio di Centuripe. La squadra dei raccoglitori dormiva in una casetta non distante, mentre l’intera famiglia si riuniva in un casolare poco più avanti. In tarda serata, don Peppe udì lo scalpitio di cavalli; ordinò allora ai due figli maggiori di uscire per vedere chi fosse sopraggiunto. Era quello un tempo in cui, ad Adrano, i cittadini erano rassegnati a convivere con il fenomeno del banditismo. I due giovani, usciti dall’alloggio, si trovarono di fronte quattro uomini a cavallo. Questi salutarono rispettosamente e chiesero se in casa vi fossero altre persone. I fratelli risposero che, oltre al loro padre, don Peppe Branchina, erano presenti le loro due mogli, altri due fratelli, una sorella e la loro madre, ossia la moglie di don Peppe.
Non era la prima volta che i quattro si fermavano in quel luogo per rifocillarsi e salutare l’ospite, il quale accoglieva i “supplici”, come l’atavica cultura, rintracciabile soprattutto nei testi omerici, aveva insegnato ai siciliani ben cresciuti. Seguendo le istruzioni di don Peppe, i figli invitarono i quattro a entrare per ristorarsi, come già era accaduto in precedenza. Ma un codice d’onore non scritto, rispettato dagli uomini d’onore – quali allora tutti i siciliani erano, prima che questa infausta era li trasformasse in persone dalla schiena curva – impedì ai quattro di accettare l’ospitalità. Dissero ai due giovani di riferire a don Peppe che non era loro costume spaventare “le femmine”, specialmente se appartenenti a famiglie rispettabili, come sarebbe accaduto se si fossero presentati con gli archibugi. Aggiunsero che sarebbero andati oltre, che la zona abbondava di masserie, raccomandando ai giovani di porgere i loro saluti a don Peppe e di esprimergli il rispetto che nutrivano per lui. Così, svanirono nelle ombre della notte.
ANCHE IL MALE ASSOLUTO PUÒ GENERARE L’HUMUS VITALIZZANTE.
La storia che qui esporremo, raccontataci dal figlio del protagonista, Luigi Leanza, si inserisce in un periodo storico a noi troppo vicino per essere giudicato con serenità: ancora oggi dibattuto dagli storici e oggetto di rivisitazione da parte degli analisti. Pertanto ci asterremo da ogni giudizio in merito. Del resto, non è scopo di questo scritto esprimere giudizi o opinioni, né sulla storia in sé né tantomeno sull’operato dei protagonisti che la determinarono. Questo compito lo affidiamo ai lettori, se lo desiderano, ognuno secondo la propria sensibilità e la propria formazione culturale; noi, imitando il maestro per eccellenza, l’aedo Omero, intendiamo rimanere imparziali, limitandoci a raccontare i fatti.
IL GERARCA
Come la propaganda del tempo imponeva, il dittatore Benito Mussolini intendeva visitare personalmente ogni paese e ogni città italiana, compresa Adrano. Un imprevisto dell’ultima ora glielo impedì e fu perciò sostituito da uno dei gerarchi più importanti del suo entourage. La fascistizzata città accolse il gerarca in pompa magna, con striscioni e gigantografie del Duce. Fra i numerosi ritratti del Dittatore, uno colpì particolarmente l’attenzione dell’inviato, che si soffermò a contemplarlo. Il ritratto era ammirevolmente perfetto, tanto che il gerarca volle avere informazioni su chi lo avesse realizzato e infine decise di portarlo con sé per mostrarlo al Duce. Gli fu detto – così come il gerarca aveva udito – che l’autore era un adolescente che frequentava la scuola media, ma che non avrebbe potuto affinare quel talento perché i suoi genitori non potevano permettersi di mantenerlo agli studi accademici. Ebbene, il Duce stabilì che al giovane Leanza venisse assegnata una borsa di studio fino al compimento dei suoi studi. Fu così che in molti potemmo avere la fortuna di averlo come maestro di disegno alle scuole medie.
IL PATRIOTA
Il racconto fornitoci dal signor Luigi Leanza ci offre l’occasione di proporre a nostra volta un’altra storia, che riguarda sì un singolo uomo, ma con ripercussioni sull’intera cittadina di Adrano. Colui che scrive, ritenendosi particolarmente sensibile al risultato ottenuto grazie alla proposta avanzata dal protagonista in sede consiliare, non può che esprimere profonda gratitudine nei confronti di Luigi Perdicaro.
Uomo colto – fu lui a creare il primo museo archeologico in un’aula del Liceo Classico di Adrano – il consigliere comunale Luigi Perdicaro, insegnante di latino e greco nello stesso liceo fino al 1943 e insigne umanista, era un politico che, pur militando in un partito, anteponeva l’etica, l’amore per la patria e il bene comune a qualsiasi ideologia. Fascista della prima ora, il nostro Luigi Perdicaro nel 1929, approfittando dell’ondata ideologica che trovava nel classicismo e nell’umanesimo il proprio fulcro propagandistico, propose con astuta lungimiranza la restituzione del nome originario Adrano alla cittadina etnea, che a causa delle numerose dominazioni straniere era stato storpiato in Adernò.
Ottenuto all’unanimità dal consiglio comunale il voto favorevole a tale proposta, il nostro Furio Camillo redivivo fu sottoposto a un’ulteriore prova di coraggio e fervore patriottico quando una delegazione di gerarchi fascisti si recò nella – ormai – Adrano (evidentemente la cittadina, già dai tempi di Caio Verre, per il suo importante passato non passava inosservata a Roma) per imporre l’eliminazione dell’aquila dallo stendardo comunale: l’Italia, secondo loro, doveva avere una sola padrona dei cieli, l’aquila romana.
Non ci è pervenuto il discorso che Perdicaro tenne davanti ai gerarchi, ma, da grande conoscitore della storia patria quale era, possiamo facilmente immaginare che egli abbia ricordato agli ospiti che l’aquila adranita era molto più antica di quella romana, che solcava i cieli italici prima ancora che Roma nascesse e che, se Roma esisteva e tornava a essere l’ombelico del Mediterraneo, lo si doveva anche alle genti sicule le quali avevano fornito a Enea l’aiuto necessario affinché l’eroe troiano potesse giungere nel Lazio. In ultimo, stando al nono libro dell’Eneide, proprio da Adrano era stato inviato nel Lazio Capi, figlio di Arcente, in soccorso di Enea, cosicché questi potesse dare origine alla stirpe romana. Dunque la schiatta adranita era anteriore a quella romana. Enea stesso, pertanto, non avrebbe mai osato abbattere l’aquila che poi avrebbe adottato come insegna; non lo facessero neppure loro, che per autorità erano certamente al di sotto di Enea.
Con questo discorso Perdicaro salvò l’aquila adranita, che ancora oggi campeggia sullo stemma del comune.
SANTITÀ E BILOCAZIONE
Come è stato affermato altrove, nella città in cui sorgeva il tempio del dio Adrano il sacro è stato di casa fin dalla sua edificazione. Molti dei vetusti templi della religione precristiana, grazie all’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380, furono convertiti in chiese. Adrano, nell’Ottocento, stando allo storico adranita Salvatore Petronio Russo, ne contava un numero straordinariamente elevato, difficilmente giustificabile dalla consistenza della popolazione.
Così come avvenne in modo indolore la trasformazione del tempio pagano in chiesa cristiana, anche il passaggio dal sacerdozio pagano a quello cristiano seguì modalità che non mutarono in sostanza l’approccio al sacro. Eremiti come l’adranita San Nicolò Politi e semplici sacerdoti come Francesco Musco furono caratterizzati da un alone di santità che risplende ancora ai nostri giorni.
Il barone Spitaleri dedicò una biografia al sacerdote Francesco Musco, nato nel secolo precedente rispetto allo Spitaleri, ossia nel Settecento. Il barone, fra le molte gesta degne di ricordo, racconta di don Francesco un aneddoto che ci ha particolarmente colpiti e che qui desideriamo riportare.
Era un giorno in cui sembrava che le cateratte del cielo si fossero aperte per allagare la terra; persino il dio pagano Giove pareva essere intervenuto con le sue saette per impedire che alcuno si salvasse. Don Francesco ebbe notizia che un viandante, inzuppato come una spugna e febbricitante, si era riparato in una grotta presso la cosiddetta Scala dei Bianchi, una stradella che si arrampicava sulla rocca Giambruno superando lo strapiombo che rese inespugnabile l’antica Adrano, di cui parlano Diodoro Siculo, Plutarco e altri storici antichi.
Si dice che i confratelli di don Francesco lo videro tornare in convento con il viandante sulle spalle, senza che una sola goccia avesse bagnato il saio del prete. Altri concittadini raccontavano di averlo visto in un luogo mentre, contemporaneamente, i confratelli erano con lui in chiesa a pregare.
CONTEMPORANEITÀ
Non ci soffermeremo a contemplare solo il passato come vecchi nostalgici, ignorando il presente e convinti che il futuro non concederà degni eredi di così grandi antenati. La lista di concittadini che attualmente occupano nel mondo posizioni di prestigio, contribuendo a far progredire l’umanità in avanti e verso l’alto, è molto numerosa: lo spazio dedicato a questo lavoro non basterebbe a contenerne tutti i nomi. Ci limiteremo perciò a citarne qualcuno.
UN ADRANITA SULL’HIMALAYA.
Dobbiamo essere grati a Giuseppe Leanza per quanto abbiamo appreso riguardo allo zio, da noi successivamente contattato. Il signor Aldo Furnari, già docente universitario, oggi in pensione ma ancora fortemente impegnato su più fronti, ottantaquattrenne, possiamo definirlo l’uomo dal multiforme ingegno: fu il
promotore dell’agricoltura biologica in Italia e il primo nel 1978 a fare sorgere la prima Cooperativa Biologica, un Centro Biologico nella città di Noto nel 1984, cinque punti vendita a Catania. Portò innovazioni nei Paesi della costa africana, in Palestina, in India, Bolivia, Perù e altri paesi del Centro America dove si recò col beneplacito dell’Università di Catania per impiantare laboratori sperimentali e studiare l’agricoltura locale. Il fine ultimo del nostro professore era, però, fare tornare la Sicilia agli antichi splendori, a quel lontano periodo in cui le ninfe educavano gli eroi nei rigogliosi boschi di querce, che crescevano, come ricorda Virgilio nel cap. IX dell’Eneide, sulle rive del fiume Simeto.
Fu spinto dalla sua inarrestabile sete di conoscenza a spingersi fino alle alte vette dell’Himalaya, con l’obiettivo di consolidare la sua visione del mondo e metterla al servizio degli ultimi. Accadde però che la belligerante Cina comunista conquistasse l’innocuo e pacifico Tibet, sede della massima autorità religiosa buddhista, il Dalai Lama.
Il nostro Professore, attraverso una petizione, non ci pensò due volte a condannare l’arroganza cinese, superando ogni condizionamento ideologico. Dopo aver pubblicato articoli di denuncia dei crimini commessi dai cinesi ai danni del mite popolo tibetano, si vide recapitare dall’ambasciatore italiano in Cina una diffida a recarsi in Cina o nei territori da essa occupati. Nel caso in cui il Professore avesse osato farlo, sarebbe stato immediatamente arrestato.
Avendo appreso dal nipote che l’irrequieto nostro concittadino avrebbe poco dopo convolato a nozze con un’irlandese, cogliamo l’occasione per richiamare alla memoria del lettore una nostra ricerca intitolata “Sikani e Celti irlandesi”, pubblicata sul sito miti3000.eu, in cui si rintracciano comuni origini tra le due etnie. Consigliamo pertanto la lettura a chi desideri ampliare gli orizzonti della propria conoscenze.
LE VIE DEL SACRO
L’ASINO IN CHIESA. 1971
Non c’è da meravigliarsi se la città di Adrano ha espresso in ogni epoca un senso del sacro che, di volta in volta, si è manifestato sotto molteplici forme.
Il nostro Giuseppe Leanza, con il quale entrammo immediatamente in empatia, appartiene a una famiglia la cui genetica è un coagulo di elementi propri dei creatori di civiltà: intraprendenza, audacia, capacità di vedere lontano, umiltà e una profondissima spiritualità.
Nel 1971, a otto anni, il giovane Giuseppe, rimasto orfano della madre -soprannominata “a tumazzara”, secondo l’uso di mettere dei soprannomi alle persone che si distinguevano- e di padre a quattordici, ricevette in dono, alla precoce età di nove anni, l’asino del nonno passato a miglior vita sei mesi dopo la morte della figlia, a causa dell’insanabile dolore. Con quell’asino il nostro Giuseppe visse un rapporto di quasi consustanzialità e divenne la mascotte del folto gruppo di ragazzi del quartiere. Come era allora d’uso, il giovane proveniente da religiosissima famiglia, voleva fare benedire l’asino. Giunto davanti alla chiesa con il lungo corteo di ragazzini che lo seguivano, osservati i languidi occhi del somaro che sprizzavano amore incondizionato, il ragazzino non se la sentì di legarlo al pilastro fuori dalla chiesa, temendo anche di non ritrovarlo all’uscita, considerato lo stato di bisogno in cui versavano molti concittadini. Così Giuseppe lo portò con sé dentro il tempio.
L’amorevole padre Dell’Erba, uscito di corsa dalla canonica a causa dell’inconsueto rumore di zoccoli che si propagava con un sordo eco fra le sante mura, vide il giovane Giuseppe che conduceva il docile asinello, nutrendo un affetto profondo per il fanciullo che da breve tempo aveva perso l’amore più preziso e di cui apprezzava la particolare sensibilità; non accennò pertanto ad alcuna espressione di dissenso e indossando i sacri paramenti, celebrò il rito della benedizione come se nulla fosse accaduto, o, meglio, considerando l’asinello una creatura altrettanto gradita al divino che accoglie tutti gli esseri in un amorevole abbraccio.
AD ADRANO IL PRIMO COMPROMESSO STORICO.
Abbiamo spesso messo in evidenza che il luogo in cui sorse il tempio del dio siciliano Adrano – l’avo primordiale della stirpe sicana – non venne scelto dall’ecista sorteggiandolo tra mille altri siti della Sicilia, ma perché in quel punto si sprigionavano forze tanto antiche quanto positive, capaci di incidere sull’intera isola se ben governate. E così è stato anche in ambito politico, dove Adrano e diventato il laboratorio alchemico per innovazioni che il governo centrale avrebbe presto preso a modello. Stiamo parlando del “primo compromesso storico” avvenuto nella città di Adrano.
Era il 1960 quando il fermento politico adranita spinse i membri dei partiti a tentare ogni espediente, purché fosse funzionale al bene della cittadina etnea
Ad maiora semper

