Iniziazioni Sicane nella Valle delle Muse sul fiume Simeto.

Tutte le religioni del mondo furono portatrici di una verità comunicabile soltanto a coloro che erano in grado di sostenerla. Ai semplici di spirito venivano svelate conoscenze adeguate al loro livello di comprensione. Recitava, infatti, un antico adagio Veda che il saggio non deve scandalizzare il semplice con il proprio sapere. Era, la religione, una scuola dello spirito e, in quanto scuola, avrebbe dovuto seguire delle tappe graduali di comunicazione della conoscenza.


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I Sicani in Adrano: Il Pagus e il territorio.

Fu detto che il cercare rappresenta una esigenza dello spirito, un modo di essere, tipico di chi non si accontenta di fermarsi alla superficie delle apparenze. Facendo nostre tali affermazioni, tuttavia, bisogna riconoscere che il ricercatore corre il rischio, a volte, di rimanere incastrato nelle fitte maglie di una rete di tesi delle quali si è pregiudizievolmente innamorato. Vorremmo, pertanto, in rispetto alle Muse, gelose custodi della verità, mettere in guardia i nostri lettori invitandoli a verificare quanto di volta in volta affermeremo e, là dove siano in grado di farlo, correggerci fornendo il proprio contributo in questo sito.

PREMESSA
Le ricerche da noi condotte nel territorio di Adrano, non sono motivate esclusivamente dall’orgoglio di appartenenza che, tuttavia, le alimenta, ma da una domanda che ricorre in noi con ritmica frequenza: perché? Perché i nostri Avi scelsero il territorio adranita per erigervi la dimora del dio nazionale sicano, Adrano?

LA DIMENSIONE RELIGIOSA LEGATA AL TERRITORIO.

Plastico che riproduce in scala parte del territorio adranita.

Per rispondere alla domanda sopra posta, dobbiamo entrare in empatia con il mondo degli Avi, un mondo complesso che rappresenta il risultato di una sommatoria di elementi che interagivano tra di loro. La componente paesaggistica, le forze extrafisiche promanate dal luogo, avrà avuto certamente una influenza non indifferente nel plasmare la cultura dei Sicani, la loro filosofia, la loro visione del mondo. L’uomo di quel tempo si sentiva parte del mondo, della natura. Gli Dei si manifestavano in ogni cosa: nello splendore di una gioiosa alba o nel malinconico barlume del crepuscolo; l’uomo si sentiva in armonia col cosmo ed egli stesso si percepiva come un microcosmo parte del macrocosmo; atomo di quell’universo inteso come un corpo unico.

ricostruzione capanna

Il mondo esteriore riflette infatti il mondo interiore; l’uomo riflette il cosmo; la struttura del l’atomo riflette quella del sistema solare. Di conseguenza, nel tentativo di comprendere il loro mondo interiore, riflesso di quello esteriore, in cui vigevano parametri di valutazione diversi dai nostri, ricostruimmo scientificamente, consultando le fonti antiche, interessando la professionalità di geologi, archeologi, studiosi delle più diverse discipline scientifiche, maestranze locali, un plastico rigorosamente in scala 1:1.000, fruibile dal pubblico, che riproduce parte del territorio adranita con le ampie cascate di acqua ancora scroscianti agli inizi del XX secolo, oggi scomparse, fiumi disseccati, fitti boschi di querce, betulle e leccio popolati da cervi e cinghiali, come risulta dai reperti di ossa di animali neolitici ritrovati in loco, che cedettero la fertile zolla ai rigogliosi mandorleti impiantati nell’ ‘800 i quali, come afferma Cesare Abba nel suo diario di guerra diventato un libro di narrativa adottato dalle scuole negli anni ’60 , “da Quarto al Volturno” , con i loro nutrienti frutti aiutarono i Piemontesi a superare la carestia sopraggiunta nel XIX secolo. Dalla parziale ricostruzione del mondo abitato dai nostri Avi, dei suoi aspetti visibili, di quelli percepibili e intuibili (l’intuizione sopperisce alla assenza della storia scritta), arrivammo alla conclusione che gli abitanti della Sicilia tutta, allora chiamata Sicania, fino alla fine del III, inizi del II millennio a.C., vivessero in armonia con la natura, con il mondo, non interferendo invasivamente in esso attraverso la costruzione di strutture imponenti e come diremmo oggi, di impatto ambientale; la natura forniva loro cattedrali naturali. La Grecia che per vicinanza geografica maggiormente risentiva dell’influenza culturale dei popoli orientali, costruttori di ziggurat, piramidi, giardini pensili, edificarono tuttavia il primo tempio di pietra a Delfi dedicato ad Apollo soltanto nel XVII sec. a. C., mentre nel nord e nell’Europa centrale i Romani, ancora nel I sec. a.C. al loro arrivo non vi trovarono che pagliericci di canne nonostante quei popoli fossero abili costruttori di edifici megalitici, come dimostra la numerosa presenza di dolmen e menhir.

Dolmen in territorio di Bronte

Ma l’utilizzo della pietra rientrava nella visione religiosa del cosmo che essi avevano maturato in seguito alla osservazione del creato. Striderebbe, secondo il superficiale giudizio dell’osservatore moderno, la presenza di quelle fragili capanne con la mole delle conoscenze posseduta da quei popoli. Questi erano in grado di riprodurre su dei manufatti le costellazioni che riempivano la nera volta celeste, come dimostra il ritrovamento del disco di Nebra realizzato, secondo le opinioni degli accademici, nella “barbarica” Germania dell’età del bronzo, e come riferirà in seguito Cesare a proposito delle conoscenze dei Druidi e il lunghissimo apprendistato dei neofiti. La pietra, utilizzata grezza per la messa in opera dei megaliti, veniva accostata al concetto di eternità, di durezza, di potenza ed immutabilita’. Come sopra affermato, in Grecia, a Delfi, nel XVII sec. a. C. veniva costruito il primo tempio in pietra dedicato al dio della luce Apollo. Condividendo le intuizioni del Bacofen circa l’avvicendamento del matriarcato col patriarcato che verrebbero ad esercitarsi nella gestione del consorzio umano, vorremmo aggiungere una nostra personale intuizione sull’innovazione introdotta in Grecia nel modo di costruire il tempio di Apollo: riteniamo possibile che la costruzione di questo primo tempio in pietra, porti in sé un simbolismo fondato sull’affermazione del patriarcato in una società pregreca che fino a quel momento era retta sul concetto di matriarcato. La deduzione esposta prende corpo se si constata che il tempio del dio Apollo viene eretto, secondo il mito tramandato e confermato dall’archeologia, sulle fondamenta della dea sconfitta. Il tempio viene costruito in pietra in quanto la pietra veicola l’idea della durezza, della immutabilita’, della stabilità e incorruttibilita’, in opposizione al matriarcato a cui corrisponde il simbolismo dell’acqua e, dunque, della fluidità, della instabilità, del mutamento. Ma per chi fosse interessato a questo specifico argomento d’ordine metafisico, consigliamo la lettura della magistrale opera dell’autore sopra citato: “Il matriarcato”, ed. Brancato. Analizzando il procedere degli eventi nei secoli successivi, si constata che in Grecia vengono travisati i concetti veicolati dall’utilizzo simbolico della pietra sopra affermati. Lo si evince dalla ricercata raffinatezza architettonica ed estetica con cui vengono costruiti i templi. Non più la pietra grezza, ma lucide colonne marmoree sostengono la volta. I templi diventano sempre più imponenti, più lussuosi; essi saranno concepiti quali simbolo di affermazione di singoli individui, nel caso in cui ad edificarli siano dei tiranni, o dello stato, lungi dal rappresentare l’epifania del divino. Da questa surrogata visione del mondo dei padri, ecco giungere, un millennio dopo la costruzione del tempio del luminoso Apollo, l’inizio della fine dell’equilibrio cosmico con il ritorno del matriarcato. Questo è caratterizzato da una particolare attenzione, nella costruzione dell’edificio, all’estetica e all’effimero che valse ai greci, da parte dei nuovi “barbari”, i romani, con i quali gli effeminati Greci vennero a contatto, l’appellativo dispregiativo di “graecula”, ebeti contemplatori di statue che avevano perso la virilità di un tempo. Nel contempo, in tutto l’occidente, l’uomo iniziava ad esercitare il proprio dominio sul mondo che lo circondava. Egli, imponendosi sulla natura recideva consapevolmente il cordone ombelicale che lo legava ad essa.

IN SICILIA
Nell’isola proprietà dell’Avo primordiale Adrano, l’armonia tra uomo e natura dovette avere una vita assai più lunga che altrove, e Virgilio, nel comporre l’ Eneide, si sentì in obbligo di inserire nel suo poema un riferimento agli dei Palici, figli di Adrano, la cui ara si trovava, ed ancor oggi è lì a sfidare il tempo, sul greto del fiume Simeto, circondata da boschi popolati da Ninfe, nelle contrade dell’attuale e pur vetusta città di Adrano. Il poeta mantovano dimostra, con i suoi riferimenti siciliani, di conoscere bene la Sicilia e i suoi miti, del resto, nel comporre le bucoliche, il poeta aveva avuto nel siciliano Eraclito il suo riferimento stilistico. A nostra volta, grazie ad una ricostruzione paesaggistica, ottenuta con il contributo di diverse discipline scientifiche, ci sentiamo di poter affermare che l’isola, ancora fino al periodo in cui il poeta la decantava, trasudasse inalterata la sua primordiale genuinità.

Come di consuetudine condivideremo in questo articolo con i nostri lettori, alcune deduzioni, per quanto esse possano apparire poco accademiche, sottoponendole al loro giudizio, il solo che ci sta a cuore, non senza aver citato le fonti ispiratrici che ci hanno animato.

IL PRIMO CONTATTO CON LA CULTURA NORDICA

Oinochoe esposto nel museo di Caltanissetta

I commentari dello storico romano Tacito e quelli del divo Cesare, rappresentano per noi due fonti preziose e attendibili per ricostruire, per quanto sia possibile, le abitudini dei nostri Avi Sicani, la loro cultura, il senso spiccato della loro libertà individuale e collettiva. I due Romani sopra citati, pur descrivendo le caratteristiche dei popoli germanici, ci aiuteranno, come vedremo grazie all’ausilio delle discipline comparate (vedasi l’articolo: ‘I sicani: le origini e il sito‘ – miti3000. eu), a ricostruire quell’ epoca velata, della cultura sicana in Sicilia. I ritrovamenti archeologici in Sicilia, nel territorio adranita in particolare, risultano essere assai chiarificatori per ciò che concerne la nostra sostenuta affinità culturale tra la civiltà nord europea e quella siciliana della prima ora. Fra i reperti rinvenuti ad Adrano spiccano quelli che riproducono la simbologia delle spirali, delle ruote del sole, delle vasche sacre d’acqua che in Europa erano gestite dai druidi; appaiono nel territorio adranita, più che altrove in Sicilia, teonimi, toponimi, una diffusa onomastica, una oronimia ed epigrafi riconducibili alla lingua comune nordica (vedi l’articolo – la lingua dei Sicani – miti3000. eu). In altri luoghi della Sicilia abbonda il ritrovamento di svastiche disegnate su ceramica, presenza non ancora attestata, però, nel territorio adranita.

Quanto affermeremo qui di seguito troverà un senso per coloro che hanno seguito le nostre ricerche, attraverso le quali si è resa possibile e comprensibile la tesi delle origini comuni tra i Sicani e i popoli del nord Europa; tesi supportate, come è giusto che si esiga dal ricercatore, da prove oggettive. Molte di queste prove, poiché sono state esposte nei numerosi saggi e articoli apparsi un po ovunque, ritenendo tedioso per il lettore riproporle in questa sede, le ometteremo. I Sicani, dunque, facevano parte della grande famiglia degli Indoeuropei, di questi ne costituivano un ramo staccatosi durante il periodo delle grandi migrazioni post glaciali. I cambiamenti climatici sopraggiunti nelle varie epoche, l’ultima circa dodicimila anni fa, che rendevano sempre più invivibile la terra di origine, sono descritti nel testo sacro iraniano l’Avesta, e, indirettamente, utilizzando un linguaggio criptato da metafore, esposti nel Veda, testo sacro del popolo indiano. In quest’ultimo testo sarebbero contenute, secondo le dottissime conclusioni dello studioso indù B. G. Tilak le prove delle su dette migrazioni. Tilak, suffragata da prove testuali, nel suo saggio “la dimora artica dei Veda” propone la tesi secondo la quale il popolo veda provenisse dal circolo polare artico e che ivi abitasse prima dei cambiamenti climatici sopravvenuti. Uno degli effetti delle antiche migrazioni avvenute in univoche direzioni: da nord a sud, consisteva nel fatto che i popoli emigrati condividessero, ancora per un lungo periodo di tempo successivo alle migrazioni, una comune weltanshauung. Questa condivisione veniva tramandata alle generazioni successive non soltanto attraverso una tradizione orale, ma mettendo in atto regole di vita e consuetudini rimaste immutate per millenni.

LE CITTÀ
Una di queste consuetudini consisteva, per esempio, nell’ abitare in villaggi a contenuta densità democrafica, non oltre le duemila unità. I villaggi erano formati da famiglie che avevano contratto vincoli di parentela attraverso i matrimoni. Il vincolo parentelare rendeva monolitico il rapporto tra i cittadini del villaggio. Ci spieghiamo perciò, grazie a questa consuetudine di vita, il ritrovamento nel territorio adranita di villaggi formati da capanne, vicinissimi tra loro, fatti risalire dagli studiosi al IV, III millennio a. C. I villaggi catalogati dagli archeologi erano sparsi in almeno sette contrade del territorio adranita. Ogni villaggio distava dall’altro non più di due chilometri. Gli agglomerati abitativi, nonostante il basso numero di abitanti che li occupavano, coprivano però una area molto vasta; ciò era possibile in quanto tra una capanna e l’altra esisteva uno spazio franco.
La formulazione del l’ipotesi che ogni villaggio fosse abitato da un numero inferiore ai due mila individui, trae fondamento dal resoconto che Cesare fornisce nella sua guerra gallica a proposito del re Ariovisto.
Avendo portato, come sopra affermato, sufficienti prove negli articoli precedentemente pubblicati circa la consanguineita’ tra i Galli, i Germani, i Sicani, abbiamo applicato a questi ultimi le caratteristiche che Cesare osservò sui Germani. Il romano affermava con attendibilità, ottenendo le sue informazioni dall’Eduo Diviziaco, suo alleato e druida, che il re Ariovisto aveva al suo seguito sette popoli, in tutto centoventimila teste tra uomini donne e bambini, convergenti da cento pagi. Dunque, facendo una media aritmetica se ne deduce che ogni pagus era abitato da circa mille e duecento individui. Le abitudini demografiche osservate da Cesare nei pagi, verranno confermate ancora cinque secoli dopo che il romano assurgesse a divo, allorché Genserico re dei Vandali, popolo proveniente dalla Scandinavia, strappato I territori del nord Africa alla molle civiltà Bizantina, insediando gli ottantamila guerrieri che lo seguivano, ebbe cura di distribuirli nel territorio tunisino secondo le ataviche abitudini della cultura di provenienza: a gruppi di mille. Ad ogni gruppo venne assegnato un territorio misurato con la funicella. Tralasceremo in questa sede di esaminare l’appellativo apposto al re dei germani Teodorico, “THIUTA-REIKS”: padre del popolo, appellativo che lo accomunerebbe, secondo il risultato dei nostri studi, al re di Innessa Teuto, lessema, quest’ultimo, che si trova inserito nella celeberrima epigrafe incisa nella stele di calcare ritrovata in contrada Mendolito, nei pressi di Adrano. Quattrocento anni dopo l’epoca di Genserico e Teodorico, i barbari germanici che assumeranno l’attributo di Vichinghi , colonizzando l’Islanda distribuiranno nel territorio islandese gruppi umani formati ancora una volta, da mille individui.

Cartina di una parte del territorio adranita in cui sono stati rinvenuti i resti dei villaggi neolitici

Dovremmo dedurre, considerando che i Sicani di Adrano, come si evince dai reperti archeologici recuperati, popolavano almeno sette, otto contrade e cioè, Adrano centro, Naviccia, Pulica, Fogliuta, Fontanazza, Burrello, Tabana, che il numero totale degli abitanti dell’ampio territorio adranita fosse di oltre diecimila teste, una popolazione di tutto rispetto per l’epoca.

IL PAGUS.
La struttura del villaggio non ancora fortificato dalla presenza di mura di cinta, costituito da capanne in legno con tetti di paglia distanti l’una dall’altra una decina di metri, dovette conservarsi per un lunghissimo periodo di tempo in Sicilia poiché non vi era motivo di temere attacchi ostili da parte di popoli stranieri, dal momento che i rapporti tra i villaggi erano di buon vicinato, anzi, parentali. Il massimo degli incidenti che avrebbero potuto verificarsi tra i pagi, potevano ridursi a qualche screzio individuale felicemente risolvibile dall’intervento degli anziani (probabilmente a gestire l’ordine pubblico era una casta sacerdotale sul modello druidico dei consanguinei Celti. Per approfondimenti vedi: “Senone di Mene, I druidi in Sicilia – miti3000. eu), garanti dell’ordine costituito. Le mura, poligonali, ciclopiche o megalitiche, che possiamo ancora in parte ammirare ad Adrano, potrebbero essere state edificate intorno ai primi secoli del II millennio a.C. e non per fungere da fortificazione per il villaggio, realizzato con modeste capanne, bensì al fine di creare un recinto sacro che circoscrivesse il tempio carico delle forze mistiche dell’Avo furioso (questo significa il teonimo Adrano, nome composto dall’unione dei lessemi odhr, furioso e Ano antenato, avo). Affinché i nostri lettori abbiano un’idea di quanto affermiamo, avvalendoci delle discipline comparate, citeremo lo storico latino Tacito, il quale così descrive l’analogo modus viventi dei Germani: “Si sa che i popoli dei Germani non abitano nelle città e non sopportano neppure abitazioni contigue: vivono isolati, separati, laddove siano piaciuti loro una sorgente, un campo, un bosco, (…) ognuno circonda la propria casa di uno spazio libero (…) non impiegano neppure pietre da costruzioni né tegole, per qualunque scopo si servono di tronchi grezzi (…) “. Le consuetudini che ponevano i Germani in una perfetta simbiosi con la natura, descritte dallo storico latino, si sarebbero certamente conservate ancora a lungo se il concilio Namnetense del 890 non avesse decretato la distruzione delle immense foreste di querce nelle quali i popoli del nord Europa si recavano per interagire con gli alberi secolari. Fu quello, il disastro ambientale più immane dei boschi d’Europa. Per “intuire” quanto affermato in questo breve articolo intorno alla visione del mondo e il rapporto con esso che avevano i Sicani, si visitino le acropoli dei villaggi siciliani di Cerami, Assoro, Gagliano Castelferrato, Nissoria Nicosia … luoghi che trasudano intatte ancor oggi le mistiche forze primordiali.

SEQUANI E SICANI.
L’affinità tra i due popoli, il primo stanziale in Gallia, il secondo in Sicilia, come vedremo oltre, non è dovuta soltanto all’assonanza del nome che li contraddistingue.

Il divo Giulio si recò in Gallia su invito del giovane druida eduo Doviziaco, minacciato dalle armi dei vicini Sequani. I Sequani, ricorrono a loro volta all’aiuto fornito dai consanguinei Germani di Ariovisto. Cesare giunto sul Reno, prima di penetrate in terra straniera invia in avanscoperta degli esploratori, lo scopo aveva come fine quello di indagare sugli avversari, popolo fino a quel momento a loro sconosciuto. Gli esploratori ritornati dal generale, ancora tremanti sulle ginocchia, raccontarono che si sarebbero ritrovati a incrociare la daga con uomini di mostruosa statura; “basta che vi guardino e siete presi dalla paura” affermavano, e continuando, “nessuno è stato capace di resistere davanti a loro”. Ma Cesare, da vero Romano, non era uomo da lasciarsi impressionare; egli aveva dalla sua la disciplina, l’ordine e la strategia bellica, doti grazie alle quali pieghera’ le ginocchia non solo di quei giganti, ma di tutti i popoli che avranno la ventura di trovarsi nel suo cammino.

Le testimonianze che abbiamo raccolto dal nostro concittadino ingegnere Gulli, riportate nel saggio “Adrano dimora di dei”, e quelle consegnateci dal sig. Pellegriti circa il suo giovanile rinvenimento, ed esposte ne “I racconti del vespro”, raccontano del rinvenimento di scheletri che superavano i due metri di altezza, unendo i dati di tali rinvenimenti ai dati delle ricerche sulle abitudini di vita e alla simbologia adottata dagli abitanti neolitici del territorio adranita, come sopra affermato, aggiungendovi ancora le conclusioni delle ricerche sulla lingua parlata dai Sicani di cui rimangono importanti testimonianze epigrafiche, vengono confortate le tesi secondo le quale i Sicani fossero imparentati con i popoli del nord Europa.
Ad majora.

La roccia forata di Nissoria e i due corvi di Odino.

Nissoria. I due corvi in cima alla roccia forata.

“Huginn e Muninn
Volavano ogni giorno
Alti intorno alla
Terra.
Io ho timore per Huginn
Che non ritorni;
Ma ho ancora più timore
Per Muninn”.
Dal poema eddico Grimnismal; canto XX.

Due eravamo noi, esploratori dell’arcano e due erano i corvi ad attenderci, appollaiati sulla cresta della rupe nella quale, rotondo, si apriva un grande foro ricavato in illo tempore, da mani umane, nella morbida arenaria da cui emergevano, qua e là, effetto delle carezze del tempo che involontariamente erodevano l’enorme plurimillenario sedimento, granchi e conchiglie depositatisi in epoca diluviana. Il tempo dirà, forse, chi di noi due impersonava Huginn e chi Muninn, i due corvi che accompagnavano sempre il dio monocolo, posati sulla spalla destra l’uno, sulla sinistra l’altro, rispettivamente: pensiero e memoria.

Nissoria. Fossili di molluschi nella parete arenaria della roccia forata.

Questa breve prefazione vorrebbe introdurci agli studi che ci hanno indotto a formulare l’ipotesi che tra i Sicani, primi abitatori della Sicilia, isola che da loro, secondo le fonti dello storico greco Tucidide prese il nome di Sicania e la cultura scandinava vi fossero state delle correlazioni culturali. Non ritorneremo in questa sede sugli argomenti già trattati e pubblicati sul pregevole sito di miti3000.eu circa la possibilità della trasmissione di una conoscenza metafisica affidata ad un alfabeto che con quello runico avrebbe avuto delle affinità e gestito da una particolare casta sacerdotale, così come eviteremo di ripeterci riproponendo l’analisi di un simbolismo ricorrente sulla ceramica adranita del IV e III millennio a. C. e su pietra basaltica del VI sec. a.C., simbolismo che contribuisce, con la sua presenza, a consolidare la tesi di cui sopra. Rimandiamo, pertanto, agli articoli menzionati coloro che fossero appassionati di queste tematiche. Qui vorremmo soltanto indurre chi ci segue nei nostri studi, a riflettere sui luoghi, molti in Sicilia, che ospitano le su citate rocce forate, per tentare di intuire, essendo assenti le fonti antiche che ne spieghino la presenza, la loro funzione in seno alla visione del mondo che rendeva i nostri Avi attivi protagonisti di opere imponenti e detentori di conoscenze tramandate per vie criptiche. Opere queste, destinate anche ai posteri, avendo il mondo del loro tempo esaurito le energie di riproduzione deputate a generare neofiti degni di raccogliere le conoscenze trasmesse oralmente.

Prima, però, diamo luogo ad una breve riflessione sul significato etimologico dei nomi attribuiti ai due corvi di Odino. Metaforicamente essi alluderebbero alla sfera del mentale e dello spirituale, componenti che albergano nell’essere umano e che attivati secondo le circostanze permettono a quest’ultimo di interagire con la sfera ora del sacro, ora del profano, del mondo e del sovramondo. Il nesso consonantico MN che forma il nome Muninn (ma anche quello di Mnemosine, la dea nata dalla mente di Zeus e quello di Ramnes, secondo nome di Romolo, come afferma T. Livio. Non meno stupore procura l’affinità che esiste tra il nome del corvo con il sanscrito Muni, l’asceta tirato in causa nel testo più antico dei veda), significa mente; il radicale HG invece, che forma il nome del secondo corvo, Huginn, si riferisce alla sfera del sacro; infatti con il termine hug (Aug in latino, prefisso sacro dell’attributo Augusto e Augure.

Querce secolari tra le millenarie lave dell’Etna.

Circa le concordanze linguistiche e culturali intercorrenti tra il mondo germanico e quello sicano, vedasi il nostro saggio: “Dalla S(i)cania alla Sicania”, gratuitamente fruibile nel sito di mitologia miti3000.eu) viene indicato, in lingua germanica, un luogo carico di energie extrafisiche positive. Il suono onomatopeico del lessema nordico hörgr, evoca invece, un luogo in cui si manifestano energie extrafisiche violente.

Querce secolari tra le millenarie la e dell’Etna.

Ed infatti, con il su citato lessema, si indica un altare sacrificale sul quale, come viene affermato nel canto di Hyndla che riportiamo sotto, viene praticato un rito cruento, un rito durante il quale viene fatto scorrere il sangue della vittima: “Egli ha eretto in mio onore un hörgr di pietre ammonticchiate. Egli l’ha di fresco arrossato di sangue di giovenca”. Non intendiamo farci sfuggire l’occasione per far notare in questo breve articolo, ai nostri lettori, le analogie architettoniche che intercorrono tra la costruzione dell’hörgr germanico, l’altare di pietre a secco poste l’una sull’altra a formare un cumulo e una formazione esistente in una suggestiva contrada di Adrano, presso un luogo da cui trasuda la presenza di energie positive a motivo della Flora e della fauna presente, di cascatelle di acqua che scompaiono fra i canneti, ma di cui si ode l’armonico scroscio, di pareti laviche da cui, quali vene aperte, appaiono i rivoli che alimentano fresche sorgenti che estinguono l’arsura del colono affaticato e del paesaggio che si apre sulla valle del Simeto, cumulo che fin dal primo momento indicammo come una possibile ara di epoca neolitica.

Ara neolitica (?).

Se da un lato tutte le civiltà conosciute praticavano riti cruenti, dall’altro venivano eseguiti pure riti augurali. Questi ultimi, nei luoghi a vocazione agricola, si svolgevano presso le rocce forate di cui ci stiamo occupando, antichi santuari della preistoria e che, smarrito il ricordo della loro funzione, il volgo chiama semplicemente “pietre perciate”. Generalmente esse si trovano fuori dai centri abitati di epoca preistorica, come si deduce dai rinvenimenti archeologici. Motivo per cui il rito che vi si praticava e che mette, a nostro avviso, in relazione ancora una volta la S(i)cania con la Sicania, oltre al rito del solstizio d’inverno, molto importante e tutt’oggi praticato da alcune frange della popolazione del nord Europa, riguardava la fecondazione simbolica del fertile suolo ad opera del raggio vitalizzante del sole. Infatti, i pacifici abitanti della Svezia, al contrario dei turbolenti Norvegesi che prediligevano riservare il loro culto al guerriero Thor, rivolgevano le loro attenzioni, prima che avvenisse la loro conversione al cristianesimo, appena nel 1008, conversione voluta per motivi politici da re Olaf, alla dea della fecondazione/fertilità Freyr. Il sole siciliano, nel giorno dell’equinozio di primavera, attraversava allora come oggi, con i suoi caldi raggi, il foro praticato nella roccia, per colpire il suolo, fecondarlo e farvi crescere copiose le messi. Il rito in questione, dunque, rappresentava una sorta di matrimonio sacro che univa i due piani, piani impersonati da Muninn e Huginn, metafora dualista degli aspetti metafisici del dio scandinavo: il mondo e il sovramondo; l’umano e il divino; il sacro e il profano. Un dualismo inteso non come antitesi o contrapposizione, ma come complementarietà necessaria per trascendere l’umano e giungere, attraverso l’atto creativo, alla formazione della trinità intesa come “sacra” unità. Soltanto ed esclusivamente attraverso il conseguimento della triade divina viene perseguita l’immortalità. Il terzo elemento che si forma dall’unione o fusione dei due elementi complementari rappresenta infatti il garante dell’immortalita’ oltre che dell’ordine costituito. L’erede rappresenta l’elemento che garantisce la prosecuzione, la perdurabilità dei due piani dell’essere, del dualismo, dell’alternanza necessaria (oscurità-luce; nascita-morte; uomo-donna). Ma il terzo elemento (giorno, vita, figlio) non può pervenire all’esistenza senza l’attuazione del rito, il rito dell’unione, della fecondazione. In Mesopotamia l’equilibrio cosmico veniva garantito attraverso la sacra unione simbolica del re con la sacerdotessa, – originariamente l’unione avveniva nella camera da letto allestita appositamente nella ziggurat, tra Dio e la sacerdotessa-. Fa poi riflettere la constatazione che gli Avi nostri volessero ridurre tutto ciò che ruota attorno all’uomo, in triade. La triade sembra essere il numero attorno al quale viene strutturata la genetica umana: i geni del DNA si poggiano su tre basi; le melanine sono di tre gruppi; le anomalie cromosomiche che portano ad alcune note malformazioni come quella dovuta alla sindrome di Down, sono dovute alle trisomie. Anche le aree del cervello, deputate a funzioni diverse, secondo la classificazione di Maclean sarebbero tre. Sul terreno dello spirito sono i Veda ad individuare una triplice designazione: “Om” “Tat”, “Sat”.

Ad majora.

Simeto: Aorta della Sicilia

SIMETO: AORTA DELLA SICILIA

La fluidità del fiume le cui acque scorrendo non sono mai le medesime, sembra essere in antitesi con l’eterna stabilità del primordiale colonnato lavico. Tuttavia, il primo e il secondo rappresentano, sotto antitetiche sembianze, le indomabile forze della natura. Ma ben altre forze albergano in questo luogo che tu, artista degli dei primordiali, hai sapientemente cristallizzato con i tuoi ispirati scatti. Risalendo le correnti, chi se ne rendesse degno, potrebbe vedere, non con occhi umani, giocose Ninfe che rincorrendosi tra i flutti e gli equiseti, schizzano miriadi di smeraldine gocce fluviali. Non si faccia scoprire l’umano osservatore che osi penetrare nel mondo delle divinità , poiché “Tremendi son gli Dei quando appaiono alla luce del sole”, e allora dietro un tronco secolare o una arenaria primordiale, in agguato, si scorgera’ Lui, il dio cornuto, il predatore di vergini, Pan, intento ad osservare le dee per rapire la più bella che, al suono del suo flauto, in estasi, senza indugio lo seguirà per concedersi a Lui affinché altri dei, frutto della incontenibile forza procreativa del dio della natura, popolino quei boschi decantati dal poeta mantovano.

Ascolterà, se ne è degno, non con umane orecchie, l’uomo che avrà l’ardire di continuare il viaggio risalendo i flutti e vincendo le ripide pareti laviche, nei pressi di un ponte che un tempo il genio romano eresse sfidando le cateratte del Simeto, i canti gregoriani di un sant’uomo la cui anima, abbandonato il suo minuto corpo, al paradiso rinunciando, preferì continuare eternamente a calcare quelle rive a lui care. Proprio in questo luogo, alzando lo sguardo, vedrai la diroccata chiesa che lo spirito del Santo non intende abbandonare; lì da presso, una fragorosa cascata precipita sul fiume, dando vita nel luogo ove l’una è l’altro si uniscono, ad una colonia di equiseti, segno della purezza delle acque di quel luogo, e di nuovo il senso del sacro ti sopraffarrà. Sì, perché in ogni epoca i medesimi luoghi produssero, nell’animo dell’uomo sensibile, le medesime emozioni, solo che ognuno le diede nomi diversi. Non solo, mio caro neofita, direi che ognuno lì, può incontrare il Genius loci utilizzando i magici strumenti dell’epoca sua; se al monaco furono congeniali i canti gregoriano o il messale e all’antico siculo l’alloro piuttosto che il sangue di un toro, per te la divinità fluviale si è specchiata nell’obiettivo della tua fotocamera.

Ad majora

Il vallo di Ducezio

Il titolo di questo articolo, con riferimento ad un ipotetico vallo edificato da Ducezio per arrestare l’avanzata dei Greci nell’entroterra siculo dell’isola di Sicilia, analogamente a quello ben più noto di Adriano, voluto dall’imperatore romano per arrestare il passaggio del popolo degli Scoti nell’impero, prende spunto dal ritrovamento delle poderose fondamenta di un muro edificato in illo tempore, presso il paesino etneo di Maletto in territorio di Bronte. Naturalmente non è, e non può essere provato neanche dalla nostra ricostruzione dei fatti storici del periodo, che la edificazione del muro sia stata realmente voluta dal duce siculo  Ducezio, tuttavia la presenza del muro in questione ci fornisce la ghiotta occasione per tentare la ricostruzione di un periodo storico, quello del V sec. a.C. momento in cui la penetrazione greca nell’entroterra etneo raggiunse la massima virulenza. Nella targa esposta presso il muro, per volontà della Sovrintendenza ai Beni Culturali, si lascia sospesa ogni possibile interpretazione del motivo per il quale quel muro fosse stato eretto e il periodo storico (o preistorico) in cui venne eretto. Ma a noi, ricercatori indipendenti, è concesso, liberi da schemi accademici, se ben suffragate da prove letterarie, azzardare tesi sottoponendole direttamente al vaglio dei fedeli lettori, graditi destinatari a cui, fiduciosi, ne affidiamo l’analisi.

Se noi abbiamo richiamato il nome del duce siculo per dare risalto a questa incompresa opera di fortificazione, è perché egli, a nostro modo di vedere, nel suo doppio ruolo di sacerdote e capo militare (vedi l’articolo: “Gli Dei Palici e le sacre sponde del Simeto”), oppositore della politica espansionistica greca, viene direttamente chiamato in causa quale valente costruttore di fortezze, dallo storico Diodoro siculo. Il motivo che spinse il nostro principe all’intervento militare per arrestare l’avanzata greca nel cuore del centro religioso dell’isola, va ricercato nella constatazione che i Greci spingendosi oltre la semplice conquista territoriale, miravano a cancellare la storia, le ataviche tradizioni e la religione sicule, ma su ciò, per quanti volessero approfondire quei riferimenti di metastoria cui spesso facciamo riferimento, rimandiamo al succitato articolo. L’edificazione di muri di sbarramento quale tecnica di difesa bellica, raggiunse in Sicilia una efficacia ancora maggiore di quella affidata all’uso delle armi stesse, e il nostro duce, come afferma lo storico di Agira nella sua Biblioteca Storica, dimostrò di essere un grande stratega fortificando, durante il ventennio che lo vide protagonista e in ascesa nella riconquista dei territori erosi dai Greci ai Siculi, numerosi villaggi siculi spingendolo a fondare più di una città. La necessità di erigere un muro mastodontico, funzionale a sbarrare la via al nemico, produceva, tra l’altro, una devastante ricaduta psicologica sull’umore degli eserciti nemici.  Si pensi, quale parametro di comparazione e di misura della fatica occorrente a superare la costruzione di un muro, seppur eretto in fretta e furia, a quello costruito dagli Achei a protezione del loro accampamento, e all’immane fatica che costò ai Troiani il tentativo di superarlo, senza tra l’altro riuscirvi. Il racconto Omerico fatto nell’Iliade è prezioso in quanto descrive i particolari e i metodi di costruzione del muro acheo. La fretta con la quale venivano costruite le fortificazioni murarie durante la fase dei combattimenti, rappresenta un prezioso parametro di confronto per comprendere la funzione e l’approssimazione delle opere militari di questo genere. Tucidide, per esempio, soffermandosi sulla celerità con cui venne costruito il muro di Atene, ne riconosce la carenza delle più elementari tecniche costruttive che ne compromettevano, oltre che l’estetica, la migliore stabilità.

Se del muro di Maletto rimangono solo labili tracce, il motivo va ricercato, a nostro giudizio, nello scopo per il quale esso fu eretto. Infatti esso andrebbe comparato alle barricate innalzate nel XIX secolo per le vie di Milano contro gli Austriaci invasori, alle trincee scavate sul Piave durante la prima guerra mondiale per arrestare l’avanzata austriaca e al muro acheo descritto da Omero di cui si è detto. Pertanto del muro di Maletto, come per le barricate anti austriache e i numerosi muri su cui Tucidide ampiamente si sofferma nella descrizione della guerra del Peloponneso che si propagò fino in Sicilia, innalzati da tutte le parti in causa: Siracusani, Cartaginesi, Siculi, cessata l’emergenza non se ne curò più nessuno, essi vennero, come detto, o abbattuti dagli stessi abitanti di quei luoghi subito dopo finita l’emergenza per ripristinare le vie d’accesso o li si affidarono all’incuria del tempo.

DATAZIONE E MOTIVAZIONE DELL’EREZIONE DEL MURO

Proveremo ora, dopo aver formulato una ipotesi sul motivo per cui venne innalzato il muro di Maletto, a comprendere il contesto storico e il periodo cronologico durante il quale il vallo possa essere stato realizzato. Dall’esamina parziale del muro abbiamo potuto dedurre che si possa trattare di mura erette come vallo o ostacolo per fermare o rallentare l’avanzata dei Greci verso il territorio siculo, che si estendeva da quel punto fino alla costa tirrenica della Sicilia. Non passi inosservato il fatto che il muro oggi intersechi la strada statale 120 che, partendo da Adrano e costeggiando il fiume Simeto, attraversando la catena montuosa dei Nebrodi conduce alla costa tirrenica. Infatti riteniamo che la detta arteria sia la stessa che nel periodo storico da noi esaminato, mettesse in comunicazione i Siculi abitatori delle pendici dell’Etna con quelli della costa tirrenica. La stradale 120 rappresenta ancor oggi una importante via di comunicazione, una scorciatoia per gli abitanti dei paesi etnei che si trovano a sud e a occidente del vulcano che intendono raggiungere il litorale tirrenico. Questo percorso è infatti certamente preferibile a quello molto più lungo, anche se più agevole, di quello rappresentato dalla via costiera ionica. È verosimile che il muro sia stato posto in essere tra il 475 a. C., quando l’inviso ”tiranno” siracusano Jerone, fratello del ben amato “re”  Gelone, ereditato il regno di Siracusa, pensò bene di accrescere il suo territorio a discapito di quello di Siculi, e il 414 a. C., quando la guerra del Peloponneso, combattuta in Grecia fra Greci, si espanse fino a raggiungere i confini della nostra isola. Nel primo caso (il 475 a.C.) è possibile che Jerone, dopo aver conquistato Catania e aver ottenuto dal senato cittadino di Innessa\Etna (futura Adrano, vedasi argomento dell’incontro tenuto nel Circolo Democratico di Adrano il 5-3-2017) il consenso di insediare simbolicamente una guarnigione siracusana nella città sicula, abbia indotto i Siculi che abitavano il territorio a monte di Innessa\Etna a spostare il vallo tutt’oggi visibile nella contrada del Mendolito, reso inefficace dalla guarnigione siracusana di stanza nella futura Adrano, più a monte, nel territorio dell’odierna Maletto. L’altra data, quella del 414 a. C. è perfettamente compatibile con il racconto che fa Tucidide nella Guerra del Peloponneso circa l’arte e la funzione della costruzione delle mura in corso di una guerra, come mezzo di ostacolo decisivo al risultato bellico. Afferma, infatti Tucidide: “Gli Ateniesi ripartirono per Nasso e, fatti fossati e palizzate attorno al campo vi svernarono (…) anche i Siracusani costruirono un muro attorno alla città (…) lo tracciarono lungo tutta quella parte che guarda le Epipole, perché, in caso di sconfitta, non li si potesse facilmente assediare a poca distanza dalla città” -libro VI,75-. Il contenuto di questo passo potrebbe adattarsi anche al nostro muro, costruito nei pressi di Maletto a sbarrare l’accesso al territorio siculo che veniva, tuttavia, continuamente eroso dai Greci.  Lo sbarramento creato dai Siculi proprio in questo punto strategico risulta funzionale per una imboscata da tendere al nemico. Infatti, con la costruzione dell’imponente muro l’esercito nemico sarebbe rimasto facilmente imbottigliato in uno spazio di terreno e, se vogliamo attuare una storica comparazione, si sarebbe trovato nelle medesime condizioni dell’esercito Romano nel Sannio presso Caudio ove subì la storica umiliazione del giogo. Osservando l’orografia del luogo dell’edificazione del vallo si può osservare facilmente come l’esercito nemico che avesse avanzato verso l’interno dell’isola, dovendosi arrestare a causa del muro nello ampio spazio lasciato artatamente libero, avrebbe avuto impedita la fuga presso le retrovie poiché l’angusto passo alle loro spalle poteva venire facilmente sbarrato da un esiguo numero di militi siculi. Nel formulare questa ipotesi Tucidide sembra venirci ancora in soccorso. Così lo storico greco in VI,32\33: “Nicia manda messi a quei Siculi che controllavano i passaggi ed erano suoi alleati, i Centoripini, gli Alicei e altri, perché non lasciassero passare i nemici e impedissero di aprirsi il cammino (…) i Sicelioti tesero un agguato in tre punti (…) I Siracusani, dopo la disfatta subita nel paese dei Siculi, si trattennero dall’assalire subito gli Ateniesi”. Risulta assai agevole individuare perfino i tre punti non meglio precisati da Tucidide. Il primo potrebbe riferirsi a quello che si trovava tra Centuripe e Innessa (Adrano) fra le quali vi è la via che conduce nel paesino di Troina e poi da lì ancora più all’interno fino alla costa tirrenica; il secondo punto potrebbe corrispondere al passo di Maletto che stiamo esaminando, mentre il terzo potrebbe riferirsi a quello allora controllato dagli alleati Catanesi da cui si aveva accesso alla costa ionica. Per paese dei Siculi, come lo definisce Tucidide, di conseguenza, dovrebbe intendersi quella fascia dell’entroterra chiusa all’interno di questi tre passi e saldamente mantenuta dalle armi sicule. Attraverso la seguente ricostruzione storica da noi azzardata, emerge l’ipotesi che Il vallo di Maletto potrebbe essere stato eretto dopo la caduta di quello precedentemente posto nel territorio di Innessa\Adrano nell’attuale contrada Mendolito. Il poderoso vallo di Innessa di cui rimane ancora visibile un lungo tratto, potrebbe essere stato rinforzato dal duce siculo con le due torri erette a protezione della porta principale, così si giustifica altresì la presenza della famosa stele in lingua sicula presso questa porta. Il vallo di Innessa\Adrano, dopo la disfatta dei siculi guidati da Ducezio, avvenuta nel 444 a.C. potrebbe, dunque, essere stato spostato più a monte, nel villaggio di Maletto, oggi territorio di Bronte. Ritornando sull’affermazione di Tucidide circa il paese dei Siculi, riteniamo che egli intendesse riferirsi alla parte orientale della Sicilia appena descritta, poiché lo si evince dal contenuto del libro VI,62 in cui lo storico afferma che l’esercito ateniese dopo aver messo piede nella costa tirrenica, nei pressi di Himera: “unica città greca della costa (…) con la fanteria retrocedevano attraverso i territori dei Siculi finchè giunsero a Catania”. Dunque l’esercito sbarcato ad Himera potè procedere tranquillamente fino a Catania in quanto tutti i paesetti all’interno di questo territorio (il triangolo Himera-Messina-Catania) erano siculi ed erano loro alleati. Inoltre, riteniamo che questo territorio, a motivo della sua complessità orografica rappresentata principalmente dalla catena montuosa dei Nebrodi, non fosse stato mai sottoposto ad una vera pressione militare Greca, -ciò emerge anche in VI,86 ove si afferma: “ i villaggi dei Siculi che abitavano l’interno e che erano stati sempre autonomi fin da prima, subito, tranne alcuni, furono con gli Ateniesi”- al punto che Ducezio, dopo la definitiva disfatta militare del 444 a. C. che lo vide svernare a Corinto[1] per alcuni anni in un esilio dorato imposto dai Siracusani, nel suo ritorno in Sicilia, sbarcando sulla costa tirrenica, vi può tranquillamente fondare una città: kalè Aktè, l’attuale Caronia, vivere indisturbato e morirvi solo per il sopraggiungere di una malattia.

C’è un ulteriore passo nel lib. VI, 98 che serve a farci comprendere il motivo della velocità della messa in opera e funzione per cui questi muri venivano eretti e recita così: “Gli Ateniesi si mossero per Sice, dove si accamparono e rapidamente costruirono un muro circolare (…) costruirono il muro circolare portando pietre e legname (…) partendo dal porto grande fino all’altro mare (…) i Siracusani elevarono un muro trasversale la dove gli Ateniesi avrebbero dovuto condurre il loro muro e, se fossero stati più veloci, chiuderli fuori”. Il muro di Maletto ha un circuito circolare che sembra strategicamente eretto per essere funzionale ad imbottigliare un esercito nemico al suo interno. Infatti,  inizia da un monte a sud del paese e finisce nella rocca sotto la quale scorre il fiume Simeto. Che il muro possa essere stato eretto per funzioni militari lo si evince dalla qualità edilizia dello stesso. Infatti, oltre a seguire l’andamento orografico del terreno, sfruttando avvallamenti ed elevazioni naturali al fine di risparmiare tempo e manodopera, il muro non ha caratteristiche né estetiche né di solidità stabile, caratteristiche indispensabili per la costruzioni dei muri di cinta che proteggevano le città (vedi mura di Adrano, Siracusa, Argo, Micene, Arpinio ecc.). Tuttavia non si creda che tali muri non adempissero egregiamente al ruolo per il quale erano stati concepiti. Infatti in VII,3 Tucidide afferma che i Siracusani si erano schierati “davanti alle mura degli Ateniesi”, mura che erano state solidamente erette a protezione del proprio accampamento. Nel nostro caso va notato che in prossimità del vallo vi era solo il piccolo villaggio di Maletto abitato da qualche migliaio di cittadini, e poi una enorme, desertica distesa lavica che avrebbe dovuto ospitare le tende dei militari siculi che arrivavano in piccoli contingenti dai piccolissimi centri abitati dei dintorni. Si evince pertanto che, se il muro dovesse soltanto servire a difendere il piccolo villaggio, le sue dimensioni e il dispendio di energie occorse per costruirlo sarebbero state sproporzionate per lo scopo che si riproponeva se sostenute soltanto dalle poche centinaia di uomini abili al lavoro che abitavano il villaggio di Maletto. Sarebbe stato più conveniente, in caso di imminente pericolo, -come fece il Gallo Vercingetorige, incendiando le città che sarebbero facilmente cadute, nella sua tattica antiromana e i Russi in quella antinazista; questi ultimi preferirono incendiare l’importante città di Stalingrado piuttosto che farla cadere nelle mani dei tedeschi-, sacrificare al nemico il piccolo villaggio e ripiegare verso l’interno.  Invece il muro, come detto, aveva lo scopo di fungere da linea di demarcazione e di difesa non del singolo villaggio di Maletto, ma dell’intero territorio siculo rimasto, affinchè in esso potessero raccogliersi e organizzarsi i piccoli contingenti di eserciti provenienti dai piccolissimi villaggi siculi che oggi, come allora, popolavano l’entroterra e le selvatiche selve dei Nebrodi.

LE FAVARE O ACQUE SACRE

Lungo la parte meridionale esterna del muro di cui abbiamo detto sopra, è possibile assistere, durante i mesi primaverili, all’apparizione di un ruscello abbastanza ampio e suggestivo con la creazione di piccoli laghetti e cascate avendo come sfondo l’imponenza del vulcano Etna ancora imbiancato da quelle nevi che sciogliendosi hanno dato vita alle su dette “acque sacre”. Queste acque che ora si dividono in rivoli, ora si riuniscono in laghetti, vennero denominate sacre, come si evince dall’utilizzo del prefisso sacro Ve che va a comporre il nome Favare. Ve, in lingua germanica viene pronunciato fe. L’altro lessema che forma il nome composto è vara il quale, in quasi tutte le lingue indoeuropee, dal sanscrito al protogermanico, significa acqua. Proprio la caratteristica di queste acque, quella di apparire durante la primavera e sparire durante l’estate, gli ha fatto guadagnare l’aggettivo di sacre in quanto, per analogia riconduce al concetto di nascita e morte, nonché a quello di ciclicità che, ritualmente, si ripete ogni anno ad ogni stagione. Il loro apparire e sparire li collega al mito di Innanna fra i Sumeri; Proserpina fra i Greci; i Dioscuri nella mitologia greco romana; gli dèi Palici fra i Siculo/Sicani. Si osservi che questa coppia di gemelli venerati presso il Simeto, cantati da Virgilio nell’Eneide, erano denominati Delli che significa i nascosti in lingua tedesca. Il loro culto si svolgeva in un luogo dove scorrevano e continuano a scorrere dopo millenni, due fonti denominate di acqua chiara e di acqua scura, esse vengono dette acque delle Favare cioè acque sacre proprio come quelle di Maletto (ma ve ne sono molte altre in diversi luoghi della Sicilia) perchè esse stesse sono una trasposizione delle divinità. Nel caso delle favare di Maletto, il ruscello, come le dee sopra citate le quali trascorrevano sei mesi dell’anno negli inferi e sei nell’Olimpo, cioè metà anno nella oscurità e metà anno nella luce, rappresentano la metafora dell’eterno avvicendamento di morte e rinascita della natura. Infatti, come affermato sopra esso si forma in primavera grazie al primo scioglimento delle nevi dell’Etna e sparisce in estate quando le nevi, in virtù della cocente calura del sole siciliano si scioglieranno del tutto.

LA TOPONOMASTICA

Villaggio di Maletto con acropoli dominante la valle ove insiste il valloAnche la toponomastica del territorio  di Bronte e Maletto come quella esistente nel territorio di Adrano di cui ci siamo occupati in articoli precedenti, riconduce ad una derivazione nord europea, lingua che abbiamo ritenuto parlassero i nostri avi Sicani e Siculi e di cui ci siamo serviti per una ipotesi di interpretazione delle epigrafi comunemente definite sicule, le più importanti ritrovate tra i territori Adrano e Centuripe (vedi l’articolo: (“Jam akaram: la lingua dei Sicani” ). Nebrodi è il nome dato alla catena montuosa la cui flora è caratterizzata dalla presenza di grandi distese di boschi di Pini e Querce, del tutto simili ai boschi che caratterizzano l’area geografica del nord Europa. Si può notare l’affinità del nome dei monti siciliani con quello di Nebra, cittadina della Germania in cui fu rinvenuto il famoso disco di bronzo che porta il suo nome. Il disco di Nebra, è stato datato dagli esperti e fatto risalire all’età del bronzo. Su di esso sembra sia stata riprodotta la costellazione delle Pleiadi oltre che il sole e la luna.

Piana Cuntarati, è il nome di una contrada che si trova tra Bronte e Maletto. Il nome della contrada entra curiosamente in relazione con un nome di persona ancora attuale e molto frequente presso i Tedeschi e gli Svedesi, quello di Gunter. Il toponimo Cuntarati sembra essere formato dall’accostamento dei lessemi Kuh vacca e tarn celato, nascosto. La libera traduzione che farebbe intendere che ci si trovi in un luogo di raduno di “vaccari”, appare verosimile se si tiene conto che quella del mandriano è una attività ancora importante e praticata nel territorio preso in esame. Nel dialetto brontese cuntari significa raccontare, contare, enumerare ma anche misurare. Dunque potrebbe essere stato, il nostro, un luogo ove le mandrie provenienti da luoghi vicini, venivano riunite, “contate”, controllate. Non va trascurato il linguaggio metaforico di cui amavano servirsi i nostri avi (di conseguenza il bue potrebbe racchiudere il significato di guerriero, militare. In questa accezione lo utilizza, per esempio Zarathustra nel suo elogio al principe quando gli augura di avere molte vacche nelle sue stalle),  continuato attraverso i poeti e le loro poesie. Pertanto pur volendo considerare la possibilità che il significato del toponimo rientri nella accezione di enumerare, il riferimento potrebbe comunque andare alla mandria e al concetto di moltitudine, di gruppo. Infatti in semitico il numero 1.000 viene espresso con la parola bue. Nella antica scrittura ideografica utilizzata da diversi popoli si prendeva quale simbolo per esprimere il concetto di moltitudine la figura del salmone. Infatti in India, luogo in cui non si sarebbe dovuto conoscere questo pesce che vive solo nelle acque dei fiumi che sfociano nel Mar del Nord e nel Mar Baltico, con la parola sanscrita Laksa, nome con il quale viene chiamato in Germania il salmone (Lachs), viene espresso il numero 100.000. Il salmone, spostandosi in branchi fornisce, infatti, l’idea della moltitudine da cui origina il numero centomila.

Maletto è un piccolo centro arroccato sulle falde dell’Etna. Come testimoniano i reperti archeologici ivi rinvenuti, esso è stato abitato fin dal VI millennio a. C. Secondo la tradizione il toponimo è stato acquisito dal nome del duca Maletta il quale, del villaggio ne fece la propria residenza edificandovi il castello di cui ne rimangono le rovine. L’edificio, a sua volta, venne costruito sulle rovine di una precedente struttura non meglio identificata. Non è difficile dedurre che, secondo le abitudini sicane per ciò che concerne la fondazione delle loro città, la rupe che domina la valle, e su cui insistono i ruderi del castello, corrispondeva all’acropoli che, certamente, ospitava il tempio del nume tutelare del villaggio. Il nome del duca, e dunque del villaggio, riconducono al lessema nordico Mehl, termine che significa farina. Non sembri cosa poco importante la constatazione che durante il pranzo, prima di mettere mano al cibo, i Tedeschi pronunciano la frase mahl zeit, l’equivalente del buon appetito pronunciato da noi Italiani. Il lessema Mehl lo si ritrova inciso in un blocco di pietra arenaria ritrovato in Svezia nella città di Tune datato intorno al 500 circa. Nelle tre righe dell’epigrafe runica un sacerdote si autodefinisce il custode della farina, Mehl. Poiché il cognome Mele è comunissimo nel territorio di Bronte e Maletto è possibile dedurre che il nome o forse l’epiteto, sia diventato il titolo nobiliare attribuito al duca di Maletto  e che in Illo tempore fosse stato utilizzato per indicare in genere un “benefattore o elargitore del pane” o, se vogliamo seguire la tradizione ariana dell’Avesta, il libro sacro degli Irani, l’ordinatore, poiché in esso viene testualmente affermato: ”Colui che diligentemente semina il grano, o Spitama Zarathustra, colui che semina il grano, edifica l’ordine”. Se poi, la vicina cittadina di Randazzo corrispondesse, come ipotizzato dagli studiosi, alla Tissa citata da Cicerone nelle verrine, avremo che nella lingua germanica il termine significherebbe tavola, mensa (Tisch in tedesco)

Acropoli di Maletto. Nella valle sottostante è stato eretto il vallo per una lunghezza di quasi tre chilometri.Tornando al toponimo Cuntarati con cui si è denominata la contrada su citata, alla luce di quanto detto sopra a proposito del rinvenimento della stele runica in Svezia, nazione in cui vi è una regione denominata Gotland dalla quale provengono i Goti, vi si potrebbe azzardare una ulteriore ipotesi interpretativa considerando che il toponimo Guntarati possa indicare un etnico. Infatti, il prefisso ku o Gut potrebbe riferirsi al popolo dei Goti. Essi vengono denominati dagli storici antichi, ora utilizzando l’etnico di Gutei ora quello di Kutei. Il lessema tarn che segue al nome di Gutei, significa celare, nascondere, pertanto il toponimo Ku-tarn potrebbe indicare un luogo ove una minoranza di Goti avrebbe potuto trovare ricovero, nascondersi o celarsi. In questo caso potremmo ipotizzare che il toponimo avesse trovato applicazione nel periodo che vide i Normanni (di origine scandinava) opporsi ai Saraceni che avevano occupato l’isola. Il nome della contrada potrebbe derivare, altresì, dal nordico kunun con il significato di re e tarn indicando un luogo dove sarebbe stato un re a trovarvi ricovero. Anche per ciò che concerne il termine Mehl farina, pane, riteniamo che le ipotesi sul suo significato potrebbero essere diverse. Esso potrebbe essere stato utilizzato in chiave metaforica per sottintendere un nutrimento spirituale. Infatti il termine va a comporre, tra gli altri, il nome del sacerdote Melkisedek colui che iniziò Abramo proprio utilizzando ritualmente il pane. Non passerà inosservato neppure l’utilizzo del pane quale mezzo rituale, di cui si serve il principe ittita Labarna. Ma per ciò rinviamo, chi ne avesse interesse, al nostro saggio, disponibile gratuitamente sul  sito di miti3000.eu: “Il paganesimo di Gesù”.

Ad majora.

[1] Ducezio, una ventina di anni prima che la guerra del Peloponneso si spingesse fino in Sicilia, si trovava in esilio in Grecia, a Corinto. Qui, essendo libero di muoversi,  ebbe intensi rapporti con le famiglie più ragguardevoli di Atene. Abbiamo buoni motivi per affermare che in questa fase il duce siculo concordasse con gli Ateniesi una strategia militare comune che li vedesse futuri alleati in una campagna militare condotta contro i Siracusani. Questi accordi diedero buoni motivi agli Ateniesi per intervenire nei fatti siciliani nonostante la prematura morte del duce, poiché in Sicilia avrebbero potuto, comunque, ancora contare sull’alleanza del potente principe siculo Arconide (lib. VII,1) il quale aveva collaborato con Ducezio nel sostenere la causa sicula e che al suo ritorno dall’esilio lo aveva aiutato a fondare Kalè Aktè.

Rinominazione della città Adernò in Adrano

Epigrafe fascista

” Nessuno pensi di piegarci senza aver prima duramente combattuto”.

Non tema il nostro lettore, non si fermi alle apparenze; questo articolo non è stato concepito per esaltare una ideologia o un periodo storico infausto per certi aspetti, ma come tutti gli altri articoli usciti dalla nostra penna e pubblicati in diversi siti web, nei quali si prendeva lo spunto da singoli episodi, dall’esempio della vita di singoli uomini, da frasi, da eventi particolari per approfondire la ricerca nel tentativo di svelare la storia celata da una spessa coltre apposta dalla polvere dei secoli trascorsi, anche in questo articolo si intende seguire lo stesso metodo, al fine di cristallizzare l’insigne ruolo che la nostra amata città, sede primordiale del culto sicano, occupò nella storia isolana.
Allo scopo si presta, dunque, l’epigrafe sopra riportata, parzialmente picconata da chi avrebbe voluto cancellare, assieme al contenuto della scritta, il succitato periodo storico che, come tutti gli eventi della vita, non può, a nostro modo di vedere, essere portatore soltanto di aspetti negativi. Convinti di quanto sopra asserito, metteremo in evidenza il lato positivo che direttamente riguarda la nostra città e i cittadini che la abitano, quale aspetto invisibile che rappresenta l’altra faccia della medaglia. Infatti, per dirla con il poeta: “Per umana conformazione gli uomini sono portati a vedere solo ciò che appare loro evidente. A pochi è dato vedere oltre le apparenze”. L’aspetto fausto cui facciamo riferimento, si nasconde tra le righe della felice proposta espressa, durante lo svolgersi di una seduta in un consiglio comunale riunitosi nel 1929, dall’allora consigliere comunale professor Luigi Perdicaro. L’illustre concittadino, animato da ardore patrio, illuminato da una scintilla divina, cogliendo un vento favorevole che spirava nella direzione del recupero della nobile storia italica e del ripristino di antiche tradizioni, proponeva per la nostra città, che in quel momento si chiamava Adernò, fra le altre cose,che potesse riprendere l’antico toponimo di Adrano, nome andato perduto a causa di uno storpiamento di pronuncia di esso da parte dei popoli stranieri sopraggiunti a dominare l’isola; e non dunque per una ben precisa volontà del despota di turno, cosa che, secondo la nostra ricostruzione storica apparsa, oltre che nel saggio “Adrano dimora di Dei”, in diversi siti web, potrebbe essersi verosimilmente verificata in seguito ad un compromesso avvenuto tra le istituzioni della città di Etna e Dionigi il vecchio. Il tiranno, infatti, vedeva nella nostra città, che allora si chiamava Etna, una spina nel fianco poiché Etna, città anti-tirannica per istituzione, come riportato da Diodoro nella sua Biblioteca storica aveva fornito supporto militare agli oppositori politici del tiranno che lo assediavano nella sua reggia siracusana. Dopo l’insuccesso del tentativo di deporlo, la futura Adrano aveva offerto ospitalità ai transfughi siracusani democratici suoi oppositori. Il tiranno, assediando la città di Etna nel tentativo di abbatterla e porre fine alla opposizione politica democratica, non riuscendo in questo intento, riesce però a strappare un compromesso (insistiamo sull’ipotesi del compromesso in quanto, mai e poi mai un greco avrebbe apposto spontaneamente un toponimo barbarico ad una città che si considerava greca) al senato cittadino di Etna. Ottenuto in parte quanto richiesto, il tiranno con il cambiamento di nome da Etna in Adrano e lo stanziamento di un contingente di militari siracusani nell’acropoli, si illudeva di cancellare la nobile storia della città di Etna. Invece, Dionigi, accettando la proposta delle istituzioni Etnee, rinominandola col nome del dio eponimo Adrano, commise un doppio errore: evocò il dio primordiale che fungeva da collante per i Siculi così come Jahvè funse da cemento fra gli Ebrei della diaspora, e inconsapevolmente fece affiorare forze che soltanto trentasei anni dopo i fatti narrati, si sarebbero scagliate come un boomerang contro la sua stessa stirpe, decretando la cacciata dallo scranno siracusano del suo erede Dionigi il giovane.

ADERNÒ
Come sopra affermato, il toponimo Adernò si affermò in seguito ad un difetto di pronuncia del nome Adrano da parte delle decine di popoli stranieri che si succedettero al governo dell’isola. Il nome Adernò indicava comunque il luogo abitato dall’Avo sicano e, come trapela dalla penna dello storico arabo Idrisi, incaricato di scrivere una storia della Sicilia, in pieno medioevo Adernò continuava ad essere una cittadina di rilievo al punto da essere scelta, quale propria residenza ponendo la sua dimora nel castello costruito dall’avo, dalla contessa Adelicia nipote del gran conte normanno Ruggero d’Altavilla.

Castello normanno di Adrano, in piazza Umberto I, oggi sede del museo regionale “S. Franco”

Il toponimo Adernò rimase ad indicare la città dell’Avo sicano per un millennio circa, l’equivalente di un anno per gli Dei se vogliamo dare credito a quanto affermato nel testo sacro degli Indù, il libro dei Veda, periodo in cui il dio Adrano, ma sarebbe più corretto definirlo, seguendo l’etimologia dell’appellativo che lo caratterizza, Avo, andò in letargo. Lo risvegliò, pronunciando per la prima volta il suo nome dopo mille anni, il divino intuito dell’illuminato Luigi Perdicaro, concittadino non abbastanza ricordato dalle generazioni successive, forse perché ebbe la ventura di nascere nel secolo sbagliato o militare dalla parte politica perdente.
Tuttavia, noi che intendiamo pronunciare il nome dell’Avo con la stessa potenza evocativa con cui lo pronunciò il Perdicaro, dirigendo la nostra attenzione alle proposte del nostro concittadino di cui andiamo fieri, piuttosto che guardare al colore della camicia che indossava, non possiamo non celebrarlo per le sue patriottiche posizioni. Pertanto, per quanto concerne l’epigrafe con cui abbiamo aperto la nostra disquisizione, che per ironia del destino, seppur monca sopravvive ancor oggi a ricordare quale monito, di che pasta son fatti gli Adraniti, non possiamo non affermare con decisione che quanto affermato in essa, seppur diretto alla stirpe italica, si adatta perfettamente alle posizioni che assumono i tenaci cittadini Adraniti nei confronti delle avversioni. Infatti, essi in mille occasioni dimostrarono il loro valore, in pochi casi documentato. Uno di quegli episodi documentati è rappresentato, – atteso che si accetti la nostra tesi, secondo la quale Innessa, Etna, Adrano, Adernò siano nomi che indicano la stessa città in diversi periodi storici- dalla battaglia passata alla storia come la battaglia di Himera, di cui ci viene narrato da Diodoro di Agira, nella quale gli Etnei, futuri Adraniti, con il loro contributo cambiarono le sorti della stessa e nel 480 a. C. contribuirono a cacciare i Cartaginesi dall’isola. Altra occasione, mai abbastanza ricordata e osservata dalla giusta direzione, è quella inerente la cacciata dei tiranni greci dalla Sicilia sotto la guida del condottiero Timoleonte. A partire dal “ladrone” romano Verre, il fenomeno del banditismo siciliano è un aspetto che lascia intravedere, per quanto erroneamente applicato, la tenacia, l’orgoglio, lo spirito di giustizia che l’adranita applica tenendo conto del proprio giudizio maturato fra i meandri della propria coscienza, incurante a volte delle istituzioni da cui non si sentì mai rappresentato in quanto messe in piedi da popoli stranieri che negli ultimi duemila anni si sono avvicendati al comando dell’isola con una celerità incredibile. Anche nell’infausto caso, la città di Adrano, ma sarebbe meglio affermare, alcuni cittadini di essa, così come avvenne durante la symmachia prima citata formatasi per scacciare i tiranni greci nel 344 a. C., assurse ad esempio e divenne la città più attenzionata dalla repressione governativa, sia per il numero che per il carisma dei componenti che avevano dato vita al banditismo adranita: un battaglione di militari, oltre alle forze dell’ordine locali, furono inviati in un quartiere della città di Adrano per la cattura di un singolo uomo, Vincenzo Stimoli. Il fenomeno del banditismo, esploso tra il caos dell’ultimo colpo di coda della seconda guerra mondiale, nel marzo del ’44, quando perfino re, generali, dirigenti fuggivano eroicamente, è stato da noi ampiamente esaminato nel saggio “Adrano dimora di Dei” (a questo saggio rinviamo chi volesse approfondire l’argomento). Qui ci preme affermare che nessun periodo storico è stato solo bianco o nero e che il carattere degli Adraniti che emerge in ogni periodo che li vede coinvolti, rimane immutato ad ogni riapparire di crisi sociali: esso rimane monolitico nonostante la differente composizione che lo costituisce e le differenti posizioni assunte dai cittadini. Luigi Perdicaro fu concittadino di questa tempra, degno erede dell’Avo sicano e non ebbe timore di opporsi al regime fascista lui stesso fascista, per difendere i colori della patria adranita. Infatti, a lui siamo debitori se nello stendardo della città di Adrano viene ancora rappresentata quell’aquila simbolo di dominio delle altezze a

Stemma del comune di Adrano

cui solo i grandi aspirano, e che il romano governo voleva sopprimere perché solo dominasse il cielo e la terra italica. Ma come l’aquila fu cara a Giove, altrettanto, sapeva il preside del liceo classico adranita, fucina di menti, Luigi Perdicaro, che la sicana divinità adranita, Odhr-Ano, rappresentava il corrispettivo sicano romano di Jah-Ano e non ebbe difficoltà a convincere il governo romano che nella capitale italica come nella sede sicana adranita, le due aquile avrebbero concorso a meglio vegliare, sorvolando entrambe sull’italico cielo e sull’Italica stirpe. Approvata dunque dal consiglio cittadino la proposta del recupero del teonimo-toponimo, il nostro concittadino faceva imprimere il nome Adrano sul bianco calcare e faceva apporre la targa celebrativa sulla prestigiosa facciata del palazzo dei Bianchi.

COMPAGNIA DEI NOBILI BIANCHI

Nulla è lasciato al caso, o se volete, per dirla col noto scrittore, il mondo cospira. Infatti, il palazzo dei nobili Bianchi che divenne la sede della casa comune cittadina, prima era stata una privata dimora patrizia, abitata dalla famiglia Ventimiglia e successivamente dai Moncada. Essa venne riadattata per ospitare la suddetta compagnia la quale, come prevedeva anche lo statuto dettato da San Bernardo di Chiaravalle ai templari e previsto pure negli altri ordini monastico cavallereschi, non ultimo l’ordine dei Teutoni stabilitosi in Polonia dopo il fallimento in Terra santa ove si intendeva liberare il santo sepolcro dalla dominazione araba, non avrebbero potuto accedervi coloro che non avessero potuto vantare nobili natali. Numerosi furono gli interventi della compagnia dei nobili Bianchi sul terreno della solidarietà umana: soccorrere gli indigenti, i fratelli più sfortunati che abitavano la città del dio che fu padre di tutti, Adrano. Dopo la sede di Palermo, fondata nel 1541, viene costituita nel 1568 quella della città etnea. Al fine di rendere edotti i nostri concittadini, onde rincuorarli circa il valore creativo dei nostri Avi e del ruolo centrale che ebbero nell’isola, sappiano che il nostro teatro Bellini fu costruito prima di quello di Catania che lo riprodusse in scala più grande. Perfino la compagnia ritenne opportuno fondare la sua sede prima ad Adrano piuttosto che a Catania. Le nostre ricerche, ancora in essere, ci inducono ad azzardare la tesi secondo la quale la Compagnia dei Nobili Bianchi possa essere sorta da una costola del disciolto ordine dei templari. Lo scioglimento dell’ordine venne ufficialmente messo in atto, dopo anni di persecuzioni, dal re di Francia nel 1312. L’ordine monastico cavalleresco dei templari del resto, prima che Filippo il bello li espellesse dalla Francia rendendoli invisi, a motivo di false accuse mosse contro di loro, in molti paesi dell’Europa (in Italia le prime sedi dei templari ad essere chiuse furono quelle di Brindisi e Chieti), non potevano essere assenti in una importantissima città quale era quella di Adrano. Taceremo in questa sede, per esigenza di sintesi, sui molteplici aspetti in cui la città sacra, come la definisce Plutarco nella “Vita di Timoleonte”, cara all’Avo, primeggiava; abbiamo accennato alla costruzione del piccolo ma magnifico teatro Bellini, riteniamo che la città di Adrano, senz’altro importante lo fosse dal punto di vista religioso, simbolico ed esoterico,

Simboli incisi su arenaria. Fiume Simeto presso l’ara dei Palici

(per verificare queste asserzioni leggansi gli articoli apparsi su miti3000.eu: La musica degli dei e simbologia è ascesi nell’ Adrano arcaica) discipline di cui i templari erano grandi estimatori. La città di Adrano, si rende necessario ricordarlo, era la sede del culto primordiale dell’Avo sicano Adrano, culto la cui origine si perde nella notte dei tempi, motivo per cui si può affermare che ogni sapere d’ordine metafisico vide la luce ad Adrano, tra le solide colonne del santuario dedicato alla divinità eponima, prima che altrove. Il culto al dio sicano veniva tributato dalla colta casta sacerdotale appellata Adraniti, ovvero coloro che evocano il furore dell’Avo (Odhr-Ano-Iti). Non sappiamo fino a quando il culto del dio sicano continuasse ad essere praticato nel tempio dell’Avo Adrano dopo che i Romani ne decretarono nel 211 a.C. la chiusura al pubblico e prima che la nuova religione si imponesse. Crediamo che, comunque, nonostante il culto cristiano, in seguito all’editto di Tessalonica del 380 d.C. si imponesse e in qualche modo, si sovrapponesse a quelli pagani, non senza prima aver messo in atto quella magistrale operazione di sincretismo operata dai primi padri della Chiesa Cristiana, la casta sacerdotale degli Adraniti, per via carsica dovette continuare a tramandare i propri riti, la simbologia e le proprie conoscenze scientifiche ancora per qualche secolo. Le conoscenze scientifiche della casta sacerdotale degli Adraniti non dovevano essere inferiori, (consigliamo la lettura dell’articolo: La geometria sacra nella costruzione delle città sicane – miti3000.eu) se non abbiamo fallito nella interpretazione della simbologia sicana giunta fino a noi attraverso i reperti archeologici ritrovati, da quella posseduta dai consanguinei druidi del nord Europa, né da quella posseduta da Sumeri, da Egizi e Veda. Alla luce di quanto affermato fin qui, ci è sospetta la tempestività con cui vengono fondate in Italia la compagnia dei Bianchi dopo la chiusura delle sedi templari. Infatti, la prima sede attestata, dei Bianchi, viene fondata a Firenze nel 1375 e da lì, percorrendo l’Italia da nord a sud, approda, come affermato, a Palermo. In tutta Europa, dopo la messa al bando ufficiale dei monaci guerrieri, vi fu un tentativo di rimodulare la posizione dei templari che dalle loro sedi originarie, definibili a rischio, migravano in luoghi più sicuri, fuori dall’orbita di influenza del potere esercitato dal re di Francia e dal papa che lo assecondava. Si ha notizia, pertanto, che molti dei componenti dell’ordine dei templari ripiegarono in Scozia, altri confluirono nell’ordine degli ospedalieri di S. Giovanni; in Portogallo, invece, i templari fondarono un nuovo ordine, l’ordine di Cristo, con l’obiettivo apparente di combattere i Mori, mentre in Spagna i templari si riconvertirono nell’ordine di Montesa. Alla luce dei molteplici esempi di trasformazione dell’ordine templare sopra riportati, giunge ancora sospetto che tra la compagnia dei Bianchi e i templari si scorgano importanti analogie: l’abbigliamento adottato dagli uni e degli altri era formato da un saio di lino bianco. Aggiungasi all’abito indossato la coincidente ritualità svolta da entrambi gli ordini. Infatti, i Bianchi come i templari erano legati al santo Giovanni il battista; questo santo, coevo di Gesù, vissuto in Palestina ove i templari fondarono il loro ordine ottenendo come propria sede le rovine del tempio di Salomone, veniva a sua volta collegato al pagano rito del solstizio d’inverno. Che un rito del solstizio venisse praticato anche in Sicilia ab illo tempore lo conferma la presenza di numerosissime rocce forate che si fanno risalire al neolitico se non al paleolitico,

Pietra perciata di Nicosia

equivalenti dei Dolmen, di Stonehenge, delle fortezze di Trelleborg ecc. del nord Europa. Nel vastissimo territorio di pertinenza alla città di Adrano, che in tempi antichissimi si estendeva, con molta probabilità, a nord fino a Bronte, ad est fino a S. M. di Licodia, a sud oltre il fiume Simeto, essendo assente la morbida roccia di arenaria ove praticare il foro, presente invece nelle decine di siti siciliani che ospitano i suddetti “santuari preistorici”, supponiamo che la roccia forata venisse sostituita con la costruzione di un tempio vero e proprio realizzato con la messa in opera del duro basalto lavorato

Colonne e capitelli con bassorilievi di simboli solari. Area di rinvenimento Mendolito, Adrano

in blocchi squadrati e di cui le colonne con i rispettivi capitelli decorati con motivi solari, esposti al museo di Adrano, ne siano i resti. Avanziamo l’ipotesi, vista la natura esoterica della religiosità sicana, che un tempio solare in Adrano, venisse costruito per le medesime finalità per le quali furono concepiti quelli sopra citati: fare convergere in un punto ben preciso, nell’alba del ventuno Dicembre e nell’equinozio di primavera, i raggi del sole, simbolo di rinascita e di fecondazione.

LA SCALA DEI BIANCHI

Ad Adrano esiste una scala, ma sarebbe più opportuno definirla strada o salita, che noi opiniamo sia stata intitolata ai titolari della confraternita poiché è detta, la scala dei Bianchi, che per semplificazione viene denominata semplicemente scala bianca, nonostante di bianco non vi sia assolutamente nulla essendo stata ricavata scalpellando il nero basato della Rocca lavica sulla quale si inerpica. La scala in questione è la continuazione di una delle due arterie che formavano le principali vie di comunicazione dell’antico sito di Adrano e che dividevano la città in quattro settori. Oggi la scala bianca è impraticabile nonostante due anni orsono la liberammo, con la collaborazione di un gruppo di volontari, dai rovi che l’avevano invasa. La strada a cui ci si riferiva sopra che costituiva una delle due arterie che divideva la città in quattro settori, realizzata in basolato lavico, era larga sette metri. L’arteria che venne alla luce durante alcuni saggi di scavo e poi ricoperta, doveva essere la continuazione della scala dei Bianchi. Questa, vincendo il forte dislivello della Rocca Giambruno, rocca che costituì il naturale bastione di difesa del centro siculo sicano dalla quale un tempo precipitavano suggestive

Ricostruzione attraverso un plastico delle cascate

cascate d’acqua, attraversa l’area sacra di sud est ove insiste tutt’oggi, posta su un piccolo colle lavico frantumato, un’ara neolitica, si dirige, costeggiando il fiume Simeto, nella direzione di Lentini. Con la fantasia (o con l’intuito), componente lecita per il ricercatore se dichiarata e necessaria per la ricostruzione di fatti svoltisi distanti nel tempo, ci piace immaginare che i Bianchi, e prima di loro i templari, percorressero questa sicula strada per recarsi in quella suggestiva area sacra in cui pullulavano percepibili forze naturali, forze ancora percepibili (da noi richiamate attraverso la scientifica ricostruzione in scala di un plastico che riproduce parte del territorio adranita, così come doveva presentarsi quattromila anni fa in tutta la sua suggestiva bellezza)

Fotografia storica delle cascate

per coloro il cui spirito non si è mai sopito, ed ivi celebrarvi il rito del Natale Solis e/o quello dell’equinozio di primavera. Gli ignari coloni che con estatica visione, dai loro ubertosi campi li osservavano incamminarsi in ieratica fila incappucciati, e ne udivano i canti all’alba, ognuno recante una candela accesa in mano, dovettero rimanere assai impressionati dallo scenario che si offriva ai loro occhi; da lì, la denominazione di scala dei Bianchi. Non sarebbe peregrina la formulazione della tesi secondo cui in Adrano, siano perdurate per via carsica le conoscenze esoteriche della casta sacerdotale denominata degli Adraniti, considerando che nella città dell’Avo Adrano, ancora nel XIX secolo erano presenti ben sette logge massoniche; ma sull’argomento che riguarda questa discussa associazione di studi esoterici, la massoneria, preferiamo cedere il passo al ricercatore Alessandro Montalto che ha condotto interessanti ricerche in merito, e rinviare quanti volessero approfondire l’argomento ai suoi lavori.

Ci preme fare rilevare al lettore, che ad Adrano non era assente neppure il prestigioso ordine dei cavalieri di Malta.

Croce dell’Ordine dei Cavalieri di Malta presso la chiesa di S. Francesco

Rimane ancora a testimoniare la loro presenza, la cui sede si trovava presso la chiesa di S. Francesco che in periodo arabo fu adattata in moschea, una croce scolpita sul nero basalto. Ci chiediamo: perché tutti gli ordini di prestigio, dai templari ai massoni, scelsero il sacro suolo dell’Avo per insediare le loro associazioni? Ed ancora: le antiche forze di attrazione emanate dal suolo in cui fu edificato il tempio di tutti i Siciliani, si sono esaurite?

Ad majora.

La lingua degli Adraniti: Epigrafi anelleniche.


Epigrafe in alfabeto anellenico del Mendolito.

Risale a molti decenni fa il ritrovamento della stele di calcare in contrada Mendolito, a tre chilometri dall’abitato di Adrano, città, quest’ultima, in cui sorgeva il santuario dell’Avo Adrano venerato in tutta la Sicilia fino a quando l’isola rimase etnicamente e culturalmente integra, e conservò il toponimo di Sicania. La stele del Mendolito contiene l’epigrafe anellenica più lunga che sia stata ritrovata in Sicilia. Ci piace considerarla un monito arrivato dalla polvere dei millenni a ricordarci il prestigio che la vetusta città di Adrano ebbe nei millenni passati e perché essa, oggi, Cenerentola del Mediterraneo, venga ripensata dagli studiosi secondo il posto che le spetta nella storia, conservato fino all’infausto arrivo dei tiranni greci i quali, pian piano, le sovrapposero secondo i propri piani di mistificazione, i loro miti e la loro cultura. A noi Adraniti  piace credere che l’epigrafe abbia voluto trasmettere un testamento spirituale col quale i nostri antenati di due millenni e mezzo fa, intesero veicolare uno spirito imperituro e un concetto di Nazione e amor patrio che vediamo assai affievolito nella percezione delle generazioni presenti. Ci preme segnalare ai lettori, che la stele non si trova nella sua sede naturale, il museo di Adrano, presso le ampie sale del prestigioso castello edificato dal conte Ruggero il normanno, ma nel moderno, orientaleggiante museo di Siracusa nel quale, negli anni sessanta del secolo scorso, vi venne condotta per essere studiata e restaurata e, da allora, mai più restituita ai legittimi proprietari, gli odierni Adraniti, figli di coloro che in quel calcare, incisero le criptiche lettere. Non ci soffermeremo in questa sede sul contenuto di quella lunga epigrafe; infatti, l’argomento è stato ampiamente affrontato sul prestigioso sito di miti3000.eu nell’articolo “jam akaram, la lingua dei Sicani“. In quella sede ne fornimmo la traduzione secondo il nostro, ormai conosciuto metodo interpretativo, che vede nel protogermanico, la lingua di riferimento. Il protogermanico è in realtà una lingua ricostruita dagli studiosi attraverso la comparazione di lessemi delle lingue di derivazione germanica quali l’inglese, il gotico, il norreno. In questa sede intendiamo altresì sollecitare gli studiosi e appassionati ad intraprendere uno studio sistematico della lingua dei nostri Avi, lingua con la quale i primi abitatori dell’isola esprimevano  – anche attraverso l’uso della simbologia perfettamente in sintonia con il concetto dell’aldilà -, i profondi concetti d’ordine metafisico. È probabile che ad Adrano, sede del culto religioso che accomunava, anzi cementava, gli abitanti dell’isola, la lingua primigenia si mantenesse viva e inalterata per un periodo di tempo assai più lungo che nelle altre città della Sicilia, e ciò grazie alla presenza della casta sacerdotale degli Adraniti, nome che per sineddoche, nel periodo a cavallo tra il V e il IV secolo a.C., venne attribuito anche agli abitanti della città dove sorgeva il santuario, che allora si chiamava Etna (vedi l’articolo: “Rinominazione della città Etna in Adrano“). La casta sacerdotale degli Adraniti, dunque, fu in condizione di tener in vita “la lingua degli dei” fin tanto che il culto dedicato all’Avo primordiale Adrano, venne esercitato con profonda devozione. Infatti, la lingua sicana, come quella latina per i cristiani, o ebraica per i Giudei, rappresentava la lingua sacra, l’unica attraverso la quale era possibile la comunicazione tra l’umano e il divino; il divino non avrebbe riconosciuto dei suoni che non gli fossero stati familiari. Quanto affermiamo rientrava in una antica conoscenza esoterica che si inseriva in un remoto periodo temporale, quando cioè, uomini e Dei comunicavano attraverso l’utilizzo di suoni e simboli convenzionali. Sulla base di queste affermazioni appaiono chiare le esortazioni del riformatore dell’antica religione mazdea Zarathustra, dirette al sacerdote sacrificante. Al sacerdote, Zarathustra, raccomandava che pronunciasse correttamente le formule rituali. Esse dovevano essere chiare e scandite, la pronuncia delle stesse non doveva subire inflessioni di sorta, una pronuncia falsata avrebbe provocato l’aborto del rito. Anche nel libro sacro dei Veda,  che è un complemento dell’Avesta, si insiste sulla necessità di conservare l’esatta pronuncia delle formule rituali. Ma tornando alla lingua dei Sicani, primi abitatori della Sicilia come sostiene Tucidide, il quale, a sua volta, si rifà agli storici locali.

ADRANO CENTRO RELIGIOSO DELL’ISOLA.

Come affermato sopra, la città di Adrano, in quanto sede del culto nazionale sicano, rappresenta per noi lo scrigno da cui va tratto ogni spunto di studio della lingua primigenia: la sicana. Qui risiedeva, e ciò è fondamentale per comprendere il motivo di una lunga, inalterata sopravvivenza della lingua, la casta sacerdotale degli Adraniti. Facendo la dovuta comparazione linguistica con la lingua ebraica, infatti, si può constatare che le liturgie giudaiche hanno utilizzato per oltre due millenni la lingua ebraica biblica quale lingua rituale. L’ebraico biblico che viene letto e compreso da un rabbino del ventesimo secolo, non si discosta enormemente da quello parlato dal colto Giuseppe Flavio. Esso continuò ad essere l’idioma rituale anche quando il volgo non lo parlava e non lo comprendeva più durante la diaspora, poiché il sacerdote, non con il popolo doveva interloquire, ma col divino. Dunque ad Adrano, come nel Vaticano o a Ninive, capitale dell’Assiria, dove è stata rinvenuta la più ricca e  importante biblioteca della regione — si calcola che siano stati oltre diecimila i testi ospitati nella biblioteca reale —, doveva conservarsi la conoscenza delle arcane cose e la lingua con cui esse venivano comunicate ai neofiti. Tuttavia, se abbiamo colto nel segno, la casta sacerdotale denominata Adraniti, come quella dei consanguinei druidi del nord Europa, non amava mettere per iscritto il proprio sapere: non a tutti erano aperte le porte della conoscenza, ma solo a coloro che, per loro innata predisposizione, avevano la capacità di comprenderne il profondo e, talvolta, gravoso significato ed essere in grado di sostenerne il peso. Questo atteggiamento misterico, non era prerogativa di adraniti e druidi, ma rientrava nella struttura esoterica del sacerdozio di tutti i popoli facenti parte della grande famiglia dei popoli convenzionalmente denominati indoeuropei; perciò anche dai saggi indiani, i rishi. Infatti, i sapienti indù esortavano il saggio a non scandalizzare la mente dei semplici comunicando loro concetti metafisici ad essi incomprensibili.

Vogliamo concludere formulando l’auspicio che possa nascere un centro studi telematico sulla lingua sicana che abbia in Adrano il suo baricentro.

Ad majora

Rinominazione della città Etna in Adrano

Nell’articolo “La musica degli dei”, pubblicato in questo sito qualche giorno fa, abbiamo richiamato l’attenzione dei lettori sulla rinominazione della città di Etna in Adrano, frutto di un compromesso intercorso tra il tiranno Dionigi e le istituzioni etnee. Riteniamo sia necessario approfondire, attraverso una verosimile ricostruzione storica da noi tentata, i motivi che indussero l’uno e gli altri a raggiungere, tra il 403 e il 400 a. C., il suddetto compromesso.

Pianoro di Adrano

Se volessimo definire il ruolo della città di Adrano in seno alla civiltà sicana della Sicilia, non potremmo non paragonarla, per il suo ruolo di capitale sacra, all’odierno stato del Vaticano, portatrice però di un valore aggiunto, visto che essa è annoverabile fra le città della Sicilia, militarmente più temibili. Poiché la storia, scritta unilateralmente dai Greci, non rende giustizia al ruolo svolto, nella politica isolana, dai Siculi Adraniti, spetta a noi eredi riscattare i nostri valorosi padri, risvegliandoli dall’oblio a cui i Greci li condannarono.

Chi ci ha seguito nei precedenti articoli, converrà che la casta sacerdotale degli Adraniti, il cui nome si legge da destra verso sinistra in monete chiaramente pre elleniche, rappresentò il cuore pulsante della religiosità isolana nel periodo pre greco. Gli Adraniti erano i sacerdoti del dio, ma sarebbe più esatto utilizzare il sostantivo Avo (ano), Adrano, il cui santuario sorgeva nella città denominata Innessa, sotto il principato di Teuto, e successivamente Etna, secondo la nostra ricostruzione, in onore della figlia di Teuto. Ben presto la città avrebbe cambiato ulteriormente nome, assumendo quello odierno di Adrano, in seguito ad una complessa operazione politico-militare compiuta dal tiranno siracusano Dionigi il vecchio.

Per comprendere l’attività suddetta, risulta necessario passare a setaccio  le gesta che portarono il tiranno al comando della polis più potente dell’isola. Nel 405 a. C., appena proclamatosi tiranno di Siracusa, Dionigi subisce le ostilità degli aristocratici democratici siracusani i quali, dopo avergli sterminata la famiglia, per poco non riescono ad eliminare lo stesso tiranno. Riavutosi, attraverso inganni e tradimenti e sopratutto grazie all’utilizzo di mercenari campani, consolida la propria tirannia nella città; nel 403 a. C. inizia una operazione di assimilazione dei territori Siculi dell’entroterra. La prima città che il tiranno assedia , in atto di rappresaglia è Etna, poiché questa potente città Siculo/Sicana – retta democraticamente attraverso l’istituto delle assemblee, presiedute da un primus interpares, che deliberavano su problemi di importanza capitale per la città – aveva inviato duemila cavalieri affinché dessero man forte agli aristocratici siracusani, che assediavano Dionigi nella sua reggia. Il tiranno si reca presso Etna, ma constatandone l’inespugnabilità, si limita a fare promesse ai rifugiati siracusani, che avevano trovato ospitalità nella città anti-tirannica, per convincerli a tornare in patria. Alcuni si lasciano convincere, ma i più, non fidandosi del tiranno, preferiscono rimanere in Etna, nella quale sentono meglio garantita la propria libertà; altri infine, guidati da un cavaliere di nome Soside, il cui discendente si sarebbe reso protagonista, nel 213 a. C. della presa della polis da parte dei Romani, partono come mercenari in medioriente, arruolandosi nell’esercito che Ciro sta approntando contro il fratello Artaserse, come ci tramanda Senofonte.

Diodoro siculo – storico di Agira

La scelta dei siracusani ostili a Dionigi di rifugiarsi in Etna piuttosto che in altre città più vicine, crediamo possa rintracciarsi nei passati rapporti più che amichevoli intercorsi tra le due città, Siracusa ed Etna, fin dai tempi dell’illuminato re Gelone. Questi, infatti, dopo la battaglia di Himera del 480 a. C., volle fare dono di un tempio agli eroici Etnei che, come si evince dal racconto di Diodoro, nonostante la scarsa enfasi con cui lo stesso fa cenno al ruolo degli Etnei, furono determinanti per la sconfitta dei Cartaginesi. L’edificazione di un tempio greco nella città sicula di Etna, capitale della religione degli antenati, ebbe certamente un alto valore simbolico, che si traduce come un innalzamento dello status politico/militare di Etna e sopratutto segnava un cambiamento epocale sotto il profilo religioso; infatti, per la prima volta, nella sicula Etna avveniva l’introduzione di un culto greco. Tale apertura da parte degli Etnei nei confronti dei Greci, molto probabilmente subita dai  sacerdoti Adraniti, custodi delle antiche tradizioni sicane, avrebbe dato i suoi frutti politici, garantendo ai cittadini un trattamento privilegiato da parte dei tiranni.

Dionisio e la spada di Damocle Di Richard Westall – own photograph of painting, Ackland Museum, Chapel Hill, North Carolina, United States of America, Pubblico dominio, Collegamento

Intanto Dionigi, non rinunciando al suo progetto imperialistico e abbandonando per il momento l’assedio dell’inespugnabile Etna, continuava la sua battaglia per l’annessione dei territori Siculi con ogni mezzo, non mantenendo la parola data e facendosi beffa di tutte le regole etiche che avevano fatto delle gesta belliche atti eroici da epopea  fin dai tempi di Omero. Pertanto, mostrando di non temere gli dei, spergiuro e mendace, conquistate col tradimento Catania, Lentini e Naxos, ne deporta gli abitanti superstiti, dopo aver passato i più a fil di spada. Il suo cruccio rimane tuttavia l’indomita e potente città di Etna, ammantata di sacro ardore con quel suo Dio primordiale che sarebbe stato temuto ancora duecento anni dopo dagli stessi Romani. Fin qui non si aggiunge nulla alla narrazione dello storico Diodoro. Da questo momento in poi proveremo a leggere tra le righe di una storia superficialmente raccontata, non esitando a ricorrere all’indagine psicologica dei personaggi che fecero la storia, avendo imparato che perfino un Annibale non poté sottrarsi ad una determinante sconfitta psicologica nel confronto con Scipione, ancor prima di subire quella militare.

Con un pizzico di fantasia, dote concessa allo storico qualora venga apertamente dichiarato al lettore tale sconfinamento, si potrebbe immaginare perfino il dialogo avvenuto durante l’ipotetico incontro tra Dionigi e il consiglio cittadino di Etna: i sacerdoti Adraniti, con le loro vesti di lino bianco, il bastone ricurvo (lituo) e forse la lira d’oro del dio, con la quale evocavano il “furore dell’Avo” Adrano, assieme ad una rappresentanza di cittadini illustri, scortati da un piccolo contingente di guerrieri armati di lancia ed elmo andavano incontro al tiranno. Questi, da parte sua, assistito dal fido amico e astuto retore Filisto, che poco prima, convincendolo a non cedere lo aveva salvato dall’assedio degli aristocratici democratici siracusani, avrà certamente sfoderato le celeberrime capacità oratorie vanto dei Greci, che gli avrebbero consentito di tener testa, negli anni successivi, alla stessa filosofia di un improvvido Platone che, venuto a trovare il tiranno, sarebbe stato poi venduto da questi come schiavo.

Dionigi, nel suo progetto di trovare una soluzione onorevole per entrambe le città, dovette innanzitutto ricordare alla sacra rappresentanza etnea, l’antica amicizia contratta con Siracusa fin dai tempi del re Gelone. Il piano del tiranno consisteva nell’ottenere dagli Etnei di ospitare in città una insignificante guarnigione siracusana (o magari quei mercenari campani che vi avrebbe trovato Timoleonte cinquant’anni dopo), più politicamente simbolica che militarmente efficace, onde dare valore e visibilità politica alla propria azione militare; in seconda istanza intendeva cambiare il nome alla città, denominandola Adrano: questo mutamento di nome, da un lato, per i Greci, avrebbe avuto un valore simbolico di rifondazione, dall’altro, per i Sicani, che del resto avevano già accettato che Innessa venisse denominata Etna, avrebbe sancito un nuovo inizio, sotto l’egida diretta del loro potente dio. I sacerdoti Adraniti, consultato il dio circa la soluzione proposta dal tiranno, dovettero trarne auspici positivi, così gli Etnei, incoraggiati dal parere dei sacerdoti, decretarono di chiamarsi, da quel momento innanzi, Adraniti.

Da quel momento, come è possibile notare attraverso la lettura di Diodoro, il nome della città di Etna non sarebbe più apparso nelle cronache politico militari dell’isola, che pure l’avevano vista protagonista degli eventi precedenti, sostituito dal nome Adrano, città nata già adulta, la quale si sarebbe imposta da subito sul territorio, giungendo, nel 344 a. C. a rendersi protagonista della cacciata dei tiranni dall’isola e continuando altresì inalterate tutte le tradizioni siculo/sicane (e non greche) che i padri avevano trasmesso e perdurato nei millenni precedenti. Appena fu possibile, nel 344 a. C., gli Adraniti “restituirono il favore” al tiranno, recandosi a Siracusa, dove abbatteranno la tirannide, che era passata a Dionigi II, e istituirono un consiglio cittadino, a imitazione di quelli siculi, formato da Siracusani democratici, da cittadini adraniti, tindaridi e tauromeni, tutte città che, riunitesi in lega, avevano contribuito militarmente all’operazione anti-tirannica.

L’influenza adranita su Siracusa, a partire da questa data e fino al 213 a. C. fu maggiore di quanto appaia dalla superficiale lettura della storia, raccontata del resto da storici greci, restii ad ammettere e narrare tale influenza: Adranodoro, genero di Gerone II e pretendente alla tirannide dopo la morte del suocero, avvenuta nel 216 a. C., fu probabilmente un cittadino di provenienza adranita, appartenente ad una famiglia aristocratica trasferitasi a Siracusa con incarichi politici di rilievo, tale ipotesi appare altresì ovvia se si considera che Timoleonte, per ripopolare Siracusa, resa deserta dalle continue guerre di Dionigi, dovette richiedere uomini perfino a Corinto la quale, raccogliendo uomini attraverso un bando, riuscì ad inviarne sessantamila. Plutarco aggiunge esplicitamente che anche da tutta la Sicilia, rispondendo al suddetto bando, si erano recati uomini a Siracusa per abitarci.

Busto di Cicerone Musei Capitolini

Altro motivo per credere che l’influenza politica sicula su Siracusa fu sempre incisiva, sopratutto dopo i fatti del 344 a. C., è la presenza nella polis di un antichissimo tempio che Cicerone, nelle verrine, afferma essere dedicato ad un antico Dio locale che i Greci chiamavano Urio. Era dunque un dio non greco la cui statua veniva paragonata da Cicerone, semplificando, a quella del dio romano Giove, che si ergeva sul Campidoglio: allo stesso modo Diodoro (90-27 a. C.), nel lib. XXXIV, cap. 28, avrebbe chiamato “Giove etneo” il dio Adrano (o perché il suo santuario si trovava nella città di Etna-Adrano o perché questo culto era ormai ristretto al territorio etneo). Ora si dà il caso che Ur, in lingua germanica, significhi antico, primordiale. L’unica divinità sicula che corrispondeva a tale appellativo era appunto Adrano, l’Avo  l’antenato. Va ricordato a tale proposito che, prima di essere conquistata dai Greci, Siracusa era una città sicula, come conferma il suo stesso nome (sicher-usa, casa sicura o la dimora certa, inespugnabile, caratteristica di Ortigia, luogo del primo insediamento umano) e che i killiroi (Cilljri in siciliano) erano in realtà i Siculi sottomessi, i quali esercitavano il culto del dio Adrano. Urio era dunque l’appellativo che i Siculi-Killiroi avevano dato al tempio pre greco del dio antico, il tempio primordiale, edificato per primo e dedicato all’Avo, all’antenato, in poche parole il tempio dove si esercitava il culto del dio Adrano. Tale culto sarebbe caduto in disuso  nella Sicilia romana dopo che i Decemviri, tra il 213 e il 211 a. C., ne avevano decretato la chiusura alla pubblica devozione; sarebbe stato sconosciuto perfino al colto Cicerone, così come ai Greci, tra cui Diodoro.

Eviteremo in questa sede  di fare riferimento alle argomentazioni di carattere geografico, culturale e militare, suffragate rispettivamente dai testi di Strabone, Plutarco e Cicerone, che provano l’identificazione delle città Innessa, Etna e Adrano; eviteremo altresì di dimostrare come sarebbe stato impossibile per Dionigi, impegnato, fino al 397 a. C., data in cui subisce una pesante sconfitta navale nel porto di Catania costringendolo ad una vergognosa ritirata a Siracusa, in una spossante campagna militare contro i Cartaginesi, fondare la città di Adrano, sicché si sarebbe limitato in realtà di attribuire il nuovo nome (Adrano) e a ripristinare qualche tratto delle imponenti antiche mura pre greche.

Ad majora.

La musica degli dèi: la lira dell’avo Adrano

“Pan mentre intonava con il suo zufolo i suoi canti alle belle ninfe oso’ disprezzare i canti di Apollo. Ciò provocò una contesa tra le due divinità di cui fu giudice il vecchio Tmolo. Pan cominciò a suonare producendo un suono rozzo (…) Apollo dopo aver cinto il biondo capo con l’alloro del Parnaso resse con la sinistra la lira mentre con l’altra reggeva il plettro: la sua posa era quella di un artista; poi con il pollice pizzico’ abilmente le corde dello strumento producendo una dolce armonia che conquistò Tmolo”.
Ovidio, Metamorfosi XI, 146-180.

Moneta adranita con lira

Il titolo di questo articolo prende spunto dal rinvenimento di alcune monete adranite, la cui caratteristica è quella di avere, nel verso, effigiata la lira con l’iscrizione anellenica ADRANITAN, eviteremo in questa sede di commentare l’iscrizione anellenica che in altre monete si presenta pure in senso antiorario, evidenza che aggiunta ad altre prove da noi portate durante diversi convegni, suffraga la tesi da noi fortemente sostenuta della rinominazione e non della fondazione della città di Adrano nel 400 a. C. ad opera di Dionigi il vecchio quale un compromesso avvenuto fra il tiranno e il senato della città di Etna prima chiamata Innessa, come afferma Diodoro nella sua opera, Biblioteca Historica .

Moneta adranita con lira

Ma tornando al simbolismo della lira nella monetazione riportata dallo storico, nostro concittadino, Salvatore Petronio Russo nella sua Illustrazione storico archeologica di Adernò a pag 50, non è passata a inosservata la constatazione che la presenza di questo strumento musicale nella mitologia di altre civiltà, anche enormemente distanti tra loro geograficamente, quale la mesopotamica e la sicana, caratterizzasse le divinità maggiori.

Moneta con iscrizione  rovescio “Adranitan”

Infatti, in Mesopotamia la lira era lo strumento di cui si serviva il Dio An, Anu o Ano che chiamar si voglia, per intonare le melodiche note; in Sicilia, per quanto nessuna caratteristica del dio Adrano, oltre che quella di guerriero, implicitamente fornita da Plutarco (vita di Timoleonte) venga tramandata, come vedremo oltre e come si intuisce dalla leggenda ADRANITAN e dalla testa di una divinità effigiata nel recto che il Petronio con errore attribuisce ad Apollo, la lira raffigurata nel verso della moneta ad altri non potrebbe attribuirsi che a lui, Adrano, nella sua veste di musico al pari di Anu ed Apollo.

LA LIRA.
Nel corso dei nostri studi, nella fase delle ricerche che avevano come oggetto la comparazione tra le teogonie delle civiltà a noi più familiari dell’ occidente e del medioriente, nella fase di osservazione delle attività religiose svolte dai sacerdoti in onore dei propri dei, ci è stato possibile constatare come la lira avesse avuto un posto di rilievo tra gli strumenti musicali utilizzati sia dalle divinità, che da coloro che intendevano emularle, celebrarle o compiacerle. A Babilonia, per esempio, durante la celebrazione dell’ anno nuovo, la lira veniva suonata dagli Eribbitj, i sacerdoti che stavano innanzi alla processione che si dirigeva al tempio del Signore; in Irlanda la lira rappresentava lo strumento musicale preferito da maghi, sacerdoti e re; in Palestina, il futuro re Davide venne introdotto nella reggia del re Saul in quanto col tocco sapiente delle corde dello strumento, attraverso le note melodiche che ne derivavano, riusciva a guarire il re dalle sue frequenti e insopportabili emicranie; come non fare riferimento al greco Orfeo a cui i poeti, per generazioni, dedicarono strofe su strofe per celebrare la sua arte di musico? Sempre in Grecia si constata che non esiste statua del dio Apollo priva della presenza della lira posta ai suoi piedi; in Palestina, Jubal figlio di Lamech vissuto, secondo i biblisti, intorno al 3300 a. C., fu detto Padre di quelli che suonano la lira.

L’ ACCESSO AD UNA DIMENSIONE EXTRAFISICA.

Abbiamo constatato che non solo la lira, ma anche altri strumenti venivano utilizzati dagli dei per fini diversi a secondo la caratteristica della divinità .

IL FLAUTO.
Il dio Pan prediligeva suonare il flauto in quanto egli, Dio della fecondità e della forza rigeneratrice, con il suono emesso dallo strumento, induceva le ninfe e le fanciulle, oggetto del suo desiderio, ad entrare in una fase di estasi e, in preda a quello stato estatico, non ricercato né voluto, concedersi al Dio.

LA CETRA
Ermes era il fratellastro di Apollo, generato a Zeus dalla ninfa Maja. Secondo quanto riportato dal mito, Ermes avrebbe fatto al fratello il dono di una cetra, strumento da lui inventato. La conseguenza di questo mito fu quella che i poeti dell’epoca, di volta in volta, quando ispirati dalla Musa componevano versi per celebrare il dio della luce, attribuivano a lui quale strumento utilizzato, ora la lira ora la cetra. Ma non vi è alcun dubbio che lo strumento preferito da Apollo fosse la lira. Questa ipotesi prende corpo riflettendo sul contenuto del mito raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. Secondo il mito, Ermes, geloso delle doti musicali del fratello, lo sfidò ad una competizione di esibizione musicale dalla quale uscì vittorioso il dio della luce, Apollo. Dal mito pervenutoci, emerge che Apollo fosse già un musicista prima ancora che il fratello gli facesse dono della cetra e lo strumento che predilige a era appunto la lira. I Greci, del resto, tradizionalmente celebravano Apollo come sommo dio della musica ed infatti non esiste nella statutaria né nella monetazione dell’epoca, un Apollo raffigurato senza la lira ai propri piedi, mentre, al contrario, non è mai presente la cetra.

Apollo citaredo.

Ci siamo voluti soffermare su questo particolare che, a prima vista, potrebbe apparire banale, poiché come vedremo in seguito, la lira possiede qualità sonore che la cetra non ha e che sono funzionali al ruolo di armonizzatore dell’ universo esercitato da Apollo. Infatti, il suono emesso dalla lira rappresenta l’antitesi del suono erotico emesso dal flauto del dio fecondatore Pan e del suono frenesiaco emesso dal tamburo. La lira suonata da Apollo emana un suono armonico, solare e civilizzatore. Apollo, dunque, con il suono della sua lira non solo si contrappone al caos cosmico, orgiastico e sensuale in cui fa precipitare il flauto di Pan con la precisa volontà di condurre i propri adepti ad un ritorno all’indistinto, ma crea le condizioni per il ripristino dell’ ordine e dell’armonia cosmica raggiungibile grazie ad una prima percezione aristocratica di sé e, in secondo luogo, dal ritenere il mondo un campo di applicazione di questa qualità.

Lira ritrovata ad Ur.

Per quanto riguarda ora la cetra, ora la lira, attribuiti dai poeti ad Apollo, crediamo che la loro confusione derivi, come si evince da alcune raffigurazioni della lira su vasi greci, dal fatto che la base di appoggio della lira avesse la forma di una cetra così come le lire d’oro e di argento ritrovate nella città di Ur, sede del dio Anu in Mesopotamia, deposte nelle stanze funebri di re e regine, avevano modellata in legno, come base di appoggio, la testa di un toro.

LA LIRA DEL DIO ADRANO.
Nessuna tradizione, né orale né tantomeno scritta, è giunta fino a noi da parte degli storici del tempo, per ciò che riguarda le caratteristiche dell’Avo sicano. Soltanto dalle superficiali informazioni di Plutarco, al quale premeva soffermarsi più sulle eroiche gesta compiute in terra di Sicilia dal suo compatriota Timoleonte che sulle tradizioni adranite, si ricava la caratteristica predominante di un dio guerriero; ma gli dei sono, si sa, polivalenti e possiedono diverse caratteristiche parimenti importanti. I tratti che caratterizzavano Apollo, per esempio, erano cinque: la luce, la divinazione, la scienza medica, la vita pastorale e la lira. La lira di Apollo aveva la caratteristica di essere fornita di sette corde così come sette sono, nelle raffigurazioni che lo ritraggono, i raggi che emette la corona che ha sul capo. Poiché il numero sette figura spesso quale elemento simbolico, gli studiosi sono propensi a credere che esso indicasse il posto che la divinità occupasse nella gerarchia divina. A Zeus, il padre degli dei spettava il dodicesimo posto, il più elevato. Il numero sette però, è anche collegabile alla costellazione delle pleiadi che tanta importanza ebbe in diverse civiltà del medio oriente.
Ma tornando alla lira, ben poco sappiamo circa il fatto che lo strumento in questione possa ritenersi utilizzato dall’Avo adranita, anzi, per amor del vero bisogna affermare che nessuna fonte lo attesta. Tuttavia, chi ha seguito le nostre ricerche sa che si è fatto più volte riferimento alle affinità che intercorrevano tra i Sicani della Sicilia e i Sumeri della Mesopotamia, rimandando quanti volessero approfondire l’argomento, all’articolo pubblicato su miti3000.eu Un dio tra il Simeto e l’ Eufrate riteniamo utile riproporre in questa sede, la tesi che le due divinità, l’Anu sumero e l’Ano sicano, appellato odhr in Sicilia ovvero furioso, se non corrispondessero alla medesima divinità facente capo ad un’unica primitiva tradizione, avessero comunque in comune la caratteristica di essere entrambi dei musici. Val la pena ricordare ai nostri lettori che il sostantivo Ano significa avo, antenato, progenitore e che in ogni luogo in cui gli emigranti appartenenti allo stesso ethnos giungevano, in base a criteri di ordine semantico inerente la cultura d’origine, potevano aggiungere un aggettivo al sostantivo ano che servisse a caratterizzare l’avo: in Sicilia era appellati odhr ovvero furioso, in Grecia ur, Ur-ano ovvero antico; nel Lazio l’appellativo era quello di sensitivo o percettivo (jah) è così via. Per ciò che riguarda l’Avo mesopotamico, ad Ur, città a lui dedicata, è stato ritrovato un frammento in cuneiformi che, anche se molto lacunoso, si comprende chiaramente che lo chiama in causa assieme alla sua lira, né riportiamo la traduzione: “in quel luogo luminoso (. lacuna.) la residenza di Innanna. deposero la lira di Anu (. lacuna.)“. Come già affermato, nella città di Ur, la città di Anu, venne ritrovata una lira d’oro lo strumento le cui note emesse favoriscono l’armonia cosmica. Guarda caso, l’ideogramma in cuneiformi per rappresentare il dio suonatore di lira mesopotamico era formato da otto cunei a forma di stella (o sole), numero che richiama la legge dell’ottava.

LA LEGGE DELL’ OTTAVA E IL SIMBOLISMO DELLA DOPPIA SPIRALE.

Caratteri cuneiformi di Anu

Questa legge si basa sul fatto che le vibrazioni che rientrano nei multipli di otto, creano le condizioni per ottenere un’ armonia cosmica. La scienza che studia le vibrazioni si chiama cimatica. Se Adrano, come noi crediamo, fosse il corrispondente sicano di Anu, dovremmo trovare in Sicilia le stesse analogie musicali e simboliche che si riscontrano in Mesopotamia e che fanno riferimento al numero otto. Ma cerchiamo di capire se, come accade per Anu, anche al dio Adrano sia collegabile il numero otto. La spirale, simbolo presente nel territorio adranita, rappresenta il simbolo per eccellenza dell’armonia, le due spirali contigue scolpite nei capitelli Siculi di Adrano esposti nel museo cittadino, una avvolgente l’altra espandente, formano il numero otto; il troncone della colonna su cui poggia il capitello con le spirali incise in bassorilievo, è ottogonale, ha cioè otto lati. Molto dei pesi da telaio portano inciso il simbolo del sole con otto raggi. È stato constatato dagli studiosi che la frequenza terrestre, indicata come respiro della terra è di 8hz. La terra emana delle pulsazioni, come se il suo cuore battesse. Ecco dunque, che il numero otto appare indirettamente in Adrano attraverso il simbolismo della doppia spirale

Capitello adranita con spirali.

L’ ORGANISMO UMANO IN RELAZIONE ALLA LEGGE DELL’ OTTAVA E LE FREQUENZE.
Ogni cellula dell’organismo umano, secondo Hans Jenny, ha una propria vibrazione, pertanto la vita è, secondo la opinione dello studioso, il risultato delle vibrazioni specifiche di ogni cellula. La frequenza di 432hz, multiplo di otto, rappresenta la miglior frequenza musicale per la percezione della nostra mente. È stato altresì constatato dagli studiosi che la frequenza degli 8hz predispone la persona ad imparare inducendo il cervello ad essere creativo, ad avere profonde intuizioni di natura scientifica, mistica o comportamentale. Il nostro cervello, perciò, è molto sensibile a qualsiasi strumento che emetta onde di frequenza di 8hz, cioè 8 cicli per secondo. Il ricercatore Puharich notò che ad una frequenza di 10,80hz si provocava un comportamento violento nell’individuo, mentre a 6,60 se ne causava la depressione. Sempre lo stesso ricercatore poté notare che onde di frequenza di 8hz sono in grado di penetrare qualsiasi barriera fisica o energetica, svelando una loro natura di vettore multidimensionale non soggetto alla materia del nostro spazio-tempo. Gli 8 cicli per secondo inducono ad una sincronizzazione tra i due emisferi cerebrali destro e sinistro.

LA RISONANZA MAGNETICA NEL LUOGO DOVE SORGEVA IL TEMPIO DELL’ AVO ADRANO.
Dato per buono quanto affermato da prestigiosi ricercatori, tra questi includiamo il prof. Paolo Debertolis dell’ università di Trieste, il quale studiando molti siti preistorici ha osservato che i luoghi ove i siti vennero costruiti, hanno delle frequenze che incidono sugli emisferi cerebrali al punto da creare pulsioni di natura mistica, noi ci poniamo la domanda se il sito ove sorgeva il santuario dell’Avo Adrano, non emettesse, possedendo le caratteristiche indicate dal professore triestino per altri luoghi, le medesime vibrazioni e se esse non potessero essere state magistralmente utilizzate o manipolate dai sacerdoti che, appunto per queste capacità, vennero denominati Adraniti cioè: Coloro che evocano il furore dell’Avo. È possibile che l’Avo venisse evocato dai sacerdoti adraniti ora nella sua veste di guerriero col suo furore bellico, ora in quella mistica di suonatore di lira. Gli adraniti, grandi conoscitori della cimatica, in poche parole, erano in grado di manipolare le vibrazioni che provenivano dal sottosuolo attraversato da acque carsiche, ancora fluenti sotto le fondamenta della Chiesa Madre ove anticamente sorgeva il tempio edificato in onore dell’Avo sicano, Adrano. Sarebbe auspicabile una collaborazione con l’università triestina al fine di appurare se nel luogo del tempio, si verifica l’emissione di onde di 8 cicli per secondo.

Ad majora.

Il Plastico

Il Plastico dell’antica Adrano in varie vedute.


Plastico realizzato da

Giovanni Avellino

Modellista

Eccellente modellista, dotato di una peculiare accuratezza nella creazione delle riproduzioni in scala che ha realizzato il plastico (con oltre 450 ore di lavoro) e i diorami (in merito ai quali ha impiegato oltre 160 ore).